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La Roma di Leone è croce e centro del mondo

di Piero Schiavazzi

Robert Prevost, con pluridecennale anticipo sulla finestra dell’appartamento papale, è stato il finestrino appannato del 64, l’autobus un tempo a due piani che attraversava in linea retta il centro storico, dal Colle Vaticano a quello del Quirinale. Nello specifico dall’Augustinianum all’Angelicum. Dalla cappella di Santa Monica, in cui nell’82 ricevette l’ordinazione sacerdotale, all’Università di San Tommaso d’Aquino, sede della specializzazione in diritto canonico, passando lungo un percorso che il 14 ottobre dell’anno giubilare 2025 avrebbe compiuto da pontefice. Venendo accolto al confine di Stato dal ministro degli Esteri sulla soglia del colonnato berniniano e scortato regalmente dai corazzieri, alla stregua d’un monarca d’Inghilterra, sino al cortile del palazzo che fu dei papi, ove ad attenderlo c’era il presidente della Repubblica. Il massimo per un figlio di Agostino che viene da Chicago, studioso di patristica e storia antica, che reca, come ogni americano, incognito in sé il mito di Roma. Il quale prendeva forma mentre ai suoi occhi si succedevano in rapida, imperturbata e immortale decadenza le rovine imperiali. Dal Mausoleo di Adriano al Mercato di Traiano, passando per la Curia di Pompeo e il Foro di Augusto. Corsi e ricorsi che oggi fanno di lui, sul modello del suo mentore, il sommo testimone di un secondo tramonto dell’impero d’Occidente, in versione nonché dimensioni a stelle e strisce allargate ai confini della terra.

Come Agostino, vescovo d’Africa e civis romanus, anche Prevost ha infatti avuto in dote, scenicamente, la sua Ippona. Ovvero la postazione privilegiata nella peruviana Chiclayo, in ossequio all’idea di Bergoglio che il mondo si scruti e osservi meglio dal mare: civis americanus e presule di una diocesi affacciata sulla costa di un oceano, al pari del Mediterraneo del V secolo, non più «nostrum». Paradossale quanto sontuosa nemesi della superpotenza Usa, che nel frangente in cui vede insidiato il proprio primato temporale e lotta per non perderlo conquista per contrappasso il trono terreno della Città di Dio.

Avevamo esplorato il tema della romanità su queste pagine quattro anni orsono, soffermandoci sul presunto, apparente, distacco di Francesco, specie se raffrontato allo slancio dei predecessori polacco e tedesco. Tanto da paventare, ma poi subitaneamente sfatare, un presagio-disagio di sede petrina itinerante in Orbe. Se Wojtyła e Ratzinger avevano rispettivamente guardato all’Urbe attraverso il filtro delle iniziazioni oniriche, profetiche, mistiche di Sienkiewicz e di quelle liriche, poetiche e mitiche di Goethe, intrise ambedue di smagliante classicismo dal Quo Vadis al Viaggio in Italia, l’imprinting di Bergoglio gravita verso la periferia e risente del neorealismo esistenziale trasmessogli dalle pellicole di De Sica e Rossellini. Come pure dei chiaroscuri caravaggeschi, retaggio delle visite alla chiesa di San Luigi dei Francesi, beneficiando della prossimità di alloggio e sostando tra luci e ombre davanti al celebre affresco della Vocazione di Matteo, durante le trasferte di lavoro da Buenos Aires quale membro dei dicasteri curiali.

