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L'Urbe è universale come la sua Chiesa
di Giulio Albanese
«(Roma) sospes nemo potest immemor esse tui (…) Fecisti patriam diversis gentibus unam». Con questi celebri versi tratti dal De reditu suo, Claudio Rutilio Namaziano esprime un sentimento di profonda riconoscenza e devozione verso Roma, attribuendole il merito di aver saputo trasformare la molteplicità dei popoli dell’impero in un’unica comunità civile. L’opera di Namaziano, composta nel V secolo d.C., rappresenta una fonte letteraria di straordinario valore per la comprensione della percezione del declino dell’impero romano d’Occidente e della persistente fedeltà ai valori della tradizione classica da parte dell’élite senatoria tardoantica.
Namaziano appartiene all’aristocrazia gallo-romana e ricopre un ruolo di rilievo nella vita politica e amministrativa dell’impero. Dopo aver svolto nel 414 d.C. la prestigiosa carica di praefectus urbi, tre anni più tardi decide di ritornare nella sua terra d’origine, la Gallia. Il viaggio di ritorno, intrapreso via mare da Portus Augusti alla volta di Luni – antica città romana situata oggi tra la Liguria e la Toscana – costituisce l’occasione per la stesura del De reditu suo, poema in distici elegiaci nel quale l’autore alterna descrizioni paesaggistiche, riflessioni morali e considerazioni di carattere politico e culturale. La scelta della via marittima non è casuale: le antiche strade consolari risultano ormai in rovina e percorse da briganti, rendendo il viaggio terrestre pericoloso e incerto. Tale cornice di precarietà si riflette nella rappresentazione di un mondo in decadenza, dove l’autore osserva con malinconia la dissoluzione delle strutture civili e morali dell’impero.
Nel De reditu suo, Namaziano offre una visione insieme nostalgica e idealizzata di Roma, che egli continua a considerare il centro vitale della civiltà e della cultura. La città è celebrata come simbolo di grandezza eterna, depositaria di un patrimonio politico, artistico e giuridico che trascende la contingenza storica. Il sentimento che permea il poema è quello di una fedeltà pagana e aristocratica a un ordine ormai irrimediabilmente perduto, in contrasto con la nuova realtà cristiana in via di affermazione. Particolarmente significativa, in questo senso, è la lunga apostrofe a Roma contenuta nei versi I, 47-164, in cui emerge la celebre asserzione «fecisti patriam diversis gentibus unam». Con tale espressione, Namaziano riconosce alla città la capacità unica di aver trasformato la pluralità delle genti soggette in una comunità politica unitaria. Roma diventa così la patria communis dell’umanità civilizzata, luogo di incontro tra identità differenti ma accomunate da un medesimo sistema di valori e da un diritto condiviso.
La consapevolezza dell’autore circa il ruolo unificante di Roma si fonda su una visione storica lucida. Egli conosceva bene la complessità geopolitica dell’Italia e del Mediterraneo di età repubblicana e imperiale, caratterizzata dalla coesistenza di realtà etniche, culturali e politiche eterogenee – dagli etruschi al mondo magnogreco, dalle popolazioni appenniniche ai celti dell’Italia settentrionale. Questo processo di assimilazione e di scambio, comunemente definito dalla storiografia moderna come «romanizzazione», assume valore paradigmatico nel pensiero di Namaziano. La romanizzazione non viene intesa unicamente come imposizione di modelli culturali o istituzionali, ma come fenomeno di integrazione progressiva, fondato sulla capacità di Roma di accogliere e trasformare l’alterità entro un sistema di valori condiviso. In tal senso, l’impero romano si configura come un organismo politico e culturale di straordinaria solidità, capace di mantenere una forte identità pur nell’inclusione di popoli diversi.
Il De reditu suo offre dunque una duplice testimonianza: il dolore per la decadenza dell’ordine romano tradizionale e l’orgogliosa rivendicazione della missione civilizzatrice di Roma, la quale, secondo l’autore, seppe realizzare l’ideale di un’unica patria per popoli differenti. E l’affermazione «fecisti patriam diversis gentibus unam» riassume efficacemente l’essenza di tale visione. L’impero è sintesi di unità e pluralità, identità e alterità, fondato sulla forza delle istituzioni e del diritto – strumenti attraverso i quali l’Urbe riuscì, per secoli, a trasformare la diversità in principio di coesione universale.
