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Add "Grande Resistenza Anulare" by Michelangelo Genone exploring the socio-cultural dynamics of Rome's Grande Raccordo Anulare

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Matteo Benedetto 3 months ago
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# Autori
**ALESSANDRO ARONICA**, vicedirettore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
**AUGUSTINUS D.B.**, saggista e ricercatore indipendente.
**PIERO BEVILACQUA**, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza.
**AGOSTINO BIONDO**, giornalista e saggista.
**SANDRO BONVISSUTO**, scrittore.
**TONINO CAGNUCCI**, giornalista e scrittore.
**ALESSANDRO CASSETTA**, architetto e ricercatore.
**PAOLO DESIDERI**, architetto, professore ordinario di Progettazione architettonica all’Università di Roma Tre.
**PAOLO FRANCHI**, giornalista e saggista.
**TOMMASO FRANCO**, ricercatore in Geografia politica.
**DOMENICO GALLIANI**, saggista e consulente strategico.
**ALFONSO GIANCOTTI**, architetto, professore ordinario di Progettazione architettonica all’Università di Roma La Sapienza.
**CARLO GINZBURG**, storico, professore emerito alla Scuola Normale Superiore di Pisa e alla UCLA.
**FILIPPO LA PORTA**, saggista e critico letterario.
**LUCIO CARACCIOLO**, direttore di Limes.
**MARCO LODOLI**, scrittore e giornalista.
**FEDERICO PETRONI**, coordinatore della didattica di Limes.
**LORENZO NOTO**, ricercatore e saggista.
**NICOLA PIEPER**, analista di geopolitica.
**ANDREA RICCARDI**, storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
**WALTER SITI**, scrittore e saggista.
**A. VILLAN**, ricercatore indipendente.

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limes2512/DECIMO_ARTICOLO.md

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# Roma, futuro dell'Occidente: un'occasione per Italia e Francia
## di Guy-Alexandre Le Roux
La romanità, più che un’eredità, è un modo particolare di guardare e organizzare il mondo. Sorretta dal suo centro culturale, Roma, e dalla sua estensione, ovvero Parigi, essa offre un quadro intellettuale capace di rifondare l’assetto geopolitico europeo. La sua evidente influenza culturale stenta tuttavia a trovare traduzione politica ed economica. La romanità agisce, ma non viene pensata. È dunque necessario concettualizzarla. Non per imprigionarla, ma per darle capacità d’azione, per illuminare le scelte delle nazioni che la incarnano, per rafforzarne la coerenza e permettere loro di rapportarsi al mondo con sguardo libero, disincantato ed energico.
### I criteri della romanità
La romanità è anzitutto un modo di concepire il mondo. Si basa su una filosofia ereditata dai greci, dai giuristi romani e dai pensatori cristiani, che riconosce la centralità della persona umana distinguendola dalla tribù. Questa distinzione fondamentale si concretizza in un quadro giuridico che riconosce il diritto dell’individuo. Il lungo processo di maturazione che va da Cicerone, con la distinzione tra ius e lex, passando per Agostino d’Ippona, che subordina la legge alla giustizia, fino all’illuminismo approda al modello dello Stato di diritto, il più idoneo a proteggere la persona umana.
L’apporto cristiano è essenziale nella concezione del rapporto con Dio, in cui la libertà dell’uomo è costantemente chiamata in causa. Ne deriva un chiaro modo di vivere, che si esplica nella famiglia monogama, nella complementarità tra uomo e donna e nel dovere di proteggere i bambini. La Chiesa è una delle principali componenti della romanità. Inserendosi nella continuità della civiltà romana, essa l’ha mantenuta viva e arricchita. Roma sarebbe sopravvissuta ai visigoti, agli imperatori germanici, alle mire delle altre potenze, senza i monaci che trasmisero i testi antichi, senza cardinali e papi che contribuirono al rinnovamento delle arti? Le civiltà possono scomparire, ma la Chiesa, grazie alla sua temporalità unica, ha saputo preservare l’essenza della romanità, trasmettendola e vivificandola.
La romanità è anche ovunque si beva vino. Cesare, nel De bello gallico, notava che i galli bevevano vino per via dei loro antichi rapporti con l’Italia, mentre i germani, ritenendo che intorpidisse i sensi e fiaccasse il coraggio, ne vietavano l’importazione e vi preferivano la birra. L’impronta geografica del vino segnava già allora il limite dell’influenza romana. Infine, la romanità intrattiene un rapporto unico con la sua culla, il Mediterraneo. Spazio di scambi, mobilità, avventure marittime, innovazione, il Mediterraneo nutre uno spirito aperto alle acque, quindi al mondo.
### Un’influenza mutevole
Lo spazio d’influenza della romanità non ha confini fissi. Il suo centro vitale si trova nei paesi europei dove l’impero romano ha lasciato un’impronta più profonda. Roma ne è il cuore, affiancata da Parigi. In quest’area il cattolicesimo continua a plasmare una forma mentis. Sebbene nulla sia immutabile, le grandi rivoluzioni avvenute in quest’area non hanno mai cercato di liberarsi della romanità. Al contrario, hanno spesso tentato di restaurarla. Persino la Rivoluzione francese ha tratto istituzioni e simboli politici dalla Roma antica.
Al fuori di questo nucleo, l’influenza della romanità varia a seconda delle strategie politiche e delle guerre, che ne cancellano o approfondiscono l’impronta. Quando Pietro il Grande decide di integrare la Russia nel mondo europeo, apre il suo paese alla romanità. Al contrario, Lenin, attraverso il bolscevismo, cerca di cancellare questa eredità. Nonostante un tentativo di riallineamento negli anni Duemila, la Russia si è poi nuovamente allontanata dalla romanità, soprattutto a partire dal 2022. La guerra in Ucraina dimostra che Mosca coltiva ancora degli interessi in Europa. Tuttavia, il contrasto con i paesi del Vecchio Continente la porta al contempo a volgersi verso l’Asia, cedendo a un antico tropismo orientale.
In certi territori, la romanità si è eclissata. Nel Maghreb, che fu un’importante provincia dell’impero romano, di Roma restano solo siti archeologici come Volubilis e Cartagine. E anche le tracce della colonizzazione europea si stanno dissolvendo. Il mondo ortodosso non è il cuore della romanità, e anzi ne prese le distanze con le dispute religiose e politiche con il papato e con l’opposizione tra Roma e Bisanzio, ma rimane comunque nel suo bacino di irradiamento. Il destino della romanità è legato alla traiettoria della Chiesa. Laddove la Chiesa arretra, la romanità perde vigore. L’esempio più lampante e più desolante è l’Oriente, che pure fu uno dei motori della romanità. Molti pensatori e inventori del tardo impero romano erano orientali: l’astronomo, matematico e geografo Tolomeo (100-168 d.C.) e il filosofo Plotino (205-270 d.C.) avevano origini egiziane, mentre il filosofo Damascio e lo scrittore satirico Luciano provenivano dalla Siria.
La conquista islamica non segnò la fine della romanità in Oriente. Le comunità cristiane, spesso composte da mercanti e notabili, continuarono a mantenere legami stretti con lo spazio romano pur preservando la loro identità araba. Molte di esse ebbero un ruolo determinante nella Nahda, il movimento intellettuale che alimentò la speranza di una rinascita araba fondata sulla modernità europea. Ma con l’indebolimento di queste comunità cristiane a seguito di guerre e persecuzioni, la romanità orientale iniziò progressivamente a offuscarsi. Segnando così non solo il declino della romanità nella regione, ma un vero e proprio collasso culturale.
I confini della romanità trascendono quelli dell’Occidente, concetto ampiamente legato alla strategia americana del containment durante la guerra fredda e all’opposizione tra «democrazie» e «repubbliche popolari» comuniste. Sorge qui una domanda essenziale: così come la democrazia definisce l’Occidente, definisce anche la romanità? Il diritto, certo, crea un’affinità, ma non è il solo elemento determinante. Sulla base dei criteri appena considerati, la Russia è ben più romana del Giappone, eppure il Giappone è considerato un paese occidentale. L’Occidente è allora una costruzione geopolitica nata soprattutto da una strategia lanciata dagli Stati Uniti negli anni Cinquanta e destinata a declinare man mano che l’America rinuncia al suo impero.
### Un impensato geopolitico
Nonostante la sua diffusione mondiale, la romanità non si è tradotta in una struttura economica e politica concreta. Francia e Italia hanno più volte collaborato – come testimoniano le comunità economiche del Novecento, l’Ue e il trattato del Quirinale – obbedendo alla logica irresistibile di una fraternità. Ma questa relazione non si è mai imperniata sull’idea di romanità. Allo stesso modo la costruzione europea, rinunciando a fondarsi sulla romanità, si è privata di una solida base politica e di uno strumento per plasmare i suoi rapporti con il resto del mondo. L’Occidente ha come eclissato l’esistenza pur concreta della romanità, confermandola come uno tra i più grandi impensati della geopolitica.
Le nazioni europee cercano oggi una fonte di rinnovamento. Le illusioni originate nel dopoguerra – la pace duratura, la vittoria del «mondo libero», l’universalizzazione dei valori democratici – si sono progressivamente dissolte: la guerra non si è estinta, l’universalismo perde slancio, diverse democrazie occidentali sono in crisi e le logiche etniche riaffiorano. In questo contesto, la coerenza del blocco occidentale, costruita su un preciso modello di sviluppo, sembra essersi incrinata, tanto più che le potenze un tempo emergenti partecipano ora pienamente alla competizione globale. Proprio come la Lega di Delo si è sfaldata con l’indebolimento di Atene, l’Occidente politico si sta sfilacciando man mano che la superpotenza americana arretra, seguendo il ripiegamento strategico impresso dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Eppure, l’influenza della romanità resta potente e continua a esercitare una forza attrattiva. Ciò si spiega innanzitutto per via del suo rapporto con l’universale. La romanità è letteralmente «eccentrica», cioè possiede centri d’irradiazione culturale al di fuori di Roma: in Grecia (Atene) e in Medio Oriente (Gerusalemme). La cultura romana è di stampo fondamentalmente ereditario e per questo le élite della Roma antica si sono sempre considerate depositarie di qualcosa da trasmettere. Ciò le consente di intrattenere un rapporto unico con altre culture e altri spazi: con l’Altro. L’Altro può riconoscersi nella romanità, perché la romanità può riconoscersi in lui. E farsi universale.
La forza della romanità sta dunque nel non essere impermeabile all’Altro. È flessibile, mobile nel suo rapporto con lo spazio e con le diverse tradizioni. La Chiesa, con il suo tempo lungo, permette alla romanità contemporanea di porsi in continuità con Atene, Roma e Gerusalemme. Proprio per via della sua natura aperta e mutevole, la romanità non si fa incasellare in uno schema di scontro tra civiltà. Ciò che dovrebbe permetterle – almeno in via di principio – di sviluppare un acuto senso politico, privilegiando l’opportunità realistica piuttosto che il conflitto tra culture.
Questo rapporto unico con l’universale ha fatto sì che la romanità affascinasse il mondo, avvicinando i popoli e propagandosi su scala globale. Ecco perché continua a esercitare un’enorme attrazione culturale e religiosa. Oltre ai milioni di turisti annuali, anche gli esponenti delle élite di tutto il mondo visitano Roma almeno una volta nella vita, specialmente da quei paesi dove la romanità ha lasciato un’impronta significativa.
L’altra grande forza della romanità è la sua profonda modernità. Modernità che il poeta francese Charles Baudelaire ha probabilmente definito meglio di chiunque altro come «ciò che c’è di eterno nel transitorio». La romanità prescrive l’eterna volontà di tornare a Roma per rinnovarsi nel presente, in una sorta di ricerca permanente di rinascita. Già nel VI secolo, il filosofo e politologo Boezio esortava a proseguire lo studio dei classici greci e latini. Carlo Magno tentò di far rinascere l’impero romano. I principi medievali si identificarono con gli imperatori romani assumendone i poteri, riprendendone i titoli e impregnandosi di romanità per legittimare il proprio potere. Il Rinascimento in Italia e Francia cercò di recuperare la romanità per dare nuovo slancio all’Europa. Perfino la Rivoluzione francese si volle inizio di una nuova Roma. E gli stessi tedeschi, solitamente ostili alla romanità, vi si immersero per un periodo dando origine al classicismo tedesco. Roma è stata sempre il punto di riferimento a partire da cui concepire il rinnovamento perché è ciò che c’è di eterno nel transitorio, fonte di modernità e rinascita.
### Un’opportunità per Italia e Francia
In un mondo in via di riorganizzazione, Italia e Francia devono individuare nella romanità un’opportunità geopolitica. Sottraendosi al sistema del blocco occidentale costruito dal containment, tale concetto permetterebbe di ridisegnare la relazione con gli Stati Uniti sul modello di un’alleanza senza subordinazione e soprattutto di elaborare un rapporto libero con il mondo.
Su scala regionale, tutta l’Europa potrebbe trarre vantaggio dal riconoscimento del principio della romanità. La principale debolezza della costruzione europea è la sua scarsa coerenza ideologica, particolarmente evidente nel divario tra Nord e Sud. Nell’Europa meridionale l’eredità romana è un dato acquisito, mentre ciò non vale per il blocco settentrionale, condizionato dall’influenza tedesca. Le tribù germaniche iniziano a divergere dalla romanità con la strage di Teutoburgo (9 d.C.), in cui 20 mila legionari furono uccisi in un’imboscata. Questa battaglia venne poi ampiamente sfruttata dal nazionalismo tedesco. L’opposizione tra Roma e la cultura germanica fu teorizzata dal Kulturkampf bismarckiano. Su spinta prussiana, la Germania unificata oppose la cultura germanica, legata a un popolo e a un ideale (Kultur), alla civiltà europea di matrice romana condivisa dai principi tedeschi con le altre potenze (Zivilisation).
Nonostante la fine del nazismo, che aveva portato all’estremo questa distinzione, la Germania non si è mai davvero liberata di tale retaggio prussiano. Nel gennaio 1963, il generale de Gaulle tentò di agganciare la Germania alla romanità con il trattato dell’Eliseo, che doveva avviare un partenariato approfondito con la Francia. Ma poco prima che il Bundestag ratificasse il trattato nel luglio 1963, Jean Monnet – su ordine di Washington – presentò ai deputati della CDU un preambolo aggiuntivo al trattato, che ne vanificava la sostanza politica originaria. Con l’adozione di quel preambolo, il trattato di fatto impedì la formazione di una solida alleanza tra Germania ed Europa del Sud, cuore della romanità. Gli Stati Uniti avevano ben compreso che il modo migliore per dividere l’Europa era impedire che si riunisse attorno a un unico principio di civiltà. Perciò alimentarono il rifiuto tedesco della romanità. Rifiuto che, peraltro, non è condiviso all’unanimità da tutta la Germania, al contrario profondamente spaccata tra un Ovest a forte impronta romana e un Est germanico.
La costruzione europea non può trovare basi più solide della romanità. La sua vocazione universale permetterebbe di fondare un rapporto sano tra le nazioni europee, favorendo l’unità nella diversità. Unificare salvaguardando i particolarismi: è il modello che Roma ha sempre seguito e che poi è stato ereditato dalla Chiesa.
La romanità è anche una chiave per smorzare le guerre che si svolgono ai confini dell’Europa. Pensiamo concretamente alla guerra in Ucraina. La reazione europea non si comprende senza considerare l’influenza polacca e dei paesi baltici, che vedono nella Russia una minaccia esistenziale per la propria civiltà. Una percezione che, in fondo, né Italia né Francia condividono, perché anche la Russia presenta dei tratti di romanità. Ma l’allontanamento della Russia da Roma favorisce un’escalation secondo il processo analizzato da René Girard: man mano che si allontana dalla matrice comune di civiltà, l’avversario viene depersonalizzato. Condividere una stessa civiltà significa riconoscersi l’uno nell’altro. In assenza di tale riconoscimento, l’avversario diventa un mostro. Seguono decisioni irrazionali e la lotta all’ultimo sangue. Riconoscendo la romanità della Russia, Francia e Italia potrebbero mantenere una linea diplomatica libera e disincantata.
Nel nuovo mondo che si delinea, dove le identità si affermano con sempre più forza, il rapporto all’universale proprio della romanità costituisce un vantaggio formidabile. La sua forza sta nella capacità di unire nella diversità, senza però intestarsi una missione civilizzatrice. E questo è possibile perché la sua influenza si estende ben oltre i confini dell’Occidente. La romanità può inoltre trarre linfa – e in parte già lo fa – dalla Chiesa. La quale, lungi dall’essere una debolezza, è un eccezionale vettore diplomatico nonché elemento essenziale del canone romano.
Il lettore potrebbe obiettare che la romanità rischia di entrare in conflitto con l’interesse e il realismo che dovrebbero guidare uno Stato. La questione si pone in particolare per i cristiani d’Oriente. Se il mondo romano ha tutto l’interesse a proteggere la sua impronta orientale tutelando le comunità cristiane, ha davvero interesse a intervenire nei paesi interessati per salvarle? Nei fatti, i cristiani stanno fuggendo dalla nuova Siria di al-Šar‘ e resta ben poco della romanità in quella regione stremata da venticinque anni di guerra. Bisogna intervenire per preservare la romanità in Siria? Equivarrebbe a rischiare un nuovo conflitto. La romanità non deve delineare i sistemi politici, come ha voluto fare l’Occidente con conseguenze sanguinose, ma piuttosto convivere con essi. È attraverso la diplomazia e le relazioni economiche che la romanità può rafforzarsi e così proteggere le comunità cristiane che ne custodiscono l’eredità.
(traduzione di Benedetta Lazzeri)

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limes2512/DICIANNOVESIMO_ARTICOLO.md

