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NEL SEGNO DI ROMA: ARCHEOLOGIA È GEOPOLITICA
di Giorgio Cuscito
L’archeologia è uno strumento della geopolitica. Lo studio delle civiltà del passato attraverso il recupero e l’analisi dei resti materiali non serve solo a ricostruire la storia dell’umanità, ma è un mezzo con cui le potenze di oggi legittimano le proprie ambizioni, rafforzano l’identità nazionale e proiettano la propria influenza nel mondo. In questo scenario, Roma occupa un posto unico. Il suo retaggio è un giacimento di simboli, modelli giuridici e soluzioni urbanistiche a cui attingono attori globali e regionali per convalidare la propria visione del presente.
- L’attrazione per l’Urbe è un fenomeno globale che attraversa i secoli e le geografie. Napoleone, il cui figlio ricevette il titolo di re di Roma, confiscò diversi reperti romani e fece riprodurre a Parigi monumenti dell’Urbe, come la Colonna Traiana. Nel XX secolo la Francia si servì dei ritrovamenti di epoca romana in Algeria come pretesto per giustificarne la colonizzazione. In Israele e in particolare a Gerusalemme gli scavi archeologici, inclusi quelli risalenti alla dominazione di Roma, sono stati oggetto di contesa tra israeliani e palestinesi. La Città santa è l’unica paragonabile a Roma (anche in quanto centro della cristianità) in termini di potere attrattivo, rimasto invariato nei secoli a prescindere dai cambiamenti politici, economici e demografici.
La Russia degli zar prese o copiò artefatti romani per avallare l’idea di Mosca quale Terza Roma. L’architettura classica si rintraccia nella capitale russa e a San Pietroburgo. L’iconografia statunitense e la stessa Washington sono piene di riferimenti all’Urbe, come l’aquila araldica che rimanda al Sacro Romano Impero. La Cina di Xi Jinping magnifica le (scarse) interazioni tra Celeste Impero e Città eterna, studia le ragioni del suo successo e i metodi di conservazione del suo retaggio.
Tutto ciò assume per l’Italia una valenza particolare. L’ammirazione altrui per il passato e la posizione geografica della Penisola sono spunti da cui trarre preziose lezioni per il miglioramento della nostra pedagogia. La riconfigurazione delle priorità statunitensi, il minore interesse di Washington per il Mediterraneo e la crescente presenza di Russia, Cina e Turchia in Africa impongono una riscoperta del valore storico e geopolitico dell’Italia nel quadro di una più ampia ridefinizione della strategia nazionale. Senza cadere in maldestri paralleli nostalgici, come accaduto nei periodi più bui della nostra storia.
- Le origini dell’archeologia a uso geopolitico sono legate all’Italia. Nel medioevo le precarie condizioni dei ruderi romani contribuirono paradossalmente ad alimentare l’idea della sua eternità. In Occidente, immagini e edifici della Roma imperiale divennero oggetto di emulazione. Ciò favorì la crescita del mito, che influenzò il pensiero di sovrani come Carlo Magno, Federico II e Carlo V. Determinante fu tra il XIV e il XV secolo il contributo di Ciriaco Pizzecolli (1391-1452/55), detto Ciriaco d’Ancona. Mercante, diplomatico e spia, è annoverato tra i padri dell’archeologia ed ebbe un ruolo di primo piano nel recupero della tradizione classica (alla base dell’umanesimo) perseguito dall’élite dell’impero bizantino e dal sovrano Manuele II a scopi eminentemente geopolitici: opporsi all’invasione turca (anche) diffondendo in Europa l’idea che far sopravvivere l’impero significava custodire le radici della civiltà occidentale.
Ciriaco promosse il collezionismo delle antichità nelle relazioni tessute con sovrani, mercanti e intellettuali. Aver compiuto spedizioni e raccolto sul posto informazioni su monumenti e reperti impreziosiva il suo operato e sottolineava l’importanza dell’esperienza diretta. La geopolitica con i piedi consolidava l’affidabilità dell’opera di Ciriaco. Questi visitò monumenti raccontati nei testi antichi, a volta confutandone i contenuti. La restauratio temporis, come lui stesso la definiva, serviva a manipolare il valore storico del passato per salvare l’impero orientale, che conservava il retaggio della cultura greca classica. Parafrasando il professor Giorgio Mangani, «l’invenzione della tradizione» da parte di Ciriaco divenne un collante identitario e un’arma da guerra.
