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MA ’NDO CORI
di Alessandro ARESU
La ‘ministerialità’ come forza autolegittimante e sibillina, artefice di un tempo istruttorio e senza fine. Il potere come esercizio transeunte, sullo sfondo di una città smagata ma accogliente. La deriva logorroica delle leggi. Einaudi, paladino di chi non si rassegna.
La necessità di un segretariato generale della precisione e dell’anima. Robert Musil
1.
Da anni inseguo l’alba di Roma. Prima passeggiavo tra i monumenti del potere eterno e di quello caduco. Ora corro. Viviamo nell’èra dell’accelerazione e quando qualcosa ci sfugge ci illudiamo di poterla afferrare e rivivere. Allora Roma ci riporta al nostro posto. Inciampiamo sui sampietrini, aspettiamo il nostro turno alla fontanella. Qualunque cosa può essere smorzata e canzonata.
L’alba sui Fori imperiali è silenziosa. Non c’è ragione perché abbia il ritmo operoso delle città ansiose che, prima delle prime luci, si mostrano già pulite. Alle 5 o alle 6 del mattino, a seconda delle stagioni, la storia ci guarda con indifferenza. Tutto è buio e non c’è quasi nessuno. Negli ultimi tratti della notte non si vedono i cinghiali, per ora. Si fanno largo però le luci con cui i corridori si proteggono. Io non voglio protezione. Tanto prima o poi ogni cosa deve finire.
A inseguire l’alba sono i canoisti: dopo essersi salutati sulle rive in mezzo al buio, stanno già vogando sul Tevere. E la struttura legale e giuridica della capitale, con qualche innesto di manager, comincerà le partite di padel, in ogni caso più legate a orari serali, come del resto le cerimonie del calcetto dove le gambe si spaccano e si rimediano gli stiramenti. I sottosegretari passeggiano sul lungotevere per tenersi in forma e pensano alle carte da firmare e alle riunioni da rinviare.
Ho ormai corso troppe volte, centinaia di volte, quindi conosco quei volti e quelle battute anche senza vedere i dettagli, proprio come riconosco la luce sui monumenti. E così Roma, anche se sono sardo, mi appartiene. O meglio, c’è un’infantile illusione di appartenenza. Come ricorda un oriundo romano, proveniente da Oltralpe, col lirismo della sua tradizione, «la ragione è semplice: pare che la città non presenti alcuna incognita per il pellegrino, l’erudito, il poeta e lo sciocco. Arrivato a Roma, per la decima o per la prima volta, il viaggiatore non si sente straniero, a meno che non si tratti di un milanese». L’osservatore francese, dopo questa splendida frecciata ai milanesi (un presagio di Mediobanca?), continua: «Eppure Roma è una città segreta. Credi di esserci e invece ne sei escluso. (…) Sotto l’apparenza di un’allettante ospitalità, dispensa i suoi favori dissimulando l’orgoglio e il disprezzo. Quando ti sarai reso conto di esserti ingannato sulla natura dei suoi sorrisi e sulla cordialità dei suoi abbandoni, ne sarai tanto più intimidito quanto più tempo ti ci sarà voluto per scoprirlo».
Il segreto in apparenza si dischiude. Si tratta, ovviamente, del segreto del potere, dell’illusione della sua sopravvivenza. Siamo nell’età delle macchine ma il potere sarà esercitato, come sempre, da persone sedute alle scrivanie. Uomini e scrivanie. Ci si alza dalle scrivanie di frequente, per mangiare e per prendere un caffè. Ma la cerimonia del caffè a Roma non appartiene all’alba. I bar apriranno tardi, con poche eccezioni. Piazza di Pietra non ha ancora cominciato a vivere. Quelli sono posti da aperitivi, più o meno di moda a seconda delle stagioni politiche, oppure panini.
C’è un bar davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze che apre molto prima, in un orario non romano, quasi veneto o friulano. E difatti nessuno ci va la mattina presto per un incontro di lavoro, o per sussurrare qualcosa di segreto. Nessuno vuole anticipare ciò che deve accadere. Ciò che deve accadere, accadrà. Perché vivere nell’ossessione del tempo? Di ogni cosa si parlerà a pranzo.