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# Roma abbracci il mare
di Rosario PAVIA
### L’urbanistica capitolina del dopoguerra ha volutamente ignorato litorale e Mediterraneo. I piani di Paolo Orlando tra Otto e Novecento e gli sviluppi sotto il fascismo. La sregolata spinta dell’Urbe verso la costa è la storia di un’occasione mancata.
> Far risorgere Roma sul mare e darle nuovamente contatto diretto con il mondo è stato desiderio e sogno di quanti soffrivano che l’Italia fosse immemore della padronanza che Roma antica esercitò sui mari allora conosciuti. Il grande ideale, la cui realizzazione avrebbe cambiato il volto e l’esistenza della capitale della nazione facendola divenire città marittima da città da entro terra quale era stata ridotta da quando i suoi porti ostiensi furono lasciati perire, affascinò la mia mente di giovane laureato ingegnere.
>
> Paolo Orlando
Potremmo dire che il mare non bagna Roma, parafrasando il titolo di un famoso libro di Maria Ortese. Eppure la geografa e la storia ci hanno insegnato che è stata la vicinanza del mare, raggiungibile dal Tevere, a rendere per un lungo periodo l’Urbe la più grande città del Mediterraneo. Com’è possibile che questo rapporto antico e strutturale sia scomparso? Quando si è interrotta questa relazione?
### La rimozione del mare
La questione è emersa solo di recente, pur essendo di fondamentale importanza. A partire dal secondo dopoguerra e soprattutto con il piano regolatore del 1962-65 il mare – come pure il Tevere – scomparve dalle politiche urbane della capitale. La rimozione fu condotta con decisione, per un’opposizione politica, ideologica e culturale alla retorica fascista della Roma orientata al Mediterraneo. Il piano del 1962-65 sviluppò l’indirizzo di Luigi Piccinato nel dirigere l’espansione della città verso est, incardinandola sul sistema infrastrutturale dell’asse attrezzato. L’obiettivo era la delocalizzazione delle attività direzionali dal centro città e la riorganizzazione urbanistica del settore orientale dove più si addensavano i quartieri periferici. Nessun riferimento al mare, all’area costiera, al territorio a valle del Tevere. Mentre si redigeva il progetto era già scontata la realizzazione dell’aeroporto di Fiumicino. Al di là degli scandali che ne accompagnarono la costruzione, la scelta del sito era per molti versi inevitabile ed era prevedibile che avrebbe spostato i pesi urbani, condizionando l’ubicazione delle attività direzionali. Il piano regolatore iniziò il suo percorso 20 anni dopo il precedente del 1931 e la sua realizzazione richiese 10 anni di lavoro e di dibattito, poi oltre 40 anni di attuazione e gestione. La sua lunga durata ha generato un’inerzia profonda che ha inciso fortemente sulla pianifcazione urbanistica successiva, al punto di continuare a condizionare il futuro della città. Il piano del 1962-65 – attribuito per intero a Piccinato, che però lo defniva un «antipiano» - è diventato un tabù da difendere a ogni costo. Il mare e il Tevere sono rimasti ai margini, senza entrare nel dibattito urbanistico né nelle ricostruzioni della pianifcazione di Roma moderna. Ma lo sviluppo in direzione della costa si è realizzato lo stesso, in gran parte in maniera abusiva, senza un ordine, senza un’idea, senza un progetto. Ancora nel piano regolatore approvato nel 2008 il rapporto col mare non è stato riconosciuto come un ambito strategico di programmazione.
### Paolo Orlando, la riconquista del mare
La situazione nei primi decenni della Roma unitaria era ben diversa. A pochi mesi dal trasferimento della capitale del Regno, una terribile piena aveva devastato la città. L’episodio, insopportabile per il futuro della nuova sede dello Stato, ebbe come conseguenza l’istituzione di una commissione ministeriale per la valutazione delle soluzioni più idonee a risolvere il problema delle ricorrenti esondazioni. Com’è noto, fu scelto il progetto di Raffaele Canevari, che propose di contenere le piene attraverso la costruzione di potenti muraglioni. Alla soluzione si oppose Giuseppe Garibaldi, il cui disegno alternativo era sostenuto sul piano tecnico dagli ingegneri Alfredo Baccarini e Luigi Amadei e prevedeva la deviazione del Tevere a partire dalla confuenza dell’Aniene, mediante un canale che aggirava la città, sviluppandosi nei territori a est del centro abitato («per questo canale esterno passerebbe il Tevere nemico, devastatore in furia nelle piene»). Il canale si sarebbe riconnesso all’alveo naturale a sud, oltre la basilica di San Paolo fuori le mura. La soluzione proposta da Garibaldi andava oltre l’emergenza idrogeologica della capitale per investire tutto l’agro a valle del fume fno alla costa. Sarebbe stato un grande progetto di bonifca per la riconversione produttiva di un vasto territorio infestato dalla malaria. In tale contesto si ipotizzò la realizzazione di un nuovo porto alla foce del fume.
Il progetto era troppo ambizioso e lungimirante per essere realizzato in quegli anni. Tuttavia aprì un dibattito e un processo che portarono poi a intervenire sia sulla bonifca sia sull’infrastrutturazione portuale. A tal proposito ricordiamo la grande opera di bonifca delle cooperative di braccianti ravennati e i numerosi progetti per la realizzazione di un sistema portuale per connettere il litorale romano con la zona industriale della città, che tra Ottocento e Novecento si stava affermando nell’area dell’Ostiense. Tra i diversi progetti ebbe particolare successo il piano di Paolo Orlando, grazie a un impegno operativo e politico sviluppato con continuità.
Roma marittima fu per Orlando l’impegno di una vita, una passione e un convincimento perseguiti dagli anni della giovinezza alla maturità, quando si impegnò direttamente nella politica cittadina come consigliere e assessore (1907-1920). Era nato nel 1858 a Genova, la città portuale più importante del paese dove lo scalo in espansione si confermava come il vero centro economico e direzionale dell’intero sistema urbano e territoriale. Un progetto così ambizioso, rivoluzionario e al contempo radicato nella storia e nella geografa di Roma poteva essere concepito solo da una personalità come quella di Orlando, genovese e ingegnere civile laureatosi a Milano, esperto della materia e impegnato nell’azienda di famiglia – originaria di Siracusa, ma che a Livorno si era affermata con successo nella cantieristica navale. A Orlando sembrava inconcepibile che l’Urbe fosse diventata una città di terra e non potesse riconquistare il suo ruolo sul mare, dimenticandosi del suo passato. In epoca antica i porti localizzati alla foce del Tevere – Ostia e gli scali imperiali di Claudio e di Traiano – e lungo le rive fuviali interne alla città – Emporium – consentivano a Roma di dominare il Mediterraneo e sostenere una metropoli di un milione di abitanti.
Orlando era ben inserito a livello di relazioni sociali, essendo vicino all’aristocrazia e alla borghesia progressista, e non tardò a imporre il suo progetto all’attenzione politica, agendo sul piano sia nazionale sia locale. Impegnato sul fronte conservatore come consigliere comunale a Roma, su alcune iniziative ebbe il sostegno del sindaco repubblicano di sinistra Ernesto Nathan, benché non sulla questione portuale. Infatti mentre il progetto di una Roma marittima lasciava dubbioso Nathan, i due si trovarono in sintonia sul ricorso alle procedure di esproprio per pubblica utilità – previste dalla legge Giolitti 545/1907 – per l’acquisizione delle aree necessarie alla zona industriale di San Paolo e dell’arenile tra il Tevere e il canale di Castel Fusano. Con il sindaco conservatore Prospero Colonna l’azione di Orlando divenne più intensa e il progetto per la realizzazione di un porto sul litorale romano entrò in una fase operativa. Il programma prevedeva uno scalo marittimo connesso, attraverso un canale navigabile di 20 chilometri, a una darsena interna collocata a ridosso della basilica di San Paolo. Per sostenere una tale opera Orlando allestì un’articolata rete di alleanze e di consensi coinvolgendo operatori della fnanza, dell’economia e delle istituzioni, prima grazie al Comitato pro Roma marittima e in seguito attraverso l’Ente autonomo per lo sviluppo industriale e marittimo di Roma (Smir). Il progetto era complesso e ambizioso, dato che il sistema portuale era accompagnato da infrastrutture strategiche quali il prolungamento di via Ostiense – ovvero via del Mare – e la ferrovia tra Porta San Paolo e la futura Ostia. Per lo sviluppo di quest’ultima il Comitato pro Roma marittima promosse il piano regolatore di un nuovo quartiere, il cui progetto fu elaborato dall’Associazione tra cultori di architettura coordinata da Gustavo Giovannoni. Sui colli di San Paolo in prossimità della darsena interna, Orlando fu tra i promotori del quartiere di Concordia poi denominato Garbatella, sempre su piano di Gustavo Giovannoni. I due quartieri, in realtà vere città giardino, nascevano con una forte vocazione marittima. Non è un caso perciò che molte strade della Garbatella portino ancora oggi il nome di personaggi legati alle istituzioni del mare. Un esempio è l’ammiraglio Benedetto Brin al quale fu dedicata la piazza belvedere aperta sulla piana dell’Ostiense, in relazione alla futura area di scalo.
Molte opere del progetto di Paolo Orlando furono realizzate, ma non il porto. Prevalse in questo caso l’idea di rendere Roma una città terziaria, ministeriale e impiegatizia anziché industriale e operaia. Di conseguenza Ostia divenne una città satellite, residenziale e balneare. Oggi siamo certi che il progetto di Orlando non avrebbe retto per molto, consapevoli come siamo delle trasformazioni del trasporto marittimo e delle crescenti dimensioni delle infrastrutture portuali. Altri sistemi più effcienti come ferrovia, autostrade e interporti avrebbero reso inutile la darsena interna alla città. Il suo progetto tuttavia si faceva potente interprete della domanda capitolina di modernità. Una modernità capace di reinterpretare il rapporto storico e strutturale tra la città e il suo mare e di immaginare e pensare in grande. Le cose – come sappiamo – andarono diversamente, ma il problema resta ancora vivo.
### Lo sviluppo verso il mare
Il fascismo continuò a guardare al mare, intensifcando la retorica ed enfatizzando il valore simbolico delle infrastrutture che legavano la città al litorale: dalla ferrovia – le stazioni di Porta San Paolo e di Ostia furono progettate da Marcello Piacentini nel 1920 – alla via del Mare, che costeggiando il Tevere raggiungeva Ostia, e alla via Imperiale, cioè l’attuale via Cristoforo Colombo, che dall’area centrale dei Fori passava attraverso il nuovo quartiere dell’E42 (Esposizione 1942) e si proiettava sul litorale di Castel Fusano.
Ostia senza il suo porto divenne una città residenziale, turistica e balneare, legata come Roma allo sviluppo edilizio e immobiliare. Bisogna riconoscere in realtà che fno agli anni Quaranta Ostia mantenne un livello urbanistico qualitativo elevato grazie a molti interventi di pregio architettonico, dalla stazione ferroviaria di Marcello Piacentini all’edifcio delle poste di Angiolo Mazzoni, dai villini di Adalberto Libera alla colonia marina di Vincenzo Fasolo e alle case popolari di Camillo Palmerini. Per non parlare degli stabilimenti balneari di Luigi Moretti e dell’eclettico complesso della rotonda di Giovanni Battista Milani distrutto dai bombardamenti del 1943. È nel dopoguerra e in particolare dagli anni Sessanta che lo sviluppo edilizio divenne intensivo, privo di qualità ed esteso a tutto il litorale fno a Castel Fusano.
Il territorio tra Roma e il mare si confgurava intorno agli anni Quaranta come un sistema insediativo ormai consolidato. Non a caso Gustavo Giovannoni interpretava lo sviluppo capitolino verso il litorale come una coda della cometa, comprendendovi non solo Fiumicino e Ostia, ma anche le borgate del Trullo, di Acilia e di Vitinia. L’immagine fu ripresa da Marcello Piacentini nel 1942 per la variante generale del piano regolatore del 1931. Una serie di interventi documentano come il territorio tra la città e il mare fosse al centro dell’attenzione politica e urbanistica romana: la realizzazione dell’Idroscalo ostiense, dove nel 1933 ammarò Italo Balbo dopo la traversata dell’Atlantico; il progetto per un aeroporto a Spinaceto-Mezzocammino sui terreni recuperati in seguito alla realizzazione del drizzagno del Tevere; i piani e gli studi che il governatorato affdò tra il 1938 e il 1941 al gruppo composto da Eugenio Fuselli, Luigi Piccinato e Cesare Valle per l’urbanizzazione della zona compresa tra l’E42 e il mare.
La variante generale del 1942 non riuscì a essere approvata a causa degli eventi bellici, ma orientò lo sviluppo della città in direzione del mare per tutto il dopoguerra e ben oltre, sostenendo di fatto molte scelte urbanistiche che accompagnarono la contorta vicenda del piano regolatore del 1962-65, nelle sue fasi di gestione e di attuazione. Non si può dimenticare l’operazione della Società Immobiliare che tra il 1960 e il 1975 realizzò, sul modello delle esperienze americane, l’insediamento di Casal Palocco sulla destra di via Cristoforo Colombo (tra il chilometro 21 e 24) o la lottizzazione all’origine abusiva dell’Infernetto sul lato opposto, quasi a sottolineare in maniera sfacciata il labile confne tra abusivismo e legalità. Mentre l’urbanistica progressista si schierava in difesa del progetto originario, incentrato sullo sviluppo della città nel settore orientale, tutta una serie di iniziative non coordinate tra loro continuò a sostenere l’inevitabile direttrice orientata al mare. Sono numerose le attività da menzionare. Gli interventi di edilizia pubblica nel periodo della ricostruzione ad Acilia (Unrra e Ina Casa) e a Vitinia. Le azioni Incis a Decima nel 1960-65, su progetto coordinato da Luigi Moretti e i grandi piani zona a Spinaceto e al Laurentino. Lo sviluppo residenziale di un’enclave residenziale come Mostacciano. La realizzazione dell’aeroporto Leonardo da Vinci, che attivò immediatamente un processo di attrazione di programmi di edilizia residenziale, sportiva e terziaria direzionale, come le nuove espansioni edilizie di Ostia Antica, Fiumicino, Ostia e Vitinia, i complessi direzionali di Alitalia – questo abbandonato nel 2009 – e di Esso e l’ippodromo di Tor di Valle, inaugurato nel 1959 su progetto di Julio Lafuente e dismesso nel 2013. Ma occorre rammentare anche gli interventi più recenti, tutti localizzati a ridosso dell’autostrada e della linea ferroviaria Roma-Fiumicino, come il quartiere residenziale di Parco Leonardo, la nuova Fiera di Roma – progettata nel 2006 dallo Studio Valle – e i numerosi centri commerciali e logistici.
In questa cornice non è fuori luogo ricordare l’affermazione alla foce del Tevere dei porti turistici di Fiumara Grande e di Ostia. Il primo si è espanso a partire dagli anni Settanta in maniera abnorme e spontanea, senza un vero piano di sviluppo e senza opere infrastrutturali per la sicurezza. In realtà, dal punto di vista tecnico Fiumara Grande non potrebbe nemmeno essere defnito un vero porto, bensì un attracco naturale. Siamo di fronte a uno scalo fantasma, ma straordinariamente operativo per oltre 4 mila imbarcazioni. Il secondo è stato inaugurato nel 2001 per 800 imbarcazioni ed è tristemente noto per la sua mediocrità funzionale e architettonica.
Ancora oggi Roma si spinge verso il mare, secondo modalità confuse, a volte illegali e oscure, contraddittorie, senza un preciso disegno e una prospettiva strategica. La relazione tra la città e l’acqua è assente pure nel piano regolatore approvato nel 2008, come già menzionato. Anche la città metropolitana, che nella sua estensione comprende tutta la costa da Civitavecchia ad Anzio Nettuno, non sembra riconoscere la centralità del sistema costiero. Un segno evidente della mancanza di pianifcazione e visione unitaria e coordinata si trova nella vicenda in divenire del porto crocieristico promosso dalla Royal Caribbean: il progetto di uno scalo turistico alla foce del Tevere, in un’area fragile dal punto di vista ambientale e idrogeologico. La sua realizzazione comprometterebbe irrimediabilmente il già precario equilibrio di una zona di grande pregio paesaggistico.
Come invertire questo processo? Come ristabilire con il mare un rapporto signifcativo, strategico e strutturante? Ancora una volta occorrerà ripartire dal Tevere, dalla rete di connessione che lega la città al Mediterraneo. Il fume può diventare l’infrastruttura che riqualifca il territorio che attraversa, attivando un processo di bonifca ambientale, di rigenerazione urbana, di valorizzazione di uno straordinario patrimonio culturale e naturalistico. Solo recentemente l’amministrazione comunale ha promosso la redazione di un articolato piano strategico operativo per la riqualifcazione del Tevere. Bisogna ora attuare il piano attraverso un sistema integrato di azioni e di opere. Tra queste, vi è la navigazione fuviale a carattere turistico tra Ostia Antica, con il suo parco archeologico, e il Porto fuviale all’Ostiense, che possiede uno straordinario patrimonio di archeologia industriale e potrebbe costituire un importante intervento promozionale anche a livello simbolico. La riqualifcazione di questo tratto del Tevere può divenire lo strumento per avviare la rigenerazione urbana della densa sequenza di insediamenti tra la via del Mare e il Tevere, da Acilia a Vitinia, da Dragona a Dragoncello. Una città di oltre 100 mila abitanti senza qualità e servizi e senza rapporti col fume, nonostante la sua prossimità geografca.
Farsi città di mare signifca per Roma intervenire su Ostia e su Fiumicino, attestandosi sulla costa in termini nuovi. Ostia dista solo 25 chilometri dal centro della città. Come è stato possibile che Roma Capitale non abbia saputo valorizzarne la prossimità e che non abbia realizzato una sua presenza sul mare con servizi di livello per la ricettività, la residenza, il turismo, il tempo libero, la ricerca, la cultura? Come è stato possibile dilapidare un patrimonio così importante? Oggi sono in corso progetti di riqualifcazione del lungomare (il Parco del mare) e degli arenili, ma è troppo poco. Manca una visione che coniughi ambiente, paesaggio e infrastrutture di qualità. Ostia ha bisogno di un waterfront polifunzionale – residenza, ricettività, tempo libero, servizi, ricerca, spazi pubblici – che rigeneri e valorizzi la realtà locale, ma che sia all’altezza di una capitale che vuole rappresentarsi sul fronte del Mediterraneo.
Nel sito di Fiumicino – ovvero piccolo fume, dal canale che connetteva la fossa traianea al mare – erano localizzati i porti imperiali della Roma di Claudio e di Traiano, circa tre chilometri all’interno rispetto all’attuale linea di costa. In età moderna i papi promossero lo sviluppo del centro urbano di Fiumicino come porto di Roma, connesso attraverso il Tevere al porto di Ripa Grande e, dopo la costruzione dei muraglioni, al Porto Fluviale realizzato per servire l’area industriale e produttiva di Ostiense-Testaccio. Bisogna recuperare la vocazione portuale di Roma attraverso Fiumicino. Lo sviluppo del suo scalo è di competenza dell’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale, che comprende Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta. È prevista la realizzazione – sulla sponda destra rispetto al canale – di un nuovo scalo commerciale e passeggeri, in grado di accogliere navi roll-on/roll-off per le merci, traghetti e navi crociera. Collocato a ridosso dell’aeroporto di Fiumicino, l’infrastruttura è parte di un progetto di sviluppo di un nodo logistico intermodale di rilevanza strategica.
### Roma marittima
A distanza di 100 anni ha ancora senso parlare del progetto di Paolo Orlando? Ovvero di una Roma città di mare con una signifcativa presenza portuale – adottando il punto di vista del grande studioso del Mediterraneo Predrag Matvejević, che distingue tra città sul mare e città di mare. Nonostante la sua centralità geografca nel mezzo del Mediterraneo, il nostro paese non ha investito con determinazione sulle acque, a partire dalla defnizione della sua Zona economica esclusiva (Zee). Ma se L’Italia è il mare come afferma Limes e come timidamente auspica il ministero per la Protezione civile e le Politiche del mare, che recentemente ha promosso il piano del mare 2023/25, forse ha senso tornare a rifettere sul ruolo di Roma come capitale posta al centro del paese tra Nord e Sud e, grazie alla sua collocazione geografca, anche come grande capitale del Mediterraneo. Osservando lo scenario di un mare tra oceani, spazio strategico per il commercio mondiale, per le sue risorse energetiche, minerarie e alimentari, per la sua importanza geopolitica e militare, Roma è assente, mentre Istanbul cresce sempre più. Diffcile non pensare al passato, quando il dominio del Mediterraneo era condiviso tra Roma e Costantinopoli.
Roma città marittima, capitale di uno spazio acquatico che mai come ora ha bisogno di una presenza forte dell’Ue, richiede un disegno politico e un’idea di futuro. Si tratta di un processo complesso di condivisione, che inevitabilmente coinvolge in un rapporto di sussidiarietà lo Stato e le amministrazioni locali. Un processo latente ma che esiste, benché sia ancora diffcile scorgerlo.

