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L’UNICA VERA ROMA di Giuseppe DE RUVO
Tutti amano la Città eterna, ma nessuno si sforza di comprenderne la potenza. Ascesa e declino della romanitas americana. La lezione di Anchise: l’imperialità è arte, non scienza. L’eredità di Augusto è l’antidoto all’ordine del caos.
E avanza, e tripudia, Discordia, stracciato il mantello. Virgilio, Eneide, VIII, v. 702
1. R OMA NON SI DISCUTE. SI AMA.
Metro d’ogni impero che è stato, è e sarà, il mito dell’Urbe è innanzitutto fatto prerifessivo. Supplemento d’anima necessario per chiunque voglia lanciarsi in imprese fuori dall’ordinario, che si arroghino il diritto di fare e non vivere la storia. Inconsapevolmente prolungando quella della Città eterna, assunta a modello proprio per la sua lampante straordinarietà. Paradosso di ogni impero altro dal romano: in Roma ci si crede in quanto eccezione, dunque nonostante la consapevolezza di non poterne ripetere le gesta. L’Urbe è la differenza assoluta che può essere solo amata, mai pienamente compresa. Figuriamoci riprodotta. Dinnanzi al mito dell’Urbs che si fa orbis, la fides è di conclamata irrazionalità: credo quia absurdum et amo sine intelligere. Geopolitica purissima. Roma è un evento. Non ha mai smesso di iniziare e non ha alcuna intenzione di finire. Quando nel 27 a.C. Tito Livio si accinge a narrarne la fondazione, vorrebbe iniziare da quello che pare essere l’inizio. Ovvero la scontro fratricida tra Romolo e Remo, culminante con l’incoronazione del primo. Ma subito si vede l’impossibilità di questo approccio. Intanto la città che sorge dal limes tracciato sul Palatino prende il nome di entrambi i fratelli. Chi – meglio: cosa – ha allora fondato Roma? La vittoria di Romolo o il sacrifcio di Remo? Risposta: nessuno dei due, entrambi. «Roma», nomen omen, è sia Remo sia Romolo. È sia la vittima sia il carnefce. È la costante dialettica tra forma e forza. «Romé» in greco. Roma nasce da romé, dall’endiadi sottintesa all’incipit del testo di Livio, in cui l’Urbe oramai «condita» non viene dal nulla, ma sgorga da «Troia capta» . L’ordine, pax romana, emerge sul fondo della violenza che lo genera, la quale viene però subito incanalata in una forma,
organizzando la forza e dunque moltiplicandola: «La presa esige una fondazione; la fondazione esige una conquista» . Lectio magistralis, oggi dimenticata. La storia di Roma, anche nella sua traccia iniziale, è allora la storia di romé. Non pura violenza, ma forza capace sia di distruggere sia di creare. Roma cade e si fonda sempre di nuovo. La forza si riassorbe sempre in una forma. Roma condita, certo, ma solo perché Troia capta. Prima dell’Ab Urbe condita ci sono dunque i fatti narrati nell’Eneide, e prima di essi i drammi dell’Iliade e dell’Odissea. E così via, ad infnitum, fino a chissà dove. Dopo Roma ci sarà Costantinopoli, poi Mosca, poi Washington. E così via, ad infnitum, chissà per quanto. In avanti e indietro nel tempo «l’origine si ripete» , senza mai assomigliare a sé stessa ma culminando sempre nell’Urbe. Le cui vicende arrivano a farsi congruenti con quelle del mondo. La storia di Roma e della sua romé non è allora solo sine fine, ma pure sine principio. Altrimenti sarebbe mera Urbs infnita, non aeterna. Tutto questo non può essere compreso. Letteralmente. Come parlare dell’eterno? Non è possibile cum-prehendere una tale molteplicità e stringerla nel concetto (cum-capere). Roma è un amen, e solo così può essere intuita. È il fulmine di Giove che ne stabilisce l’eternità, il fulmen in clausula con cui Anchise/Virgilio spiega a Enea che l’«arte» dei romani sarà «di governare le genti, e dar costumanze di pace, usar clemenza a chi cede ma sgominare i nemici» . Sono profezie, mitologemi privi di reale elaborazione concettuale, nei quali il destino di Roma appare nondimeno manifesto: maestra delle genti. E tuttavia mai viene giustifcato il passaggio dalla violenza alla forma. Che, come nota Michel Serres, ha veramente del miracoloso: «Non era predicibile allo stato iniziale, non era completamente leggibile attraverso il movimento retrogrado del vero. Bruscamente, come per miracolo, la forma emerge dall’informe, cresce veloce adesso, semplice, totale: ha messo all’opera tutti. D’un colpo solo si fonda l’impero di Roma» . Nun se pò spiegà. Occorre correre il rischio di amarlo.