Altro pioniere dell’archeologia fu Giovanni Battista Belzoni (1778-1823), figura di primo piano nel campo dell’egittologia e forse una delle figure da cui Steven Spielberg ha tratto ispirazione per il personaggio di Indiana Jones. Nato a Padova da famiglia romana, visse la sua gioventù a Roma. Lì si dedicò agli studi monastici, all’idraulica e alla conoscenza dell’antichità, affascinato dai resti della Città eterna. La abbandonò con l’arrivo dei soldati di Napoleone e giunse in Inghilterra. Presto decise di recarsi in Egitto per costruire macchine per l’irrigazione. Così iniziò la sua avventura a oriente, dove per conto del governo britannico svolse ricerche archeologiche, corse pericoli ed entrò in contatto con il «vero carattere» di «turchi, arabi, nubiesi, beduini e ababdei». Durante il suo viaggio, Belzoni scoprì a Giza l’ingresso della piramide di Chefren (la seconda per grandezza dopo quella di Cheope) e diverse tombe (inclusa quella meravigliosa di Seti I) nella Valle dei Re, vicino all’odierna Luxor. I suoi successi furono possibili grazie anche all’incredibile capacità di entrare in sintonia con le popolazioni locali. Tornato a Padova, fu accolto calorosamente: ormai era conosciuto in tutta Europa. Nel 1821 inaugurò a Londra una mostra che simulava due stanze a grandezza naturale del complesso sepolcrale di Seti I. L’anno dopo lo zar di Russia Alessandro I lo ricevette personalmente a San Pietroburgo.
Nel XIX secolo Giuseppe Mazzini usò il concetto di Terza Roma – dopo quella dei cesari e quella dei papi – per immaginare il risorgimento dell’Italia unita. Per lui rappresentava «il tempio dell’umanità». Quando nel 1861 venne proclamato il Regno, vi era la convinzione che l’unità nazionale non potesse compiersi fin quando Roma fosse rimasta sotto il governo pontificio. L’Italia aveva bisogno dell’Urbe e del suo mito per contenere le spinte separatiste.
Dopo la prima guerra mondiale Roberto Paribeni – direttore del Museo nazionale romano e poi capo dell’Ente per le missioni archeologiche in Oriente – e l’archeologo sottotenente del Regio Esercito Biagio Pace – esperto di Grecia e Anatolia – contribuirono a espandere gli interessi italiani verso est. Per Pace, tra i protagonisti dello sbarco presso Adalia (odierna Antalya) nel 1919, gli archeologi dovevano essere la «cavalleria in avanscoperta» di Roma. Quando fu inviato nel Dodecaneso, occupato temporaneamente dall’Italia durante la guerra con la Turchia, aveva tra i molti compiti quello di retrodatare la presenza italiana per legittimare l’eventuale annessione. All’archeologo spettava il compito di dimostrare i legami tra la regione e la Penisola fin dalla Roma antica. In quel periodo, Pace scrisse: «Mi sembrò di conoscere concretamente cosa fosse il mio sogno della funzione mediterranea dell’Italia».
Nel Novecento il fascismo si servì tragicamente del mito di Roma e dell’archeologia per legittimare la politica imperialista, sviluppare una presenza in paesi stranieri, raccogliervi informazioni e condizionarne l’opinione pubblica. Nacquero così la Reale accademia d’Italia e l’Istituto per il Medio e l’Estremo Oriente (Ismeo). Nel 1923 Mussolini istituì formalmente il Natale di Roma per legarne le origini all’ideologia fascista. Poi ordinò la costruzione di edifici come il Foro italico (all’epoca Foro Mussolini) e il palazzo della Civiltà italiana (noto come Colosseo quadrato), diretto riferimento all’Anfiteatro Flavio. Questo, con la realizzazione nel 1932 di via dell’Impero (oggi dei Fori imperiali), fu collegato visivamente a piazza Venezia da dove Mussolini pronunciava i suoi discorsi e ostentava il maldestro nesso tra le sue ambizioni e il glorioso passato di Roma. L’urbanistica del centro della capitale mutò fortemente a causa delle diverse demolizioni. Per le medesime ragioni, il Duce creò nuovi centri urbani con nomi (come Littoria, Sabaudia, Pomezia) e architettura di matrice latina.
Nel secondo dopoguerra iniziò la riorganizzazione delle attività archeologiche italiane, con la ripresa di scavi nella Penisola e la promozione dell’archeologia subacquea, nel cui ambito uno dei più famosi ritrovamenti fu quello dei Bronzi di Riace nel 1972. Oggi il recupero di antichità dagli abissi rientra nel perimetro del Polo nazionale della subacquea, istituito per integrare le capacità di grandi industrie, start-up, università e centri di ricerca con quelle della Marina e delle istituzioni al fine di proteggere meglio i fondali italiani.