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# Roma è una cometa
di Laura CANALI
### Uno sguardo nuovo sulla Città eterna si impernia sul Distretto del Contemporaneo, di cui offriamo una mappatura artistica. Un modo diverso per abbandonarsi al suo fascino, per coglierne i tratti più segreti. Caratteri e colori irripetibili distinguono la capitale.
1. Roma è una cometa è una mappa che ho realizzato per dare forma alla visione di Roma dell’ambasciatore Umberto Vattani. Questo disegno è stato stampato su un pavimento di 40 metri quadrati a Venezia, nella sede della Venice International University, nell’ambito della Biennale Architettura di Venezia 2025. È stato molto emozionante per me poter camminare sopra un mio disegno dove l’anima centrale è il fume Tevere, presente in tutta la lunghezza della mappa. Il soggetto principale però non è il fume ma tutto ciò che di contemporaneo è presente a Roma. Dall’arte alle opere architettoniche come il ministero degli Esteri, il museo Maxxi o l’Auditorium Parco della Musica. Da corso Francia fno a Ostia, si susseguono opere molto importanti realizzate da grandi architetti che in questi ultimi decenni hanno sfdato la bellezza delle antichità romane e spesso sono state giudicate con troppa severità. Roma è una cometa vuole essere una guida per tutta questa parte della Città eterna. Un’architettura coraggiosa, che ha costruito anche in quartieri fuori mano come Portuense, Casal Palocco o Infernetto.
La chiesa del Santo Volto di Gesù, ad esempio, che si trova in via della Magliana, è stata costruita sul progetto degli architetti Piero Sartogo e Nathalie Grenon tra il 2003 e il 2006. Vista dall’esterno esibisce un forte richiamo alle moschee. L’interno è illuminato da un grande rosone in vetro che ruota attorno a un crocefsso. Le vetrate donano un senso di rotazione e quindi l’associazione al concetto d’insieme è immediato. Alcuni importanti artisti italiani hanno dato il loro contributo: fra gli altri Mimmo Paladino, Eliseo Mattiacci, Carla Accardi e Chiara Dynys. Altri luoghi di culto cattolico, che la guida Roma è una cometa battezza «chiese del terzo millennio», sono collocati in quartieri fuori dall’onda anomala del turismo contemporaneo. Per esempio le chiese di San Pio da Pietrelcina, San Corbiniano o San Tommaso Apostolo.
Riprendendo il corso del fume veniamo trasportati lungo le aree che sono collegate alla via Flaminia – in parte ribattezzata via del Corso – dalla via Ostiense, dalla via del Mare e dalla Cristoforo Colombo. Una prospettiva antico-romana ripresa in epoca fascista che vedeva Roma protesa verso il mare, quale era stata nell’alta epoca imperiale anche grazie al porto di Ostia Antica.
Il Tevere non è solo il fume della mia città ma è anche elemento della mia geografa personale perché il quartiere dove sono nata è accanto al fume. A differenza del centro della città, dove scorre nascosto da alti argini, lo vedevo e lo percepivo sempre. Di notte rilasciava una forte umidità, maggiore rispetto al resto della città. La pista di pattinaggio dove mi allenavo si bagnava moltissimo, come se avesse piovuto, rendendo gli allenamenti più complicati e spesso si rischiava di cadere. Il fume lo vedevi dalle fnestre della pizzeria, ritmo lento, verde oliva, e quando pioveva troppo si andava a guardare quanta vegetazione aveva inglobato rialzandosi. Insomma, un organismo vivente, parte del quartiere. Guardandolo mi venivano in mente anche i racconti leggendari di mio padre che lo attraversava a nuoto da ragazzo insieme ai suoi amici e una volta non sono arrivati tutti a toccare l’altra sponda.
Anche il centro della città ha sempre avuto un rapporto forte con il fume. Molte attività, solo fno a centocinquanta anni fa, si svolgevano lungo le sue rive. I romani erano a stretto contatto con il corso d’acqua. Laboratori artigianali, approdi, lavatoi, mulini di grano, depositi di sale e di colori, segherie di legno e di marmo, postazioni di pesca, spiagge per la balneazione, tutte attività che i romani svolgevano lungo la loro via d’acqua. Certamente il fume non era solo alleato ma anche nemico e spesso potenti inondazioni seminavano morte e distruzione. Per questo, una volta diventata capitale del Regno d’Italia, Roma ha ricevuto come dono dagli ingegneri piemontesi, ispirati ai boulevards francesi, degli argini altissimi bordati da ampi viali punteggiati da platani. Un’urbanistica molto elegante ma lontana dalle abitudini dei romani che così persero la connessione con l’elemento che fno ad allora era stato parte della loro vita quotidiana.
Oggi il fume è ignorato. Il passaggio sui ponti per andare da un lato all’altro della città è visto come un incubo che si materializza con ingorghi di lamiere inestricabili. Roma è una cometa ci vuole ricordare che siamo comunque ancora lungo il fume che collega il Nord della capitale con il Mar Mediterraneo, molto più vicino di quanto possiamo pensare mentre cerchiamo di muoverci nelle vie della città. Il nostro fume è spina dorsale dell’Urbe. E anche dorsale verde perché la vegetazione che lo circonda è imponente. Molti i parchi innestati lungo il suo percorso. Visto dall’alto il Tevere è una striscia verde immersa in tante altre macchie verdi di diverse sfumature.
2. Roma è una cometa mi ha dato l’occasione di entrare con il mio lavoro in alcuni meandri della città. Spesso avevo pensato di farlo ma ogni volta mi cadeva la matita di mano perché non sapevo proprio da che parte iniziare. Mi è sempre sembrata un’impresa impossibile. Roma è troppo. È troppo anche per me che ci sono nata e che ci vivo da sempre. A volte mi sento soffocare per i tanti sentimenti e ricordi che mi suscita.
Conosco bene la mia città, l’ho girata moltissimo in motorino, compagno fedele per trentatré anni, dismesso all’epoca di Alemanno quando si aprirono sull’asfalto buche dentro le quali temevo di sparire per quanto erano profonde. Roma è una città di gigantesco signifcato storico, estesa in uno spazio vasto. Il sottosuolo è ricchissimo di sorprese. Oltre allo strato archeologico dell’antica Roma vi troviamo cunicoli, catacombe, bunker anti-aerei, rifugi ricavati da scavi nel tufo, acquedotti moderni e antichi come l’acquedotto Vergine costruito da Agrippa, generale e genero di Augusto imperatore. Acquedotto ancora integro e funzionante, voluto per rifornire le terme di Agrippa in Campo Marzio. Attualmente trasporta l’acqua fno alle più importanti fontane di Roma come la Barcaccia di piazza di Spagna, la fontana di Trevi, la fontana berniniana dei Quattro Fiumi in piazza Navona e la fontana del Nicchione in via dei Fori imperiali.
Nella mappa di Roma è una cometa esiste una prima sfera gialla che rappresenta il Distretto del Contemporaneo. All’interno ho disegnato tutti gli elementi architettonici che rientrano nella classifcazione scelta. Scendendo per via del Corso e al margine della sfera gialla, si vede il Distretto Centro con in evidenza l’Ara Pacis, piazza Augusto imperatore e via dei Fori imperiali.
Il Mausoleo di Augusto era rimasto sommerso negli strati più profondi della città. Come accaduto in moltissimi altri luoghi, le mura romane erano state utilizzate come base per edifcare nuovamente. Costruire sopra le rovine romane è stata sempre una caratteristica di questa città. Anche se mancava la conoscenza tecnica di quanto potessero essere forti le mura dell’antica Roma, si sapeva che era così, un dato di fatto. Oggi ne sappiamo qualcosa di più grazie a uno scienziato bosniaco di nome Admir Masic, che dice di sé stesso «sono bosniaco, ho il cuore italiano, il passaporto tedesco, il cervello in America. Mi sento cittadino del mondo». Masic ha brevettato un calcestruzzo che si ripara da solo, ispirato al cemento romano. Lo scienziato bosniaco, che ha studiato a Torino, si è chiesto come mai il Pantheon, il Colosseo, gli acquedotti e gli edifci romani sopravvivessero dopo più di duemila anni dalla loro costruzione. Non è stato l’unico a porsi questa domanda ma al Massachusetts Institute of Technology di Boston ha potuto dedicarsi fattivamente a questa ricerca. Masic ha studiato la composizione del calcestruzzo romano, frutto di un miscuglio di cui faceva parte anche la calce viva. Questa reagisce al contatto con l’acqua riscaldando la miscela, il contatto crea i «grani» di calce che consentono l’autoriparazione delle crepe, perciò quando piove i monumenti si rigenerano. Questo sarebbe il segreto della forza delle costruzioni romane. Certo i nostri antenati non sapevano di star creando qualcosa di così forte e persistente nel tempo, ma la loro genialità ha tenuto in piedi Roma, sia quella antica sia quella moderna, eretta sopra le costruzioni millenarie.
L’area di piazza Augusto imperatore diventò, grazie alle fondamenta del Mausoleo, una fortezza della famiglia Colonna ma anche un giardino dei banchieri forentini Soderini, poi un’arena per spettacoli popolari e ancora un auditorium per la musica sinfonica. Negli anni Trenta del Novecento per riportare alla luce il Mausoleo l’area venne largamente distrutta. Il cantiere per la resurrezione del Mausoleo di Augusto è di fatto sempre attivo. Una moderna struttura, opera dell’architetto Richard Meier, è sorta a protezione intorno all’Ara Pacis, creando anche uno spazio museale sottostante. Questa «teca» è stata mal digerita dai romani, che in genere non la considerano molto bella, ma ha avuto il pregio di regalare uno spazio antistante molto piacevole da frequentare e questo ha reso un po’ di giustizia alla piazza ancora incartata dalla ringhiera di lavori infniti di restauro. Quando abiti a Roma devi mettere in conto che ci sono opere in corso che non vedrai mai fnire, cantieri che ci sono da prima della tua nascita e che ci saranno ancora quando avrai attraversato il fume Stige. Fa parte dell’eternità del luogo, prendere e accettare.
L’area del Centro, oltre a piazza Augusto imperatore comprende anche piazza Venezia, via dei Fori imperiali e il Colosseo. L’area è interessata dai lavori per la realizzazione del progetto CArMe, Centro archeologico monumentale, che darà alla luce la nuova Passeggiata archeologica pensata come un anello pedonale che collegherà i principali monumenti dai Fori al Colosseo, a San Gregorio, al Circo Massimo, al Velabro, a San Teodoro fno al Campidoglio. Questa nuova via pedonale servirà a incanalare il fume di turisti che normalmente si riversa da quelle parti. Peccato per il coinvolgimento della via di San Teodoro, ancora angolo protetto che conserva un’atmosfera fatata.
3. Lavorare alla mappa Roma è una cometa non è stato solo realizzare un disegno come gli altri ma pensare alla mia storia personale, lasciare riemergere i ricordi. Per me infatti il Colosseo, simbolo e monumento più in vista della città, non rappresenta solo una visita archeologica da programmare prenotando online con l’acquisto del relativo biglietto: quando ero una studentessa dell’Istituto tecnico commerciale Leonardo da Vinci ci entravo di notte con i compagni di classe scavalcando l’alta ringhiera. Dopo questa prodezza ci sdraiavamo sulle pietre a guardare il cielo in quella immensità storica che non so descrivere a parole ma percepivo. Mi sembrava come di respirare la città attraverso le pietre e quando c’era la Luna era ancora meglio, i ruderi risplendevano, scintillavano sotto la luce bianca. Rimanevamo tutti in silenzio, senza parole.
Un ricordo precedente risale a quando tornavo a casa con mia madre dalla zona di Porta Pia verso il quartiere San Paolo Basilica, dove abitavamo. Viaggiavamo sulla nostra Fiat 126 color aragosta, scendevamo per via dei Fori imperiali e poi a velocità brillante curvavamo a destra passando accanto all’Arco di Costantino, lei spingeva la frizione e io cambiavo marcia ma sempre con un occhio ai monumenti. A quelli non ci si può abituare mai, sono sempre stupefacenti, sempre come se li vedessi per la prima volta. Mi viene in mente un altro ricordo, la polveriera: un campo di calcio in terra battuta che si trova sul Colle Oppio. Dalla vegetazione tutta intorno puoi intravedere solo l’orlo del Colosseo. Ecco lì c’è qualcosa di assurdamente magico. Tra la polvere nella quale ti trovi inevitabilmente avvolto senti che Roma è viva e proprio lì, in quel posto, il tempo si è fermato all’improvviso. Puoi trovarti in qualsiasi arco temporale, entri nella magia di questa città che crea dipendenza. Diffcile non rimanerne sopraffatti. Per questo i romani sia di nascita sia di adozione sono un po’ cinici, un po’ brutali e anche un po’ cafoni perché quando si convive con un amore così immenso e unico ogni tanto devi smarcarti, scrollarti di dosso la vertigine dei ventisette secoli di storia e provare a essere solo contemporaneo ma diffcilmente potrai darti delle arie perché a Roma nessuno sarà mai protagonista. Soprattutto a nessuno importa abbastanza esserlo e chi cerca di esserlo diventa ridicolo.
Per esempio un brand come Chiara Ferragni, qui, in questa città, non ha attecchito. Neppure le enclave per ricchi come il bosco verticale. Non sarebbe stato accettato, non avrebbe dominato la città imponendo uno standard di lusso così sfacciato. Qui nessuno si sarebbe lasciato convincere che potesse essere un esempio contemporaneo di nuova bellezza.
Gli abitanti di Roma sono critici, sornioni, attenti, pronti alla battuta fulminante che distrugge ogni vanità. Alcuni poeti hanno saputo evocare questo aspetto della romanità. Con Giuseppe Gioachino Belli attraverso i sonetti e Carlo Alberto Salustri cioè Trilussa attraverso il romanesco i romani hanno dato voce a quella spietatezza cinica tipica di Roma. Sono stati tramite e megafono di una sotterraneità che fa parte del vivere romanesco, del quotidiano senza veli né peli sulla lingua, fno a offrirsi descrizione brutale della realtà.
### ER GATTO DE LISETTA
Eh? Quant’è caro! Povera bestiola,
io me lo magno a furia de baciallo.
Pss, pss, micio, viè qua, brutto vassallo!
Guardate: nu’ glie manca la parola?
Lui, quanno che la sera esco da scôla,
me viè incontro da sé senza chiamallo;
quann’ha freddo la notte, pe’ sta’ callo,
me s’intrufola sott’a le lenzola.
E mó? Guardate come se strufna…
Che vôi? La trippa? Sì, bello der core,
adesso te la dà la padroncina.
Io, che serve? Sto’ povero miciotto
glie vojo un bene, un bene, che, se more…
lo scortico e ce faccio un manicotto.
Ma come si diventa così – o meglio, come si nasce così? Il motivo è molto semplice, se vivi sul bordo della storia sai che sei un minuscolo granello di polvere abbastanza insignifcante e questo è lo strumento che ridimensiona tutto e che ti ridimensiona.
4. L’Anfteatro Flavio è l’ombelico di Roma. È il punto in cui si gira verso ovest, verso il mare, è simbolo di magnifcenza, potenza e strategia. Si trova in un luogo talmente nevralgico della città che ancora nessuna amministrazione capitolina è riuscita a eliminare il passaggio delle macchine dei romani. E per fortuna, perché la città è già stata sottratta ai suoi abitanti, separata dalla sua linfa vitale. Questo è il vero delitto al quale stiamo assistendo da anni. Il valore dell’antico passa attraverso la consapevolezza dei suoi abitanti. Sono i romani, inteso gruppo etnicamente e religiosamente misto, come è da sempre la città di Roma, che possono dare profondità storica alle pietre che ne hanno realmente, perché sono i soli che comprendono profondamente il valore della stratifcazione. Il senso della storia non appartiene a tutti gli abitanti del globo terrestre. Qui nel bacino mediterraneo ne abbiamo un tipo, una versione antichissima che ha arricchito la scrittura, le arti, il calcolo, la flosofa, strategie e tattiche della guerra marittima e terrestre e tanto altro. Certo, esistono altre culture di altre persone con altre storie, ma molto diverse e che non hanno saputo prendere in considerazione l’importanza del reperto archeologico semplicemente perché non ne hanno di così antichi. Persone che saranno poi quelle che incideranno il loro nome sulle pietre millenarie del Colosseo e noi ci stupiremo che qualcuno possa solo averlo pensato di poterlo fare. Il motivo è che non capiscono l’importanza di questi luoghi.
I romani consapevoli sanno insegnare con il proprio comportamento, sono in grado di sorvegliare e di intervenire prima che lo scempio si compia. La Città eterna è in continua osmosi con i romani, separarli è un errore fatale per entrambi. La città rischia di diventare sempre più un parco giochi in preda a frotte di persone che continueranno a riversarsi piuttosto inconsapevolmente in questi siti millenari senza saper bene cosa stiano guardando, con i romani sempre più costretti a vivere nel proprio quartiere perché spostarsi nella città è praticamente impossibile. Ma questo è l’equivalente di abitare in una qualsiasi città del mondo. Insomma, rischiamo di essere tutti fortemente snaturati, città e cittadini.
A dare forza verso questa direzione è sceso da Milano l’architetto Stefano Boeri. La sua idea per Roma sarebbe quella di un arcipelago-Roma, avendo rinunciato da subito a pensare di connettere le «isole» dell’arcipelago. Questa idea prevede 253 Microcittà e un Metroparco. Visione sostenuta da tre strategie territoriali. La prima sarebbe una banale Città dell’archeologia, la seconda la Città del Gra, immaginata con un Nuovo anello verde di alberi intorno, una vera ciambella verde, e la terza un’altra «novità», la Città dell’acqua. Nel documento si parla del Grande raccordo anulare come di un magnete urbano. Ma il Gra è già tragicamente così. Le descrizioni sono molto astratte e non tengono conto dei progetti e dei cantieri già in opera. Roma borbotta e dal suo basso fa comparire scritte sui muri per indicare che queste idee alla città non servono. Roma è vigile, tesa, osserva e non digerisce tutto, ha un animo ribelle dentro che cova sempre.
Ci sono episodi storici rilevanti che rappresentano questo spirito ribelle. Uno su tutti la battaglia del 10 settembre del 1943 a Porta San Paolo, dove l’esercito italiano sostenuto da cittadini armati tentò di scongiurare l’occupazione nazista di Roma. I tedeschi marciavano sulla via Ostiense dirigendosi verso il centro della città. Gli armamenti dei soldati nazisti erano di molto superiori alla 21a divisione di fanteria Granatieri di Sardegna alla quale si erano uniti numerosi civili. Erano state costruite barricate in aggiunta a carcasse di veicoli. Per opporre resistenza arrivarono il 1° squadrone del reggimento Genova Cavalleria, alcuni reparti della divisione Sassari, paracadutisti degli Arditi distruttori della Regia aeronautica. Purtroppo non ci fu niente da fare ma il valore dell’opposizione fno alla morte è inciso nella targa commemorativa poggiata sulle Mura aureliane di cui Porta San Paolo rappresenta uno degli ingressi.
Di storie di resistenza ce ne sono molte altisonanti e altre meno, per esempio la storia dell’adolescente Ugo Forno che abitava in via Nemorense e studiava alla scuola media Luigi Settembrini e morì per mano tedesca il 5 giugno 1944. Quella mattina era uscito presto perché voleva vedere gli Alleati da poco entrati a Roma e per questo si recò in piazza Verbano. Presto si sparse la notizia che un gruppo di guastatori tedeschi stava cercando di piazzare delle mine per far saltare il ponte ferroviario sul fume Aniene allo scopo di proteggere la ritirata nazista. Ugo Forno si unì a un gruppo di cinque contadini della zona armati di fucile. Insieme spararono sui tedeschi impedendogli di minare il ponte. Mentre battevano in ritirata i militari spararono tre colpi di mortaio uccidendo sul colpo il giovane Ugo. Il suo sacrifcio aveva salvato il ponte. Con lui perì anche il giovane Francesco Guidi di ventuno anni.
Un altro esempio da ricordare è il rastrellamento del Quadraro. Qui il 17 aprile 1944 i soldati tedeschi si accaniscono sulla popolazione del quartiere, da sempre considerato ribelle e covo di partigiani, come anche Torpignattara, Centocelle e Quarticciolo. Misure pesanti di contenimento erano state imposte a quelle periferie romane dove avevano avuto luogo frequenti sommosse contro l’invasore. Fu il generale Kappler a decidere di colpire di nuovo il popolo romano subito dopo il rastrellamento del Ghetto e le Fosse ardeatine, altri cammei dello spietato poliziotto tedesco delle SS. Quel giorno il Quadraro fu circondato dalla Gestapo, dalle SS e dalla Banda Koch, sotto la supervisione di Kappler. Non si conosce il numero preciso dei romani che fnirono nei campi di concentramento, lo si stima tra 683 e 947 persone ma le fonti di riferimento sono diverse.
Roma borbotta sottovoce ma non gira le spalle, non ignora per quieto vivere come quando fu scelto un gruppo scultoreo formato da un delfno, tre tritoni e un grosso polipo che avvinghiati uno all’altro avrebbero dovuto dominare la scena al centro della fontana delle Naiadi nell’allora piazza Esedra, oggi piazza della Repubblica – anche se solo per Google Maps perché a Roma si chiama ancora piazza Esedra. Le sensuali ninfe già presenti nella zona periferica della fontana avrebbero dovuto accogliere quest’opera dello scultore Mario Rutelli ma la popolazione ribattezzò ironicamente l’agglomerato marmoreo «fritto misto». L’opera fu aspramente criticata perché caotica e non abbastanza rappresentativa di questa piazza importante. Anche il Vaticano, con la Roma papalina, soffò sul fuoco di quel sollevamento popolare perché l’insieme di ninfee e tritoni risultava molto sensuale, forse troppo per la Santa Sede. Questo permise di spostare defnitivamente il «fritto misto», nel 1913, dentro i Giardini oggi dedicati a Nicola Calipari, morto in Iraq durante l’operazione per la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, che si trovano nel cuore di piazza Vittorio Emanuele II. Nel centro della fontana di piazza Esedra/Repubblica si trova da allora una splendida rappresentazione del Glauco avvinghiato a un delfno che spruzza acqua verso l’alto.
5. Roma è una cometa ha al suo apice il Distretto del Contemporaneo. In fondo alla sua scia c’è Roma sul Mar Mediterraneo, ovvero Ostia, cui si giunge dopo aver attraversato l’area della Piramide e della basilica di San Paolo, poi il Quadrante Metafsico (Eur) e Casal Palocco.
In epoca romana Ostia aveva una sua autonomia mentre oggi è concepita come prolungamento di Roma. Spesso si dimentica che è un quartiere di Roma e non un Comune a parte come Fiumicino. Roma sul Mar Mediterraneo è ricca di edifci di pregio come la Colonia marina, l’edifcio residenziale del 1929 detto Pappagallo, lo stabilimento Kursaal realizzato su progetto di Attilio La Padula e Pier Luigi Nervi e inaugurato nel 1950, la cui struttura originaria non c’è più da quando nel 1974 fu demolita e ricostruita. Ostia ha un patrimonio potente di risorse ambientali e culturali che meriterebbe più cura e manutenzione di quanto si riesca a fare oggi.
Vorrei concludere con un pensiero sui colori di questa città che spesso al tramonto si accendono di sfumature eccezionalmente vivide. Sfere di colore che ho impresse negli occhi si muovono nella mappa Il cielo sotto Roma. Nell’ora blu la città diventa parte del suo incredibile cielo, gli edifci di tufo e dipinti di rosso mattone si scaldano e il colore rimbalza nei vetri delle fnestre. È come se tutto diventasse incluso, omogeneo. Roma è una dea che ci tollera, ci tiene in pugno. Siamo tremendamente inadeguati ma Roma sta a sé stessa e ci concede il privilegio di camminare su questa meraviglia che sopravviverà a tutti noi.