Eppure Francesco, che a differenza di Benedetto e Giovanni Paolo era sembrato in vita insensibile alla suggestione di Roma imperiale, nondimeno l’ha resa in morte caput mundi nel senso più autentico e politico del binomio, richiamando per il proprio funerale un biblico stuolo di capi di Stato e di governo. Segno (e disegno) che a prescindere dal grado di coinvolgimento e folgorazione personale di un pontefice, il rapporto di attrazione sinergica e fascino reciproco fra il papato e Roma brilla di luce propria e agisce autonomamente. Persino in fase di sede vacante, giganteggiando e travalicando sovente le intenzioni dei protagonisti. Ne sortisce a tutti gli effetti un’eterogenesi dei fini (nella variante trascendente o immanente di forza, provvidenziale o razionale, superiore o interiore ai processi storici), che congiuntamente al genius loci «fa di Francesco il meno e insieme il più costantiniano dei pontefici. Sostenitore da un lato della separazione assoluta tra Chiesa e Stato» – non riconoscendo a quest’ultimo mansioni, tanto meno missioni, morali e divini mandati che fungano da copertura o vettore al perseguimento dell’interesse nazionale – ma contestualmente «restauratore» di una «bipartizione risoluta tra Est e Ovest, tra imperi d’Oriente e d’Occidente». Le cui capitali, Pechino e Washington, risultano equidistanti da Roma e risaltano di conseguenza quali estremità di un asse che la dispone al centro del risorgente bipolarismo. La redistribuzione di sedi e presìdi cardinalizi operata in favore dell’Asia e del Far East, sovrarappresentato in conclave di più del 50% rispetto alle proporzioni delle relative comunità ecclesiali – grazie all’innesto di avamposti strategici a esigua percentuale di fedeli (Myanmar, Malaysia, Singapore, Mongolia) e all’esclusione di antiche roccaforti europee monocolore (Austria e Irlanda) – ha ridefinito la pigmentazione purpurea del mappamondo. Costituendo, in termini di linguaggio e confini, una translatio imperii. E facendo assurgere l’Asia al ruolo di attore principale, ma senza compromettere anzi evidenziando la centralità romana. Ciò che interessa rilevare, in questa cornice, non è infatti tanto la direzione, quanto la declinazione di un potere universale a geografie-gerarchie variabili che si proietta e struttura in modalità imperiale attraverso articolazioni territoriali (diocesi, province, regioni ecclesiastiche), modificandone graduatorie apicali e densità di porpore ma conservando al vertice il primato del suo centro d’irradiazione.

A questo punto, ritornando alla limesiana «riscoperta del futuro» e considerando che il futuro, per quanto riguarda il vascello petrino, ha svelato in conclave identità, provenienza geografica e previsione anagrafica di lunga durata del timoniere, bisognerà chiedersi, nell’attesa delle prime nomine cardinalizie, quale magnetismo geopolitico eserciterà più influenza sulle scelte, sulla bussola e sulla duale corda interiore del pontefice nato in Illinois e vissuto in Perú. Quale dei due universalismi, romani entrambi, è destinato a prevalere? Quello dell’Occidente, che trova Dio nel logos, nella civiltà che ad esso s’ispira e si fa mondo – come Ratzinger, suo insuperato interprete contemporaneo, illustrò audacemente nel discorso di Ratisbona? O quello di Francesco, che viceversa cerca Dio elettivamente, addirittura selettivamente nella porzione di pianeta, sudista e maggioritaria, rimasta esclusa, ergendosi a tribuno delle plebi globali? Opzioni costantiniana e anticostantiniana, concordataria e contestataria, conciliatorista e antagonista che i discorsi di Leone accarezzano finora in egual misura e mistura. Confluendo «in» e fuoruscendo «da» una foto che lo ritrae, premonitrice, quando vescovo frontaliero, futuro papa, depose le vesti episcopali e calzò stivali, per farsi strada e incedere nell’alluvione, in assenza e supplenza delle istituzioni. Effigie misteriosamente anticipatrice dell’avvenire che lo attendeva e rivelatrice, come un quadro di Munch, di un’epoca nella quale il caos esonda e travolge gli argini: dello Stato sociale come pure del diritto internazionale. Mentre la disuguaglianza, dentro e tra le nazioni, straripa e taglia fuori enormi pezzi di umanità e società. In tale contesto di crescente instabilità, Roma, come si addice del resto alla postura e alla figura della capitale del cattolicesimo, si trova «in croce» tra l’Est e l’Ovest. Tra il Nord e il Sud.

