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Roma, futuro dell'Occidente: un'occasione per Italia e Francia

di Guy-Alexandre Le Roux

La romanità, più che un’eredità, è un modo particolare di guardare e organizzare il mondo. Sorretta dal suo centro culturale, Roma, e dalla sua estensione, ovvero Parigi, essa offre un quadro intellettuale capace di rifondare l’assetto geopolitico europeo. La sua evidente influenza culturale stenta tuttavia a trovare traduzione politica ed economica. La romanità agisce, ma non viene pensata. È dunque necessario concettualizzarla. Non per imprigionarla, ma per darle capacità d’azione, per illuminare le scelte delle nazioni che la incarnano, per rafforzarne la coerenza e permettere loro di rapportarsi al mondo con sguardo libero, disincantato ed energico.

I criteri della romanità

La romanità è anzitutto un modo di concepire il mondo. Si basa su una filosofia ereditata dai greci, dai giuristi romani e dai pensatori cristiani, che riconosce la centralità della persona umana distinguendola dalla tribù. Questa distinzione fondamentale si concretizza in un quadro giuridico che riconosce il diritto dell’individuo. Il lungo processo di maturazione che va da Cicerone, con la distinzione tra ius e lex, passando per Agostino d’Ippona, che subordina la legge alla giustizia, fino all’illuminismo approda al modello dello Stato di diritto, il più idoneo a proteggere la persona umana.

L’apporto cristiano è essenziale nella concezione del rapporto con Dio, in cui la libertà dell’uomo è costantemente chiamata in causa. Ne deriva un chiaro modo di vivere, che si esplica nella famiglia monogama, nella complementarità tra uomo e donna e nel dovere di proteggere i bambini. La Chiesa è una delle principali componenti della romanità. Inserendosi nella continuità della civiltà romana, essa l’ha mantenuta viva e arricchita. Roma sarebbe sopravvissuta ai visigoti, agli imperatori germanici, alle mire delle altre potenze, senza i monaci che trasmisero i testi antichi, senza cardinali e papi che contribuirono al rinnovamento delle arti? Le civiltà possono scomparire, ma la Chiesa, grazie alla sua temporalità unica, ha saputo preservare l’essenza della romanità, trasmettendola e vivificandola.

La romanità è anche ovunque si beva vino. Cesare, nel De bello gallico, notava che i galli bevevano vino per via dei loro antichi rapporti con l’Italia, mentre i germani, ritenendo che intorpidisse i sensi e fiaccasse il coraggio, ne vietavano l’importazione e vi preferivano la birra. L’impronta geografica del vino segnava già allora il limite dell’influenza romana. Infine, la romanità intrattiene un rapporto unico con la sua culla, il Mediterraneo. Spazio di scambi, mobilità, avventure marittime, innovazione, il Mediterraneo nutre uno spirito aperto alle acque, quindi al mondo.

Un’influenza mutevole

Lo spazio d’influenza della romanità non ha confini fissi. Il suo centro vitale si trova nei paesi europei dove l’impero romano ha lasciato un’impronta più profonda. Roma ne è il cuore, affiancata da Parigi. In quest’area il cattolicesimo continua a plasmare una forma mentis. Sebbene nulla sia immutabile, le grandi rivoluzioni avvenute in quest’area non hanno mai cercato di liberarsi della romanità. Al contrario, hanno spesso tentato di restaurarla. Persino la Rivoluzione francese ha tratto istituzioni e simboli politici dalla Roma antica.

Al fuori di questo nucleo, l’influenza della romanità varia a seconda delle strategie politiche e delle guerre, che ne cancellano o approfondiscono l’impronta. Quando Pietro il Grande decide di integrare la Russia nel mondo europeo, apre il suo paese alla romanità. Al contrario, Lenin, attraverso il bolscevismo, cerca di cancellare questa eredità. Nonostante un tentativo di riallineamento negli anni Duemila, la Russia si è poi nuovamente allontanata dalla romanità, soprattutto a partire dal 2022. La guerra in Ucraina dimostra che Mosca coltiva ancora degli interessi in Europa. Tuttavia, il contrasto con i paesi del Vecchio Continente la porta al contempo a volgersi verso l’Asia, cedendo a un antico tropismo orientale.