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# Il Distretto del Contemporaneo rigenera la forma urbis
di Umberto VATTANI
### Il risveglio del Palazzo della Farnesina
Trent’anni fa nasceva qualcosa che nessuno si aspettava: la Collezione di arte contemporanea della Farnesina. Un’idea che sembrava fuori contesto, quasi un’anomalia. Che cosa c’entra l’arte con le relazioni diplomatiche, con i tavoli dove si discutono crisi, mediazioni, accordi, iniziative comuni? Eppure c’entra. Eccome se c’entra.
La Collezione Farnesina non è una raccolta di quadri dovuta alla passione di un collezionista, una scelta edonistica, un apporto decorativo, ma un gesto politico, un atto di riscatto. Un modo per riprendersi il tempo perduto, quarant’anni di silenzio visivo in cui il Palazzo della Farnesina era rimasto prigioniero della sua immagine, ritenuto da molti un residuo del passato, un gigante di pietra fascista, un contenitore senza vita.
L’arte irrompe come una scossa di terremoto. L’arrivo del bronzo di Consagra segna una spaccatura: come il monolite di Kubrick, annuncia il passaggio da un’epoca primitiva a una nuova consapevolezza. Nulla sarà più come prima. Gli atri, gli scaloni, le sale destinate alle conferenze internazionali si popolano d’improvviso di presenze monumentali: opere vive, pulsanti, che pretendono di uscire dagli atelier per misurarsi con il mondo, non con un pubblico di semplici amatori.
Così nasce la Collezione Farnesina: come un’azione dirompente, una dichiarazione potente che ribalta le gerarchie. Le linee architettoniche del Palazzo, un tempo austere, diventano lo sfondo di un racconto nuovo: l’edifcio si trasforma in organismo vivente, precursore di una stagione che ancora non esiste. Il Maxxi, il Mart, il Madre di Napoli, il Museo del Novecento di Milano non sono ancora nati, eppure alla Farnesina già brillano il neon di Fontana, i bronzi di Marino e di Arturo Martini, appaiono le ceramiche di Leoncillo, i sacchi di Burri, le presenze vegetali di Penone.
### Nascita del Distretto del Contemporaneo
I diplomatici, per la prima volta, si accorgono che il loro palazzo non è solo un edifcio: è un faro che illumina il territorio circostante dividendolo in due. Nella prima e nella seconda metà del Novecento. Il palazzo progettato da Enrico Del Debbio è una cerniera, un ponte tra due epoche. Durante il fascismo la sua destinazione era già mutata, e con un gesto coraggioso De Gasperi confermò quella scelta, riabilitando gli architetti Del Debbio, Foschini e Morpurgo, per chiedere loro di completare un’opera sospesa. Da quell’atto nasce la possibilità di leggere il territorio in modo nuovo: di riconnettere passato e futuro.
Il Tevere scorre poco lontano, e Ponte Milvio – attraversato dai condottieri romani di ritorno dalle Gallie – diventa la soglia simbolica di un racconto che continua. Lì, tra Monte Mario e Villa Glori, si apre la visione più suggestiva della città. Ed è lì che, quasi mille anni dopo, sorgono nuove architetture destinate a stupire l’Europa: il Foro italico, la Farnesina, le foresterie, la Casa della scherma. Poi, nel secondo dopoguerra, le creazioni ardite di Pier Luigi Nervi e le strutture potenti di Renzo Piano, come gusci di tartaruga o scudi di legionari, proseguono quella stessa visione: un’idea di Roma che rinasce sempre. Come se un flo invisibile, tirato attraverso i secoli, avesse fnalmente ricongiunto tre stagioni lontane – l’antica, la moderna, la contemporanea – nel gesto simbolico di un palazzo che ha imparato a parlare con le opere d’arte e, attraverso di esse, con il mondo.
Ora è proprio dal Palazzo della Farnesina che riparte una nuova visione di Roma. A pochi passi dal luogo dove è nata la Collezione Farnesina si è formato un polo formidabile: il Maxxi, l’Auditorium di Renzo Piano e fra poco il nuovo Museo della scienza. Tre vettori di energia capaci di riscrivere la mappa mentale della città. Ed è precisamente qui che entra in scena il Tevere, non più fume scenario, fume cartolina, ma arteria che collega passato e futuro, che tiene insieme l’ansa Nord come una parentesi spalancata su ciò che Roma può diventare. L’ansa del Tevere, da Ponte Milvio alla Farnesina, da Tor di Quinto al Foro italico, è il luogo induve convivono stratifcazioni uniche: accanto al più antico ponte romano, la monumentalità di Del Debbio, la forza strutturale di Nervi, le curve tese di Renzo Piano. E poi la memoria dello sport come rito civile e quella della diplomazia come esercizio di visione. È uno spazio sospeso, metà naturale e metà costruito, che aspettava un nome, il riconoscimento di una vocazione.
«Flaminio», «Foro italico», «Farnesina» sono denominazioni corrette, ma incapaci di spiegare ciò che stava accadendo. Serviva un nome, un’identità, una visione. Alla fne lo trovammo: Distretto del Contemporaneo. Un’intuizione accolta con entusiasmo da Paolo Portoghesi, dall’Accademia di San Luca, dalle università romane. Non è stato un esercizio estetico, né una trovata di marketing. Ma un atto di insubordinazione culturale. Una risposta netta, necessaria, all’immagine pietrifcata di Roma che il mondo continua a ripetere: quella raffgurata in tutte le guide del mondo, una città musealizzata, ferma, impiombata nel passato remoto. La Roma dei Cesari e dei Papi – e poi il nulla.
### Roma e la forma urbis
Si era dimenticato ciò che distingue Roma da ogni altra città: la forma urbis. Non un concetto astratto ma la ricerca ossessiva della forma di città. Proprio qui nasce l’idea di città e da qui si irradia. Roma non costruisce soltanto edifci, inventa città, esporta modelli, forgia visioni urbane dal Reno all’Atlantico, da Londra a Costantinopoli. Questa forza non si è mai spenta, cambia direzione ma non intensità:
- verso nord, le vie consolari tracciano una trama ancora viva;
- verso sud, valica i Colli Albani e si spinge oltre il suo antico confne;
- verso est riaffora il vecchio asse imperiale;
- verso ovest si apre il volto marittimo, la Roma mediterranea, che guarda alle rotte e non ai confni.
### Roma è una cometa
Da questa intuizione è nata Roma è una cometa. Non è una semplice guida: è una geografa mentale, un atlante emotivo. La cometa non è una metafora casuale: attraversa i secoli, appare, scompare, ritorna, lascia una scia, una traiettoria luminosa che unisce architetture, idee, istituzioni. Fino al mare punto di approdo ma anche di partenza. È una rivoluzione silenziosa. Roma torna a interpretare sé stessa. Ricomincia a produrre immaginazione urbana, a intrecciare poli culturali e percorsi di ricerca, a far dialogare tradizione e tecnologia, diplomazia e arte, storia e ciò che ancora non esiste.
«Roma è una cometa» ha già iniziato il suo viaggio internazionale: è stata a Osaka, nel Padiglione Italia dell’Expo 2025, dopo il passaggio a Venezia alla Biennale Architettura. Presto approderà nell’edifcio di Luigi Moretti, oggi WeGil, grazie alla determinazione ostinata di chi ha creduto nella visione sin dall’inizio. Questa Forma Urbis ci consente di ribaltare il tavolo. Ricordare al mondo che Roma non è l’immagine levigata delle guide turistiche. Come scrive Franco Purini, Joachim du Bellay lo aveva capito già nel Cinquecento – Roma non è un simulacro che conserva, ma un organismo che si rigenera e genera forme nuove.
Il Distretto del Contemporaneo, testa della cometa, accende il percorso lungo il fume e lo spinge verso il Tirreno. Lungo questa traiettoria emerge la vera natura della città. Roma non si chiude, si apre. Non si contempla, dialoga. Sceglie il mare, le rotte, gli scambi, il mondo. È una dichiarazione di intenti. Un modo per riportare Roma nel presente e restituire alla città ciò che non ha mai smarrito: la capacità di trasformare la storia in energia propulsiva e continuare a generare futuro.

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# DUBAI E RIYAD COMPETONO PER L’OLOGRAMMA DI ROMA
di Federica LUISE
Emiratini e sauditi si sfidano a colpi di riproduzioni delle rovine romane nel Levante. Obiettivo: usare il mito dell’Urbe come strumento di competizione, influenza e diversificazione economica. Il caso di Palmira. La Siria non può dire No.
1. AL-RÛM. COSÌ LA TRENTESIMA SURA DEL Corano si riferisce ai romani. Quando il profeta Maometto cominciò la sua predicazione nel VII secolo l’impero romano non era certo più quello di Augusto, ma la sua eredità sopravviveva nell’impero bizantino. Sulle rive del Bosforo, Costantinopoli si proclamava Nuova Roma e governava le province levantine di Siria, Palestina ed Egitto.
Nel 614 d.C. l’impero sasanide, sotto il generale Shahbaraz, conquistò Gerusalemme. La sua caduta, seguita da un sanguinoso assedio, scosse profondamente il mondo mediterraneo. Oltre mille chilometri più a sud, alla Mecca, Maometto predicava da poco l’avvento dell’islam e alla notizia i politeisti meccani – con i quali era in aperto conflitto religioso – gioirono. La situazione costituiva una sorta di metafora: la vittoria del politeismo sul monoteismo, quindi la sconfitta apparente della predicazione di Maometto. Tuttavia il Corano – rivelazione divina – preannunciava la vittoria dei romani entro pochi anni. Così fu nel 627 d.C. nella battaglia di Ninive, dove l’imperatore Eraclio sconfisse i persiani, legittimando indirettamente la predicazione islamica. Il rapporto tra al-Rûm e islam era quindi stretto. I cristiani rientravano nella ahl al-kitāb (gente del libro), credenti in un unico Dio e portatori di una rivelazione precedente a quella islamica, fratelli nella fede. L’impero romano era emblema di civiltà e potenza, godeva di grande prestigio agli occhi dei primi musulmani.
Quella stima per il mondo romano non era una novità. Tre secoli prima, la regina Zenobia di Palmira ne incarnava già il fascino. Considerata una delle figure più importanti del mondo antico, si riteneva discendente dell’impero romano originale e vantava legami con la regina Cleopatra, mostrando un’unione a dir poco precorritrice della commistione tra mondi arabo e romano. Iulia Aurelia Zenobia Settimia – il suo nome romano – trasformò Palmira in una capitale culturale tra Oriente e Occidente. Dopo la morte del marito, approfittò della crisi di Roma – tra il 268 e il 270 d.C., quando sul trono si susseguivano imperatori effimeri – per costruire un regno autonomo che unisse greci, persiani, ebrei e arabi. La leggenda narra che, una volta sconfitta dall’imperatore Aureliano, Zenobia venne riconosciuta per il suo intelletto e fu portata alla corte imperiale come consigliera.
Palmira è quindi diventata fin dai primi secoli un simbolo di convivenza tra l’eredità romana e la cultura araba. Luogo della quintessenza delle antiche città romane in Medio Oriente – da Leptis Magna in Libia a Garaš in Giordania, da Ba‘labakk in Libano a Mosul in Iraq – e simbolo del loro ruolo centrale nel turismo archeologico. Nonostante le devastazioni dei conflitti e delle incursioni terroriste, oggi grazie ai finanziamenti dei paesi del Golfo Palmira non solo rappresenta la tutela del patrimonio romano nel Levante, ma diventa anche uno strumento attraverso cui gli Stati esercitano soft power e interessi geopolitici.
2. Dal nome originario Tadmur, Palmira si presenta come una maestosa scenografia nel cuore del deserto, estendendosi fino alle rive dell’Eufrate in un’arida distesa. Plinio il Vecchio la descriveva come «una città notevole per la ricchezza dei suoli e l’abbondanza delle acque. Le sabbie la cingono da ogni parte, la natura stessa l’ha isolata dal resto del mondo. Gode di un destino privilegiato, sospesa tra i due grandi imperi, quello dei romani e quello dei parti, entrambi desiderosi di conquistarla ogni volta che il loro conflitto si riaccende».
Palmira La Grande era un’importante oasi che grazie alla sua sorgente nel deserto permetteva la coltivazione di olivi e alberi da frutto. La sua posizione strategica la rendeva uno snodo carovaniero fondamentale e una colonia romana d’eccellenza, dove venivano scambiate merci preziose come pelli, tessuti e spezie. La sua appartenenza all’impero romano era evidente a ogni viaggiatore che vi giungeva. Il Grande colonnato costituiva l’asse principale della città, collegando il tempio di Baal – monumentalizzato con cortili porticati e decorazioni corinzie che ne fecero uno dei più grandi templi del mondo romano orientale – con l’arco trionfale e l’agorà, simbolo della res publica cittadina. Il teatro, il complesso termale e il quartiere militare di Diocleziano completavano la pianta urbana, in linea con il modello delle città romane. Infine, il Tetrapylon accoglieva sotto le sue colonne le carovane che arrivavano da un lungo viaggio.
La «sposa del deserto» era innamorata dei propri abiti romani, fino a quando lo Stato Islamico non li stracciò nel 2015. I jihadisti fecero saltare in aria numerose architetture. Secondo la filosofia jihadista, ogni traccia di culto idolatrico o di passato non islamico va distrutta come atto di purificazione religiosa. La demolizione dei simboli storici non era solo un atto iconoclasta, ma anche un mezzo per dimostrare potere, esercitando un impatto psicologico sulla popolazione locale. Solo il teatro romano fu mantenuto in piedi come scenografia per le esecuzioni. Molti reperti archeologici furono saccheggiati e venduti sul mercato nero per finanziare le attività del gruppo. Questo avvenne, per esempio, quando lo Stato Islamico affrontò il «custode» della città e archeologo Khaled al-As‘ad. Questi fu catturato e giustiziato dopo essersi rifiutato di rivelare dove fossero nascosti i reperti più preziosi, destinati alla vendita.
I segni della distruzione sono tuttora evidenti, specialmente dove le ferite della guerra civile siriana e i raid israeliani hanno aggravato la situazione. Il governo di Damasco ha da tempo avviato interventi di restauro in collaborazione con l’Unesco, ma il turismo – una fonte importante di introiti per il sito archeologico e per l’economia nazionale – è drasticamente diminuito. Oltre all’Unesco e ai finanziamenti europei, un ruolo di primaria importanza è stato svolto dai paesi del Golfo, in particolare da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, che hanno sostenuto la ricostruzione e la tutela del patrimonio di Palmira.
L’International Alliance for the Protection of Heritage in Conflict Areas (Aliph) – finanziata da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Kuwait (oltre a Cina, Francia, Marocco e Lussemburgo) – ha annunciato un progetto biennale da cinque milioni di dollari per il sito di Palmira che include la riabilitazione del museo, la stabilizzazione dei reperti danneggiati e il rilancio dei servizi archeologici. Attraverso il restauro dell’antica Roma, i paesi del Golfo rispondono al terrorismo e mandano un messaggio di apertura e tolleranza. Questi princìpi sono due pilastri del soft power arabo che si cela dietro l’importanza del passato culturale romano che ha permesso la diffusione dell’islam.
In Siria è già accaduto. La Russia, uno dei principali finanziatori, ha sempre avuto chiari interessi nel paese (in primis le proprie basi militari) e collabora tuttora con la Direzione generale antichità e musei siriana (Dgam) attraverso accordi di cooperazione e il coinvolgimento di istituti come l’Accademia russa delle scienze. Questo rapporto va oltre il mero restauro archeologico e si inserisce in un piano d’influenza per rafforzare la presenza russa nell’area. I petro-Stati del Golfo stanno perseguendo strategie simili, ma in questo caso l’influenza non si limita alla Siria. Uno degli obiettivi centrali, soprattutto della saudita Vision 2030, è costruire un’immagine di paese moderno e aperto al dialogo internazionale. Il sostegno alla conservazione del patrimonio storico romano assume un valore strategico che consente di rafforzare i legami culturali e politici con l’Europa e il Mediterraneo, regioni sensibili alla tutela della propria eredità storica. Ma questi non sono gli unici obiettivi delle petromonarchie.
3. La necessità di diversificare l’economia è al centro delle nuove politiche dei petro-Stati. Lo sviluppo del settore archeologico arriva al momento opportuno, insieme alle recenti iniziative per valorizzare la storia antica delle tribù beduine della Penisola Arabica. Grazie alla condivisione di conoscenze, tecnologie avanzate e ingenti investimenti con l’Europa e il Levante, i petro-Stati possono trasformare tale settore in un motore di crescita. Una mossa strategica per diversificare l’economia e proiettare soft power. Negli ultimi anni Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno sviluppato competenze in materia. Un esempio è l’istituzione della saudita Royal Commission for al-Ula (Rcu) che ha attivato centri di ricerca e formazione con istituzioni europee, diventando un polo d’eccellenza nella documentazione digitale e nel restauro dei siti storici. Idem l’Institute for Digital Archaeology (Ida) di Dubai, che in collaborazione con Harvard e Oxford ha ricostruito in scala l’arco di Palmira attraverso imaging 3D e stampa tridimensionale.
L’arco monumentale di Palmira collegava il tratto centrale e quello orientale del Grande colonnato cittadino. Costruito durante il regno di Settimio Severo (II e III secolo d.C.), fu ristrutturato negli anni Trenta del Novecento per poi essere quasi completamente distrutto dallo Stato Islamico nel 2015. Il progetto di ricostruzione è stato lanciato dagli Emirati, principali contributori finanziari e tecnologici, insieme a Regno Unito, Stati Uniti e Italia. Il risultato è una fedele copia dell’arco che ha restituito una fusione tra artigianalità italiana (grazie al laboratorio specializzato Torart di Carrara) e innovazione emiratina. La replica è stata presentata a Londra nel 2016, poi esposta a New York e a Dubai (con un breve passaggio in Italia) durante il World Government Summit del 2017 dedicato al ruolo della tecnologia nel progresso. Secondo il direttore del Museo del futuro di Dubai, Sayf al-‘Ulaylō, «la collaborazione conferma l’attenzione degli Emirati all’uso di tecnologie avanzate per lo studio e la conservazione dell’eredità umana, nostro patrimonio comune. Il Million Image Database consente di registrare, preservare e studiare oggetti di grande valore storico, ma anche di condividerne facsimili da mostrare in tutto il mondo. Siamo così in grado di garantire che nessuno possa negare la storia o imporre la propria narrazione contro la nostra comune aspirazione a vivere insieme in armonia».
L’arco però non è mai stato portato a Palmira in sostituzione di quello distrutto; è stato invece esposto a Dubai, con una scelta che strumentalizza l’archeologia romana facendone uno spot per il turismo emiratino. Il Burj Khalifa fa da sfondo all’arco di Palmira, piegando la cultura alle logiche del business. Le ricostruzioni diventano vetrine del progresso tecnologico, «condividere facsimili da mostrare in tutto il mondo» inserisce la Penisola Arabica nei flussi del turismo archeologico, finora poco sviluppato nella regione.
4. Anche l’Arabia Saudita ha avanzato un progetto di appropriazione simbolica e strategica dell’archeologia. Dopo la caduta di Baššār al-Asad, la Siria sta rimettendo in moto la macchina statale. Mentre il leader Ahmad al-Šar‘ cerca di ristabilire relazioni con la comunità internazionale, il governo investe in grandi progetti di ricostruzione, tra cui l’ampliamento dell’aeroporto per quattro miliardi di dollari. In vista di un’auspicata ripresa del turismo, archeologi e restauratori stanno tornando nei siti storici per gettare le basi di una rinascita culturale e turistica. Palmira, uno dei più importanti siti archeologici romani al mondo, potrebbe attrarre molti visitatori contribuendo a rilanciare il paese.
Gli Stati del Golfo osservano con attenzione questi sviluppi. Sono consapevoli che la ricostruzione di Palmira richiederà ingenti finanziamenti e competenze avanzate. Sanno anche che la situazione rimane instabile, limitando per ora i flussi turistici verso Damasco. Presentandosi come paesi stabili e sicuri, questi attori possono attrarre parte del turismo culturale prima diretto in Siria, «spostandone» il patrimonio archeologico nei loro territori attraverso riproduzioni ultratecnologiche. Riyad ha dunque lanciato il progetto al-Dir‘iyya, polo turistico e culturale di lusso parte del progetto Vision 2030. Il suo direttore Jerry Inzerillo ha dichiarato di aver discusso con funzionari siriani un contributo alla ricostruzione dei locali siti storici, inclusa Palmira, le cui rovine potrebbero poi essere riprodotte nel Regno, inserite in musei ipertecnologici e immersivi. In futuro la collaborazione potrebbe essere estesa a città simbolo del patrimonio mediorientale come Damasco, Aleppo e Beirut.
Malgrado le critiche sollevate, difficilmente la Siria potrà rifiutare l’enorme offerta finanziaria da investire nel restauro del proprio patrimonio culturale, che aprirebbe anche a un nuovo scambio di competenze nel settore. Così la competizione interna al Golfo finisce per investire anche il settore archeologico.
Roma e l’impero romano sono percepiti dal mondo arabo come simboli di potere, ordine e civiltà. Gli arabi ne riconoscono il prestigio, soprattutto sul piano architettonico e turistico, consapevoli dell’enorme flusso che attraggono. Il legame a un passato che li riguarda indirettamente esprime la stima per esso e rappresenta la chiave di volta per le relazioni diplomatiche con i paesi che vantano una storia importante. Le rovine romane delle città mediorientali sono così diventate strumento d’influenza e sviluppo nel Golfo. Restaurandole, emiratini e sauditi si accreditano potenze tecnologiche, culturalmente impegnate e aperte al mondo oltre l’islam. Invece di camminare tra il Tetrapylon o lungo il Grande colonnato di Palmira, basterebbe dunque volare a Riyad per immergersi in una loro versione artificiale. Una Disneyland dell’antichità, dove il patrimonio culturale si trasforma in attrazione turistica. Senza alcuna legittimità storica, ma sotto una cupola di lusso.