Da allora sono cambiate molte cose. E oggi Roma si presenta come una realtà singolare, irriducibile a qualsiasi altra esperienza urbana, una città con una sua Chiesa millenaria che nel corso dei secoli si è sforzata di essere insieme mater et caput, come si legge nei cartigli della basilica lateranense, luogo di potere e di santità, centro di civiltà e crocevia di popoli. L’universalità di Roma non deriva soltanto dalla sua storia politica e artistica, ma da quella vocazione spirituale che la consacra come spazio simbolico dell’unità cattolica e dell’incontro fra le genti. In Roma si è progressivamente composta la trama del cristianesimo storico, e nel suo paesaggio si riflette l’intreccio fra l’umano e il divino che ha plasmato la cultura dell’Occidente. Ogni epoca ha consegnato alla città segni di questa tensione universale: dai martiri che la santificarono con il sangue ai pellegrini che ne fecero la loro meta, dai concili che vi definirono la fede alle opere di carità che ne hanno rappresentato il cuore pulsante.
Paolo VI, nella costituzione apostolica Romano Pontifici eligendo, ricordava che Roma «non è una città come le altre, ma un mistero di unità nella pluralità, un punto di incontro fra i popoli e le culture, chiamato ad annunciare il Vangelo fino ai confini della terra». In questa definizione si condensa l’essenza della romanità cristiana. Non dominio, ma servizio. Non supremazia, ma testimonianza. Il Concilio Vaticano II, da lui portato a compimento, restituì a Roma la sua piena dimensione universale, non come capitale della cristianità trionfante ma come città che vive nella tensione tra il cielo e la storia, segno di una Chiesa pellegrina e solidale con l’intera famiglia umana. Da allora il magistero dei pontefici ha costantemente riaffermato che la vocazione di Roma è quella di farsi strumento di comunione fra i popoli.
Giovanni Paolo II, nel suo discorso per il Giubileo del 2000, parlò di Roma come della «città in cui la memoria del passato e le attese del futuro si abbracciano», sottolineando che la sua universalità non si radica nel potere ma nella misericordia. Egli vedeva nella città un’icona del mondo contemporaneo, con le sue contraddizioni e le sue ferite, ma anche con la sua inesausta sete di senso. La sua visione di Roma come «foro delle nazioni» riprendeva, in chiave moderna, la concezione agostiniana della civitas come spazio di convergenza fra diversità riconciliate nella verità di Cristo.
Benedetto XVI, in continuità con questa prospettiva, più volte ricordò che Roma è «una città che parla di Dio persino attraverso le sue pietre», invitando a riscoprirne il volto spirituale oltre la superficie del turismo e della mondanità. Nella sua omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo del 2008 egli affermò che «Roma è grande non perché fu capitale di un impero, ma perché è divenuta la capitale di un servizio che si chiama cattolicità», intendendo con questo termine la capacità della Chiesa di abbracciare l’intero genere umano nella verità e nella carità. Il suo magistero ha messo in luce la dimensione intellettuale e contemplativa di questa universalità, interpretando la città come una scuola di dialogo fra fede e ragione, tradizione e modernità.
Con papa Francesco la riflessione sul ruolo di Roma assunse una tonalità nuova, radicata nella concretezza pastorale e nella spiritualità della misericordia. Nel suo discorso del 31 dicembre 2023, durante il Te Deum, egli definì Roma «una città con un’anima, una comunità di popoli chiamata a costruire la speranza». Per Francesco, la vocazione universale della città si giocava nella capacità di accogliere, di generare fraternità, di far convivere differenze culturali e sociali senza cedere alla tentazione della chiusura o dell’indifferenza. La Roma che il papa argentino contemplava non era soltanto la sede della Chiesa universale, ma il paradigma delle metropoli contemporanee: luogo di bellezza e di miseria, di solidarietà e di solitudine, dove la fede è chiamata a tradursi in prossimità concreta. Denunciò più volte il rischio di ridurre Roma a un museo o a un’idea astratta, invitando i suoi abitanti e i credenti di ogni continente a riscoprirla come città viva, capace di custodire le sofferenze e le speranze dell’umanità.