Uno scenario nel quale il papa delle due Chi – Chicago di cui è nativo e Chiclayo di cui non cessa di sentirsi pastore adottivo – ha inteso fugare ogni dubbio. Rivendicando, davanti al popolo delle tre T – tierra, techo, trabajo – in occasione dell’incontro di ottobre con i movimenti popolari, la determinazione ad assumere in pieno l’eredità di Francesco, rendendo irreversibile la svolta pauperista della Chiesa. Codificandola nella esortazione apostolica Dilexi te, opera del predecessore rimasta incompiuta ma autenticata da Leone con un «ci sto, sono con voi». A significare che non costituisce atto dovuto ma corrisponde a una convinzione, e cognizione, profonda. Se papa Leone non ha esitazione quindi nel manifestarsi «sudista», per altro verso appare, invece, artefice di un deciso riequilibrio a Occidente in senso atlantista. Robert Prevost ha infatti fissato da vescovo, e rinsaldato da pontefice, alcuni punti fermi geopolitici che schiodano le posizioni di Francesco sul conflitto russo-ucraino («si tratta di un’invasione imperialista», «la Nato non ha cominciato nessuna guerra»), evidenziando la discontinuità sull’asse orizzontale Est e Ovest. Epperò, su quello Meridione-Settentrione, si palesano ed esaltano la continuità, con un giudizio che assume valore aggiunto se a pronunziarlo è un papa yankee: «Uno che dice di essere contro l’aborto ma concorda con il trattamento disumano dei migranti negli Stati Uniti. Non so se questo sia pro-life». Affermazioni che ai fini della nostra riflessione, al di là del rapporto con il precedente pontificato, chiamano in causa direttamente o indirettamente gli Usa e fungono da mezzo di contrasto. Lasciando una vivacizzante, rischiarante scia per analizzare le reazioni-relazioni, nonché convergenze-divergenze, tra quelle due Rome che, per singolare, sincronica quanto distonica congiuntura storica, sono oggi a guida americana: Washington e il Vaticano. Prova scientifica sia il silenzio, stridente, sull’altra riva dell’oceano, dove Donald Trump, gioiosamente uso a stizzite, sonore bacchettate digital su mani e dita di qualunque altro leader, è parso quanto mai attento, sin qui, a non polemizzare o enfatizzare il dissenso con l’illustre connazionale asceso al soglio. Consapevole dell’orgoglio, e consenso a prescindere, che la persona del papa born in the Usa suscita in patria. In gioco, per di più, non è soltanto l’umore dell’elettorato a un anno dalle elezioni di metà mandato, questione tutto sommato di superficie, dermatologica e a breve scadenza, bensì la concezione stessa dell’impero e della sua universalità. Motivo per cui abbiamo evocato il mezzo di contrasto, la diagnosi radiologico-internistica e l’orizzonte di lungo periodo.

Le Rome dei due poteri universali, reali o ritenuti tali, quello temporale sul Potomac e quello spirituale sul Tevere, nel passaggio di testimone tra i due giubilei – della Chiesa cattolica, in chiusura, e degli Stati Uniti, alla vigilia del duecentocinquantesimo della loro esistenza e indipendenza – incarnano due format agostiniani staticamente sovrapponibili ma dinamicamente incompatibili dell’essere impero e dell’espandersi nello spazio-tempo. Modelli geneticamente così alternativi da pensare, con fase e frase da film, che «ne resterà uno solo», riferendoci alla nota definizione che Limes dette di essi, nei primissimi numeri della rivista, come unici centri geopolitici capaci di concepire una visione unitaria del pianeta e custodire la spezia preziosa del soft power. A differenza delle altre potenze, a cominciare da Cina e Russia, che vi ambiscono ma non la possiedono. Vi accennavamo nel volume post-conclave «Il rebus di papa Leone», comparando le due antitetiche tipologie di espansione per cerchi concentrici delle rispettive sfere d’influenza. Pur rifacendosi entrambe all’ordo amoris di Agostino, le interpretazioni del vicario di Cristo, Robert Francis Prevost, e del vicario di Trump, J.D. Vance, sono infatti distinte da un’inversione di priorità spaziotemporale. A Roma, città non per caso eterna, e nell’impero del papa, conforme all’intuizione di Francesco, il tempo rimane superiore allo spazio e scandisce in tal senso i percorsi della diplomazia. Come attestano, al netto del riposizionamento a Ovest di cui sopra, i pazienti ma costanti successi e passi avanti nell’attuazione dell’accordo «ineguale» con la Cina sulla nomina dei vescovi, dove si cede presumibilmente più di quanto si ottenga pur di avviare un iter di cooperazione, aprendo un sentiero alla missione. A Washington la prospettiva si è rovesciata con l’ascesa di Trump. Occupare spazi, politici o economici, daziari o finanziari, di territori o terre rare, secondo una visione immobiliarista della storia e in ottica di trimestrale di cassa, conta più che avviare processi e strategie a lungo termine. Sulla raggiera dell’ordo amoris, pertanto, si delineano due direttrici: di ripiegamento, lato Stati Uniti, a protezione dei cerchi ravvicinati dei concittadini elettori e partner stranieri più fidati, e di proseguimento, lato Vaticano, della missione ad gentes, che da Roma si volge ai più lontani, esterni se non estranei, sociologicamente o geograficamente intesi. Con l’esigenza però di moderare lo slancio di Francesco e scalare le marce, come Leone sta prudentemente facendo, affinché l’espansione non penalizzi la coesione, scivolando in una china di scismi latenti. Preoccupazione di mantenere la Chiesa unita che induce al consolidamento. Segue, sul piano di governo, upgrade della centralità di Roma e della curia, con un assetto diverso concettualmente, per non dire filosoficamente, dal precedente.