- In geopolitica, amare è mestiere allo stesso tempo imprescindibile e tragico. La massima di quell’artigianato di governo che qui proviamo a studiare potrebbe essere «ama pericolosamente». Perché l’amore è sempre tensione. Eros è figlio di Povertà , segue a una volontà di sapere che è sempre anche desiderio di vita, pulsione di morte e volontà di potenza. Platone ricorda che nell’amante c’è più amore che nell’amato. Risultato in prosa: chi ama deforma, tenta un’appropriazione, produce un’immagine dell’oggetto desiderato coerente con le sue aspettative. Col rischio di distruggerlo e perderlo per sempre. Ma amare Roma è destino da cui nessun impero può fuggire. Occorre accettare il rischio. Non ti fai impero senza amarla, senza riconoscerti schiavo di Povertà
e cercare pienezza nel mito dell’Urbe. Ovvero nella sua missione civilizzatrice, ecumenica e sine fine. Poco importa che il fundamentum della potenza di Roma rimanga mysterium inconoscibile, sospeso tra la leggenda e la rifondazione continua. Ciò che conta è amarla pensandosi suoi fgli. Del resto, anche Romolo e Remo erano, prima di qualsiasi altra cosa, prima di ogni fondazione, fgli dell’unico simbolo di Roma: la Lupa, che – in quanto non umana, disumana, sovraumana – resterà per sempre a loro inconoscibile. Roma, come la Lupa e la mamma, non si discute. Si ama. L’Urbe non è solo romé, ma anche ruma: la mammella che ha allattato la (non) sua prole. Qui sorge però il problema. Questo amore irrazionale, senza comunicazione, ricrea senza dubbio il mito, ma allo stesso tempo lo distorce. Roma è recuperata, resuscitata di continuo. Ma anche sfgurata perché incompresa. Forse incomprensibile. Circolo ermeneutico impossibile da estirpare. Per quanto un impero, qualunque esso sia, possa amare Roma, nondimeno questo amore nasce da Povertà. Dunque dalle esigenze del momento, dalla richiesta di legittimazione che emerge in una data fase storica. Roma è una, ma l’eros che porta gli imperi a fondarsi su di essa genera moltiplicazione e deformazione. A ciascuno la sua Roma. Fino a quando di quella vera non rimarrà più nulla. Paradosso dei paradossi: la fine dell’Urbs aeterna non avverrà con la sua scomparsa, ma a causa della pletora di attori che, forse per eccesso di amore, si ritengono suoi fgli. Tradendola. Recuperando parzialmente e selettivamente dei caratteri che, privi della lezione fondamentale dell’unica vera Roma, non fondano assolutamente nulla. E che, diluiti nell’ordine del caos che ci è capitato di vivere, si svelano tutto tranne che sine fine. Figuriamoci eterni. Roma non si discute. Si ama. Ma non è detto che l’amore sia corrisposto. Pensarsi fgli dell’Urbe non implica ipso facto essere tali. Tutto il contrario. Di Roma bisogna avere cura, dunque curiositas. Altrimenti il deformante eccesso d’amore conduce a un mondo altro, il nostro, in cui tutti i princìpi che orientavano l’Urbe sono messi in discussione. E in cui i sedicenti fgli della Lupa si scoprono orfani. Meglio: bastardi. Vista dal prisma capitolino, transizione egemonica significa meno romano dei mondi possibili. Apocalisse: al tempo stesso fine di un’epoca e rivelazione delle menzogne, delle narrazioni e degli amori insinceri. Impossibile pensare a una soluzione. Al cuor non si comanda. E tuttavia qualcosa può essere detto, per distinguere il grano dal loglio e cercare, in questa drammatica transizione egemonica che in quanto fnis Occidentis è anche fnis Urbis, di salvare almeno Roma e il suo mito. Dunque noi stessi, ancora cittadini di quell’impero che non ha mai smesso di cadere e che tuttavia oggi pare incapace di rifondarsi. Di certo non per colpa sua.
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- Passeggiando tra i monumenti della Città eterna, Georg Simmel centra un punto essenziale: «A Roma tutte quelle cose che, purtroppo, non possiamo definire se non “attrazioni turistiche” non ci appaiono come ci appaiono altrove: come si trattasse di punti di interesse isolati, indipendenti dal contesto e particolar
mente salienti, elementi che però potrebbero trovarsi in qualsiasi altro luogo; qui, al contrario, sono componenti di un tutto e ciascuno di essi sta in una relazione organica con gli altri grazie all’elemento unifcante che è Roma» . Ciò che vale per i monumenti dell’Urbe vale anche per la sua eredità imperiale. La forza militare, la iuris prudentia (opposto del legalismo), la missione civilizzatrice e la capacità di assimilazione non possono essere trattate alla stregua di attrazioni turistiche isolate. Sono parte di un qualcosa di organico, di una continua azione reciproca resa possibile, però, non dalla loro «mera somma» , quanto dalla presenza di Roma come elemento unifcante. L’Urbe produce imperialità così come produce sommo piacere estetico: «È il punto focale di raggi tanto divergenti: è questo l’apice estremo della sua grandezza, (…) ossia divaricare tutti gli elementi contrapposti ponendoli alla massima distanza tra loro, per poi ricondurli, con una forza tanto più sovrana, all’interno della sua unità» . E tuttavia, nota stizzito Simmel, capita che per le vie del centro passeggino anche turisti inconsapevoli di questo carattere unifcante della città di Roma. Costoro, per quanto attratti dalla bellezza delle cose, perdono di vista l’intero (das Ganze), dunque si aggirano per l’Urbe come fossero al supermercato, scegliendosi di volta in volta l’attrazione da visitare, come se questa potesse essere sciolta dal contesto, dalla potenza unifcatrice della Città eterna. Simmel non usa mezze parole: «A Roma, il tipico viaggiatore dilettante appare più incongruo e più insopportabile che mai, perché la sua attenzione è rivolta alle singole attrazioni turistiche come tali, così che