2.
Nato a Faenza nel 1911, Augusto Frassineti proviene da una famiglia di possidenti in Romagna. Frequenta la facoltà di Filosofia a Bologna, dove è affascinato dalle lezioni di Storia dell’arte di Roberto Longhi. Richiamato alle armi nel 1940, matura la scelta antifascista con Giustizia e libertà ma viene fatto prigioniero in Sicilia e trasferito in campi tra Tunisia, Algeria e Marocco, viaggiando su carri bestiame. Verso la fine della guerra partecipa attivamente alla Resistenza in Francia, collaborando con le truppe alleate.
Rientrato in Italia nel luglio 1945, viste la sua esperienza e l’attività educativa svolta durante la prigionia, viene nominato da Emilio Lussu direttore del Servizio reduci del neonato ministero dell’Assistenza postbellica, istituito dal governo Parri. Nel 1947, col secondo governo De Gasperi, viene trasferito al ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, in sostanza declassato nelle responsabilità e nei compiti. Frassineti svolge anche una carriera intensa di traduttore, che comprende un’apprezzata versione italiana di Gargantua e Pantagruele di Rabelais. Ma Frassineti è soprattutto autore della grande opera sulla burocrazia italiana, Misteri dei ministeri, più volte riscritta e ripubblicata. La sua carriera di scrittore gli vale numerose amicizie, tra cui Manganelli, e alcuni riconoscimenti. Misteri dei ministeri nell’edizione Longanesi è finalista al Premio Strega 1959, l’anno in cui vince Il Gattopardo, con Mario Praz e Pier Paolo Pasolini rispettivamente secondo e terzo classificato. Frassineti arriva ultimo, preceduto da Franciosa, ma negli anni Sessanta sarà altre due volte nella cinquina dello Strega.
Al centro della sua opera surreale non c’è propriamente la burocrazia, bensì un’altra forza misteriosa e possente: la «ministerialità», definita come la riduzione a quantità semplice e inerte di ogni cittadino. Una forza che non serve a nulla ma si autolegittima e si esprime attraverso una lingua che mira a vincolare e nascondere ogni operazione. Il risultato di questa forza è uno stato specifico, il purgatorio in cui il tempo si colloca in una fase istruttoria destinata a una durata indefinita. La pratica giustifica la propria esistenza, attraverso profondi paradossi filosofici. Come spiega Frassineti, quando in un ufficio un individuo non pensa e gli altri impiegati si dedicano a pensare cosa mai pensi quel collega che non pensa, si crea una dinamica complessa in cui è impossibile distinguere chi stia pensando da chi non lo fa. L’energia del sistema è sempre impegnata nell’osservazione e nella gestione dei processi interni, anziché produrre risultati esterni. In questo universo, la legge del precedente può regnare nella pace del purgatorio annullando la pericolosa deriva verso un pensiero concreto, che potrebbe condurre all’inferno o al paradiso dell’agire.
Frassineti espone la sua teoria generale in forma quasi scientifica. Immagina la ministerialità come un campo di forze che pervade gli ambienti amministrativi: perfino gli oggetti – il timbro tondo, il telefono, il fermaglio, il fascicolo polveroso, gli stipiti delle porte – diventano focolai di energia occulta. Gli oggetti emettono radiazioni ministeriali, alimentando quel processo di «ministerializzazione universale» che tutto uniforma e immobilizza. Gli individui esposti a lungo a tali influssi sviluppano vere e proprie patologie: c’è chi diventa apatico e ottuso, chi nervoso e paranoico, chi regredisce intellettualmente – come nei casi clinici catalogati con puntiglio in tutta l’opera.