In questo senso, il Giubileo della Speranza del 2025 doveva manifestarsi come la prosecuzione coerente del magistero dei suoi predecessori, ma anche come una nuova tappa nella presa di coscienza della responsabilità universale di Roma. Nel pensiero di Francesco, la città diventava il luogo privilegiato per esercitare quella che egli chiamava la «teologia della vicinanza», una teologia che si doveva fare strada, incontro, sguardo, e che misurava la verità della fede dalla capacità di chinarsi sulle ferite dell’altro. Roma, nella sua pluralità etnica e culturale, diventava così per Francesco l’icona visibile di una Chiesa che non temeva di sporcarsi le mani nella storia, che si lasciava interpellare dai poveri, dai migranti, dai dimenticati, che vedeva nella periferia non un margine da correggere ma un centro da abitare. Questa dimensione pastorale della romanità non negava, ma piuttosto doveva portare a compimento, la tradizione teologica della Città eterna: l’universalità non come estensione geografica del potere, ma come inclusione di ogni uomo e donna nella dinamica salvifica dell’amore di Dio.
La grande eredità dei papi postconciliari consiste allora nell’aver saputo leggere Roma come paradigma della condizione umana, come segno profetico dell’unità possibile nel pluralismo. Paolo VI in particolare aveva già intravisto in questa prospettiva la direzione del futuro quando, rivolgendosi al corpo diplomatico nel 1975, definì Roma «laboratorio della civiltà dell’amore». Giovanni Paolo II fece di questa espressione il filo rosso del suo pontificato, interpretando la città come officina di speranza e ponte fra nazioni. Benedetto XVI ne mise in luce la radice spirituale, esortando a custodirne l’anima contemplativa. Francesco, infine, la restituì alla sua umanità concreta, trasformandola in spazio di fraternità vissuta. Tutti insieme hanno delineato un’unica grande visione: Roma come cuore pulsante di una Chiesa universale che si riconosce nel mistero dell’incarnazione e si lascia continuamente evangelizzare dalla realtà che la circonda.
La Città eterna, in questa prospettiva, è al tempo stesso memoria e profezia: memoria della fedeltà di Dio che l’ha scelta come dimora della sua Chiesa, profezia di una umanità riconciliata in cui la pluralità diventa comunione. Così, ogni pietra di Roma, ogni basilica, ogni strada popolata da turisti e mendicanti, ogni comunità religiosa che prega nel silenzio, ogni gesto di carità che fiorisce nelle sue periferie, diventa parte di un’unica liturgia cosmica, un canto di universale riconciliazione che attraversa i secoli. Roma continua a essere, come scrisse Paolo VI, «la città che insegna la cattolicità non con la parola, ma con la vita». È in questo senso che la sua vocazione all’universalità non è un fatto storico ma una dimensione ontologica, un destino inscritto nel suo stesso nome, che rovesciato diventa «Amor». Roma è una città che non smette di rivelarsi come una metafora del mondo, una sintesi viva delle sue grandezze e delle sue contraddizioni. Nel suo respiro millenario convivono la pietra e la polvere, la luce che filtra dalle cupole e l’ombra dei sottopassi dove dormono gli invisibili. La capitale è una città dove si concentrano le ricchezze e le povertà, i monumenti e le baracche, i palazzi del potere e le periferie silenziose. È proprio in questa tensione, in questo spazio intermedio tra splendore e ferita, che si colloca oggi il cammino della Chiesa di Roma, chiamata a farsi non solo testimone di fede ma forza viva di ricucitura, strumento di un’umanità che non si rassegna all’indifferenza. «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze», scrisse Francesco nell’Evangelii gaudium.