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limes2512/EDITORIALE.md

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# **Roma si discute e si ama**
## 1. L A GEOPOLITICA SERVE INNANZITUTTO A FARE LA PACE.
Per fare la guerra basta la volontà di uno. Per finirla, ne servono almeno
due. E due è il contrario, non il doppio di uno . pacificare significa convertirsi insieme, amico e nemico. Per riordinare il caos entro limiti incerti. Mai assoluti, sempre relativi. La guerra spezza ogni vincolo, ci imbestialisce. La pace ricostruisce relazioni spezzate, ci riumanizza. Via esercizi di coppia o comunque multipli, da cui nessuno esce più come prima.
Tutto il resto è tregua, al meglio anticamera della pace, al peggio pausa
in vista del prossimo assalto. Sottile distinguo.
La differenza fra pacifsmo di principio – dico pace e mi salvo l’anima – e pacificazione effettiva – manutenzione permanente, anche armata – sta nel riconoscersi parte responsabile di un insieme consapevole di
sé quanto dell’impossibilità di farsi tutto. Lo stesso postulato informa il
ragionare geopolitico che disseziona i conflitti per indagarne gli usi. A
partire dalla scoperta che pace e guerra non sono scritte sullo stesso rigo,
almeno finché un briciolo di ragione serbi lucidi i duellanti. Chi scatena
la guerra mira alla sua miglior pace, non viceversa. Si vince la pace, non
la guerra. E la si misura nel tempo, non allo scadere dei combattimenti.
Fin qui l’analista. Agli attori decidere in quale direzione volgere le analisi. Ma quando la guerra involve in scopo a sé stessa, geopolitica muore.
Per noi mestieranti, motivo in più per non rinunciare alla pace.
Nel mondo reale la conversione alla pace è asimmetrica. Sempre revocabile. Funzione della potenza di ciascuno. Da non confondere con la
forza. Massimo è il potere capace di integrare il nemico nel suo ordine.
Minimo quello che si illude di liquidare uno dopo l’altro tutti i rivali.
Tentazione suicida. A furia di distruggere i nemici di fuori restano solo
quelli di casa. Contro cui il colosso accecato si scaglia a tutta forza, con
l’energia bruta che l’odio di sé sa liberare.
Ne abbiamo oggi conferma. Il simultaneo impulso suicida dell’impero e della nazione americana ci lascia attoniti per come vi s’interpreta
questa non scritta legge di decomposizione delle potenze. La dichiarazione di guerra di Trump II (2025-?) all’America per lui antiamericana
(«the enemy from within») certifca il delirio al vertice della sedicente
Nuova Roma. E ci ricorda quanto di vero persiste nella sinusoide che descrive ascesa e caduta dei grandi imperi: si ascende con gli altri, variamente sussunti nel proprio sistema, si cade per autosabotaggio. La spinta
espansiva, frustrata, si volge in furia depressiva del suo centro contro il
suo centro. Se di tale sindrome soffre la potenza massima è seria la probabilità che tanto delirio ci spinga verso la guerra definitiva.
Viviamo sulla soglia di un cambiamento d’epoca che impone di ripensare pace e guerra in inedito contesto. Per la prima volta nella storia
la decisione per l’una o per l’altra potrebbe svelarsi irrevocabile. Ce ne
rendiamo conto? O incliniamo verso il ritornello di Bartleby: «Preferiremmo di no»? Ma come altro descrivere l’incesto fra armi di distruzione di
massa, nucleari e cibernetiche, e loro governo automatico, sottratto
all’uomo? Ed è per caso che in vista di questo terrificante traguardo soffrano insieme studio della storia e pubblico confronto fra punti di vista
diversi, soppiantati dal presentismo senza ieri né domani e dalla conversazione circolare fra omologhi in ambiti sigillati, incapaci di riconoscersi reciprocamente legittimi? E se anche l’intelligenza artificiale rinunciasse a decidere per noi, non ci avrà tanto allenati al destino di esserne
governati da rinunciare comunque alla nostra libertà? Anglicizzando
Totò, saremo thinkers o followers?
Forse deviati dalla passione per il nostro artigianato, in tale congiuntura ci sentiamo obbligati a connettere, per quanto possibile, analisi e
proposta. Diagnosi e terapia. Guerra e pace. Non per suggerire alcunché
a decisori veri o presunti, ma per contribuire alla libera indagine di tutti
e ciascuno, alla coscienza che da soli non si capisce e non si produce
nulla. Per non finire intontiti dalle propagande, ascoltare l’altra parte –
tutte le altre parti, specie le più
avverse – è imperativo logico e
deontologico. E riconoscere
che il nostro futuro non è affatto un destino.
2. Con questo spirito ricominciamo da Roma. Supremo
riferimento delle potenze d’ogni epoca, attuali comprese.
Imperium sine fine, ma cum
finibus: infinito nel tempo, delimitato nello spazio, dove il
secondo carisma rafforza il
primo. Trattiamo quella ma-
trice imperiale da antidoto
contro la pericolosa idiozia del fai-da-te che infesta la scena mondiale.
Lo facciamo da dentro, letteralmente. Dalla finestra scorgiamo le Mura
Aureliane, erette tra il 270 e il 279 dopo Cristo a estrema difesa dell’Urbe
contro le scorrerie barbariche . Ancora ci risuona nella mente l’involontaria battuta dell’amico cinese, dolce letterato, che alla vista di
quelle muraglie morse dal tempo esclamò: «Ma non vedete come sono ridotte? Buttatele giù prima che cadano!». La prendemmo a sorridere. Oggi,
ripensandoci, sembra presagio. Non d’un disastro murario, ma di ben
più potente crollo: il non solo metaforico congedo dalla storia, dunque
dalla realtà, cui inclinano oggi imperi che pure all’originale augusteo
continuano a sacrificare. Ipsa ruina docet: la persistenza fisica di un
passato che non passa ci apre al futuro, quasi un misterioso campo magnetico rinverdisse la lezione sociale che distingue il modo romano di
stare al mondo. La Pax Romana insegna ancora. Irriproducibile, ispira
chi ragiona su grandi, piccoli, comunque impuri compromessi, alternativi alle derive belliciste.
Per questo qui convochiamo Roma. L’unica vera. Né nuova né antica, eterna in sé, non per sé. La sua eternità sta nella Pax Romana: dote
che l’impero repubblicano lascia ai suoi autoproclamati successori di
ogni genere e specie. Proviamo a descriverne il genio, geopolitico ante
litteram. Per offrire alla critica del lettore la tesi che oppone Pax Americana e Pax Romana. Antigeopolitica a stelle e strisce contro geopolitica di
Roma: malriuscito scippo del marchio. Unico punto di contatto, il marketing: entrambi gli imperi si vestono da repubblica per ostentarsi fedeli
all’autoritratto delle origini. Massima contraddizione, la negazione delle
proprie radici esibita dalle élite liberal d’Oltreoceano. Tutto puoi adattare, trasfgurare, ridipingere nel mito che ti identifica con te stesso meno
l’atto di nascita. L’inizio della fine della nazione imperiale americana
sta nel 1619 Project lanciato sei anni fa dal New York Times Magazine .
Il manifesto della nazione inventata dai padri fondatori non è più la
Dichiarazione di indipendenza – colpo di cannone che nel 1776 preannuncia l’avvento di un mondo occidentale a doppia guida anglo – britannica prima, statunitense poi, fino a ieri in intima connessione. È lo
sbarco forzoso dei primi schiavi africani in Virginia. Razzismo negriero
contro universalismo illuminista. Altro che Nuova Roma: AntiRoma.
La nostra tesi non è dettata da velleità storiografche. Non si tratta di
schiacciare il presente sul passato o viceversa. Serve invece studiare la
lezione di Roma, universale dunque declinabile – e quanto declinata! –
in spazi e tempi diversi da soggetti che muoiono dalla voglia di considerarsene eredi. Continuatori e innovatori.
Sentiamo un’urgenza: la critica del militarismo solipsista che ci scivola verso la guerra, occorrenza storica rimossa dalle ultime tre generazioni di italiani. Non siamo sotto alcun profilo pronti ad affrontare il
ritorno del rimosso. La cura consiste in freddo bagno di realtà. Per aprirci alla comprensione quindi alla gestione di tanta minaccia. Grazie alla
scoperta di risorse che non sospettiamo di possedere. Eredità della Pax
Romana.
Anticipiamo la conclusione: per salvare la pace, ossia noi stessi, conviene apprendere dall’originale anziché ricucinarlo in salsa americana.
Di più, se la Nuova Roma si associasse a tanta revisione, ne guadagnerebbe assai. E noi con essa. Valga da caveat rispetto alla nevrosi che nelle
élite italiane induce a concepire nostrani calci dell’asino contro l’affaticato leone americano, dato per spacciato, onde agganciarci di volo al
presunto egemone in entrata, la Cina rossa. Storia patria avverte che si
può morire di «furbizie» anticipate.
Con spericolato salto all’indietro scandagliamo la Pax Romana nelle
sue applicazioni, insieme più antiche ed evolute di quanto si usi narrare.
Nota per gli amici americani, che sappiamo affezionati all’arte gladiatoria, tanto da scambiarla per essenza della romanità. La differenza fra
noi e voi – amicizia consente intimità – è quella che al tempo distingueva
il retiarius dal secutor. E mentre scorriamo insieme il Castiglioni-Mariotti
a caccia della giusta traduzione, ripercorriamo in velocità i princìpi primi d’una geopolitica della pace . Avendone chiaro lo scopo: capire per
agire. Capire per capire oggi significa non aver capito niente.
3. La coscienza di non poter decidere da solo il destino di altri, tantomeno il proprio, è premessa di ogni geopolitica che non si vorrà scienza. Fondata sul confronto fra gli interessi delle parti in conflitto, ciascuna a partire dal proprio punto di vista in contesti mossi dal vento inesausto della storia. Masse d’aria che spirano incostanti nelle più varie direzioni e in tempi diversi, mai omologhi. Così agitando i soggetti in competizione, ne disegnano scontri, intrecci, sovrapposizioni, fnte e controfnte. E provvisorie collusioni che chiameranno paci.
In forma elegante geopolitica è rapsodia di carte contrastive che descrivono in scale multiple le traiettorie delle partite in questione. Geogrammi infnibili, ribelli a ogni sforzo di inchiodarli a uno schema o
peggio incardinarli in assi cartesiani. Peculiari atlanti storici, genere
editoriale in via di estinzione. Segno dei tempi.
L’esercizio geopolitico obbliga per sua natura a pensarsi con gli altri.
Non per altruismo ma a partire dal principio di autoconservazione cui
non spontaneamente tendono individui e collettività. Si vuole terapeutico. Fosse solo perché ci avverte che non siamo soli al mondo. Cura raccomandata contro il delirio di onnipotenza.
C’è modo in un declino. L’egemone che si sa mortale accompagna il
suo rientro nelle pieghe dell’umanità riconoscendosi distinto perché non
solitario. Si appoggia su coloro che diventeranno i suoi compagni di viaggio una volta sceso di classe. Rinuncia alla (in)gloriosa tentazione dell’ultima battaglia. L’ars declinandi è ars coniugandi.
La potenza di ogni impero è direttamente proporzionale alla capacità di organizzare la sua pace. Ideale inattingibile ma obbligante. verificabile a contrario: la febbre da iperpotenza si misura in frequenza, intensità e crisi di senso delle sue guerre, violazioni della sua pace. Test in
cui la distanza fra unica e nuova Roma appare abbagliante. La parabola dell’impero romano indica lo zenit nella Pax Augustea, estendibile ai
primi due secoli della creatura inventata dal suo genio fondatore, Otta
Torino 2019, Loescher. La voce retiarius è a p. 1236, la secutor a p. 1288.
viano Augusto, sotto non troppo mentite spoglie repubblicane (figura 1 e
carta a colori 1). Tempo durante il quale non mancano certo guerre di
manutenzione egemonica, volte a consolidare la forma imperii. Il crollo
della per noi Quarta Roma (tra noi e Washington, Costantinopoli e Mosca) coincide con il suo apparente zenit, al culmine dell’impossibile eppur celebrato momento unipolare. Attimo di follia, quando l’impero si
specchia nel mondo che vorrebbe rifatto a sua immagine e somiglianza.
Illusione totalitaria, ne accelera il ripido declino.
Impressiona la furia bellica che l’iperpotenza scatena in reazione
all’11 settembre, appena sei mesi dopo che un suo aspirante Virgilio l’ebbe venerata «potenza dominante del mondo, la più dominante dai tempi
di Roma» . La «guerra al terrore» è l’altro nome della guerra suicida.
Mentre Bush minore si getta nella crociata che per salvare l’American
way of life la disintegra, sulla sponda opposta il mullah Omar, capo dei
taliban, si paragona a Ulisse: «L’America è come Polifemo, gigante accecato da un nemico cui non sa dare un nome» . Ci voleva un nemico
mortale dell’Occidente lettore di Omero per ricordare al campione
dell’Occidente l’attualità dei classici. Oggi saccheggiati non solo in America da un citazionismo devastante. Festival del fuori contesto, parallelo
alla liquidazione accademica dei classics in quanto bianchi, maschilisti,
razzisti. Wokismo cui il trumpismo replica con censura eguale e contraria. La guerra per salvare lo stile di vita americano fra chi presume di
incarnarlo contribuisce a mortifcarlo: sette americani su dieci abiurano
l’American Dream, ovvero la propria religione. Mentre Trump si svela
confuso epigono della diramazione Polifemo-Bush figlio lanciando dalla
più grande portaerei del mondo raid aeronavali contro i barchini dei
narcotraffcanti venezolani. Convinto di rovesciare il regime di Maduro
mentre sta mutando il suo.
La sana diffdenza verso l’essenzialismo, che postulerebbe un carattere americano votato alla violenza, cede il passo alla statistica che vuole
gli Stati Uniti invasori di quasi metà degli altri Stati e impegnati militarmente con ognuno di essi salvo Andorra, Bhutan e Liechtenstein . Da
ricordare per cogliere la distanza fra Pax Americana e Pax Romana. Per
esempio, non giureremmo che fra qualche secolo l’impero americano
With Almost Every Country on Earth, New York 2015, Book Pub Network.
possa suscitare la struggente nostalgia del romano che percorse l’intero
Medioevo e che colorò il Rinascimento, inteso di Roma.
Conviene riflettere sulla lezione di Roma a partire da due constatazioni evocate dallo storico e narratore inglese Adrian Goldsworthy, interprete della pace di Roma. Primo: «Quando l’impero infine collassò nel
Mediterraneo occidentale non vi fu traccia di movimenti indipendentisti
in alcuna provincia, una forte differenza con il crollo delle potenze imperiali del Novecento (…). Mentre il sistema decadeva intorno a loro, i
popoli delle province volevano ancora restare romani. Un mondo senza
Roma era molto difficile da immaginare e non sembra aver suscitato
troppo fascino». Secondo: «Non c’è alcun dubbio che il durevole potere di
Roma (…) signifcò che per lunghi periodi di tempo vaste regioni dell’impero non sperimentarono importanti operazioni militari, ancora meno
guerre aperte. È importante ricordare quanto ciò sia raro nella storia,
soprattutto nelle aree controllate da Roma. In nessun altro periodo dopo
di allora l’Europa occidentale, l’Africa settentrionale o il Vicino Oriente
hanno sperimentato un solo secolo senza conflitti maggiori» .
Eco del classico dei classici, i sei volumi di Edward Gibbon sopra declino e decadenza dell’impero romano pubblicati dal 1776 al 1789, tra
Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America e Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino (francese): «Se un
uomo fosse chiamato a fssare un periodo nella storia del mondo durante il quale la condizione della razza umana fu la più felice e prospera,
costui citerebbe senza esitazione quello trascorso fra la morte di Domiziano e l’accessione di Commodo. La vasta distesa
dell’impero romano era governata da un potere assoluto, guidato da virtù e saggezza» . Riprendiamo di qui, consentendoci però di eccepire sulla ratio della Romana virtus et sapientia. Se fu (relativamente) virtuosa e
saggia lo fu proprio perché non poggiava su un potere assoluto. Al contrario, era a suo modo assolutamente relativa perché relazionale nello
spirito, nelle regole, nella strategia. Il solare mistero di Roma è tutto qui.
Vediamo.
4. L’antica Roma aveva un nome segreto, custodito da Angerona,
arcana dea del silenzio, rappresentata con l’indice della mano destra
portato alla bocca come per sigillarla . Il nome possedeva per i romani
valore religioso, con retrogusto apotropaico, talché per timore di sbagliarne il genere invocando una divinità si ricorreva alla formula «sive deus
Roman Empire.
Sebastiano Valle, con licenza de’ superiori, p. 37.
sive dea» – «sia tu un dio o una dea» . Rivelare l’altro nome di Roma
avrebbe addotto sciagure, fino alla distruzione dell’Urbe. Se noto a un
rivale, quel segreto gli avrebbe dato spunto per l’evocatio, rito con cui i
condottieri romani alla vigilia dello scontro invitavano gli dei protettori
della città nemica a trasferirsi nell’Urbe, al cui culto avrebbero dedicato
un tempio. Il pio guerriero romano, capace di ogni ferocia, non si sarebbe perdonato di rinunciare al consenso dell’altrui divinità alla promozione nell’impero. Immaginiamo quale cura ponessero i sacerdoti nel
celare la denominazione segreta che il nemico – socio in potenza – avrebbe potuto evocare con intento maligno. Magica combinazione per varcare il pomerio supremo.
Secondo Giovanni Lido, erudito bizantino d’età giustinianea, il nome iniziatico di Roma è Amor. Il grande Gregorovius soggiunge alone
esoterico: «Il rapporto fra Roma e Amor è antico e mistico» . Palindromo
- meno che sia, la custodia del nome segreto è per i romani cauzione di
eternità dell’Urbe. L’evocazione del dio protettore della città da annettere
illumina lo spirito religioso – relazionale in senso stretto – del vincolo fra
Urbe e Orbe. Metafora del rapporto fra centro dell’impero e periferie ammesse alla sua egemonia. Insieme orizzontale, fra città terrene, e verticale, in sincrono divino, aureola di perennità. Nesso rintracciabile persino
nella traslazione di Roma dal Tevere al Bosforo: doppio corpo della medesima essenza . Nel velenoso verso di un patriota bizantino del IX secolo, ancora un palindromo: «Roma tibi subito motibus ibit
Amor» («Roma, Amore svanirà presto dalle tue membra» ). Quale altro
moto poteva allora indurre la percezione della svilita creatura di Romolo
agli occhi di un romano costantinopolitano?
Su questo sfondo conviene leggere certa recente storiografa che contesta l’assioma del militarismo quale essenza dell’imperialismo romano. Non
per negare la potenza delle armi legionarie, ma per inquadrarla nella tesi
della Grande Trattativa, che dà il titolo al dotto esercizio revisionista dell’archeologo Nicola Terrenato . Applicata alla romanizzazione dell’Italia,
nomi. Atti del Convegno, Roma 19-21 aprile 2007», a cura di E. CAFFARELLI e P. POCCETTI, Quaderni Romani di RIOn 2, pp. 45-60.
piattaforma dell’impero, questa rilettura radicale si concentra sull’espansione di Roma nella Penisola tra fine del V e inizio del III secolo a. C., frutto di negoziati con e tra élite italiche molto più che di glorie legionarie. In
tale contesto l’autore accelera l’assai incompleta emancipazione della storia romana dalle proiezioni postere che la rileggono a partire da categorie
moderne, come se quell’imperialismo pulsasse a senso unico dal centro alle
periferie, stile Prussia, Francia o «Europa». Qui non siamo né a Berlino né
a Parigi, figuriamoci a Bruxelles. Come sorprendersi se l’icona di Roma,
consegnata al Bosforo poi trafugata da Mosca, abbia ispirato con il suo
fascino ubiquo i colonialismi europei, per tacere dell’inglese e dell’americano? Né si può abbassare la Città eterna a prodromo d’un qualsiasi Stato
nazionale, categoria del moderno e del contemporaneo. Perché mai designare Stato la res publica, con vertiginoso salto di contesto? Gli analogismi
strumentali riducono la storia a recitazione di formule sterili.
Ma qui interessa il modo. La lezione di stile strategico che valica tempi e spazi presunti fssi. Romanizzare l’Italia non significa inghiottire le
comunità locali distruggendone i poteri preesistenti per esercitarvi dittatura, bensì integrare le aristocrazie indigene nel proprio circuito mediterraneo – oggi diremmo «globale». Il fondo etnico non conta. Allora come
sempre, l’occhio di Roma è perfettamente daltonico, insensibile al colore
della pelle. Né la mente elabora missioni civilizzatrici. Quanto all’autonomia delle comunità locali è lasciata, entro limiti, alle rispettive casate
e aristocrazie terriere. Garantita da trattati bilaterali che si conserveranno anche per secoli, con progressiva elargizione della cittadinanza romana all’Italia tutta, poi ai cives transalpini e trasmarini. Accordi tra
formalmente eguali, che la controparte sia Cartagine o Camerino.
Terrenato convoca al riguardo il concetto di Fiducia (F maiuscola)
personifcato nella dea Fides. Da cui la deditio in fidem, rito con cui la
comunità si dà a Roma senza fnirne schiava. Anzi, obbligandola: «Coloro che si arrendevano sembravano mettersi alla mercé dei romani; ma
questi ultimi, proprio per la dichiarazione di cieca fiducia implicita
nell’atto, fnivano per essere vincolati nelle loro iniziative. In questo si
veniva a creare non l’abietta subordinazione di una comunità all’altra,
ma un legame di tipo paternalistico, regolato da valori tradizionali» .
Metodo che conviene anche a Roma: ostentandosi troppo dura inviterebbe alla resistenza. Infatti la gran parte delle comunità italiche si allea
14. Ivi, p. 198.
con l’Urbe senza passare per la guerra. Il socio tende a restarle fedele
anche quando la sorte dell’egemone è minacciata. Lo testimonia la lealtà
di quasi tutte le comunità italiche di fronte alla travolgente avanzata di
Annibale. Consce che se pure vincitrice con le armi Cartagine non potrebbe offrire agli italici qualcosa di meglio della koiné romana, disegnata dal reticolo delle vie commerciali e militari, vera gloria dell’impero.
