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DUBAI E RIYAD COMPETONO PER L’OLOGRAMMA DI ROMA

di Federica LUISE

Emiratini e sauditi si sfidano a colpi di riproduzioni delle rovine romane nel Levante. Obiettivo: usare il mito dell’Urbe come strumento di competizione, influenza e diversificazione economica. Il caso di Palmira. La Siria non può dire No.

  1. AL-RÛM. COSÌ LA TRENTESIMA SURA DEL Corano si riferisce ai romani. Quando il profeta Maometto cominciò la sua predicazione nel VII secolo l’impero romano non era certo più quello di Augusto, ma la sua eredità sopravviveva nell’impero bizantino. Sulle rive del Bosforo, Costantinopoli si proclamava Nuova Roma e governava le province levantine di Siria, Palestina ed Egitto.

Nel 614 d.C. l’impero sasanide, sotto il generale Shahbaraz, conquistò Gerusalemme. La sua caduta, seguita da un sanguinoso assedio, scosse profondamente il mondo mediterraneo. Oltre mille chilometri più a sud, alla Mecca, Maometto predicava da poco l’avvento dell’islam e alla notizia i politeisti meccani – con i quali era in aperto conflitto religioso – gioirono. La situazione costituiva una sorta di metafora: la vittoria del politeismo sul monoteismo, quindi la sconfitta apparente della predicazione di Maometto. Tuttavia il Corano – rivelazione divina – preannunciava la vittoria dei romani entro pochi anni. Così fu nel 627 d.C. nella battaglia di Ninive, dove l’imperatore Eraclio sconfisse i persiani, legittimando indirettamente la predicazione islamica. Il rapporto tra al-Rûm e islam era quindi stretto. I cristiani rientravano nella ahl al-kitāb (gente del libro), credenti in un unico Dio e portatori di una rivelazione precedente a quella islamica, fratelli nella fede. L’impero romano era emblema di civiltà e potenza, godeva di grande prestigio agli occhi dei primi musulmani.

Quella stima per il mondo romano non era una novità. Tre secoli prima, la regina Zenobia di Palmira ne incarnava già il fascino. Considerata una delle figure più importanti del mondo antico, si riteneva discendente dell’impero romano originale e vantava legami con la regina Cleopatra, mostrando un’unione a dir poco precorritrice della commistione tra mondi arabo e romano. Iulia Aurelia Zenobia Settimia – il suo nome romano – trasformò Palmira in una capitale culturale tra Oriente e Occidente. Dopo la morte del marito, approfittò della crisi di Roma – tra il 268 e il 270 d.C., quando sul trono si susseguivano imperatori effimeri – per costruire un regno autonomo che unisse greci, persiani, ebrei e arabi. La leggenda narra che, una volta sconfitta dall’imperatore Aureliano, Zenobia venne riconosciuta per il suo intelletto e fu portata alla corte imperiale come consigliera.

Palmira è quindi diventata fin dai primi secoli un simbolo di convivenza tra l’eredità romana e la cultura araba. Luogo della quintessenza delle antiche città romane in Medio Oriente – da Leptis Magna in Libia a Garaš in Giordania, da Ba‘labakk in Libano a Mosul in Iraq – e simbolo del loro ruolo centrale nel turismo archeologico. Nonostante le devastazioni dei conflitti e delle incursioni terroriste, oggi grazie ai finanziamenti dei paesi del Golfo Palmira non solo rappresenta la tutela del patrimonio romano nel Levante, ma diventa anche uno strumento attraverso cui gli Stati esercitano soft power e interessi geopolitici.

  1. Dal nome originario Tadmur, Palmira si presenta come una maestosa scenografia nel cuore del deserto, estendendosi fino alle rive dell’Eufrate in un’arida distesa. Plinio il Vecchio la descriveva come «una città notevole per la ricchezza dei suoli e l’abbondanza delle acque. Le sabbie la cingono da ogni parte, la natura stessa l’ha isolata dal resto del mondo. Gode di un destino privilegiato, sospesa tra i due grandi imperi, quello dei romani e quello dei parti, entrambi desiderosi di conquistarla ogni volta che il loro conflitto si riaccende».

Palmira La Grande era un’importante oasi che grazie alla sua sorgente nel deserto permetteva la coltivazione di olivi e alberi da frutto. La sua posizione strategica la rendeva uno snodo carovaniero fondamentale e una colonia romana d’eccellenza, dove venivano scambiate merci preziose come pelli, tessuti e spezie. La sua appartenenza all’impero romano era evidente a ogni viaggiatore che vi giungeva. Il Grande colonnato costituiva l’asse principale della città, collegando il tempio di Baal – monumentalizzato con cortili porticati e decorazioni corinzie che ne fecero uno dei più grandi templi del mondo romano orientale – con l’arco trionfale e l’agorà, simbolo della res publica cittadina. Il teatro, il complesso termale e il quartiere militare di Diocleziano completavano la pianta urbana, in linea con il modello delle città romane. Infine, il Tetrapylon accoglieva sotto le sue colonne le carovane che arrivavano da un lungo viaggio.