Da questa consapevolezza è nato l’impegno della diocesi di Roma, che a cinquant’anni dallo storico convegno sui «Mali di Roma» ha scelto nel 2024 di riaprire il dialogo con la città attraverso un convegno itinerante a tappe nelle periferie di Roma, dal titolo più che emblematico: «Ricucire lo strappo: oltre le disuguaglianze». Un’iniziativa che ha unito istituzioni, associazioni, comunità e cittadini in un cammino di discernimento e responsabilità condivisa. Mezzo secolo fa, nel 1974, la Chiesa di Roma aveva avuto il coraggio di interrogare sé stessa e la città sulle piaghe del degrado, della povertà e dell’emarginazione. Quell’assise, voluta dal cardinale vicario d’allora, Ugo Poletti, e animata da voci profetiche come quelle di don Luigi Di Liegro e don Roberto Sardelli, rappresentò una svolta nella coscienza ecclesiale e civile: per la prima volta il popolo di Dio si confrontava apertamente con le ingiustizie della città e con la necessità di una presenza cristiana non solo spirituale ma profondamente incarnata nella vita sociale. «Fu un successo ecclesiale», ha ricordato Andrea Riccardi intervenendo al convegno, «perché quel febbraio 1974 segnò l’inizio della stagione ecclesiale contemporanea: la memoria non è nostalgia, ma richiamo a quello che la Chiesa è e può essere a Roma. Roma senza i cristiani è un’altra Roma». Oggi, nel contesto di una città che ha mutato volto ma non ha sanato le sue ferite, la diocesi ha ripreso con umiltà quel cammino di ascolto e dialogo con spirito nuovo, fedele all’intuizione originaria ma consapevole della complessità del presente.
Il cardinale Baldo Reina, attuale vicario del papa per la diocesi, ha scelto di abitare questa complessità non dalle scrivanie, ma dalle strade. La sua presenza costante nelle periferie, dalle borgate storiche ai nuovi quartieri del disagio, non è gesto simbolico ma segno di un magistero pastorale che si fa prossimità reale. L’immagine del vicario che entra nelle case popolari del Quarticciolo, che ascolta le madri sole, che visita le scuole e incontra gli anziani, restituisce il volto di una Chiesa che non osserva le diseguaglianze da lontano ma le attraversa, le abbraccia, ne fa spazio teologico. «Le persone vanno curate a prescindere dal reddito», ha detto Reina durante l’incontro sulle disuguaglianze nella tappa che riguardava il diritto alla salute. «Non possiamo accettare l’idea di una sanità in cui chi è ricco può permettersi le cure e chi è povero viene lasciato indietro. Dobbiamo approfondire il dialogo tra le istituzioni, al quale anche la Chiesa di Roma vuole dare il suo contributo». Il percorso «Ricucire lo strappo» – in quanto esperienza itinerante concepita con l’intento di coniugare la riflessione spirituale e l’impegno sociale – si è articolato in quattro grandi ambiti (scuola, sanità, abitare e lavoro) che rappresentano altrettanti banchi di prova per il riconoscimento della dignità della persona. Dai giovani che abbandonano gli studi ai malati senza cure, dagli sfrattati alle famiglie senza reddito, il volto della diseguaglianza a Roma è molteplice ma riconoscibile, perché si manifesta in quella solitudine collettiva che segna la nostra epoca. «Il moltiplicatore della fragilità è la solitudine», ha ricordato Pierciro Galeone della Fondazione Di Liegro, sottolineando come quasi metà delle famiglie romane sia composta da una sola persona. Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana, ha parlato del macrofenomeno delle solitudini quale nuova frontiera della povertà urbana: «Nella nostra amatissima Roma la priorità delle priorità è quella di ricostruire un tessuto connettivo di relazioni, di aiuto e di sostegno reciproco».