Per i romani l’importante è vincere la pace, non la guerra. Si combatte
ferocemente, quando serve, ma entro una strategia che è metodo. Con il
minor spreco di uomini e mezzi. Di questo spirito conservativo è buon esempio il gusto dei riti applicati al campo di battaglia, via duelli tra capi comunità o campioni degli eserciti. Confermato a contrario dalla premonizione
del console Publio Cornelio Scipione Nasica Corculum, per cui distruggendo Cartagine Roma avrebbe distrutto sé stessa. Condivisa dall’eversore della
grande rivale mediterranea, Publio Cornelio Scipione Emiliano, quando
appena vittorioso prende la mano destra di Polibio e gli confessa: «Polibio,
sì, ciò è bello, ma non so come io ho il timore e il presentimento che un altro
abbia a dare per la nostra patria la stessa notizia» .
Colpisce poi come gli storici romani, Tito Livio in testa, narrino fatti
e campagne militari richiamando spesso il punto di vista dell’avversario,
fino a mettersi nei suoi panni, come Cesare in Gallia.
L’alto grado di formalizzazione del potere, civile e religioso, è il marchio di Roma. Il potere di astrazione che presiede alla formazione del diritto rafforza e legittima il senso della comunità. Logora chi non ce l’ha,
avrebbe glossato un romanissimo capo di governo della nostra Prima Repubblica. Evolve l’impero in attrattore prima che conquistatore di popoli.
Spontaneo chiedersi se sia Roma a conquistare l’Italia o l’Italia a sopraffare Roma. Statuirà Francis Bacon (1561-1626), filosofo e lord cancelliere
alla corte di Giacomo I Stuart: «Non furono i romani a dilagare per il
mondo, bensì il mondo a dilagare sui romani» .
Mentre ne apprezziamo la provocazione, lasciamo agli specialisti la
critica di Terrenato. Nessuno meglio di loro può cogliere l’eventuale eccesso di coerenza della sua tesi. Anche considerata la distanza di tempo
che malgrado le campagne degli archeologi, l’acribia degli epigrafsti e le
intuizioni di chi rilegge fonti antiche per scoprirle sempre nuove non ci
consente di determinare «ciò che è veramente accaduto» un paio di mil
15. Cit. in S. MAZZARINO, La fine del mondo antico, Milano 1995, Rizzoli, p. 23.
16. Ivi, p. 268.
lenni fa sulle sponde del Tevere.
La tesi della Grande Trattativa si concentra sulla romanizzazione
della Penisola nel contesto prima tirrenico poi latamente mediterraneo,
in aspra frizione con genti padane e alpine, e si estende fino alla seconda guerra punica (218-202 a.C.). Eventi che sfoceranno all’alba dell’èra
cristiana nell’architettura augustea delle regioni d’Italia, talmente robusta da rifettersi tuttora nel nostro assetto statuale . È
con e per Augusto che l’impero repubblicano perfeziona e consolida gli
esiti delle conquiste peninsulari. Lo storico del diritto Luigi Capogrossi
Colognesi ne rimarca continuità e rotture, inscritte nell’espansione stessa dell’impero che invita alle massime ambizioni o ai secessionismi locali alcuni condottieri e governatori di provincia . Nella sua originale
sintesi delle vie del diritto romano, che ispirerà cultura giuridica e istituzioni dell’Europa occidentale, l’autore qualifca Grande Compromesso l’ossimoro politico e geopolitico inventato dal figlio adottivo di Cesare.
Ottaviano ostenta fedeltà alle tradizioni repubblicane mentre accentra
su di sé tutti i poteri. Dal Senato si fa proclamare Augustus oltre che princeps dotato di auctoritas suprema. Morale, politica e giuridica, perciò
religiosa nel senso più ampio del termine. Nasce un nuovo equilibrio di
governo che serba la struttura sociale della città e il tono aristocratico
del potere incarnato dal Senato mentre seda le ambizioni di militari e di
irrequiete élite provinciali, fomite di anarchia. Il principe si afferma arbitro unico abilitato a comporre gli interessi del centro romano-italico
con le pretese delle province.
Capolavoro: come fondare l’impero da restauratore della repubblica.
Nelle memorabili Res Gestae, monumento a sé stesso diffuso fn nelle più
lontane province, spicca la sua visione geopolitica. Augusto estende l’impero come nessun altro prima o dopo di lui: più 1 milione e 500 mila
chilometri quadrati, dalla Germania fino all’Elba (vendicata Teutoburgo) e all’Illirico, dall’Iberia settentrionale a Galazia, Giudea, Africa Nova
e soprattutto Egitto. Allo stesso tempo si preoccupa di stabilizzarne i confni esposti ai rischi di sovraestensione. Cura il benessere delle province
contro le velleità predatorie di nobili, soldati e avventurieri. Applica alle
periferie in forme e con norme nuove i processi di integrazione sperimentati nella romanizzazione dell’Italia, massime le autonomie locali.
anche ID., Come si diventa romani: l’espansione del potere romano in Italia, strumenti
istituzionali e logiche politiche, Napoli 2022, Jovene.
Grande Trattativa e Grande Compromesso sono i pilastri dell’eternità
di Roma. In relativa continuità. La prima costruzione imperiale, limitata
alla Penisola, è condizione della versione augustea, che innalza l’egemonia romana a vette insuperate. Con Augusto Roma si dota di una scenografa che cristallizzerà il modello di Impero Romano (qui maiuscole
d’obbligo) tuttora corrente, dalle versioni alte al kitsch digitale.
Compulsato il Castiglioni-Mariotti, il lettore avrà intuito che cosa qui
s’intenda per lezione d’impero impartita da Roma al mondo: strategia a
rete. Tessitura attorno all’Urbe di una confederazione di città a un tempo
policentrica e concentrica – contraddizione logica ma colpo di genio
geopolitico – con la massima apertura possibile senza compromettere
l’autorità dell’egemone. Né cadere nella tentazione di quello che oggi
chiameremmo Stato territoriale, per tale in grado di sconvolgere istituzioni e tradizioni care al popolo romano. In breve: attrazione più che coazione. A imitazione del retiarius, che nei giochi gladiatori, armato di
pugnale e tridente, protetto da corazza leggera, usa una rete da pescatore per eludere i colpi del secutor che lo insegue agitando armi pesanti. Il
reziario gli danza intorno fino a irretirlo e costringerlo a scoprirsi. Schema di qualche successo: Quintiliano tramanda il detto contra retiarium
ferula, che sta per «compiere un’impresa inutile» .
Lezione attualissima. Proprio quanto, per restare in metafora, distingue le campagne a-strategiche e antigeopolitiche della Nuova Roma, mai
vinte, soprattutto mai chiuse. Dissanguamento da ferite sempre aperte.
Rodeo in cui l’America consuma l’auctoritas da cui deriva fides, religione
dell’impero fondato sulla convivenza fra diversi. Sull’integrazione, modo
plurale, non sull’assimilazione, forzosa reductio ad unum. Da Bush iunior a Trump II, andata e ritorno, il sistema di cui abbiamo fruito quale
provincia pacata ha perso in breve tempo legittimità quindi potere. Vedremo quanto la sua enorme riserva di hard power – il flone soft sembra
prossimo a estinguersi, soprattutto fra gli americani stessi – potrà prolungare il declino della nazione a impero compromesso. Vista da Roma,
Italia, l’inclinazione su un fanco della corazzata a stelle e strisce è pessimo augurio.
Il nome di Roma continua a rimbalzare tra le rive del Potomac. Rimpianto più che sprone. Come non avvertire l’irradiamento dell’eredità
romana in chi ne è talmente affascinato da non sapersi liberare del marchio? Roma sarà pure matrice di ogni impero, ma nessuno le assomiglierà davvero. Eppure lo specifico resta universale, finché America non ab
dicherà a ogni residua ambizione di offrirsi paradigma al mondo.
L’unica Roma sprigiona ancora i suoi raggi. È materiale radioattivo
in decadimento verso nuclei atomici instabili cui certamente non possiamo applicare le equazioni dell’andamento esponenziale negativo né altri
abracadabra matematici, per tali inadatti a esprimere il fattore umano
nella storia. Il suo esempio invita a esaltare onore, passione, amore, sentimenti motori della potenza, come testardamente asseriva, spesso inascoltato, Andrew Marshall (1921-2019) alias Yoda, il più romano dei
geopolitici americani. Arroccato nello spartano Offce of Net Assessment,
pretendeva di fare il contropelo agli strateghi del Pentagono invitandoli
allo studio dei contesti storici, incrociando saperi e discipline diverse,
commisurando la potenza propria in rapporto alla nemica. Da sola, non
esiste. Frequente esploratore dell’Urbe, fino a pochi anni fa Yoda lo potevi
incrociare fra le rovine del Foro o affacciato alla finestra di un albergo
storico fronte Pantheon. Ci chiediamo come avrebbe reagito alle contorsioni di Trump, acuto nel diagnosticare intenibile il corso suicida dell’America globalista epperò incapace di perseguire un’alternativa coerente
con la diagnosi. Il rovesciamento di accento dalla psicosi bellicista all’enfasi negoziale appare comunque evidente, anche se i risultati si misureranno su tempi lunghi di cui gli Stati Uniti non sembrano poter disporre.
Chissà che fra un giro di golf e l’altro, forse rimembrando Cincinnato
nell’intermezzo fra i suoi (finora) due regni, Trump non abbia scorso le
pagine di Terrenato, apparse nel 2019 in versione inglese .
Siamo grati al teorico della Grande Trattativa anche per gli involontari squarci che offre sul presente, quindi sul futuro, di chi come noi italiani oggi rivive in tutt’altro contesto la consunzione della Nuova Roma,
sia pure da un buco nella rete. Perché sì, ogni impero è impero a modo
suo, ma tutti, incluso l’americano che ci ha ospitato nel suo largo ventre,
riportano a Roma quale unità di misura. Esempio di intelligente gestione
di comunità eterogenee in grandi spazi retti per differenziale di potenza
da un egemone riconosciuto. infine: noi a Roma siamo. Di qui osserviamo il mondo. Ed è grazie al mito di Roma che ne siamo specialmente
osservati. Mentre ci interroghiamo sul dove stiamo fnendo, consci di poter solo arronzare approssimazioni. Pazienza. Grati del privilegio, hic
manebimus optime.
Già. Ma come? E per farci che?
University Press.
5. Invitiamo il lettore a un esperimento mentale. Chiuda gli occhi e
immagini l’Italia senza Roma. Poi Roma senza l’Italia. Il nostro Stato e la
nostra capitale sono compossibili o si elidono a vicenda? Scommettiamo
sulla prima tesi. Con caveat che rubiamo allo storico tedesco Gustav Seibt:
«Roma ha sempre fatto sembrare l’Italia un po’ più grande di quanto
sia» . O sarà vero l’opposto? Il mito romano ci schiaccia?
Non è sciolto il dilemma Roma/Italia che ci occupa dal Risorgimento.
Filoromani e antiromani si fronteggiano ora come allora. Se per amor di
discussione osassimo un pronostico sull’esito dell’esperimento, dopo religiosa consultazione degli aruspici e veloce ripasso dei cori delle curve
calcistiche – in forma gentile riassumibili nel motto di Gianni Brera per
Siedler Verlag.
cui Roma è «monumentale capoluogo della Regione Lazio» – proporremmo questo: la maggioranza degli italiani non romani sopporterebbe o
forse si augurerebbe un’Italia senza Roma, magari profttandone per suggerire ulteriori amputazioni (reciproche). Quanto agli autoctoni, scetticoni irridenti sé stessi e il prossimo («mò nun me fa’ er grandioso!») perdutamente innamorati della città contro cui smoccolano senza posa, refrattari ai campanilismi forse per eccesso di campanili propri, quindi relativamente patriottici, molti farebbero fnta di non capire la domanda.
Dirimente il parere degli stranieri, per i quali giureremmo che il fascino di Roma possa prescindere dall’Italia e dagli italiani, se non come
attrazioni estetico-etnografche. Considerando anche il voto con i piedi,
dal Grand Tour alle correnti invasioni turistiche di massa. Fra l’altro,
alcuni sono romani in quanto abitanti di una delle altre 51 Rome fondate nel mondo – 27 negli Stati Uniti – in omaggio all’Urbe (tabella).
Sicché la nostra domanda potrebbe suonar loro mal posta. Trattasi di
grandezze incomparabili: Roma è Roma, l’Italia non proprio un colosso
della geopolitica mondiale. Su di noi gravano stereotipi razzisti – «gli italiani sono bianchi?» - o identifcazioni entomologiche, sì che asserite
formiche nordeuropee ci classifcano cicale. Tesi esplicitata nella sentenza verbalmente trasmessa anni fa a Limes dall’allora ministro delle Finanze olandese: «Avete bisogno di un Gauleiter».
Con ciò vorremmo riesaminare la questione romana nei termini attuali. Perché la breccia di Porta Pia – guerra di aggressione italiana al
sovrano pontefce italianamente recitata da ambo le parti – non l’ha affatto risolta. Sarà la maledizione delle Porte, confermata nel 1989 dalla
miracolosa apertura di quella di Brandeburgo: quando la sfondi o la
dimentichi aperta (caso tedesco) cominciano i guai e scopri diviso ciò
che pensavi di avere unito. Emblema dell’irrisolta, forse irresolubile questione romana, il dialogo fra il grandioso (anche nel senso romanesco del
termine) storico tedesco Theodor Mommsen e il severo ministro italiano
delle Finanze, il biellese Quintino Sella, subito dopo il battesimo della
capitale. Mommsen: «Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti. A Roma non si sta senza avere propositi cosmopoliti». Sella:
«Ne faremo un centro scientifco di luce», contrapposto all’oscurantismo
20. Così uno studio sugli italo-americani di doppia penna italo-americana: J. GUGLIELMO, S.
SALERNO, Are Italians White?, London-New York 2003, Routledge.
dei Deputati, vol. I, Roma 1887, p. 292.
del papato . A botta geopolitica risposta apolitica. Meglio non si potrebbe
scolpire la difficoltà di comporre il simbolo dell’impero universale, promosso da Augusto e perpetuato via Costantino nella sede della religione
romana perciò ecumenica, con la capitale di un regno fondato da scaltra dinastia subalpina, nato ducato di passo e tale rimasto nello spirito
(Vittorio Emanuele secondo, non primo perché due è il contrario di uno,
appena sceso dalla carrozza che il 30 dicembre 1870 lo depone per una
sola notte al Quirinale, sbufferà «Finalment i suma!». Per ripartir furtivo
la mattina dopo.)
Quando l’Italia azzardò una composizione geopolitica del dilemma
di Mommsen volle vestirsi di abito imperiale, taglia insostenibile. Con il
fallimentare colonialismo africano di fine Ottocento poi con la catastrofca megalomania fascista condita dalla retorica dei «colli fatali», da Roma si tentò di far l’Italia impero. Caso di infazione psichica, osserva lo
psicoanalista Luigi Zoja, che dalla «grandiosità» vira in «superiorismo» .
Rifutata la primazia razziale, incompatibile con il genius loci, non resta
che postularsi imperiali per vocazione. Peccato Augusto resti irripetibile:
la sua Italia era Roma allargata. Impero, stigma eterno, non nazione,
concetto moderno. La domanda giusta che Mommsen avrebbe potuto
avanzare ma cui certamente Sella non avrebbe saputo rispondere sarebbe stata: «Ora che siete a Roma, che cosa intendete fare con l’Italia?».
Ma era poi scontato che Roma assurgesse – scadesse – a capitale del
piemontese Regno di Sardegna aggrossato in Regno d’Italia? Per il primo
decennio (semi)unitario la questione resta aperta. Racconta in quel tempo Gregorovius al suo diario: «Gli italiani rassomigliano a un giardiniere
che ha un albero nelle mani ma non ha il buco dove piantarlo. L’incommensurabile avvenimento di veder Roma discesa al grado di capitale d’un
regno italiano, Roma che è città cosmopolita da 1.500 anni ed è il centro
morale del mondo, di vederla divenuta residenza d’una corte regia come
tutte le altre capitali, non mi può entrare in testa. (…) Roma perderà tutto,
la sua aria repubblicana, la sua grandezza cosmopolita, la sua tragica
quiete» . Parola di luterano. Lo iato incommensurabile fra grandezza
dell’antica Roma e modestia dell’italiana segna la dialettica nazione/impero. Solo la fine di uno o di entrambi può scioglierla. A meno di scegliere
|LE 52 ROME NEL MONDO NOME STATO REGIONE GOOGLE MAPS NOTE Venne così denominata in onore di Diamantina Roma Bowen, moglie https://goo.gl/maps/WKmMMhYa3WaDnWAu5 Queensland Australia Roma del primo governatore del Queensland|Rome è una frazione del comune belga di Durbuy https://goo.gl/maps/nnuCdkXJL9aXM1b39 Vallonia Belgio Rome|Quartiere di Salvador https://goo.gl/maps/CVRNEUtYUAgu8G247 Bahia Brasile Roma In onore dell'illustre professore José da Mata de Oliveira https://goo.gl/maps/xREsQvpb5YnUPRth8 Maranhão Brasile Mata Roma Roma (1896-1959) Villaggio nel comune di Buzet https://goo.gl/maps/FEsSDCirZKHPYBWf7 Istria Croazia Rim Parrocchia nel comune di Lemvig https://goo.gl/maps/5oBxA96UrBBfRqzW6 Jutland centrale Danimarca Rom https://goo.gl/maps/cvVEWxNFCdU2GUeE7 Ecuador Puerto Roma|Rome è una frazione del comune francese di Le Mont-Saint-Adrien https://goo.gl/maps/WKw8hY1Gx5nGs1u58 Hauts-de-France Francia Rome|https://goo.gl/maps/TyCZNuEsqs8XkvkJ7 Meclemburgo-Pomerania Anteriore Germania Rom Rom è una località del comune tedesco di Morsbach https://goo.gl/maps/sYnLvNKhhxYTAYCj9 Renania-Settentrionale Vestfalia Germania Rom Rom è una frazione del comune tedesco di Birresborn https://goo.gl/maps/utMbupXAa5a6HG3R7 Renania-Palatinato Germania Rom https://goo.gl/maps/mdM3N99bYVWBBwVJ8 Lazio Italia Roma Fu fondata da missionari cattolici nel 1862 https://goo.gl/maps/YF64SnX8NkDQ3vjb8 Maseru Lesotho Roma Quartiere di Città del Messico, comprende due ampi insediamenti: https://goo.gl/maps/keWmBdpkKVonYnjCA Ciudad de México Messico Colonia Roma Roma Nord e Roma Sud|Rome è una frazione del comune olandese di Maasdriel https://goo.gl/maps/2yWG2tC68zefNsx99 Gheldria Paesi Bassi Rome|https://goo.gl/maps/yb5Leb6z9Fbv3mRc8 La Libertad Perú Roma Villaggio nel comune di Rogowo https://goo.gl/maps/ZQF1J2zC84vZJKqAA Voivodato di Cuiavia-Pomerania Polonia Rzym Parte del villaggio kaszubiano di Kożyczkowo, nel comune di Chmielno https://goo.gl/maps/88YDBNcs7X7XY5Ly6 Voivodato di Pomerania Polonia Rzym Un insediamento del villaggio di Śluzanel, comune di Lipusz https://goo.gl/maps/WUPwRVpry2LpWwwG6 Voivodato di Pomerania Polonia Rzym La città deve il suo nome a un'antica pesa romana di grandi dimensioni https://goo.gl/maps/gGJc7ndeqAyCKwSm6 La Romana Repubblica La Romana che nel XVI secolo veniva utilizzata per pesare le merci che passavano Dominicana attraverso il porto, molto importante in quel momento, e di proprietà di una famiglia originaria di Roma|https://goo.gl/maps/NA6cqoj99WBqU5zFA Moldavia Romania Roma|Villaggio nel comune di Črnomelj https://goo.gl/maps/QxeesPzMatbqhWnT8 Dolenjska Slovenia Rim Il nome del municipio viene dall’arabo “al-Rumana” ("I melograni") https://goo.gl/maps/DNvbTWZWXsWyUiqT6 Comunidad Valenciana Spagna La Romana Un villaggio nel comune di Requena https://goo.gl/maps/mQ3HWNV3xrLjGoam7 Comunidad Valenciana Spagna Roma Unincorporated community https://goo.gl/maps/u7AXjnBHjxcMqz8t7 Alabama Stati Uniti d’America Rome|
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|**FRANCIA**|**IRAN**|**INDIA**|**INDIA**|
Fonte: www.marinevesseltrafc.com
Fonte: «Terra di Israele. Questo è il paese che apparterrà a voi», Keren Kayemet LeYisrael, Gerusalemme 1936
un’altra capitale. Legittimo e per alcuni necessario. Al tempo dell’unifcazione, la risposta è aperta. Certo, porre sulla bilancia il peso di Mazzini,
Garibaldi e Cavour, triade eterogenea ma per ragioni diverse coesa su
Roma capitale, e quello dei pur agguerriti antiromani, da Balbo a d’Azeglio a Jacini, significa scontare la sentenza: Roma o morte .
Non ovvia la professione di fede romanista del conte di Cavour, torinese ginevrino, perciò cattolico esposto al calvinismo, padre della patria
che mai metterà piede a Roma. Per lui incoronarla capitale è obbligo,
non opzione. Vale il discorso del 25 marzo 1861 alla Camera dei deputati, Palazzo di Carignano in Torino. Dogma: «Senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire.» Eppoi: «Ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola
città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la
storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una
città la cui importanza si estende infnitamente al di là del suo territorio». A muovere il conte geopolitiche convinzioni morali: «Sarà per me un
gran dolore dichiarare alla mia città natia che essa deve rinunciare risolutamente, defnitivamente ad ogni speranza di conservare nel suo seno
la sede del Governo. Sì, o signori, per quanto personalmente mi concerne,
gli è con dolore che io vado a Roma. Avendo io indole poco artistica (si
ride) sono persuaso che in mezzo ai più splendidi monumenti di Roma
antica e Roma moderna io rimpiangerò le severe e poco poetiche vie della
mia terra natale. (…) Io proclamo che Torino è pronta a sottomettersi a
questo sacrifzio nell’interesse dell’Italia (applausi dalle gallerie) .
Dopo lo scalo a Firenze, nel 1865, inteso provvisorio, l’unica rivale
resta Napoli, con i suoi 450 mila abitanti (il doppio dei romani), avviata
verso una breve stagione di eccezionale fioritura culturale e artistica, pur
sempre però ex capitale dei Borboni, riferimento della guerriglia antiitaliana non ancora sedata. Anche per questo il re, contro il parere dei
suoi apparati, stronca l’ipotesi Napoli, commissionando alla Marina la
motivazione tecnica: essere la città troppo esposta a invasioni dal mare,
di recente sperimentate. Con sguardo postero si potrebbe obiettare che
l’opzione partenopea avrebbe potuto ridurre la faglia Nord/Sud in termini geopolitici, culturali ed economici. Ed evitare al governo di Roma di
24. L’intervento di Cavour del 25/3/1861 è in Atti Parlamentari, Camera, Discussioni, leg.
VIII, sess. 1861, pp. 284-289. Vedi anche C. BENSO CONTE DI CAVOUR, Discorsi per Roma Capitale, con saggio introduttivo di P. SCOPPOLA, Roma 2010, Donzelli editore, pp. 43-70.
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limes2512/INDICE_ARTICOLI.md