per lui la somma di queste ultime corrisponde a Roma. (…) Egli non sente la bellezza di seconda potenza, quella che si erge a partire dalle singole bellezze al di sopra di esse» . Scrivendo di turisti, Simmel ha perfettamente riassunto il modo sbagliato di riferirsi al mito imperiale di Roma. Ammesso e non concesso che ce ne sia uno giusto. Chi ritiene che sia possibile dichiararsi eredi dell’Urbe recuperandone qualche tratto si comporta infatti come un visitatore inesperto e annoiato che, nel 2025 come nel 1898, approda nella capitale con l’unico obiettivo di buttare due spicci nella Fontana di Trevi, farsi una foto coi gladiatori al Colosseo e pagare 25 euro una carbonara terrificante a piazza Navona. Rinunciando, ovviamente, a respirare l’aria della città e a entrare in comunione con essa, neanche fosse a Disneyland (o a Milano). Il lettore l’avrà capito: siamo in piena zona Stati Uniti d’America. Beninteso: l’amore dei padri fondatori nei confronti di Roma era reale, distante anni luce dal turista bulimico che vorrebbe visitare nello stesso giorno i Musei vaticani, il Colosseo e magari cenare a Trastevere, meravigliandosi che il Tempio di Adriano stia in piedi da duemila anni. Persone come Madison, Hamilton e Washington amavano talmente tanto Roma che, oltre a adottare pseudonimi latini e a
costruire un Campidoglio, decisero di riferirsi direttamente a essa, rompendo la successione imperiale e il ciclo delle fondazioni. Washington non sarebbe stata la Quarta Roma – dopo Istanbul e Mosca – ma la Nuova Roma. Come Enea, fuggito da Troia capta, aveva viaggiato per poi approdare sulle coste italiane, così gli americani – in fuga dall’Europa – si accingevano a fondare una res publica dall’altra parte del mondo, governata dalle leggi e dalla libertà, pronta a diventare modello per il mondo. Nella sintesi, americanissima, di Greg Staley, classicista dell’Università del Maryland, le cose sarebbero andate più o meno così: «Il mito di Roma sosteneva che Roma fosse stata fondata quando i sopravvissuti della guerra di Troia lasciarono Troia, attraversarono il mare, reclamarono una nuova terra e alla fine ricrearono Troia a Roma. Gli americani lessero quella storia e dissero: “Questa è la nostra storia. I nostri antenati sono venuti dall’Europa attraversando i mari. Ora ricreeremo Roma qui”» . Tutto vero. E da prendere tremendamente sul serio. Al netto delle inevitabili strumentalizzazioni, il mito dell’Urbe è stato autentica benzina per il motore strategico degli Usa, che da Roma non hanno solo imparato la centralità del diritto, l’importanza di andare per mare e la necessità di fare di sé stessi un marchio, ma anche – elemento essenziale per la storia strategica di Washington – a farsi impero fngendosi repubblica. Capace di estendersi prima all’Ovest, poi all’Europa occidentale, infine al mondo. Ovviamente senza tradire i princìpi repubblicani, dato che era una legge storica a imporre che, prima o poi, tutti avrebbero potuto dirsi cittadini americani. Francis Fukuyama, giapponese assimilato e novello Virgilio, aveva persino decretato l’infnità di questo dominio: sine fine non per decreto gioviano, ma per esaurimento della storia, senza dubbio culminante nella globalizzazione liberaldemocratica a stelle e strisce. Trionfo dell’American way of life che avrebbe reso un «cinese del Guangdong indistinguibile da un newyorchese» . Civis americanus sum. Facile fare ironia oggi. C’è stata una fase in cui Washington pareva davvero essere la Nuova Roma. Superpotenza impareggiabile e faro di libertà, essa si presentava come compimento reale della translatio imperii, capace di ricentrare il potere mondiale in un soggetto degno del nome dell’Urbe. Nuova Roma e fine della storia, altro che Quarta. Lo spirito dei cesari arriva a Washington in maniera immediata. Senza fermarsi né a Bisanzio né a Mosca. Filiazione diretta: dai sette colli alla città sulla collina, dalla pax romana alla pax americana. Il tutto grazie all’eredità di persone come Madison, Hamilton e Washington, che amavano farsi chiamare con nomi latini e rinunciare, more augusteo, alla forma dell’impero per esercitare davvero l’imperium. Non ci sono dubbi: i padri fondatori americani non erano paragonabili agli attuali turisti che visitano le “attrazioni” della capitale per poi – nostalgia canaglia – andare alla ricerca di un bacon cheeseburger all’Hard Rock Café di via Veneto. Avevano davvero respirato, pur non essendoci mai stati,
- Citato in J. KELLY, «Maryland’s classics department looks at connections between Rome and Washington». The Washington Post, 17/3/2004.
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l’aria dell’urbs. La loro grandezza è quella descritta da Simmel: costoro riconobbero che, senza l’intero «Roma», nessuno dei suoi caratteri imperiali avrebbe potuto reggere. Non costruisci un Campidoglio se non hai capito che, per essere impero, Roma devi viverla. Non sezionarla a piacimento. Altrimenti non sarai mai sine fine. E tuttavia non è bastato. Dopo quella generazione di romanisti, il mito dell’Urbe si diluisce. Ne restano, appunto, pezzi sconnessi. Utili a ispirare le singole pratiche imperiali ma assolutamente privi di quel centro di mitopoiesi che erano state Roma e la sua leggenda. È un processo lungo che, se oggi ci appare evidente, ha in realtà radici profonde. Perché se fino a qualche anno fa lo strapotere mitologico, economico, tecnologico e propagandistico degli Usa poteva mascherare le crepe della sua forma imperii, oggi ciò non è più possibile. E dunque, per saggiare la potenza del terremoto che sta scuotendo l’America dunque il mondo, proponiamo di abbandonare la tradizionale scala Richter, per affdarci a una casereccia scala romana.