In tutto ciò c’è anche un sottotesto teologico e liturgico. I misteri dei ministeri portano in prosa i ministeri dei misteri. Il ministerium è la funzione del servizio, di chi esprime il mysterium, non più gnosi inattingibile ma oggetto della rivelazione di Dio e dell’incarnazione. Come nelle lettere paoline, Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, Cristo, in cui sono nascosti tutti i segreti della sapienza e della scienza. I ministri debbono servire Cristo, esprimendo e servendo il mistero sulla Terra, sempre conservando una riserva rispetto alla visione quantitativa e terrena. Nella teologia rovesciata di Frassineti, invece, è il mistero a dover servire il ministero, con un risultato tragicomico e surreale.
Questa cerimonia avviene in un certo luogo e nella connessione di quel luogo con gli altri spazi dell’Italia. Nella finzione del romanzo satirico, le osservazioni firmate da Frassineti giungono «dai dintorni di Roma». È a Roma che Frassineti incontra i problemi sociali del dopoguerra (il reinserimento dei reduci, l’assistenza agli invalidi, l’istruzione dei meno abbienti) che sono il sottotesto reale delle sue storie grottesche. In Misteri dei ministeri Frassineti fornisce un’analisi sempiterna della cappa di leggi che avvolge il nostro paese, del riflesso pavloviano per cui le aspettative sociali possano essere realmente affrontate da una norma in più.
La tecnica della ministerialità è «creare un miraggio (progetto di legge o schema di provvedimento) inteso a produrre una sindrome di aspettative e brame nel corpo sociale, così che vi sia un grande numero di cittadini credenti o fiduciosi di poter fruire di alcuni benefici o soddisfare certi bisogni, mediante adempimenti formali assai semplici». Quando la promessa viene puntualmente disattesa dall’approvazione della legge, perché questa non fa accadere nulla o perché rimanda ad altre leggi o norme di rango inferiore che si accartocciano l’una sull’altra fino alla presentazione del successivo provvedimento-miraggio, allora il cittadino di Frassineti prende la parola e scrive ai ministeri. Misteri dei ministeri è anche una collezione di queste lettere, che giungono dai territori e dai tipi umani più disparati. Lettere che sopravvivono alla morte e che sempre sono destinate al luogo che tutti hanno in mente: Roma. Spesso mostrano un linguaggio sgrammaticato e dialettale, come la lettera a firma di Germanico Armando: Al Ministro del Lavoro/ che ha promesso un premio di un milione a chi trova il miliore modo di levare la disocupasione Roma.
Le lettere ai ministeri e ai ministri inventate (forse collezionate e remixate) da Frassineti ora potrebbero provenire dagli ascoltatori di un programma come La Zanzara, divenuto una specie di autobiografia della nazione del tempo nostro. Il «conosci te stesso» della ministerialità, secondo le maschere di Frassineti, fa risplendere la «chiarezza interiore onde soltanto la verità si rende in potere dell’uomo», attraverso una formula più minuziosa di quella dell’oracolo di Delfi: «Impara a distinguere, mercé lo studio di soggetti ministerializzati, il grado di ministerializzazione cui tu stesso sei giunto o al quale potresti giungere compiendo certi atti o dando libero corso a certe tue inclinazioni».
L’organizzazione della politica estera dell’utopia/distopia proposta da Frassineti, «l’amministrazione all’aperto» con cui prende in giro i continui tentativi di portare più trasparenza, si fonda sul primato della firma rispetto alle decisioni politiche sulla guerra e la pace. Così attraverso la ministerialità viene domata anche la categoria amico/nemico di marca schmittiana. Frassineti spiega come fare: «I nostri agenti si infiltrano negli Stati maggiori e nelle cancellerie come personale addetto alle pulizie e all’utilizzo dei rifiuti. Il loro compito è quello, oltre che di provvedere al proprio sostentamento e di accantonare conserve alimentari anche per uso della comunità nazionale, di inserire fra gli atti destinati alla firma dei responsabili i nostri trattati di pace, che vengono poi sottratti non appena firmati. È arcinoto che i capi non sanno mai bene quello che firmano. Ma non saranno loro a dichiararlo o ad ammetterlo. Così, una firma è sempre una firma». Non succederà mai veramente nulla. Non è ministerialmente possibile fare la guerra, in questo purgatorio indefinito. Non è possibile dichiarare, mobilitare, organizzare. Ci sarà sempre pace.