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# Indice Completo - Limes n. 11/2025
## ROMA
### Il mito dell'Urbe ispira il mondo mentre divide gli italiani
**Tutti a lezione di pace sporca**
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## 📑 SOMMARIO
### EDITORIALE
- **Lucio CARACCIOLO** - _Roma si discute e si ama_
[pp. 7-36](extracted_pages/page_007.md) ✓
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### PARTE I - L'IMPORTANZA DI ESSERE ROMA
- **Giuseppe DE RUVO** - _L'unica vera Roma_
[pp. 37-52](extracted_pages/page_037.md) ✓
- **Sumantra MAITRA** - _Confessioni americane allo specchio romano_
[pp. 53-58](extracted_pages/page_053.md) ✓
- **Gianluca SOLLA** - _La febbre dell'impero. Hollywood e il mito di Roma_
[pp. 59-70](extracted_pages/page_059.md) ✓
- **Luigi CAPOGROSSI COLOGNESI** - _Vincere per costruire la pace. Violenza e integrazione nella storia di Roma antica_
[pp. 71-84](extracted_pages/page_071.md) ✓
- **Oleg BARABANOV** - _Mosca è la Terza Roma e una Quarta non vi sarà_
[pp. 85-96](extracted_pages/page_085.md) ✓
- **Mario CARAMITTI** - _Antologia della toskà o della nostalgia dei russi per il mito di Roma_
[pp. 97-116](SESTO_ARTICOLO.md) ✓
- **Daniele SANTORO** - _Il desiderio di Roma muove l'impero dei turchi_
[pp. 117-124](SETTIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Piero SCHIAVAZZI** - _La Roma di Leone è croce e centro del mondo_
[pp. 125-130](OTTAVO_ARTICOLO.md) ✓
- **Giulio ALBANESE** - _L'Urbe è universale come la sua Chiesa_
[pp. 131-140](NONO_ARTICOLO.md) ✓
- **Guy-Alexandre LE ROUX** - _Roma, futuro dell'Occidente: un'occasione per Italia e Francia_
[pp. 141-146](DECIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Giorgio CUSCITO** - _Nel segno di Roma: archeologia è geopolitica_
[pp. 147-154](UNDICESIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Federica LUISE** - _Dubai e Riyad competono per l'ologramma di Roma_
[pp. 155-160](DODICESIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Sara VIRGILI** - _Nun c'è lingua come la romana_
[pp. 161-170](TREDICESIMO_ARTICOLO.md) ✓
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### PARTE II - UNA CERTA IDEA DI ROMA
- **Fabrizio MARONTA** - _Atlante ossimorico di una capitale sfuggente_
[pp. 171-190](QUATTORDICESIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Roberto GUALTIERI** - _'Come rifare Roma grande'_
[pp. 191-198](QUINDICESIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Simone QUILICI** - _Il Colosseo splende nonostante tutto_
[pp. 199-202](SEDICESIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Laura CANALI** - _Roma è una cometa_
[pp. 203-210](DICIASSETTIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Umberto VATTANI** - _Il Distretto del Contemporaneo rigenera la forma urbis_
[pp. 211-214](DICIOTTESIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Rosario PAVIA** - _Roma abbracci il mare_
[pp. 215-226](DICIANNOVESIMO_ARTICOLO.md) ✓
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### PARTE III - ROMA VISTA DA VICINO
- **Alessandro ARESU** - _Ma 'ndo cori_
[pp. 227-236](VENTESIMO_ARTICOLO.md) ✓
- **Michelangelo GENONE** - _Grande Resistenza Anulare_
[pp. 237-246](VENTESIMO_ARTICOLO_UNO.md) ✓
- **Lorenzo NOTO** - _Roma capitale della Calabria_ (in appendice: Le origini del mito di piazza Bologna)
[pp. 247-260](VENTESIMO_ARTICOLO_DUE.md) ✓
- **Agostino BIONDO** - _A Ostia la Città eterna ha perso sé stessa_
[pp. 261-268](VENTESIMO_ARTICOLO_TRE.md) ✓
- **Domenico GALLIANI** - _Nigeriani de Roma_
[pp. 269-276](VENTESIMO_ARTICOLO_QUATTRO.md) ✓
- **Tommaso FRANCO** - _L'Esquilino conteso_
[pp. 277-290](VENTESIMO_ARTICOLO_CINQUE.md) ✓
- **Paolo DESIDERI** - _A Porta Metronia la Metro C unisce archeologi e architetti_
[pp. 291-298](VENTESIMO_ARTICOLO_SEI.md) ✓
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### DOSSIER - ROMA ROMA ROMA
- **Tonino CAGNUCCI** - _Niente romanizza come la Roma_
[pp. 299-308](VENTESIMO_ARTICOLO_SETTE.md) ✓
- **AUGUSTINUS D.B. e A. VILLAN** - _Ab Curva condita: storia e geopolitica del tifo romanista_
[pp. 309-322](VENTESIMO_ARTICOLO_OTTO.md) ✓
- **Paolo FRANCHI** - _Nils Liedholm, l'ultimo riformista_
[pp. 323-326](VENTESIMO_ARTICOLO_NOVE.md) ✓
- **Sandro BONVISSUTO** - _Noi siamo della Roma_
[pp. 327-328](TRENTESIMO_ARTICOLO.md) ✓
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### AUTORI
[pp. 329-330](AUTORI.md) ✓
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### LA STORIA IN CARTE
_a cura di Edoardo BORIA_
[pp. 331-356](LA_STORIA_IN_CARTE.md) ✓
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## 📊 STATISTICHE
- **Totale pagine**: 356
- **Articoli principali**: 34
- **Sezioni tematiche**: 3 (Parte I, II, III)
- **Dossier speciale**: 1 (Roma Roma Roma)
- **Editoriale**: Lucio Caracciolo
- **Cartografia**: Laura Canali
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## 📝 NOTE
✓ = Pagine verificate e corrispondenti al contenuto
I link rimandano ai file markdown puliti e uniti (es. `VENTESIMO_ARTICOLO.md`) o ai file grezzi nella cartella [extracted_pages](extracted_pages/).
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_Documento generato il 23 dicembre 2025_
_Fonte: Limes n. 11/2025 - "Roma"_

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limes2512/LA_STORIA_IN_CARTE.md

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# La storia in carte
## a cura di Edoardo BORIA
### Roma come scenografia della nazione italiana. Il mito dell'eternità e la flessibilità del significato. Dalla Roma dei patrioti risorgimentali alla manipolazione fascista. La sfida della contemporaneità.
1. La memoria condivisa è un collante fondamentale di ogni gruppo umano. Nazioni comprese. Queste presuppongono necessariamente anche un territorio di riferimento. Ecco dunque che storia e geografia, tempo e spazio, fondano la nazione e contribuiscono a tenerla viva. Il requisito di possedere una vicenda storica comune si correda quindi di una propria scenografia. Per la nazione italiana quella scenografia è Roma, costantemente ricordata in questa sua funzione fin dalla sua denominazione amministrativa ufficiale di «Roma Capitale». Solo questa città è capace di evocare potentemente il passato creando una connessione con il presente, non solo ideale ma tangibile. Roma esemplifica la capacità dei luoghi, in particolare grazie alle rovine archeologiche che custodiscono, di rendere possibile ciò che è indispensabile a ogni nazione: darsi un’origine, collocarsi nel tempo, in genere un tempo molto remoto. Tanto remoto da sembrare eterno. Infatti, la nostra fantasia non arriva a immaginare la scomparsa della nazione italiana alla quale, più o meno intensamente, sentiamo di appartenere, esattamente come non arriva a immaginare la scomparsa di Roma, anch’essa dotata del medesimo dono dell’eternità, come ricorda anche la celebre locuzione. Luogo eletto a simbolo che rende la sacralizzazione della nazione un processo ininterrotto, a significare che come eterni sono gli italiani così è anche Roma. Nazione e luogo condividono una natura senza tempo, mistica e trascendente.
Tuttavia questa città, per svolgere adeguatamente il suo rilevante compito, deve associare al carattere permanente che trasmette una sensazione di unità e coerenza della nazione, la flessibilità di adeguarsi all’evoluzione dei progetti politici e ai loro avvicendamenti. Così, stabile ma mutevole allo stesso tempo, conserva tracce del passato nei reperti storici e nel paesaggio naturale ma il suo panorama può essere adattato in base alle sensibilità, ai gusti e agli interessi dei contemporanei. Roma è lì da secoli, è sempre lì, non si sposta, ma può essere ripensata e trasformata. Il Colosseo è lì, esattamente dove lo vedevano gli antichi romani e come lo vedevano gli antichi romani. Questo almeno è ciò che pensa il romano di oggi o il turista. Un’osservazione infondata se si pensa alle tante ricostruzioni che il Colosseo ha subìto nei secoli e soprattutto ai cambiamenti subiti dal paesaggio urbano all’interno del quale esso si colloca. Eppure, la sensazione dell’uomo contemporaneo è che quel monumento goda di immortalità e immutato sia anche il suo significato. Invece, quel significato è variabile e strettamente connesso alle sensibilità collettive nei confronti di quel passato. Il Colosseo può richiamare in qualche osservatore la gloria imperitura di Roma ma in altri invece, schiaffandogli di fronte l’evidenza visuale di un confronto tra passato e presente, la decadenza che la città ha vissuto. Può ricordare a qualcuno l’eroismo dei martiri cristiani e a qualcun altro l’arretratezza dei costumi di quei popoli. Insomma, il significato di Roma varia notevolmente a seconda della cultura e delle sensibilità individuali ma l’osservatore non percepisce tale varietà e tende invece erroneamente ad attribuirgli una notevole stabilità semantica.
Roma rappresenta al massimo grado quella categoria di luoghi dall’alto valore simbolico per la comunità nazionale che non possono essere oggetto di negoziazione. Percepiti come indispensabile complemento dell’unità nazionale. Così Roma è stata considerata dai patrioti risorgimentali: un’acquisizione irrinunciabile per il nuovo Stato. L’obiettivo politico di dare all’Italia e agli italiani una nuova e definitiva capitale si condensa nel solenne «Roma o morte» lanciato da Garibaldi. A dire il vero, il mito di Roma aveva rappresentato un richiamo costante ben prima di quella stagione. Tuttavia, è solo da quando l’Italia ambisce seriamente a farsi Stato che la trattazione del mito di Roma esce dalla dimensione artigianale riconducibile all’iniziativa individuale di un singolo artista o poeta e diviene un’impresa collettiva frutto di una precisa volontà politica. Ancora all’inizio dell’Ottocento Roma non era un elemento molto significativo nell’immaginario nazionale degli italiani. Federico Chabod ricorda che «Roma era stata relegata sullo sfondo e, in sua vece, entusiasmi e affetti s’eran riversati verso l’Italia medievale, l’Italia dei Comuni, di Pontida, della Lega Lombarda, e di Legnano, l’Italia di Gregorio VII e di Alessandro III, o, ancor più su, l’Italia di Arduino, nella quale s’eran visti gli albori della nazione italiana» (*Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896*, Laterza, 1965, p. 234). La scarsa considerazione di cui ha goduto a lungo Roma antica nella retorica nazionalistica è d’altra parte comprensibile se si pensa che quel ricordo evocava innanzitutto un’idea di universalismo sovrannazionale che mal si prestava a essere speso in un progetto politico tutto orientato a valorizzare la dimensione etnica e geografica. Addirittura in Machiavelli, precoce visionario di un’unificazione politica, troviamo un giudizio negativo dell’impero romano in quanto nemico di ogni nazionalità (L. Cracco Ruggini, G. Cracco, «L’eredità di Roma», in *Storia d’Italia*, Torino 1973, Einaudi, vol. V, p. 25). Inoltre, la città esprimeva doppiamente la tensione universalistica in quanto, dopo l’esperienza antica, era divenuta culla di un nuovo universalismo, questa volta teocratico: quello della Chiesa, cattolica e romana come appunto si usava denominare.
2. Chi ha puntato forte sul mito della romanità è stato il fascismo, nonostante il suo riferimento alla presunta vocazione totalitaria dell’antica Roma fosse una palese forzatura. Emilio Gentile ha chiaramente affermato che questa fu, tra tutte, «la più spregiudicata manipolazione antistoricista della storia di Roma compiuta dal fascismo» (*Contro Cesare. Cristianesimo e totalitarismo nell’epoca dei fascismi*, Roma-Bari, Laterza, p. 206). Nella tradizione romana non esisteva nulla di simile a quanto imposto dal totalitarismo fascista: nessun «monopolio del partito unico», nessuna «negazione dell’autonomia dell’individuo e della famiglia», nessuna «integrazione di una società di massa nelle organizzazioni create dal partito» (p. 258). L’unico elemento veramente in comune era la circostanza, invero fortuita, che quella civiltà aveva avuto origine nello stesso luogo dove risiedeva la capitale d’Italia. A un’analisi seria, infatti, appare chiaro che la romanità e il fascismo avevano molto poco in comune, se non la loro capitale. Proprio la geografia, dunque, permetteva l’automatica identificazione degli italiani con l’illustre passato romano, seguita immediatamente dalla geopolitica, che suggeriva succulenti orizzonti espansionistici mediterranei. Infatti, le conquiste romane avevano preso una marcata vocazione marittima già con le prime due guerre puniche (III sec. a.C.), che avevano portato in dote tutte le isole del Mediterraneo centro-occidentale e la costa della penisola iberica inducendo da quel momento la politica estera romana a guardare più verso il mare che verso l’interno della penisola. Di fatto, l’area del suo dominio viene comunemente associata non a una massa continentale ma a un bacino marittimo, quello mediterraneo, già interamente controllato alla morte di Giulio Cesare (44 a.C.). La geografia e la geopolitica fornivano dunque alla Roma mussoliniana il pretesto per azzerare il lunghissimo arco temporale di diciannove secoli che la separava da quella augustea. Il potere creava così un effetto di simultaneità che era chiaramente artificiale ma – quel che più importa – anche performativo.
Nell’ambito degli strumenti di cui il fascismo si avvalse per sfruttare il mito della romanità, questa rubrica porta all’attenzione la produzione cartografica, strumento che si è dimostrato particolarmente idoneo a potenziare la retorica del luogo mitico traducendolo visivamente. Se Roma per il fascismo era ben più di una semplice città, uno spazio “magico” nelle parole dello stesso duce (Ludwig E., *Colloqui con Mussolini*, Mondadori, 1965, p.114), pochi prodotti culturali possedevano l’efficacia della cartografia nel trasmettere questa idea. Le piante di Roma antica, diffuse in quegli anni come in nessun altro periodo, mostravano la completa sovrapposizione tra il passato e l’attualità (*figura 1*). Le rappresentazioni dei vasti possedimenti mediterranei dell’antica Roma tornavano utili per esprimere e legittimare le velleità coloniali del fascismo, trovando la loro massima espressione nelle tavole marmoree di “via dell’Impero” (*figura 2*), ancora oggi molto instagrammate, cantieri della nuova linea metropolitana permettendo. Era quello l’asse urbano più emblematico del richiamo fascista alla romanità, connessione con le conquiste raggiunte o perseguite dal regime, visibili sull’ultima tavola di quel ciclo, installata dal regime dopo la conquista dell’Etiopia.
Evidenziare la monumentalità romana attraverso le carte geografiche era anche un modo per comunicare un primato, e al riguardo c’era uno specifico *topos* cartografico che lo esprimeva: le rappresentazioni che, come raggi di un sole che era Roma, ne facevano il centro della civiltà (*figure 3 e 4*). La Città eterna seguitava inesauribile a dare luce al mondo, guadagnandosi di diritto il ruolo di sua capitale onoraria. La funzione di guida ne faceva una perfetta metafora del capo e della centralizzazione del comando. Lo stesso capo era immerso in quell’immaginario, trascorrendo le sue lunghe giornate di lavoro letteralmente avvolto in un «mondo geografico» che echeggiava nel nome stesso della sua stanza. Infatti, quando nel 1929 Benito Mussolini trasferì il proprio quartier generale a Palazzo Venezia scelse come proprio ufficio la *Sala del Mappamondo*, un grande ambiente che prendeva il nome da un planisfero quattrocentesco posto al centro della parete maggiore della stanza realizzato dal cosmografo veneziano Girolamo Bellavista. Nei secoli seguenti l’ambiente era stato più volte ristrutturato e il grande planisfero era andato perso, così che il duce non lo poté osservare direttamente ma si dovette accontentare dei suoi surrogati sempre a tema geografico, cioè le vedute e le scene marine che lo avevano sostituito e addobbavano quel luogo.
3. E arriviamo all’oggi. Roma prova a resistere nella sua vocazione di museo che conserva nel suo tessuto urbano, nei suoi edifici e nei suoi monumenti tutto il bello dell’intera nazione. Una collezione che si esibisce permanentemente, aperta allo sguardo orgoglioso dei connazionali e a quello ammirato degli stranieri. I secoli che ci separano dalla Roma augustea sono diventati ormai venti, ma la sopravvivenza del luogo, le rovine che ancora lo affollano e le nuove realizzazioni ispirate a quel passato, lo fanno continuare a vivere anche nella contemporaneità. Ma questa ricchezza archeologica non basta da sola a farne un mito. Occorre dare un senso univoco a questo deposito di rappresentazioni, di temi e di figure eterogenee. Occorre comunicarlo e inserirlo in una narrazione coerente. Per evitare il rischio della «sostanziale scomparsa del mito di Roma dall’orizzonte culturale degli italiani» (G. Belardelli, «La terza Roma», in G. Belardelli, L. Cafagna, E. Galli della Loggia, G. Sabbatucci, *Miti e storia dell’Italia unita*, Bologna 1999, il Mulino, p. 19). O, peggio ancora dell’indifferenza, per scongiurare il rovesciamento di quel mito, ossia il trionfo di quell’accezione negativa comparsa pochi anni fa nella polemica politica più sguaiata e populista di cui fu espressione lo slogan «Roma ladrona», oggi riposto ma che in forma strisciante accompagna ancora lo stereotipo più umiliante della città.
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**Fonti delle figure:**
- **Figura 1**: Giuseppe Lugli, «Pianta del Foro Romano», in *I monumenti antichi di Roma e Suburbio*, vol. I: *La Zona Archeologica*, Roma 1930, Libreria di Scienze e Lettere del dott. G. Bardi.
- **Figura 2**: Ultime tre tavole (su cinque) che componevano il ciclo sull’espansione di Roma antica, muro esterno della Basilica di Massenzio a Roma; le prime quattro furono apposte nel 1934 e sono tuttora sul posto mentre l’ultima del 1936 venne rimossa alla caduta del fascismo, fotografia, 1940 circa.
- **Figura 3**: Copertina dell’opuscolo *Roma nel mondo*, Bibliotechina delle lane Marzotto, n. 15, II serie, 1940 circa.
- **Figura 4**: Paolo Garretto, «Roma caput mundi», copertina di *La Rivista illustrata del Popolo d’Italia*, anno XVIII, novembre 1939.