In questo orizzonte, l’azione della Caritas non è solo assistenza ma pedagogia della comunità: un invito rivolto a tutta la città a riconoscere che «non è un problema dei poveri, ma un problema di tutti», come ha scritto il cardinale emerito Angelo De Donatis nella lettera alla città. Le diseguaglianze non sono numeri ma storie, e Roma le racconta ogni giorno nei suoi contrasti: scuole di frontiera dove insegnanti e studenti reinventano la speranza, ambulatori di Sant’Egidio dove medici e volontari curano chi non ha diritto alle cure, progetti di housing sociale che restituiscono dignità a chi non ha casa. Nelle aule scolastiche del quartiere Castelverde, il convegno sulle «(Dis)uguaglianze educative» ha dato voce a ragazzi, docenti e famiglie, mostrando che l’educazione è la prima frontiera della giustizia. «Il principale investimento che produce il superamento delle divisioni è l’educazione», ha ricordato il direttore dell’Ufficio per la pastorale scolastica Rosario Chiarazzo. E i giovani, come Mariagrazia e Gaia, volontarie nelle Scuole della Pace di Sant’Egidio, hanno testimoniato con le loro parole che la fraternità non è utopia ma esperienza possibile: «Ho scoperto che si è più felici quando si fanno felici gli altri», ha detto una di loro. La scuola, nella visione della Chiesa di Roma, non è solo luogo di istruzione ma laboratorio di umanità, terreno in cui si apprende il senso della vita come servizio, del sapere come dono condiviso. Lo stesso vale per la sanità, dove la distanza tra chi può e chi non può curarsi è diventata uno dei segni più evidenti della diseguaglianza. In luoghi come il San Gallicano, dove la Comunità di Sant’Egidio accoglie migranti e senza dimora, o nei centri di ascolto della Fondazione Di Liegro per i malati psichici e le loro famiglie, la cura diventa atto politico e spirituale insieme, gesto che restituisce centralità alla persona e dignità alla sofferenza. «La salute è una questione di democrazia», ha affermato Maurizio Marceca, della Sapienza Università di Roma. «La qualità della salute che si riesce a garantire a una popolazione è misura della qualità della democrazia che quella popolazione è riuscita a esprimere».
Papa Francesco, nella Giornata mondiale del malato, ha invitato i cristiani a «adottare lo sguardo compassionevole di Gesù», ricordando che «gli ammalati, i fragili, i poveri sono nel cuore della Chiesa e devono essere anche al centro delle nostre attenzioni umane e premure pastorali». Ma forse è proprio il tema della casa a rappresentare oggi la ferita più dolorosa e insieme la possibilità più profonda di redenzione civile. «A Roma oggi si muore da soli o si muore senza casa», ha detto il cardinale Reina aprendo l’incontro «Abitare a Roma… germogli di speranza», nel quartiere di Torrevecchia, proprio accanto a Bastogi, il residence simbolo di marginalità ma anche di resistenza umana. Nell’occasione, le parole dell’urbanista Paolo Berdini hanno posto con lucidità il problema strutturale di una città che ha smesso di costruire case popolari e ha affidato il diritto all’abitare al mercato: «Abolire le case popolari per legge è stato un pessimo affare. È tempo di ricominciare a investire nella ricchezza collettiva, partendo proprio dalla costruzione di case per i poveri». Eppure, accanto alle ombre si accendono luci di speranza. In particolare il programma di housing sociale intitolato a don Roberto Sardelli, promosso dalla Caritas di Roma, che offre non solo un tetto ma percorsi di autonomia e riscatto. Ma anche le convivenze miste di Sant’Egidio, dove anziani, ex senzatetto e studenti condividono appartamenti e quotidianità. Così come i progetti delle Suore Pastorelle per gli studenti fuorisede, che restituiscono alla parola «casa» il suo senso originario: accoglienza. Tutte esperienze che mostrano come la Chiesa non si limiti a denunciare le diseguaglianze, ma costruisca alternative concrete, modelli di convivenza fondati sulla solidarietà e sulla corresponsabilità.