La ministerialità ha pertanto vinto la morte, perché ha superato ogni distinzione tra cose morte e vive. Tra le varie petizioni ricevute dai ministri, c’è anche quella di chi è sfuggito all’invecchiamento, su cui un cittadino chiede un conforto ministeriale, il riconoscimento bollato delle sue capacità. È anche una delle poche parti dell’opera frassinetiana in cui si fa cenno allo sport, con un riferimento senz’altro polemico per i romani e difficilmente casuale. Il cittadino Olimpio Gentilini scrive nel 1950: «In effetti, quale dipendente statale, fin dal 1913, data del mio trasferimento in questa capitale, ho seguito istantaneamente la “Lazio”, e qualche volta anche in trasferta. E ora, a 105 anni suonati, non manco, quando la pioggia lo consente, di assistere alle partite casalinghe, e non le dico quanto sia amareggiato quando la “Lazio” perde punti in classifica».
3.
Nella nostra epoca gli effetti della ministerialità sono ormai misurabili e ciò fornisce una prova teleologica dell’esistenza del dio in questione, che sarebbe la suprema potenza dell’impotenza della ministerialità. In teoria, il principio fondamentale dello Stato di diritto richiede che le leggi siano chiare, accessibili, intelligibili e prevedibili. Ciascuno è libero di crederci, consapevole che il divario tra la teoria e la pratica possa oggi essere calcolato. La misurazione dell’incertezza legale del sistema è stata ottenuta in un paper del Baffi Centre dell’Università Bocconi attraverso l’analisi dell’intero corpus legislativo italiano (oltre 75 mila statuti e quasi 100 milioni di parole) e si basa sulla probabilità di disaccordo tra la Corte suprema di Cassazione e i tribunali inferiori. La scarsa qualità redazionale è un fattore chiave: l’85% delle frasi nella legislazione italiana supera il massimo raccomandato di 25 parole per garantire la chiarezza, dentro un labirinto continuo di rimandi e subordinate. L’ambiguità crea incertezza sui diritti e sugli obblighi, disincentivando investimenti e attività economiche che necessitano di protezione legale. Si stima che il pil italiano risulterebbe superiore del 5% se le leggi fossero redatte con la stessa chiarezza che caratterizza i princìpi fondamentali della costituzione. Circa due terzi di questa potenziale perdita si sono accumulati negli ultimi vent’anni a causa di un deterioramento sempre più marcato della qualità di stesura delle leggi.
Il ruolo salvifico del miraggio legislativo diviene un riflesso pavloviano, per cui davanti a qualsiasi questione «serve una norma». Ciò è dovuto anche alla specifica formazione della classe ministeriale, che ha un profilo spiccatamente giuridico. Tema ormai arcinoto. L’Italia ha già svolto molti anni fa, con l’avvento del governo Renzi, un dibattito sull’eccesso dei giuristi e dei consiglieri di Stato negli apparati statali. Il seguito concreto di quel dibattito è stato l’arrivo di più consiglieri parlamentari e consiglieri della Corte dei conti. La crescita di un altro apparato crea però altre critiche e resistenze. E così all’infinito.
Come osservato da Roberto Garofoli e Carlo Deodato in quel dibattito, con interventi nel 2014 e 2015, siccome devono esistere per forza élite e un governo deve esserci, alcuni apparati giuridici hanno semplicemente riempito i vuoti lasciati dagli altri: dall’assenza di una scuola di classe dirigente alla voragine del sistema dei partiti. Per funzionare, l’Italia ha bisogno di élite politiche: di un sistema di partiti degno di questo nome e di leadership che emergano attraverso l’esperienza e la lotta politica. In Italia lo Stato non può funzionare senza partiti, la nostra storia dopo la guerra fredda l’ha ampiamente dimostrato. Le «manine» tecniche sono sempre autolimitazioni della politica cui spetta riempire vuoti e occupare spazi, mentre il dovere dei tecnici è fornire le opzioni su cui avverrà la scelta, che dev’essere politica sulla base di un linguaggio che il politico deve comprendere e maneggiare. A questa visione ideale, o se si vuole manualistica, del circuito democratico e istituzionale, si è sostituito un cortocircuito che, per parafrasare Sraffa, è la produzione di norme a mezzo di norme.