- Tesi guida: la gravità della crisi di quel che resta dell’impero americano è indirettamente proporzionale alla sua romanitas. Il confronto con 250 anni fa sarebbe impietoso. Ma non è neppure necessario farlo. Basta tornare al 2020, quando Limes – in un volume dedicato a «Il potere del mito» – elencava sei «parentele» tra Roma e Washington. Come si vedrà, ciò che all’epoca pareva essere ancora in piedi oggi è, se va bene, in pezzi. Procediamo con ordine. Prima parentela, giustamente defnita fondamentale: «Roma e America sono maestre al mondo nell’arte di assimilare. Mai entità etniche, ruotano attorno a un ceppo originario relativamente omogeneo non per sangue ma per sentimento» . Principio totalmente saltato. Washington ha rinunciato all’assimilazione sotto un duplice punto di vista. Primo: la nazione, lasciamo per ora da parte l’impero, è – per alcuni pezzi del movimento Maga che si propone di renderla di nuovo grande
- bianca e cristiana, dunque defnita etnicamente . Da way of life a identity. Rivoluzione copernicana. Americano non è più chi l’americano fa, ma chi lo è in nome di un canone arbitrario. Gli altri – messicani, cinesi e chi più ne ha più ne metta – non sono assimilabili. Peggio: invasori, nemici interni. Secondo: il ceppo originario non è neppure lontanamente omogeneo. Il tutti contro tutti mondiale è, rispetto a quello americano, un simpatico disaccordo tra gentiluomini inglesi, scandito da educatissimi «if I may…» e «I beg your pardon, sir». Nella città sulla collina è legge della giungla. Rarissimo trovare due americani d’accordo su cosa America sia. Ancora più difficile trovarne uno che non ritenga che chi la pensa diversamente da lui meriti il peggio. Risultato: non solo gli Usa rinunciano ad assimilare gli stranieri, ma non sono neppure capaci di assimilare sé stessi perché non sanno chi e cosa sono. Civis americanus sum? La crisi d’identità americana è proprio l’impossibilità di rispondere a questa domanda.
- «Tutti i miti portano a Roma», editoriale di Limes, 2/2020, «Il potere del mito», p. 27. Tutte le citazioni successive sono tratte da questa pagina, se non indicato diversamente.
- Corsivi miei.
Seconda parentela: «L’assimilazione avviene includendo genti e culture diverse in istituzioni alimentate da una missione che in entrambi i casi si postula ecumenica». Per l’assimilazione, si veda sopra. Sulle istituzioni: esse non sono oramai animate da alcuna missione, figuriamoci ecumenica. Per chi sta negli apparati è scattato il primum vivere, concretizzatosi nell’evitare la scure del Doge e, soprattutto, di Russel Vought, architetto del cambio di regime . Universalismo? Tutto il contrario. Non sappiamo come fnirà questa transizione egemonica, ma sia messo agli atti che Donald J. Trump – dopo i deliri mondialisti di fine anni Novanta e la guerra globale al terrore seguita all’attacco alle Torri Gemelle – ha lodato dinnanzi al mondo l’effcienza della Arab way of life . Magari domani riconoscerà anche la grandezza della Iranian e della Chinese. Fine della fine della storia. Ce lo vedete Augusto celebrare il modus vivendi dei Germani dopo Teutoburgo? Tana libera tutti. Terza parentela: «Tale missione pretende di diffondere libertà, giustizia, pace. Princîpi fungibili, assai interpretabili, ma dotati di alto richiamo. Indigeribili da autocrazie orientali di ieri e di oggi». Cinque anni dopo: l’America nemmeno ci prova più. Trump vuole a tutti i costi il Nobel per la pace e si vanta di aver chiuso otto guerre. Ovviamente non è vero, e intanto prepara la guerra al Venezuela per insediare a Caracas, forse manu militari, nientemeno che la vincitrice del Nobel per la pace, minacciando addirittura di intervenire in Nigeria per proteggere – guarda caso – i cristiani evangelici. Farsa che rischia di rovesciare Marx e rigirarsi in tragedia. Del resto, come ricorda in un articolo commovente e coraggioso Sumantra Maitra, trumpiano della prima ora ma ancora in attesa di green card, «la gente ha votato per Trump e ha avuto un secondo George W. Bush» . Su libertà e giustizia meglio tacere, ammesso e non concesso che siano – specie la seconda – cose di questo mondo. Quarta parentela: «Universalità del diritto, pur sensibile ai mores: il romano coniugabile per climi e inclinazioni culturali, l’americano sovraordinato a ogni altro diritto positivo. Dura lex sed mea». Qui la faccenda si fa complicata e conviene specifcare. L’universalità del diritto di Roma era basata sulla (iuris)prudentia, ovvero sulla capacità di discernerne campi e possibilità di utilizzo su base contestuale, grazie a una mediazione umano-sapienziale irriducibile al mero funzionalismo. Era un dispositivo, come nota Aldo Schiavone, che si fondava sull’egemonia e sulla capacità di assimilazione, primae conditiones di ogni pax . Il caso statunitense è leggermente diverso. Intanto, guai a pensare che la pax americana sia stata paese dei balocchi del diritto internazionale. Vero tutto l’opposto: questo valeva quando coerente con gli interessi statunitensi. I quali, magari non condivisi, non potevano essere contestati perché nessuno aveva il potere di farlo. Più dominio che egemonia. Risultato: affevolitasi sia la potenza egemonica
Times, 14/5/2025. 19. Si veda il suo articolo in questo volume.