La «sposa del deserto» era innamorata dei propri abiti romani, fino a quando lo Stato Islamico non li stracciò nel 2015. I jihadisti fecero saltare in aria numerose architetture. Secondo la filosofia jihadista, ogni traccia di culto idolatrico o di passato non islamico va distrutta come atto di purificazione religiosa. La demolizione dei simboli storici non era solo un atto iconoclasta, ma anche un mezzo per dimostrare potere, esercitando un impatto psicologico sulla popolazione locale. Solo il teatro romano fu mantenuto in piedi come scenografia per le esecuzioni. Molti reperti archeologici furono saccheggiati e venduti sul mercato nero per finanziare le attività del gruppo. Questo avvenne, per esempio, quando lo Stato Islamico affrontò il «custode» della città e archeologo Khaled al-As‘ad. Questi fu catturato e giustiziato dopo essersi rifiutato di rivelare dove fossero nascosti i reperti più preziosi, destinati alla vendita.

I segni della distruzione sono tuttora evidenti, specialmente dove le ferite della guerra civile siriana e i raid israeliani hanno aggravato la situazione. Il governo di Damasco ha da tempo avviato interventi di restauro in collaborazione con l’Unesco, ma il turismo – una fonte importante di introiti per il sito archeologico e per l’economia nazionale – è drasticamente diminuito. Oltre all’Unesco e ai finanziamenti europei, un ruolo di primaria importanza è stato svolto dai paesi del Golfo, in particolare da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, che hanno sostenuto la ricostruzione e la tutela del patrimonio di Palmira.

L’International Alliance for the Protection of Heritage in Conflict Areas (Aliph) – finanziata da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Kuwait (oltre a Cina, Francia, Marocco e Lussemburgo) – ha annunciato un progetto biennale da cinque milioni di dollari per il sito di Palmira che include la riabilitazione del museo, la stabilizzazione dei reperti danneggiati e il rilancio dei servizi archeologici. Attraverso il restauro dell’antica Roma, i paesi del Golfo rispondono al terrorismo e mandano un messaggio di apertura e tolleranza. Questi princìpi sono due pilastri del soft power arabo che si cela dietro l’importanza del passato culturale romano che ha permesso la diffusione dell’islam.

In Siria è già accaduto. La Russia, uno dei principali finanziatori, ha sempre avuto chiari interessi nel paese (in primis le proprie basi militari) e collabora tuttora con la Direzione generale antichità e musei siriana (Dgam) attraverso accordi di cooperazione e il coinvolgimento di istituti come l’Accademia russa delle scienze. Questo rapporto va oltre il mero restauro archeologico e si inserisce in un piano d’influenza per rafforzare la presenza russa nell’area. I petro-Stati del Golfo stanno perseguendo strategie simili, ma in questo caso l’influenza non si limita alla Siria. Uno degli obiettivi centrali, soprattutto della saudita Vision 2030, è costruire un’immagine di paese moderno e aperto al dialogo internazionale. Il sostegno alla conservazione del patrimonio storico romano assume un valore strategico che consente di rafforzare i legami culturali e politici con l’Europa e il Mediterraneo, regioni sensibili alla tutela della propria eredità storica. Ma questi non sono gli unici obiettivi delle petromonarchie.

  1. La necessità di diversificare l’economia è al centro delle nuove politiche dei petro-Stati. Lo sviluppo del settore archeologico arriva al momento opportuno, insieme alle recenti iniziative per valorizzare la storia antica delle tribù beduine della Penisola Arabica. Grazie alla condivisione di conoscenze, tecnologie avanzate e ingenti investimenti con l’Europa e il Levante, i petro-Stati possono trasformare tale settore in un motore di crescita. Una mossa strategica per diversificare l’economia e proiettare soft power. Negli ultimi anni Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno sviluppato competenze in materia. Un esempio è l’istituzione della saudita Royal Commission for al-Ula (Rcu) che ha attivato centri di ricerca e formazione con istituzioni europee, diventando un polo d’eccellenza nella documentazione digitale e nel restauro dei siti storici. Idem l’Institute for Digital Archaeology (Ida) di Dubai, che in collaborazione con Harvard e Oxford ha ricostruito in scala l’arco di Palmira attraverso imaging 3D e stampa tridimensionale.