Sulle tracce di Rabelais, Giorgio Agamben ha ricordato che c’è una dismisura maccheronica della lingua: una lingua con un corpo protuberante, in cui le parole possono avere cinquantasette lettere, in cui crescono organi imprevisti e sorprendenti che generano una nuova circolazione, sempre più assurda. Questo corpo della lingua europeo, quattrocentesco e cinquecentesco, nella legislazione del XXI secolo in Italia si presenta come un indefinito elenco di «visto», «ai sensi» e altre formule, spesso col contributo analfabetico dell’eurolingua. È l’immaginazione mistica dello Pseudo-Dionigi Areopagita in forma di perfetta inutilità. Rimandi pantagruelici così assurdi da generare una continua flatulenza rabelaisiana. Mentre lo Stato non può funzionare senza partiti, il corpo della lingua può continuare a inseguire con la piega infinita del barocco.
A confronto con questo baraccone, qualcuno dovrà pur lavorare. Anche, tra l’altro, per pagarne il funzionamento. Da sempre la lingua asciutta, di cui la prosa di Luigi Einaudi rappresenta un esempio insuperato, si confronta con questa sfida immane: la lotta impari contro la ministerialità. «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno».
Il presidente piemontese dedica questo elogio dell’imprenditorialità che nonostante tutto tira la carretta dell’Italia a un’impresa della sua Dogliani. Il celebre «nonostante tutto» rappresenta un riconoscimento della ministerialità, un inchino rigoroso alla sua straordinaria potenza. Certo, in apparenza l’imprenditore idealizzato da Einaudi non si arrende e va avanti. Il paper del Baffi Centre ci ricorda che le aziende cercano di proteggersi dalle leggi ambigue. Oppure gettano la spugna, preferendo operare altrove. O ancora (questo non c’è nel paper, ma sappiamo che è realtà) operano nel territorio italiano, ma in una zona grigia in cui le leggi non possono essere ontologicamente rispettate perché non si sa che cosa significhino.
Secondo gli economisti, migliorare la chiarezza del testo legislativo è una strategia essenziale per rafforzare lo Stato di diritto e promuovere la crescita a lungo termine. È una questione di sopravvivenza, un’esigenza esistenziale. Le loro conclusioni sono inevitabilmente accompagnate dal ghigno di Frassineti. L’autore di Misteri dei ministeri infatti ha previsto anche, tra le pieghe di un’altra sua opera, la risposta a questa situazione di paralisi e frustrazione: la bestemmia. Essa non riguarda solo i petulanti che scrivono lettere ai ministeri in dialetto. Gli imprenditori idealizzati da Einaudi, posti davanti alla ministerialità, non possono limitarsi a lavorare. Debbono bestemmiare.
4.
Per anni, l’idea di spostare i ministeri da Roma è stata proposta e riproposta come strategia riformatrice, capace di generare velocità ed efficienza. Già Alberto de’ Stefani, ministro delle Finanze e del Tesoro di Mussolini negli anni Venti e poi consigliere economico-finanziario di Chiang Kai-shek negli anni Trenta, condannato a morte per contumacia dalla Repubblica Sociale Italiana per l’adesione all’ordine del giorno Grandi, autore di decine di volumi di varia umanità e perfino della prefazione agli scritti del padre di Mario Draghi, scrive nel 1928: «La velocità è un obbligo, e naturalmente, essendo un obbligo fondamentale, non lo si trova nella legge che elenca i doveri del pubblico impiegato. La legge gli consente di non essere veloce. Ma è il suo capo che non deve consentirglielo».