In certi territori, la romanità si è eclissata. Nel Maghreb, che fu un’importante provincia dell’impero romano, di Roma restano solo siti archeologici come Volubilis e Cartagine. E anche le tracce della colonizzazione europea si stanno dissolvendo. Il mondo ortodosso non è il cuore della romanità, e anzi ne prese le distanze con le dispute religiose e politiche con il papato e con l’opposizione tra Roma e Bisanzio, ma rimane comunque nel suo bacino di irradiamento. Il destino della romanità è legato alla traiettoria della Chiesa. Laddove la Chiesa arretra, la romanità perde vigore. L’esempio più lampante e più desolante è l’Oriente, che pure fu uno dei motori della romanità. Molti pensatori e inventori del tardo impero romano erano orientali: l’astronomo, matematico e geografo Tolomeo (100-168 d.C.) e il filosofo Plotino (205-270 d.C.) avevano origini egiziane, mentre il filosofo Damascio e lo scrittore satirico Luciano provenivano dalla Siria.

La conquista islamica non segnò la fine della romanità in Oriente. Le comunità cristiane, spesso composte da mercanti e notabili, continuarono a mantenere legami stretti con lo spazio romano pur preservando la loro identità araba. Molte di esse ebbero un ruolo determinante nella Nahda, il movimento intellettuale che alimentò la speranza di una rinascita araba fondata sulla modernità europea. Ma con l’indebolimento di queste comunità cristiane a seguito di guerre e persecuzioni, la romanità orientale iniziò progressivamente a offuscarsi. Segnando così non solo il declino della romanità nella regione, ma un vero e proprio collasso culturale.

I confini della romanità trascendono quelli dell’Occidente, concetto ampiamente legato alla strategia americana del containment durante la guerra fredda e all’opposizione tra «democrazie» e «repubbliche popolari» comuniste. Sorge qui una domanda essenziale: così come la democrazia definisce l’Occidente, definisce anche la romanità? Il diritto, certo, crea un’affinità, ma non è il solo elemento determinante. Sulla base dei criteri appena considerati, la Russia è ben più romana del Giappone, eppure il Giappone è considerato un paese occidentale. L’Occidente è allora una costruzione geopolitica nata soprattutto da una strategia lanciata dagli Stati Uniti negli anni Cinquanta e destinata a declinare man mano che l’America rinuncia al suo impero.

Un impensato geopolitico

Nonostante la sua diffusione mondiale, la romanità non si è tradotta in una struttura economica e politica concreta. Francia e Italia hanno più volte collaborato – come testimoniano le comunità economiche del Novecento, l’Ue e il trattato del Quirinale – obbedendo alla logica irresistibile di una fraternità. Ma questa relazione non si è mai imperniata sull’idea di romanità. Allo stesso modo la costruzione europea, rinunciando a fondarsi sulla romanità, si è privata di una solida base politica e di uno strumento per plasmare i suoi rapporti con il resto del mondo. L’Occidente ha come eclissato l’esistenza pur concreta della romanità, confermandola come uno tra i più grandi impensati della geopolitica.

Le nazioni europee cercano oggi una fonte di rinnovamento. Le illusioni originate nel dopoguerra – la pace duratura, la vittoria del «mondo libero», l’universalizzazione dei valori democratici – si sono progressivamente dissolte: la guerra non si è estinta, l’universalismo perde slancio, diverse democrazie occidentali sono in crisi e le logiche etniche riaffiorano. In questo contesto, la coerenza del blocco occidentale, costruita su un preciso modello di sviluppo, sembra essersi incrinata, tanto più che le potenze un tempo emergenti partecipano ora pienamente alla competizione globale. Proprio come la Lega di Delo si è sfaldata con l’indebolimento di Atene, l’Occidente politico si sta sfilacciando man mano che la superpotenza americana arretra, seguendo il ripiegamento strategico impresso dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Eppure, l’influenza della romanità resta potente e continua a esercitare una forza attrattiva. Ciò si spiega innanzitutto per via del suo rapporto con l’universale. La romanità è letteralmente «eccentrica», cioè possiede centri d’irradiazione culturale al di fuori di Roma: in Grecia (Atene) e in Medio Oriente (Gerusalemme). La cultura romana è di stampo fondamentalmente ereditario e per questo le élite della Roma antica si sono sempre considerate depositarie di qualcosa da trasmettere. Ciò le consente di intrattenere un rapporto unico con altre culture e altri spazi: con l’Altro. L’Altro può riconoscersi nella romanità, perché la romanità può riconoscersi in lui. E farsi universale.