sia la capacità di dominio, lo ius americanum, travestito da diritto internazionale, viene sfdato in ogni luogo. Al punto che concetti come quelli di libero commercio
- libera navigazione – incardinati in farraginose strutture come il Wto o vari deliri onusiani – vengono dagli Usa apertamente smentiti sulla base della nozione, altrettanto vaga dal punto di vista giuridico, di sicurezza nazionale. Nulla di diverso dal passato. Se non che oggi Washington ha smesso di dipingere i suoi interessi securitari come congruenti col bene dell’umanità. Non per amor di verità, ma perché non riesce più a giustifcare una narrazione così insostenibile e sbagliata in origine, che presupponeva la possibilità di piegare 8 miliardi di anime a un nomos impersonale e uguale per tutti. Ideologia della governanza. Iuris imprudentia. Quinta parentela: «Inclusione, non persecuzione dei vinti». Rispetto a cinque anni fa non ci sono dati a suffcienza per pronunciarci, perché gli Usa non hanno vinto nessuna guerra – segnaliamo comunque che ne sono scoppiate due relativamente importanti, tutt’ora aperte. Comunque, non ci resta che stare a guardare e sperare di non dover dare una risposta. Ponendoci però una domanda: è possibile includere i vinti se l’America non riesce a chiudere le guerre che inizia, cosa che invece Roma era solita fare? . Ai posteri l’ardua sentenza, limitandoci a segnalare che si tratterebbe – in caso di clamorosa vittoria americana in una guerra con la Cina – di includere esattamente quei cinesi che oggi una parte dell’universo Maga sta cercando di rimandare in patria con le cattive. Nonostante siano più utili all’America di tanti americani . Sesta e ultima parentela: «Regola aurea impone che gli imperi traccino un limes materiale e fgurato per attestarvisi». Dopo il crollo dell’Urss, questa parentela è stata probabilmente la più lasca. Gli americani rifutavano il limes proprio perché indicarlo ne avrebbe mostrato la natura imperiale, che essi hanno invece sempre cercato di celare innanzitutto a loro stessi. Eppoi non serviva, il mondo sarebbe diventato americano. Oggi, paradosso, vale il contrario: in nome della repubblica (make America great again), gli Usa si pongono un limes certifcando di essere un impero, rinunciando però a convertire il pianeta all’American way of life. In questa scelta, forse, agisce un pizzico di romanismo. Il quale è tuttavia passivo e senza dubbio inconsapevole, dato che è il mondo a imporre agli Usa il ridimensionamento a seguito dell’evidente fallimento del progetto della global America. Risultato: sono gli altri a limitare l’America, non questa a darsi un limite. Ecce mundus . Roma, dandosi autonomamente un confne, generava forma e ordine. Washington, schizofrenica e refrattaria al concetto di limes, produce – nel paradossale tentativo di limitarsi per non soffocare – aumento esponenziale dell’entropia. Liberi tutti. Impero del caos. Conclusa questa ricognizione, il quadro appare tutto tranne che forido. Delle sei parentele ne rimane in piedi una soltanto (la quinta), ma solo ed esclusivamente perché gli Usa in tempesta non hanno (ancora) avuto l’occasione di stracciarla.
- Si veda l’articolo di Luigi Capogrossi Colognesi in questo volume.
- Su questo, specie a livello tecnologico, cfr. A. ARESU, La Cina ha vinto, Milano 2025, Feltrinelli.
Altro che fglia di Roma. La scala di romanitas segna febbre altissima: gli Usa di Trump non sono solo post-occidentali , ma post-romani. Forse antiromani, dunque anti-occidentali . Questa America, per quanto si professi innamorata dell’Urbe, non ne è neppure lontana parente. Dunque confermiamo la nostra ipotesi: transizione egemonica, ovvero passaggio da impero americano a x, significa in primis deromanizzazione. Oggi dell’America. Domani, forse, del mondo. Non ci sarà una Quinta Roma, dunque se vogliamo salvare il salvabile occorre ripartire dalla Prima. Di certo non più in grado di dominare il pianeta, ma forse ancora capace di offrire una direzione a questo mondo impazzito. A patto di amarla senza deformarla, cercando di penetrare il mysterium della sua potenza. Per poi offrirlo al mondo. Magari non servirà a niente, ma avremo fatto il nostro dovere.