Il trasferimento, secondo l’ipotesi del decentramento, avrebbe sconfitto l’inerzia e portato in auge una velocità futurista. La nebbia avrebbe contributo a diradare la luce accecante della ministerialità. L’episodio più noto si verificò nel 2011, mentre l’Italia riceveva una certa pressione internazionale (per usare un eufemismo). Su spinta della Lega, la decisione fu presa: trasferire le sedi distaccate di varie entità, a partire da dipartimenti della presidenza del Consiglio come Riforme e Semplificazione, presso la Villa Reale di Monza. L’evento fu realmente celebrato nell’estate 2011, in una realtà parallela, mentre in un altro multiverso non meno fantascientifico l’Italia era ritenuta sola radice d’ogni male dell’Eurozona. Da Bergamo veniva annunciato anche il decentramento di vari ministeri come il Lavoro, lo Sviluppo economico, addirittura l’Interno e l’Economia.
Come osservato dalle cronache dell’epoca, che nelle drammatiche settimane della guerra libica erano costrette a calcolare il numero di ministeriali in odore di trasferimento, non sarebbe stato possibile accomodare alla Villa Reale, anche con un uso fantasioso dei giardini, i dipendenti dei grandi apparati dello Stato. Inoltre, il ministero dell’Economia era divenuto il ministero per eccellenza: regnava solitaria, per la contrazione delle possibilità finanziarie italiane e il patto consociativista della spesa, la lunga storia della «burocrazia della cifra» ben descritta nell’approfondita opera di Guido Melis e nelle acute disamine di Sabino Cassese. Uno degli aspetti non abbastanza chiariti nell’interessante libro Io sono il potere, che celebra i capi di gabinetto e il loro potere romano, è che il capo di gabinetto di un’entità che non ha alcuna capacità di spesa non possiede alcun potere autonomo. Il suo spazio d’azione è sempre determinato dal ministero dell’Economia e dalle sue strutture. Pertanto si può autodescrivere non con la formula «io sono il potere», ma con quella «io sono il potere di chiedere in ginocchio l’adattamento di una o più tabelle».
Come noto, la fuga in Brianza finì nel fallimento. Non per ragioni politiche o economiche, ma per un’azione legale promossa dal sindacato indipendente della presidenza del Consiglio. Nelle settimane in cui Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ridevano del governo italiano, il Tribunale di Roma bloccò il trasferimento poiché sul tentativo di deromanizzazione non erano state attivate, come previsto dalla legge, l’informazione preventiva e la concertazione. L’apparato romano aveva utilizzato le proprie procedure per sconfiggere i suoi padroni politici provvisori, com’era ministerialmente prevedibile. Il successivo governo ratificò la sconfitta, chiudendo le sedi di Monza che comportavano un aggravio di costi: la ministerialità come forma di risparmio, come era ministerialmente dimostrabile. Nelle loro diverse incarnazioni e trasformazioni, i partiti hanno proposto altre volte di spedire i ministeri altrove. Nel caso queste fantasie andassero avanti, troveranno sempre un tribunale amministrativo, un sampietrino su cui inciampare.
5.
È l’inizio dell’estate 2016 al ministero dell’Economia e delle Finanze, il palazzone di via XX Settembre sempre in corso di attuale o imminente ristrutturazione. Al tempo lavoro in quel palazzo, che ha bar più modesti rispetto alla Farnesina e privi della vista dall’ultimo piano di Largo Chigi (spesso in ristrutturazione). Ai nostri uffici è arrivato il documento redatto da un funzionario, che prevede l’esenzione totale dalla tassazione per chi investirà nei piani individuali di risparmio. Alcuni aspetti devono essere ancora rifiniti, varie opzioni sono al vaglio del ministro e del capo di gabinetto, ma la politica nel suo scheletro è pronta e con esso la norma. La struttura è impegnata a trovare il veicolo legislativo adatto e a convincere Palazzo Chigi dell’utilità dello strumento, i cui costi appaiono contenuti. Lo identifica un acronimo: Pir, Piani individuali di risparmio.