La forza della romanità sta dunque nel non essere impermeabile all’Altro. È flessibile, mobile nel suo rapporto con lo spazio e con le diverse tradizioni. La Chiesa, con il suo tempo lungo, permette alla romanità contemporanea di porsi in continuità con Atene, Roma e Gerusalemme. Proprio per via della sua natura aperta e mutevole, la romanità non si fa incasellare in uno schema di scontro tra civiltà. Ciò che dovrebbe permetterle – almeno in via di principio – di sviluppare un acuto senso politico, privilegiando l’opportunità realistica piuttosto che il conflitto tra culture.

Questo rapporto unico con l’universale ha fatto sì che la romanità affascinasse il mondo, avvicinando i popoli e propagandosi su scala globale. Ecco perché continua a esercitare un’enorme attrazione culturale e religiosa. Oltre ai milioni di turisti annuali, anche gli esponenti delle élite di tutto il mondo visitano Roma almeno una volta nella vita, specialmente da quei paesi dove la romanità ha lasciato un’impronta significativa.

L’altra grande forza della romanità è la sua profonda modernità. Modernità che il poeta francese Charles Baudelaire ha probabilmente definito meglio di chiunque altro come «ciò che c’è di eterno nel transitorio». La romanità prescrive l’eterna volontà di tornare a Roma per rinnovarsi nel presente, in una sorta di ricerca permanente di rinascita. Già nel VI secolo, il filosofo e politologo Boezio esortava a proseguire lo studio dei classici greci e latini. Carlo Magno tentò di far rinascere l’impero romano. I principi medievali si identificarono con gli imperatori romani assumendone i poteri, riprendendone i titoli e impregnandosi di romanità per legittimare il proprio potere. Il Rinascimento in Italia e Francia cercò di recuperare la romanità per dare nuovo slancio all’Europa. Perfino la Rivoluzione francese si volle inizio di una nuova Roma. E gli stessi tedeschi, solitamente ostili alla romanità, vi si immersero per un periodo dando origine al classicismo tedesco. Roma è stata sempre il punto di riferimento a partire da cui concepire il rinnovamento perché è ciò che c’è di eterno nel transitorio, fonte di modernità e rinascita.

Un’opportunità per Italia e Francia

In un mondo in via di riorganizzazione, Italia e Francia devono individuare nella romanità un’opportunità geopolitica. Sottraendosi al sistema del blocco occidentale costruito dal containment, tale concetto permetterebbe di ridisegnare la relazione con gli Stati Uniti sul modello di un’alleanza senza subordinazione e soprattutto di elaborare un rapporto libero con il mondo.

Su scala regionale, tutta l’Europa potrebbe trarre vantaggio dal riconoscimento del principio della romanità. La principale debolezza della costruzione europea è la sua scarsa coerenza ideologica, particolarmente evidente nel divario tra Nord e Sud. Nell’Europa meridionale l’eredità romana è un dato acquisito, mentre ciò non vale per il blocco settentrionale, condizionato dall’influenza tedesca. Le tribù germaniche iniziano a divergere dalla romanità con la strage di Teutoburgo (9 d.C.), in cui 20 mila legionari furono uccisi in un’imboscata. Questa battaglia venne poi ampiamente sfruttata dal nazionalismo tedesco. L’opposizione tra Roma e la cultura germanica fu teorizzata dal Kulturkampf bismarckiano. Su spinta prussiana, la Germania unificata oppose la cultura germanica, legata a un popolo e a un ideale (Kultur), alla civiltà europea di matrice romana condivisa dai principi tedeschi con le altre potenze (Zivilisation).