- Intermezzo. Roma è mito che mangerebbe chiunque. Tranne i romani. Prendete i turisti di Simmel. Se dotti, vengono rapiti dalla storia. Se ignoranti, passeggiano tra le rovine come se fossero allo zoo. In entrambi i casi, l’Urbe li mangia e li fa sentire inferiori. Li «rimette al loro posto» . I romani sono diversi. Sono capaci di farsi ore di traffco sul lungotevere prestando più attenzione alle buche che a Castel Sant’Angelo. Il Colosseo era una rotonda. Il Circo Massimo di fatto lo è ancora, così come la Piramide Cestia. Su via Cristoforo Colombo, a un certo punto, si passa letteralmente tra gli archi di un acquedotto che avrà duemila anni. C’è passata pure la Roma quando ha vinto la Conference, di ritorno da Tirana. Ero lì. E l’acquedotto non me lo ricordo. Ricordo solo Mourinho e Mancini con un fumogeno in bocca. L’amore dei romani per Roma è maturo, disilluso. Nuotiamo nella storia come pesci nel mare. Viviamo all’insegna del «mai ’na gioia», un po’ esorcismo un po’ ironia. Soprattutto non ci prendiamo troppo sul serio, tra fatalismo ed eccezionalismo. Postura antichissima. Rileggendo il primo libro dell’Eneide non ho potuto fare a meno di notare come Virgilio introduca la storia di Enea elencando una serie di clamorose sfghe. Praticamente il figlio di Anchise arriva da Didone scusandosi per il ritardo, come Totti dopo averci fatto attendere 12 giornate per un gol nella stagione 2011-2012 o come un amico che fa tardi a causa del traffco sul Raccordo (spesso inventato). Che c’entra questa parentesi con le considerazioni svolte fn qui? Apparentemente nulla, ma in realtà moltissimo. Perché se il grande problema è che il mito di Roma ha generato un’attrazione tale da renderne impossibile una comprensione razionale, i romani – disillusi, autoironici ma profondamente innamorati – paiono essere vaccinati sia dalla sindrome del turista simmeliano sia dalla megalomania di chi tradisce Roma fngendosi suo figlio per gli interessi del momento. Sintesi: siamo abbastanza disillusi per dedicarci sine ira ac studio alla ricostruzione del nostro
London-New York 2020, Basic Books. 25. Su questo, G. DE RUVO, «L’America dopo l’Occidente», Limes, 3/2025, «America contro Europa», pp. 67-79.
mito. Gettando un messaggio in bottiglia nel Tevere nella speranza che qualcuno, prima o poi, ne entri in possesso. E capisca cosa signifchi regere populos. Spesso i romani vengono accusati di voler spiegare agli altri come si sta al mondo. Incassiamo. E rilanciamo. Il mysterium della potenza di Roma è l’antidoto all’impero del caos. Prima di amarci, o di odiarci, cercate allora di capirci. Di seguito il nostro messaggio in bottiglia. Non sia mai impariate qualcosa.
- Roma insegna al mondo che essere impero è arte e non scienza. Artigianato dell’egemonia, irriducibile alla meccanica superiorità. È l’eredita dei patres. Anzi, del pater per defnizione, Anchise, che prima di intimare a Enea che i romani saranno destinati a governare le genti, gli ricorda una questione fondamentale. Roma dovrà regere populos, ma ciò non implica essere suprema in tutto. Al contrario, profetizza Anchise, «altri popoli forgeran con più arte spiranti bronzi, lo credo, e vivi dal marmo sapran trarre i volti, diranno meglio le cause, le strade del cielo, misureranno a sestante, il sorger degli astri sapranno» . Per chi ritiene che essere fgli di Roma signifchi supremazia assoluta questi versi sono colpo al cuore. Anchise dice chiaramente che altri popoli potrebbero essere tecnologicamente più avanzati («forgeran con più arte»), migliori dal punto di vista artistico («sapran trarre i volti»), flosofco («diranno meglio le cause») e scientifco («il sorger degli astri sapranno»). Eppure, nonostante tutto questo, Roma resta maestra delle genti, perché padroneggia l’arte del regere populos. E deve ricordarsene – «memento!» – non solo perché rinunciare a questa prospettiva signifcherebbe fine del mito, ma anche – e soprattutto – affnché il popolo dell’Urbe non pensi che per esercitare l’imperium sia sufficiente lo sviluppo e la superiorità tecnico-scientifca. Ci vuole una specifica ars, che è propria di Roma e che, non a caso, Virgilio esprime col dativo di possesso («erunt tibi artes»). Gli altri avranno – o potrebbero avere – la scienza, la flosofa e la tecnologia. Ma tu, Roma, avrai la capacità di governare e di governarle: ovvero di regere populos e armonizzare le diverse artes in un sistema di egemonia davvero sine fine. Lezione decisiva. Non ti fai Roma in quanto superpotenza militare, tecnologica
- scientifca. Devi imparare l’arte di governo, prassi insostituibile e profondamente umana, il cui obiettivo principale non è affrontare questo o quel problema, quanto imparare a «osservare i percorsi e le deviazioni degli Stati» . Il che avviene con successo solo se le diverse artes sono sistematizzate da quella particolare forma di sapere che Cicerone defnisce «civilis prudentia» , e che si declina in primo luogo in una particolare postura nei confronti della realtà. La quale deve essere rispettata, osservata nel suo fuire e mai violentata. Come se si stesse suonando una cetra: «Le corde devono essere toccate con leggerezza e con dolcezza, non con violenza e impeto» . Artigianato del potere che obbliga alla rifessività. Non per perdersi nel
- VIRGILIO, Eneide, Libro VI, vv. 847-850.