A fine anni Sessanta l’archeologo Paolo Matthiae scoprì l’antica città di Ebla in Siria (uno dei più grandi ritrovamenti del secondo dopoguerra), dove tra il 2013 e il 2016 lo Stato Islamico (Is) ha distrutto e spogliato numerosi siti. Tra questi Palmira, con i suoi resti di epoca romana. Dopo che il governo di Baššār al-Asad ne riprese il controllo, archeologi e restauratori italiani e siriani hanno collaborato al ripristino di due busti funerari risalenti al II-III secolo d.C. presso il laboratorio di restauro dei materiali lapidei nella sede di San Michele a Ripa, a Roma. Le opere sono tornate in Siria nel 2017. Oggi Damasco sta rilanciando con fatica il turismo. Nel museo di Palmira spicca un ritratto del suo direttore Khaled al-As‘ad, archeologo ucciso dall’Is nel 2015 perché rifiutatosi di rivelare dove fossero le opere più preziose. Ricevuta la notizia, i musei italiani hanno esposto le bandiere a mezz’asta in suo onore.
- L’interesse della Cina per il mito e l’archeologia di Roma costituisce il caso più curioso. Sembra un paradosso, visto che si tratta della potenza che sta sfidando il primato degli Stati Uniti e tentando di alterare il sistema internazionale a guida occidentale. Invece è perfettamente nella logica di chi studia nel profondo il proprio avversario per trarne ispirazione e scovarne i punti di debolezza.
La distanza geografica tra Roma e Pechino non consentì rapporti intensi tra le due culture. Le dinastie cinesi derivavano la loro forza dalla condizione semidivina dell’imperatore, che governava «su tutto ciò che era sotto il cielo» (tianxia). Il sovrano chiedeva che emissari di altri popoli venissero a corte per inginocchiarsi e riconoscere la sua superiorità. Eppure è documentato che i cinesi avessero un profondo rispetto per i romani. Al punto che gli Han li chiamavano Da Qin (i grandi Qin), come la prima dinastia dell’Impero del Centro. Negli antichi registri cinesi si narra di un viaggio di emissari di Marco Aurelio presso il comando degli Han in Vietnam nel 166 d.C. e prim’ancora di quello del generale Gan Ying nel 97 d.C. per aprire i rapporti con Roma. Entrambe le vicende sono state ricordate da Xi Jinping nel 2019, durante la sua visita in Italia per assistere alla firma del memorandum sulle nuove vie della seta. Ma Gan non giunse mai nell’Urbe: i parti lo fermarono, temendo di perdere il ruolo di intermediari lungo le rotte che collegavano Oriente e Occidente.
Per alcuni anni si è creduto alla tesi – poi smentita – del professore di Oxford Homer H. Dubs secondo cui gli abitanti di Zhelaizhai (l’antica Liqian), ai margini del deserto del Gobi, fossero discendenti della legione romana guidata da Marco Licinio Crasso che nel 53 a.C. fu sconfitta e fatta prigioniera dai parti nella battaglia di Carre. Dopo di ciò, secondo il mito, i suoi soldati avrebbero combattuto al fianco degli Han contro gli unni nella battaglia di Zhizhi, per poi stanziarsi in Cina. La tesi si basava sulla presenza a Liqian di edifici che ricordavano l’architettura classica e sui tratti apparentemente europei degli abitanti.
Negli anni Novanta in Cina la vicenda ha scatenato l’attrazione per Roma, con tanto di produzione di romanzi e serie televisive dedicate alla leggendaria legione. A Liqian sono state erette strutture e statue in stile romano a scopo turistico, con tanto di figuranti in abiti da legionari. Nel 2007 il governo del Gansu ha prodotto un libro dal titolo La legione romana scomparsa, con immagini di luoghi storici locali. Nel frattempo prendeva piede la collaborazione con l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro italiano, che portò nel 1995 alla creazione del Centro per la conservazione a Xi’an (dove si trova il mausoleo del primo imperatore Qin e l’esercito di terracotta) e poi nel 2003 al restauro del Padiglione della suprema armonia (Taihedian) nella Città proibita, con tanto di visita dell’allora presidente Ciampi.
Nel 2023 Pechino si è servita dalla scoperta del sito archeologico di Tangchaodun (nel Xinjiang) comprendente rovine di un bagno pubblico in stile romano, di un tempio buddista e di uno nestoriano per sottolineare lo scambio culturale tra Cina e Occidente. È dagli anni Ottanta che la pedagogia nazionale cinese dà notevole spazio alla storia e alla cultura romana e greca. Nelle librerie sono aumentate le traduzioni dei testi classici e le università hanno centri ad hoc per il loro studio. Il corpus iuris civilis è stato il punto di riferimento del vigente codice civile della Repubblica Popolare e tuttora in alcuni atenei cinesi si studia approfonditamente il diritto romano. Ciò pare in linea con la filosofia legista, particolarmente apprezzata da Xi, per cui leggi e forza sono due strumenti complementari per governare.