Nonostante la fine del nazismo, che aveva portato all’estremo questa distinzione, la Germania non si è mai davvero liberata di tale retaggio prussiano. Nel gennaio 1963, il generale de Gaulle tentò di agganciare la Germania alla romanità con il trattato dell’Eliseo, che doveva avviare un partenariato approfondito con la Francia. Ma poco prima che il Bundestag ratificasse il trattato nel luglio 1963, Jean Monnet – su ordine di Washington – presentò ai deputati della CDU un preambolo aggiuntivo al trattato, che ne vanificava la sostanza politica originaria. Con l’adozione di quel preambolo, il trattato di fatto impedì la formazione di una solida alleanza tra Germania ed Europa del Sud, cuore della romanità. Gli Stati Uniti avevano ben compreso che il modo migliore per dividere l’Europa era impedire che si riunisse attorno a un unico principio di civiltà. Perciò alimentarono il rifiuto tedesco della romanità. Rifiuto che, peraltro, non è condiviso all’unanimità da tutta la Germania, al contrario profondamente spaccata tra un Ovest a forte impronta romana e un Est germanico.

La costruzione europea non può trovare basi più solide della romanità. La sua vocazione universale permetterebbe di fondare un rapporto sano tra le nazioni europee, favorendo l’unità nella diversità. Unificare salvaguardando i particolarismi: è il modello che Roma ha sempre seguito e che poi è stato ereditato dalla Chiesa.

La romanità è anche una chiave per smorzare le guerre che si svolgono ai confini dell’Europa. Pensiamo concretamente alla guerra in Ucraina. La reazione europea non si comprende senza considerare l’influenza polacca e dei paesi baltici, che vedono nella Russia una minaccia esistenziale per la propria civiltà. Una percezione che, in fondo, né Italia né Francia condividono, perché anche la Russia presenta dei tratti di romanità. Ma l’allontanamento della Russia da Roma favorisce un’escalation secondo il processo analizzato da René Girard: man mano che si allontana dalla matrice comune di civiltà, l’avversario viene depersonalizzato. Condividere una stessa civiltà significa riconoscersi l’uno nell’altro. In assenza di tale riconoscimento, l’avversario diventa un mostro. Seguono decisioni irrazionali e la lotta all’ultimo sangue. Riconoscendo la romanità della Russia, Francia e Italia potrebbero mantenere una linea diplomatica libera e disincantata.

Nel nuovo mondo che si delinea, dove le identità si affermano con sempre più forza, il rapporto all’universale proprio della romanità costituisce un vantaggio formidabile. La sua forza sta nella capacità di unire nella diversità, senza però intestarsi una missione civilizzatrice. E questo è possibile perché la sua influenza si estende ben oltre i confini dell’Occidente. La romanità può inoltre trarre linfa – e in parte già lo fa – dalla Chiesa. La quale, lungi dall’essere una debolezza, è un eccezionale vettore diplomatico nonché elemento essenziale del canone romano.

Il lettore potrebbe obiettare che la romanità rischia di entrare in conflitto con l’interesse e il realismo che dovrebbero guidare uno Stato. La questione si pone in particolare per i cristiani d’Oriente. Se il mondo romano ha tutto l’interesse a proteggere la sua impronta orientale tutelando le comunità cristiane, ha davvero interesse a intervenire nei paesi interessati per salvarle? Nei fatti, i cristiani stanno fuggendo dalla nuova Siria di al-Šar‘ e resta ben poco della romanità in quella regione stremata da venticinque anni di guerra. Bisogna intervenire per preservare la romanità in Siria? Equivarrebbe a rischiare un nuovo conflitto. La romanità non deve delineare i sistemi politici, come ha voluto fare l’Occidente con conseguenze sanguinose, ma piuttosto convivere con essi. È attraverso la diplomazia e le relazioni economiche che la romanità può rafforzarsi e così proteggere le comunità cristiane che ne custodiscono l’eredità.

(traduzione di Benedetta Lazzeri)