la barbarie dell’intellettualismo – chi è più pragmatico dei romani? – ma per distinguere chiaramente il fas dal nefas. In un mondo ancora vittima di un certo postmodernismo d’accatto – secondo cui chi controlla la narrazione controlla il mondo – e prossimo a riempirsi di intelligenze artifciali (Ai) in posizioni di comando, la civilis prudentia ci obbliga a guardare in faccia la realtà, a osservare le deviazioni degli Stati e a ricordar(ci) che solo così è possibile regere populos. Altro che Ai, algoritmi, Palantir e DeepSeek. Roma ha inventato il fattore umano. Cornice senza la quale le altre dimensioni della potenza virano in fattori disumani di autodistruzione. L’apocalisse, di cui si parla troppo, è sempre un po’ suicidio. Specie quando questa postura deriva, oltre che dall’incapacità di governare gli strumenti causa assenza di civilis prudentia, anche dalla netta sensazione di non essere in grado di governarsi. C’è infatti un elemento che accomuna gli imperi dei giorni nostri, e che è forse la causa prima del tutti contro tutti geopolitico che stiamo vivendo. Nessuno è in pace con sé stesso. Neppure Roma lo è sempre stata, ovviamente. Epperò non ha mai permesso che la maionese interna impazzisse al punto da distruggere lo Stato. Di più. Roma è riuscita a sopravvivere almeno a tre cambi di regime. Li ha promossi attivamente. Uscendone potenziata. Oggi sarebbe impensabile. Nella Terza Roma, se crollasse il regime crollerebbe anche lo Stato. In America sta già succedendo, in una spirale di autodistruzione e regime change gestita da dilettanti, sciaguratamente paragonata da J.D. Vance alla fase tardo-repubblicana di Roma . Col piccolo dettaglio che, in quel momento, Augusto è riuscito a incanalare il caos e a trasformarlo in potenza, cooptando e non purgando l’aristocrazia senatoria. A Washington, oggi, si pratica e si teorizza il contrario. Purgare gli apparati e cooptare persone senza alcuna esperienza. Più Catilina che Ottaviano. Sfascio . Roma è un’altra cosa. È un modello di distruzione creatrice. Per millecinquecento anni, il popolo romano è riuscito a evolversi e a riformare le sue istituzioni quando la realtà lo richiedeva, trovandosi sempre a esercitare un potere maggiore di prima. Capolavoro di neghentropia, eccezionale esercizio di civilis prudentia. Prima dell’Anticristo e dell’apocalisse, Roma è stata katechon di sé stessa. È riuscita a cambiare pelle per mantenere intatti gli organi vitali. Assorbendo il caos – non rifutandolo – e organizzando la sua potenza a un grado più alto di auctoritas. Triplice esempio, su cui gli imperi in tempesta dovrebbero meditare. Primo. L’Urbe, come si è detto, nasce da un fratricidio. Atto immorale e infondante per antonomasia. Peccato originale che, in qualsiasi altro posto del mondo, avrebbe inaugurato una tragedia. Non a Roma, dove la violenza di Romolo che uccide Remo viene, quasi per miracolo, immediatamente riassorbita in un ordine. L’assassino non diventa un Caino, ma il rex. Non tiranno. Re. Ovvero colui che, compiuto il crimine supremo a causa della rottura del limes, assume su di sé il sacro compito di farlo rispettare. Regnare, infatti, non significa semplicemente esercitare un potere, ma – come ricorda Benveniste nel Vocabolario delle istituzioni
indoeuropee – «regere regiones». Prendere un territorio vergine e dargli una forma. Riassorbire il caos della violenza in un’organizzazione razionale dello spazio. Roma trasforma il fratricidio, archetipo della guerra civile, in principio ordinatore, che si nutre di quella violenza. Romé in purezza. Secondo. Anche la monarchia fnisce. Tarquinio il Superbio, rex impius, viene mandato violentemente in esilio. Il suo amore nei confronti di Lucrezia è sintomo di una incapacità d’ordine. Mancano i mores, dunque non vi può essere libertas. L’ultimo re di Roma non può più regere regiones perché incapace di regere sé stesso. Di norma, dovrebbe seguire guerra civile. O quantomeno di successione. Non a Roma. Il caos – e la violenza – vengono immediatamente ricomposti in un ordine, quello della res publica, che tiene a battesimo il populus. Unifcato non dalla figura del rex, quanto dalla legge e da un sentimento di comune appartenenza. A Roma, popolo non è somma di individui, ma «moltitudine stretta in società dal comune sentimento (cum-sensus, sentire insieme) del diritto (ius)» . Il quale, lungi dall’essere mera legge, è in realtà ordine di senso, in virtù del quale è chiaro – implicitamente – ciò che può essere fatto e ciò che invece non può esserlo. Questo è il rimedio all’immoralità di Tarquinio e alla sua superbia. Cum-sensus, implicito, su ciò che è fas e su ciò che è nefas, espressioni con cui ci si riferisce «a un principio generale, contro il quale si ritiene non si possa andare senza essere riprovati» . Tradotto: nessuno Stato può reggersi senza un corpus di norme implicite in grado di orientare la convivenza comune. La res publica, un po’ come la costituzione, è proprio la totalità di queste norme, il loro intrecciarsi. Altro che modello politologico. Ver-fassung. Collettivo movimento dell’iscriversi in un ordine di senso riconosciuto. Esattamente ciò che in Occidente e in particolare in America manca. Alle nostre latitudini, tutto deve essere normato perché manca il cum-sentire. Dunque ognuno produce la sua norma a propria immagine e somiglianza. Fine della res publica. Ci sono solo individui, privati, che si arrogano il diritto di definire ciò che è fas e ciò che è nefas. Vale per i wokisti, vale per i tradizionalisti, che pur con contenuti opposti mirano entrambi alla realizzazione di una res privata . Ecco, a questa dissoluzione della società la repubblica romana offre un contromodello, dove la chiarezza dei mores non implica conservatorismo. Tutto può essere contestato. Si possono fare anche le rivoluzioni. A patto che siano un fatto pubblico e non privato. Si chiamerebbe politica. Per i romani era un’arte. Per noi un capriccio. Terzo, e ultimo. Anche la res publica crolla. Stavolta a causa delle guerre civili. Ma è proprio a questo punto, nello stato d’eccezione della stasis, che Roma regala al mondo la sua più grande lezione. Immaginate di essere alla vigilia della battaglia di Azio. Il bellum civile non può non apparirvi fine del mondo. Trionfo del caos ed esplosione della repubblica. La romé la fa da padrona e sfonda ogni ordo. Ci sono due possibilità per il vincitore. Tentare, in ogni modo, di reprimere la forza con la
Milano 2024, Feltrinelli.