Come spiegavamo anni fa nel volume di Limes dedicato agli «Stati profondi», Bergoglio ha, in certo modo hegelianamente, dialetticamente, istituzionalizzato il conflitto. Al fine di gestirlo, redimerlo e farlo emergere, «con una moltiplicazione-sovrapposizione di competenze, scientifica e indefinita, che in caso di contrasti lasciano un ampio spazio all’intervento, accentratore, risolutivo del Supremo Pastore». Prevost, viceversa, esperto di scuola tomista in diritto canonico, ha espresso da subito la volontà di istituzionalizzare, piuttosto, la suddetta funzione di sintesi e razionalizzarla, reintegrandola nella segreteria di Stato, tradizionalmente depositaria della visione unitaria e universale, ad extra e ad intra, dei problemi del mondo e della Chiesa: «L’universalità, richiamando il mistero dell’unità multiforme della Chiesa, chiede poi un lavoro di sintesi che possa aiutare l’azione del papa. E l’anello di congiunzione e di sintesi è proprio la segreteria di Stato».

Ne discende comunque, in un caso e nell’altro, una personalizzazione inedita e un’ulteriore valorizzazione della romanità. Abito che il pontefice argentino ha indossato come una giacca di Perón, affrancandosene a tratti per poi però rimetterla con piglio. Francescanamente anarchico quanto gesuiticamente gerarchico. Il papa statunitense, da parte sua, riveste la giacca della romanità con lo spirito di efficienza che si richiede all’amministratore delegato di una holding planetaria e la deferenza che si deve all’augustea toga di un imperatore. Un attributo, «augustea», che Limes applicò all’Italia odierna, nell’equazione analogica per cui essa, ricalcandone i confini, sta per estensione all’impero del papa come la provincia italica un tempo all’impero di Roma. Metafora esigente, che a conclusione del ragionamento stringe l’obiettivo e spinge a riprendere la riflessione sull’effetto virtuoso, e vistoso, che la presenza del Vaticano a Roma esercita sull’Italia. Grazie a un duplice vincolo, interno ed esterno. Per quanto riguarda il primo, il rafforzamento del vincolo interno e della coesione nazionale italiana è per la Chiesa, di cui la Penisola è il retroterra strategico, priorità strutturale, da promuovere tenacemente. Si tratta di una giravolta epocale, paradossale rispetto al memento del passato, la quale ha comunque sull’Italia una ricaduta benefica, nevralgica. Soprattutto in questa fase, dove tedeschi, francesi e inglesi risultano sorprendentemente meno uniti, per non guardare oltreoceano. Congiunturale, ma non meno benefico, è invece l’effetto che la Chiesa ha sui vincoli esterni italiani. Lo slancio «sudista» della Sede apostolica permette infatti all’Italia di alleggerirli, agendo quasi da «svincolo» utile per proiettarsi verso il Meridione del mondo. Fermo restando l’ancoraggio a occidente. Come è stato nei momenti migliori della politica nostrana, e come può continuare a essere, la sinergia tra Stato italiano e Vaticano apre diverse possibilità. Sta a noi cogliere l’occasione.