L’arco monumentale di Palmira collegava il tratto centrale e quello orientale del Grande colonnato cittadino. Costruito durante il regno di Settimio Severo (II e III secolo d.C.), fu ristrutturato negli anni Trenta del Novecento per poi essere quasi completamente distrutto dallo Stato Islamico nel 2015. Il progetto di ricostruzione è stato lanciato dagli Emirati, principali contributori finanziari e tecnologici, insieme a Regno Unito, Stati Uniti e Italia. Il risultato è una fedele copia dell’arco che ha restituito una fusione tra artigianalità italiana (grazie al laboratorio specializzato Torart di Carrara) e innovazione emiratina. La replica è stata presentata a Londra nel 2016, poi esposta a New York e a Dubai (con un breve passaggio in Italia) durante il World Government Summit del 2017 dedicato al ruolo della tecnologia nel progresso. Secondo il direttore del Museo del futuro di Dubai, Sayf al-‘Ulaylō, «la collaborazione conferma l’attenzione degli Emirati all’uso di tecnologie avanzate per lo studio e la conservazione dell’eredità umana, nostro patrimonio comune. Il Million Image Database consente di registrare, preservare e studiare oggetti di grande valore storico, ma anche di condividerne facsimili da mostrare in tutto il mondo. Siamo così in grado di garantire che nessuno possa negare la storia o imporre la propria narrazione contro la nostra comune aspirazione a vivere insieme in armonia».

L’arco però non è mai stato portato a Palmira in sostituzione di quello distrutto; è stato invece esposto a Dubai, con una scelta che strumentalizza l’archeologia romana facendone uno spot per il turismo emiratino. Il Burj Khalifa fa da sfondo all’arco di Palmira, piegando la cultura alle logiche del business. Le ricostruzioni diventano vetrine del progresso tecnologico, «condividere facsimili da mostrare in tutto il mondo» inserisce la Penisola Arabica nei flussi del turismo archeologico, finora poco sviluppato nella regione.

  1. Anche l’Arabia Saudita ha avanzato un progetto di appropriazione simbolica e strategica dell’archeologia. Dopo la caduta di Baššār al-Asad, la Siria sta rimettendo in moto la macchina statale. Mentre il leader Ahmad al-Šar‘ cerca di ristabilire relazioni con la comunità internazionale, il governo investe in grandi progetti di ricostruzione, tra cui l’ampliamento dell’aeroporto per quattro miliardi di dollari. In vista di un’auspicata ripresa del turismo, archeologi e restauratori stanno tornando nei siti storici per gettare le basi di una rinascita culturale e turistica. Palmira, uno dei più importanti siti archeologici romani al mondo, potrebbe attrarre molti visitatori contribuendo a rilanciare il paese.

Gli Stati del Golfo osservano con attenzione questi sviluppi. Sono consapevoli che la ricostruzione di Palmira richiederà ingenti finanziamenti e competenze avanzate. Sanno anche che la situazione rimane instabile, limitando per ora i flussi turistici verso Damasco. Presentandosi come paesi stabili e sicuri, questi attori possono attrarre parte del turismo culturale prima diretto in Siria, «spostandone» il patrimonio archeologico nei loro territori attraverso riproduzioni ultratecnologiche. Riyad ha dunque lanciato il progetto al-Dir‘iyya, polo turistico e culturale di lusso parte del progetto Vision 2030. Il suo direttore Jerry Inzerillo ha dichiarato di aver discusso con funzionari siriani un contributo alla ricostruzione dei locali siti storici, inclusa Palmira, le cui rovine potrebbero poi essere riprodotte nel Regno, inserite in musei ipertecnologici e immersivi. In futuro la collaborazione potrebbe essere estesa a città simbolo del patrimonio mediorientale come Damasco, Aleppo e Beirut.

Malgrado le critiche sollevate, difficilmente la Siria potrà rifiutare l’enorme offerta finanziaria da investire nel restauro del proprio patrimonio culturale, che aprirebbe anche a un nuovo scambio di competenze nel settore. Così la competizione interna al Golfo finisce per investire anche il settore archeologico.

Roma e l’impero romano sono percepiti dal mondo arabo come simboli di potere, ordine e civiltà. Gli arabi ne riconoscono il prestigio, soprattutto sul piano architettonico e turistico, consapevoli dell’enorme flusso che attraggono. Il legame a un passato che li riguarda indirettamente esprime la stima per esso e rappresenta la chiave di volta per le relazioni diplomatiche con i paesi che vantano una storia importante. Le rovine romane delle città mediorientali sono così diventate strumento d’influenza e sviluppo nel Golfo. Restaurandole, emiratini e sauditi si accreditano potenze tecnologiche, culturalmente impegnate e aperte al mondo oltre l’islam. Invece di camminare tra il Tetrapylon o lungo il Grande colonnato di Palmira, basterebbe dunque volare a Riyad per immergersi in una loro versione artificiale. Una Disneyland dell’antichità, dove il patrimonio culturale si trasforma in attrazione turistica. Senza alcuna legittimità storica, ma sotto una cupola di lusso.