Un aspetto che va sottolineato, emerso in dissolvenza durante il convegno, riguarda l’accoglienza degli stranieri. Come abbiamo visto, l’Urbe è una capitale multiculturale, crocevia di popoli fin dall’antichità. E oggi si trova a dover coniugare il rispetto delle proprie tradizioni con la necessità di integrare persone provenienti da contesti culturali, religiosi ed economici diversi. In questo scenario, la Chiesa svolge un ruolo fondamentale: attraverso parrocchie, centri di accoglienza, associazioni caritative e iniziative pastorali, si fa portavoce di un modello di solidarietà e fraternità universale. Ecco che allora Roma, in questa prospettiva, continua a essere non solo la Città eterna, ma anche un laboratorio vivente di umanità. Non semplice luogo geografico, ma parabola dell’umanità intera. È la città dove la speranza cristiana deve farsi visibile, dove l’universalità del Vangelo incontra la pluralità delle culture e delle fedi. In battuta, potremmo dire che la sua vocazione, almeno idealmente, è quella d’essere espressione della globalizzazione perspicace di Dio.
Come papa Francesco ricordò il 31 dicembre 2023 nel Te Deum, «Roma condivide con tutte le grandi città un ruolo ambivalente: sono i luoghi dove si concentrano le risorse e le competenze, ma anche dove sono più forti diseguaglianze e marginalità. Accanto a esse, però, ci sono segni di energia positiva, di solidarietà e di bene operare. Tutta la città perde il suo carattere di comunità quando si spezza la trama delle relazioni tra le persone e le generazioni». In questa visione, la Chiesa di Roma è chiamata a essere anima e coscienza della città, non potere ma servizio, non centro di comando ma spazio d’incontro. L’impegno contro le diseguaglianze non è, dunque, un programma sociologico, ma una forma di teologia vissuta. Vangelo tradotto in azione. Lo si vede nei volti dei sacerdoti che aprono le parrocchie ai senzatetto, dei medici volontari che curano gratuitamente, degli insegnanti che accompagnano i ragazzi a rischio, dei laici che costruiscono reti di solidarietà nei quartieri. Roma, crocevia di genti e storie, resta così fedele alla sua vocazione universale: essere una città che parla al mondo non per la sua potenza, ma per la sua capacità di accogliere, di riconciliare, di trasformare la fragilità in luogo di grazia. È in questa storia che Roma continua a camminare. Città ferita e insieme promessa, città di pietra e misericordia, Città eterna e quotidiana, che nella voce della sua Chiesa ritrova il respiro universale del Vangelo.
Detto questo, non possiamo fare a meno di ricordare le parole di papa Leone XIV nel corso dell’udienza al clero romano, poche settimane dopo la sua elezione al soglio pontificio: «Siamo preoccupati e addolorati per tutto quello che succede ogni giorno nel mondo: ci feriscono le violenze che generano morte, ci interpellano le disuguaglianze, le povertà, tante forme di emarginazione sociale, la sofferenza diffusa che assume i tratti di un disagio che ormai non risparmia più nessuno. E queste realtà non accadono solo altrove, lontano da noi, ma interessano anche la nostra città di Roma, segnata da molteplici forme di povertà e da gravi emergenze come quella abitativa. Una città in cui, come notava papa Francesco, alla “grande bellezza” e al fascino dell’arte deve corrispondere anche “il semplice decoro e la normale funzionalità nei luoghi e nelle situazioni della vita ordinaria, feriale. Perché una città più vivibile per i suoi cittadini è anche più accogliente per tutti”».
Non c’è dubbio: il cammino per affermare il cambiamento agognato è lungo. Certo, la diocesi di Roma occupa un posto unico nella storia e nella vita della Chiesa cattolica – sede del papato, cuore della cristianità, punto di riferimento spirituale per milioni di fedeli nel mondo – ma è anche vero che questa grandezza porta con sé sofferenze e limiti. La diocesi di Roma vive le stesse fragilità delle comunità umane che la compongono: fatica pastorale, difficoltà di testimoniare il Vangelo in una città complessa e spesso segnata da indifferenza religiosa, dalle tensioni tra dimensioni universale e locale. Accanto alla gloria del suo ruolo, la diocesi di Roma conosce dunque anche la sfida di rinnovarsi continuamente, per essere non solo centro di autorità, ma soprattutto esempio vivo di carità e di servizio evangelico.