Nella Repubblica Popolare l’attrazione per Roma ha prodotto anche qualche distorsione storica. È il caso della ricerca dell’accademico Chang P. Liu, secondo il quale l’Urbe sarebbe stata fondata da coloni cinesi. Uno stralcio della sua tesi è stato pubblicato nel 2019 sul South China Morning Post, quotidiano hongkonghese attualmente di proprietà di Jack Ma, fondatore di Alibaba. Per Liu le lingue indo-europee deriverebbero da dialetti dell’Impero del Centro. In particolare, latino e greco sarebbero originati tremila anni fa da una variante del dialetto parlato nella penisola dello Shandong, dove nacque Confucio. La strampalata conclusione di Liu è che gli imperi greco-romani sarebbero «branche dinastiche occidentali dell’antica civiltà cinese». La dissertazione fortunatamente non ha avuto seguito, ma è l’esempio estremo di come alcune potenze possano sancire le proprie ambizioni tramite la riscrittura del passato.
In questo contesto rientra anche l’articolo pubblicato nel 2022 da un ricercatore dell’Ufficio per la cultura e il turismo di Zhangjiakou (Hebei) per il quale i reperti archeologici risalenti al Periodo delle primavere e degli autunni (770-746 a.C.) sarebbero la prova del fatto che la civiltà egizia sarebbe stata creata dai cinesi. Tale tesi, anch’essa infondata, è stata cancellata rapidamente dal Web e le autorità locali hanno avviato un’indagine contro il ricercatore.
Oggi Xi Jinping vuole che gli archeologi siano pienamente coinvolti nel progetto di «risorgimento della nazione». Vuole che facciano «capire in maniera profonda e migliore la civiltà cinese» e il suo contributo al resto del mondo insistendo sulla continuità identitaria tra epoca imperiale, repubblicana e comunista e sul fatto che la Cina ha oltre cinquemila anni di storia. Per Xi l’archeologia «con caratteristiche cinesi» deve «avanzare nella direzione corretta della storia» (quella che legittima la sovranità del Partito comunista) e opporsi alle «distorsioni del passato», giacché la cultura tradizionale è il «gene» della nascita e della longevità della nazione. Per questo, negli ultimi anni Pechino ha attribuito particolare importanza ai ritrovamenti archeologici della civiltà Yangshao, vissuta tra il 5000 e il 3000 a.C. nel bacino centrale del fiume Giallo, fulcro del nucleo geopolitico della Repubblica Popolare.
Nel forgiare la storia del «risorgimento della nazione», Xi sta attingendo all’esperienza dell’Italia. Nel luglio 2025 una delegazione dell’Istituto centrale per il restauro italiano è stata invitata nel Sichuan per visitare alcuni siti archeologici. Tra questi Sanxingdui, risalente a circa cinquemila anni fa. Due mesi dopo, nella medesima provincia si è svolto un seminario sino-italiano dedicato all’antica Shudao («la via del regno Shu»), il reticolato stradale che collegava la pianura di Guanzhong al bacino del Sichuan. Pechino vorrebbe preservarlo prendendo spunto dalla perizia italiana nella cura della via Appia. Shudao, secondo il governo cinese, favoriva l’interazione tra diversi gruppi etnici e perciò la stabilità dell’impero.
L’Italia è prima per numero di siti culturali e naturali patrimonio dell’Unesco (61), seguita dalla Cina (60). L’Appia, che raggiungendo il porto di Brindisi fornì a Roma il collegamento diretto con la Grecia, l’Egitto e l’Oriente, vi è stata inserita nel 2024. Ora Pechino vuole prendere spunto dai metodi di conservazione della Regina viarum per far ottenere il medesimo riconoscimento a Shudao e uguagliare il primato italiano.
- L’approccio archeologico ha molto in comune con l’analisi geopolitica. Sebbene quest’ultima si distingua per l’ambizione di contribuire al dibattito strategico e al processo decisionale di un dato paese, entrambe le discipline scavano nel passato per ricostruire i fattori che hanno determinato la condizione attuale di una collettività: conoscere il passato per illuminare il presente. In archeologia, come in geopolitica, ciò richiede la comprensione delle sfaccettature antropologiche dei popoli.
L’Italia può valorizzare il patrimonio storico e archeologico come strumento pedagogico e diplomatico nel quadro della riscoperta della sua marittimità e della difesa dei suoi interessi nazionali. Roma non fu impero solo grazie a una formidabile macchina militare. Contarono la pianificazione strategica, le grandi opere infrastrutturali, la sapiente amministrazione del territorio, la promozione culturale e la capacità di integrare popoli diversi. Tutti elementi che evidentemente le potenze di oggi studiano con attenzione per coltivare i loro progetti. E che l’Italia, in maniera proporzionata ai suoi mezzi e risorse, potrebbe fare nuovamente propri. Nel segno di Roma.