forza o accettare di diventarne schiavo. In entrambi i casi, sarebbe stata fnis Urbis. Chiunque avesse assunto il comando avrebbe dovuto giocare ad acchiappa la talpa con i potenziali disordini, inseguendo la realtà e rinunciando a governarla. La grandezza di Ottaviano sta nell’essere riuscito a sfuggire a questa scelta. Preso atto dell’onnipresenza della romé, Augusto resiste alla tentazione di reprimerla e fa il contrario. La assorbe. Esercita civilis prudentia, coglie i nodi del caos, verifca le aspirazioni dei diversi poteri e, alla fine, incanala la violenza nella forma impero, opportunamente mascherata da repubblica . Questa è la lectio perennis di Ottaviano Augusto. Quando il caos si fa norma, il vero suicidio è pretendere di bloccarne il decorso. Devi assecondarlo, imparare a navigare tra le onde in tempesta. Soprattutto non ignorarlo, sovrapponendo a esso immagini irenistiche o posticce di un ordine che semplicemente non esiste. Imperativo categorico, augusteo quanto evangelico, recita: «Non opporti al Male» (Matteo, 5:39). Chissà se Peter Thiel, oramai parodia di sé stesso, nei suoi deliri teologico-politici tiene a mente questo principio. Temiamo di no. Insomma, se sei Roma – o vuoi esserlo – non puoi astrarti da romé. Devi appropriartene. Farla tua. E poi incrementarla. «Augustus», a differenza del rex, non regge (regere). Piuttosto aumenta (augere) la potenza attraverso l’imperium, ovvero mediante quel dispositivo capace di governare la violenza e dirigerla verso il nemico. Solo se necessario. Perfetto equilibrio tra forma e forza, espresso a livello geopolitico con la determinazione del limes dell’Elba e a livello artistico dalle opere del saeculum Augustum . Pensate all’Eneide, dove in molteplici luoghi il lirismo dei versi viene interrotto da un fulmen in clausola cruento. Sanguigno. A suggello della capacità della forma poetica di internalizzare ciò che di solito viene rimosso. Questa è la pax romana, giustamente nota anche come secolo di Augusto, ovvero di colui che incrementa. Una forma piena di forza. Questo è dunque il magistero di Roma. Essere romani è una forma di prassi, in virtù della quale si riconosce che non si agisce in un vuoto, ma all’interno di un campo di forze che debbono essere riconosciute, assorbite e possibilmente incanalate: «È l’umiltà di ammettere che esiste del senso nel mondo» col quale dobbiamo confrontarci e comprometterci, anche se non ci piace. Lezione cruciale non solo per gli imperi di oggigiorno, ma pure per quegli Stati e staterelli che fanno del manicheismo la loro unica bandiera. Convinti, specie tra Bruxelles e Strasburgo, che dividere buoni e cattivi, pace e guerra, clementi e crudeli sia esercizio utile. L’eredità di Augusto insegna non solo che non lo è, ma anche che, se si vuole sopravvivere in tempi rivoluzionari, bisogna abbandonare gli assoluti e iniziare a vivere nelle contraddizioni. Solo così è possibile regere populos. Pace e violenza, ordine e caos, clemenza e crudeltà. Roma è stata questa capacità di abitare la zona grigia che divide gli opposti,
- Per una ricostruzione, la cui chiave di lettura qui seguiamo, cfr. A. MARCONE, Augusto, Roma 2015, Salerno Editrice.
- Su questo, P. ZANKER, Augusto e il potere delle immagini, Torino 2007, Bollati Boringhieri.
mediandoli e rifutando ogni irrisolvibile antinomia. Così aprendosi alla possibilità di reinventarsi, conditio sine qua non per essere davvero sine fine. Alla base di tutto questo non vi è una scienza, ma proprio la ciceroniana civilis prudentia. Arte umanissima che obbliga a partire dalla realtà, sempre contraddittoria, e non dalla coerenza delle idee, di norma fttizia. Repubblica e impero. Ordine e caos. Forma e forza. Violenza e pace. Essere eredi di Roma, oggi, significa odiare il bianconero.
- Non sappiamo chi s’imbatterà nel nostro messaggio in bottiglia. Potrebbe persino non arrivare mai a destinazione. Anche per assenza di destinatari. E tuttavia era nostro dovere provarci. Lo dovevamo alla nostra città e alla sua storia, tirata da ogni parte e tradita in ogni luogo. Trattata, somma ingiustizia, da modello politologico qualsiasi. Roma non è questo. Non può esserlo. Non lo sarà mai. E allora, dinnanzi alla concreta possibilità di una realtà post-romana, facciamo nostre le parole dell’ultimo grande romanista americano: H.P. Lovecraft. Che, in una lettera in cui rimprovera un suo allievo colpevole di non studiare a suffcienza i classici, si sofferma a ragionare su cosa signifcherebbe per lui un mondo governato dalle macchine e non dalla civilis prudentia. Lovecraft, come sempre, non usa mezze parole. Se viene meno la saggezza romana, «tanto vale che non ci sia più un mondo» . Sottoscriviamo. Aggiungendo che l’inferno altro non è che un mondo senza Roma.