Nei giorni successivi del provvedimento, pensato per canalizzare il risparmio verso il mercato dei capitali connettendo risparmio e investimento, parleranno i giornali. Nessuno menziona quel funzionario, che tuttavia potrebbe avanzare per quel provvedimento un senso di possesso non dissimile da quello di Andrea Monorchio, ricordato da Guido Melis: lo storico ragioniere generale dello Stato si specchiava con orgoglio in una norma che aveva partorito lui e che nessuno aveva modificato, nemmeno di una virgola (le virgole sono importanti). Il suo tesoro. Per capire l’aneddoto di Monorchio, bisogna specificare che ai suoi tempi si credeva ancora che il parlamento potesse esercitare un potere concreto nel nostro ordinamento, a parte l’elezione del presidente della Repubblica e di qualche altra autorità.
Del resto, chi diavolo è quel funzionario? Non è particolarmente noto fuori dal ministero. Lo conoscono gli operatori del settore, partecipa agli incontri dei gestori e delle associazioni di categoria come prevede il suo ruolo, ma alla stragrande maggioranza delle persone – comprese quelle che lavorano per il governo – la sua esistenza sfugge. Lo strumento è stato sviluppato attraverso le riunioni presso l’ufficio di Fabrizia Lapecorella, al tempo direttore generale delle Finanze. L’ultimo piano di via dei Normanni, con vista sul parco di Colle Oppio e il Colosseo, è un bel posto per lavorare al tramonto.
Il dipartimento delle Finanze è un pezzo dello Stato relativamente poco noto ai non specialisti. Per i temi fiscali l’attenzione si concentra più sull’Agenzia delle entrate e sulla Guardia di finanza, perché fanno paura. Il dipartimento è uno dei tasselli che compongono il ministero dell’Economia e delle Finanze, in cui all’inizio di questo secolo sono confluiti altri pezzi dello Stato come il Tesoro, il Bilancio e la Programmazione economica. Nella nuova fase storica di sicurezza economica e politica industriale di cui l’Italia è parte, volente o nolente, la «burocrazia della cifra» non è stata sostituita da una «burocrazia degli investimenti». Ancora una volta, la colpa non è della «burocrazia della cifra», che deve fare il proprio mestiere. Il punto è che col Pnrr (orrendo acronimo, peraltro) abbiamo dimostrato di nuovo, come già in passato con i fondi di coesione, che in questo paese non sappiamo investire nemmeno quando le risorse ci sono. Abbiamo fallito.
Quanto a quel tempo e a quel dipartimento, è rilevante il suo ruolo nella negoziazione internazionale degli assetti fiscali per gli accordi multilaterali e per le autorizzazioni europee sulle politiche fiscali italiane. Questo in teoria. In pratica ci sono le scelte politiche: lunghi negoziati sugli aspetti fiscali internazionali, poi gli Stati Uniti cambiano idea e salta tutto. In quel caso, poiché i Pir prevedono un incentivo fiscale per le persone fisiche che destinino risorse a veicoli d’investimento nei mercati di capitale italiani a cinque anni, è il dipartimento delle Finanze – stimolato dalla segreteria tecnica del ministro – a curare la redazione della norma, poi vagliata dagli uffici legislativi e dal gabinetto.
Rivedo le riunioni di via dei Normanni al tramonto quando, il 31 dicembre 2021, mi arriva una mail da quel servitore dello Stato. Nelle settimane precedenti, per alcune discussioni relative alla legge di bilancio, ho lavorato di nuovo con Fabrizia Lapecorella e con il suo staff e le ho detto di salutarmelo. La conversazione è avvenuta nelle stanzette della presidenza del Consiglio che si affacciano su piazza Colonna e dove, come Antonio Funiciello ha spiegato, lavora lo staff del presidente del Consiglio. Sono poche stanze, può capitare di confonderne una con il bagno quando si lavora fino a tardi; è capitato, qualcuno è veramente entrato nell’ufficio di un collega pensando di andare in bagno. Ciò ha suscitato l’ironia della Colonna che guarda la piazza e con l’energia ministeriale di cui è dotata commenta: «Ricordati che te ne devi andare», infondendo un sano senso di provvisorietà in chi passa di lì e a volte crede di comandare.
Quando nel 2021 il governo ha mangiato il panettone, quella persona del dipartimento delle Finanze mi ha inviato una mail di auguri che si conclude con la frase: «Sono convinto che saprete creare un paese migliore». Tanti anni nello Stato non sono riusciti a creargli una sana corazza di cinismo. Ho incontrato tante persone con questo curioso temperamento, avendo avuto la possibilità di servire lo Stato spesso, e di dimettermi. Ho così potuto corroborare le convinzioni espresse su questa rivista nel 2013: in Italia vige il potere di perdere tempo. Ci rimangono le imprese dello stereotipo di Einaudi. Mi schiero con loro. Sostengo la distruzione della modulistica che opprime le nostre vite e non serve a niente. Spero nel primato della politica. So che Roma fagocita ogni cosa e ci sopravvive. Ricordandoci la nostra caducità.
Mentre la luce colora di rosa e d’arancio i Fori imperiali illuminando le provvisorie vicende umane, mi sembra di sentire il commento di un cittadino romano alla mia corsa. Mi squadra e mi compatisce. Pronuncia quasi un sussurro, in tre parole: ma ’ndo cori.
Note
[1] J. D’HOSPITAL, Roma in confidenza, trad. it. Milano 1963, Rizzoli, p. 12. [2] Ivi, pp. 12-13. [3] G. MELIS, Uomini e scrivanie. Personaggi e luoghi della pubblica amministrazione, Roma 2000, Editori Riuniti. [4] A. FRASSINETI, Misteri dei ministeri, Torino 1973, Einaudi, p. 5. [5] Ivi, p. 74. [6] Ivi, p. 190. [7] Ivi, p. 224. [8] Ivi, p. 251. [9] Ivi, pp. 192-193. [10] T. GIOMMONI, L. GUISO, C. MICHELACCI, M. MORELLI, «The Economic Costs of Ambiguous Laws», Baffi Centre Research Paper n. 248, 8/6/2025. [11] R. GAROFOLI, «Doppi incarichi nelle istituzioni pubbliche», Corriere della Sera, 29/6/2014; C. DEODATO, «Senza élite non si governa», Il Foglio, 14/5/2015. [12] M. FOLLINI, «Da noi lo Stato non funziona senza i partiti», Limes, 4/2020, «Il vincolo interno», pp. 307-313. [13] G. AGAMBEN, Il corpo della lingua. esperruquancluzelubelouzerirelu, Torino 2024, Einaudi. [14] D. MARANI, «Glossarietto analfabetico dell’eurolingua», Limes, 1/2002, «Piccola grande Europa», pp. 99-110. [15] L. EINAUDI, «Dedica all’impresa dei Fratelli Guerrino», Dogliani, 15/9/1960. Per la lettura di Einaudi si veda G. BERTA, L’enigma dell’imprenditore (e il destino dell’impresa), Bologna 2018, il Mulino. [16] A. FRASSINETI, Tre bestemmie uguali e distinte, Trieste 2021, Italo Svevo. [17] Presentazione di A. DE’ STEFANI a C. DRAGHI, Scritti di tecnica bancaria, Roma 1964, Staderini. [18] A. DE’ STEFANI, L’oro e l’aratro, Milano 1929, Fratelli Treves Editori, p. 64. [19] N. COTTONE, «Con Bossi e Calderoli 36 ministeriali», Il Sole-24 Ore, 21/6/2011. [20] Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto, raccolte da G. SALVAGGIULO, Milano 2019, Feltrinelli. [21] G. MELIS, A. NATALINI (a cura di), Governare dietro le quinte. Storia e pratica dei gabinetti ministeriali in Italia, 1861-2023, Bologna 2023, il Mulino. [22] A. FUNICIELLO, Il metodo Machiavelli, Milano 2019, Rizzoli, p. 10. [23] A. ARESU, «Chi comanda in Italia? Il potere di perdere tempo», Limes, 4/2013, «L’Italia di nessuno», pp. 63-72.