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limes2512/NONO_ARTICOLO.md

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# L'Urbe è universale come la sua Chiesa
## di Giulio Albanese
«(Roma) sospes nemo potest immemor esse tui (…) Fecisti patriam diversis gentibus unam». Con questi celebri versi tratti dal De reditu suo, Claudio Rutilio Namaziano esprime un sentimento di profonda riconoscenza e devozione verso Roma, attribuendole il merito di aver saputo trasformare la molteplicità dei popoli dell’impero in un’unica comunità civile. L’opera di Namaziano, composta nel V secolo d.C., rappresenta una fonte letteraria di straordinario valore per la comprensione della percezione del declino dell’impero romano d’Occidente e della persistente fedeltà ai valori della tradizione classica da parte dell’élite senatoria tardoantica.
Namaziano appartiene all’aristocrazia gallo-romana e ricopre un ruolo di rilievo nella vita politica e amministrativa dell’impero. Dopo aver svolto nel 414 d.C. la prestigiosa carica di praefectus urbi, tre anni più tardi decide di ritornare nella sua terra d’origine, la Gallia. Il viaggio di ritorno, intrapreso via mare da Portus Augusti alla volta di Luni – antica città romana situata oggi tra la Liguria e la Toscana – costituisce l’occasione per la stesura del De reditu suo, poema in distici elegiaci nel quale l’autore alterna descrizioni paesaggistiche, riflessioni morali e considerazioni di carattere politico e culturale. La scelta della via marittima non è casuale: le antiche strade consolari risultano ormai in rovina e percorse da briganti, rendendo il viaggio terrestre pericoloso e incerto. Tale cornice di precarietà si riflette nella rappresentazione di un mondo in decadenza, dove l’autore osserva con malinconia la dissoluzione delle strutture civili e morali dell’impero.
Nel De reditu suo, Namaziano offre una visione insieme nostalgica e idealizzata di Roma, che egli continua a considerare il centro vitale della civiltà e della cultura. La città è celebrata come simbolo di grandezza eterna, depositaria di un patrimonio politico, artistico e giuridico che trascende la contingenza storica. Il sentimento che permea il poema è quello di una fedeltà pagana e aristocratica a un ordine ormai irrimediabilmente perduto, in contrasto con la nuova realtà cristiana in via di affermazione. Particolarmente significativa, in questo senso, è la lunga apostrofe a Roma contenuta nei versi I, 47-164, in cui emerge la celebre asserzione «fecisti patriam diversis gentibus unam». Con tale espressione, Namaziano riconosce alla città la capacità unica di aver trasformato la pluralità delle genti soggette in una comunità politica unitaria. Roma diventa così la patria communis dell’umanità civilizzata, luogo di incontro tra identità differenti ma accomunate da un medesimo sistema di valori e da un diritto condiviso.
La consapevolezza dell’autore circa il ruolo unificante di Roma si fonda su una visione storica lucida. Egli conosceva bene la complessità geopolitica dell’Italia e del Mediterraneo di età repubblicana e imperiale, caratterizzata dalla coesistenza di realtà etniche, culturali e politiche eterogenee – dagli etruschi al mondo magnogreco, dalle popolazioni appenniniche ai celti dell’Italia settentrionale. Questo processo di assimilazione e di scambio, comunemente definito dalla storiografia moderna come «romanizzazione», assume valore paradigmatico nel pensiero di Namaziano. La romanizzazione non viene intesa unicamente come imposizione di modelli culturali o istituzionali, ma come fenomeno di integrazione progressiva, fondato sulla capacità di Roma di accogliere e trasformare l’alterità entro un sistema di valori condiviso. In tal senso, l’impero romano si configura come un organismo politico e culturale di straordinaria solidità, capace di mantenere una forte identità pur nell’inclusione di popoli diversi.
Il De reditu suo offre dunque una duplice testimonianza: il dolore per la decadenza dell’ordine romano tradizionale e l’orgogliosa rivendicazione della missione civilizzatrice di Roma, la quale, secondo l’autore, seppe realizzare l’ideale di un’unica patria per popoli differenti. E l’affermazione «fecisti patriam diversis gentibus unam» riassume efficacemente l’essenza di tale visione. L’impero è sintesi di unità e pluralità, identità e alterità, fondato sulla forza delle istituzioni e del diritto – strumenti attraverso i quali l’Urbe riuscì, per secoli, a trasformare la diversità in principio di coesione universale.
Da allora sono cambiate molte cose. E oggi Roma si presenta come una realtà singolare, irriducibile a qualsiasi altra esperienza urbana, una città con una sua Chiesa millenaria che nel corso dei secoli si è sforzata di essere insieme mater et caput, come si legge nei cartigli della basilica lateranense, luogo di potere e di santità, centro di civiltà e crocevia di popoli. L’universalità di Roma non deriva soltanto dalla sua storia politica e artistica, ma da quella vocazione spirituale che la consacra come spazio simbolico dell’unità cattolica e dell’incontro fra le genti. In Roma si è progressivamente composta la trama del cristianesimo storico, e nel suo paesaggio si riflette l’intreccio fra l’umano e il divino che ha plasmato la cultura dell’Occidente. Ogni epoca ha consegnato alla città segni di questa tensione universale: dai martiri che la santificarono con il sangue ai pellegrini che ne fecero la loro meta, dai concili che vi definirono la fede alle opere di carità che ne hanno rappresentato il cuore pulsante.
Paolo VI, nella costituzione apostolica Romano Pontifici eligendo, ricordava che Roma «non è una città come le altre, ma un mistero di unità nella pluralità, un punto di incontro fra i popoli e le culture, chiamato ad annunciare il Vangelo fino ai confini della terra». In questa definizione si condensa l’essenza della romanità cristiana. Non dominio, ma servizio. Non supremazia, ma testimonianza. Il Concilio Vaticano II, da lui portato a compimento, restituì a Roma la sua piena dimensione universale, non come capitale della cristianità trionfante ma come città che vive nella tensione tra il cielo e la storia, segno di una Chiesa pellegrina e solidale con l’intera famiglia umana. Da allora il magistero dei pontefici ha costantemente riaffermato che la vocazione di Roma è quella di farsi strumento di comunione fra i popoli.
Giovanni Paolo II, nel suo discorso per il Giubileo del 2000, parlò di Roma come della «città in cui la memoria del passato e le attese del futuro si abbracciano», sottolineando che la sua universalità non si radica nel potere ma nella misericordia. Egli vedeva nella città un’icona del mondo contemporaneo, con le sue contraddizioni e le sue ferite, ma anche con la sua inesausta sete di senso. La sua visione di Roma come «foro delle nazioni» riprendeva, in chiave moderna, la concezione agostiniana della civitas come spazio di convergenza fra diversità riconciliate nella verità di Cristo.
Benedetto XVI, in continuità con questa prospettiva, più volte ricordò che Roma è «una città che parla di Dio persino attraverso le sue pietre», invitando a riscoprirne il volto spirituale oltre la superficie del turismo e della mondanità. Nella sua omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo del 2008 egli affermò che «Roma è grande non perché fu capitale di un impero, ma perché è divenuta la capitale di un servizio che si chiama cattolicità», intendendo con questo termine la capacità della Chiesa di abbracciare l’intero genere umano nella verità e nella carità. Il suo magistero ha messo in luce la dimensione intellettuale e contemplativa di questa universalità, interpretando la città come una scuola di dialogo fra fede e ragione, tradizione e modernità.
Con papa Francesco la riflessione sul ruolo di Roma assunse una tonalità nuova, radicata nella concretezza pastorale e nella spiritualità della misericordia. Nel suo discorso del 31 dicembre 2023, durante il Te Deum, egli definì Roma «una città con un’anima, una comunità di popoli chiamata a costruire la speranza». Per Francesco, la vocazione universale della città si giocava nella capacità di accogliere, di generare fraternità, di far convivere differenze culturali e sociali senza cedere alla tentazione della chiusura o dell’indifferenza. La Roma che il papa argentino contemplava non era soltanto la sede della Chiesa universale, ma il paradigma delle metropoli contemporanee: luogo di bellezza e di miseria, di solidarietà e di solitudine, dove la fede è chiamata a tradursi in prossimità concreta. Denunciò più volte il rischio di ridurre Roma a un museo o a un’idea astratta, invitando i suoi abitanti e i credenti di ogni continente a riscoprirla come città viva, capace di custodire le sofferenze e le speranze dell’umanità.
In questo senso, il Giubileo della Speranza del 2025 doveva manifestarsi come la prosecuzione coerente del magistero dei suoi predecessori, ma anche come una nuova tappa nella presa di coscienza della responsabilità universale di Roma. Nel pensiero di Francesco, la città diventava il luogo privilegiato per esercitare quella che egli chiamava la «teologia della vicinanza», una teologia che si doveva fare strada, incontro, sguardo, e che misurava la verità della fede dalla capacità di chinarsi sulle ferite dell’altro. Roma, nella sua pluralità etnica e culturale, diventava così per Francesco l’icona visibile di una Chiesa che non temeva di sporcarsi le mani nella storia, che si lasciava interpellare dai poveri, dai migranti, dai dimenticati, che vedeva nella periferia non un margine da correggere ma un centro da abitare. Questa dimensione pastorale della romanità non negava, ma piuttosto doveva portare a compimento, la tradizione teologica della Città eterna: l’universalità non come estensione geografica del potere, ma come inclusione di ogni uomo e donna nella dinamica salvifica dell’amore di Dio.
La grande eredità dei papi postconciliari consiste allora nell’aver saputo leggere Roma come paradigma della condizione umana, come segno profetico dell’unità possibile nel pluralismo. Paolo VI in particolare aveva già intravisto in questa prospettiva la direzione del futuro quando, rivolgendosi al corpo diplomatico nel 1975, definì Roma «laboratorio della civiltà dell’amore». Giovanni Paolo II fece di questa espressione il filo rosso del suo pontificato, interpretando la città come officina di speranza e ponte fra nazioni. Benedetto XVI ne mise in luce la radice spirituale, esortando a custodirne l’anima contemplativa. Francesco, infine, la restituì alla sua umanità concreta, trasformandola in spazio di fraternità vissuta. Tutti insieme hanno delineato un’unica grande visione: Roma come cuore pulsante di una Chiesa universale che si riconosce nel mistero dell’incarnazione e si lascia continuamente evangelizzare dalla realtà che la circonda.
La Città eterna, in questa prospettiva, è al tempo stesso memoria e profezia: memoria della fedeltà di Dio che l’ha scelta come dimora della sua Chiesa, profezia di una umanità riconciliata in cui la pluralità diventa comunione. Così, ogni pietra di Roma, ogni basilica, ogni strada popolata da turisti e mendicanti, ogni comunità religiosa che prega nel silenzio, ogni gesto di carità che fiorisce nelle sue periferie, diventa parte di un’unica liturgia cosmica, un canto di universale riconciliazione che attraversa i secoli. Roma continua a essere, come scrisse Paolo VI, «la città che insegna la cattolicità non con la parola, ma con la vita». È in questo senso che la sua vocazione all’universalità non è un fatto storico ma una dimensione ontologica, un destino inscritto nel suo stesso nome, che rovesciato diventa «Amor». Roma è una città che non smette di rivelarsi come una metafora del mondo, una sintesi viva delle sue grandezze e delle sue contraddizioni. Nel suo respiro millenario convivono la pietra e la polvere, la luce che filtra dalle cupole e l’ombra dei sottopassi dove dormono gli invisibili. La capitale è una città dove si concentrano le ricchezze e le povertà, i monumenti e le baracche, i palazzi del potere e le periferie silenziose. È proprio in questa tensione, in questo spazio intermedio tra splendore e ferita, che si colloca oggi il cammino della Chiesa di Roma, chiamata a farsi non solo testimone di fede ma forza viva di ricucitura, strumento di un’umanità che non si rassegna all’indifferenza. «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze», scrisse Francesco nell’Evangelii gaudium.
Da questa consapevolezza è nato l’impegno della diocesi di Roma, che a cinquant’anni dallo storico convegno sui «Mali di Roma» ha scelto nel 2024 di riaprire il dialogo con la città attraverso un convegno itinerante a tappe nelle periferie di Roma, dal titolo più che emblematico: «Ricucire lo strappo: oltre le disuguaglianze». Un’iniziativa che ha unito istituzioni, associazioni, comunità e cittadini in un cammino di discernimento e responsabilità condivisa. Mezzo secolo fa, nel 1974, la Chiesa di Roma aveva avuto il coraggio di interrogare sé stessa e la città sulle piaghe del degrado, della povertà e dell’emarginazione. Quell’assise, voluta dal cardinale vicario d’allora, Ugo Poletti, e animata da voci profetiche come quelle di don Luigi Di Liegro e don Roberto Sardelli, rappresentò una svolta nella coscienza ecclesiale e civile: per la prima volta il popolo di Dio si confrontava apertamente con le ingiustizie della città e con la necessità di una presenza cristiana non solo spirituale ma profondamente incarnata nella vita sociale. «Fu un successo ecclesiale», ha ricordato Andrea Riccardi intervenendo al convegno, «perché quel febbraio 1974 segnò l’inizio della stagione ecclesiale contemporanea: la memoria non è nostalgia, ma richiamo a quello che la Chiesa è e può essere a Roma. Roma senza i cristiani è un’altra Roma». Oggi, nel contesto di una città che ha mutato volto ma non ha sanato le sue ferite, la diocesi ha ripreso con umiltà quel cammino di ascolto e dialogo con spirito nuovo, fedele all’intuizione originaria ma consapevole della complessità del presente.
Il cardinale Baldo Reina, attuale vicario del papa per la diocesi, ha scelto di abitare questa complessità non dalle scrivanie, ma dalle strade. La sua presenza costante nelle periferie, dalle borgate storiche ai nuovi quartieri del disagio, non è gesto simbolico ma segno di un magistero pastorale che si fa prossimità reale. L’immagine del vicario che entra nelle case popolari del Quarticciolo, che ascolta le madri sole, che visita le scuole e incontra gli anziani, restituisce il volto di una Chiesa che non osserva le diseguaglianze da lontano ma le attraversa, le abbraccia, ne fa spazio teologico. «Le persone vanno curate a prescindere dal reddito», ha detto Reina durante l’incontro sulle disuguaglianze nella tappa che riguardava il diritto alla salute. «Non possiamo accettare l’idea di una sanità in cui chi è ricco può permettersi le cure e chi è povero viene lasciato indietro. Dobbiamo approfondire il dialogo tra le istituzioni, al quale anche la Chiesa di Roma vuole dare il suo contributo». Il percorso «Ricucire lo strappo» – in quanto esperienza itinerante concepita con l’intento di coniugare la riflessione spirituale e l’impegno sociale – si è articolato in quattro grandi ambiti (scuola, sanità, abitare e lavoro) che rappresentano altrettanti banchi di prova per il riconoscimento della dignità della persona. Dai giovani che abbandonano gli studi ai malati senza cure, dagli sfrattati alle famiglie senza reddito, il volto della diseguaglianza a Roma è molteplice ma riconoscibile, perché si manifesta in quella solitudine collettiva che segna la nostra epoca. «Il moltiplicatore della fragilità è la solitudine», ha ricordato Pierciro Galeone della Fondazione Di Liegro, sottolineando come quasi metà delle famiglie romane sia composta da una sola persona. Giustino Trincia, direttore della Caritas diocesana, ha parlato del macrofenomeno delle solitudini quale nuova frontiera della povertà urbana: «Nella nostra amatissima Roma la priorità delle priorità è quella di ricostruire un tessuto connettivo di relazioni, di aiuto e di sostegno reciproco».
In questo orizzonte, l’azione della Caritas non è solo assistenza ma pedagogia della comunità: un invito rivolto a tutta la città a riconoscere che «non è un problema dei poveri, ma un problema di tutti», come ha scritto il cardinale emerito Angelo De Donatis nella lettera alla città. Le diseguaglianze non sono numeri ma storie, e Roma le racconta ogni giorno nei suoi contrasti: scuole di frontiera dove insegnanti e studenti reinventano la speranza, ambulatori di Sant’Egidio dove medici e volontari curano chi non ha diritto alle cure, progetti di housing sociale che restituiscono dignità a chi non ha casa. Nelle aule scolastiche del quartiere Castelverde, il convegno sulle «(Dis)uguaglianze educative» ha dato voce a ragazzi, docenti e famiglie, mostrando che l’educazione è la prima frontiera della giustizia. «Il principale investimento che produce il superamento delle divisioni è l’educazione», ha ricordato il direttore dell’Ufficio per la pastorale scolastica Rosario Chiarazzo. E i giovani, come Mariagrazia e Gaia, volontarie nelle Scuole della Pace di Sant’Egidio, hanno testimoniato con le loro parole che la fraternità non è utopia ma esperienza possibile: «Ho scoperto che si è più felici quando si fanno felici gli altri», ha detto una di loro. La scuola, nella visione della Chiesa di Roma, non è solo luogo di istruzione ma laboratorio di umanità, terreno in cui si apprende il senso della vita come servizio, del sapere come dono condiviso. Lo stesso vale per la sanità, dove la distanza tra chi può e chi non può curarsi è diventata uno dei segni più evidenti della diseguaglianza. In luoghi come il San Gallicano, dove la Comunità di Sant’Egidio accoglie migranti e senza dimora, o nei centri di ascolto della Fondazione Di Liegro per i malati psichici e le loro famiglie, la cura diventa atto politico e spirituale insieme, gesto che restituisce centralità alla persona e dignità alla sofferenza. «La salute è una questione di democrazia», ha affermato Maurizio Marceca, della Sapienza Università di Roma. «La qualità della salute che si riesce a garantire a una popolazione è misura della qualità della democrazia che quella popolazione è riuscita a esprimere».
Papa Francesco, nella Giornata mondiale del malato, ha invitato i cristiani a «adottare lo sguardo compassionevole di Gesù», ricordando che «gli ammalati, i fragili, i poveri sono nel cuore della Chiesa e devono essere anche al centro delle nostre attenzioni umane e premure pastorali». Ma forse è proprio il tema della casa a rappresentare oggi la ferita più dolorosa e insieme la possibilità più profonda di redenzione civile. «A Roma oggi si muore da soli o si muore senza casa», ha detto il cardinale Reina aprendo l’incontro «Abitare a Roma… germogli di speranza», nel quartiere di Torrevecchia, proprio accanto a Bastogi, il residence simbolo di marginalità ma anche di resistenza umana. Nell’occasione, le parole dell’urbanista Paolo Berdini hanno posto con lucidità il problema strutturale di una città che ha smesso di costruire case popolari e ha affidato il diritto all’abitare al mercato: «Abolire le case popolari per legge è stato un pessimo affare. È tempo di ricominciare a investire nella ricchezza collettiva, partendo proprio dalla costruzione di case per i poveri». Eppure, accanto alle ombre si accendono luci di speranza. In particolare il programma di housing sociale intitolato a don Roberto Sardelli, promosso dalla Caritas di Roma, che offre non solo un tetto ma percorsi di autonomia e riscatto. Ma anche le convivenze miste di Sant’Egidio, dove anziani, ex senzatetto e studenti condividono appartamenti e quotidianità. Così come i progetti delle Suore Pastorelle per gli studenti fuorisede, che restituiscono alla parola «casa» il suo senso originario: accoglienza. Tutte esperienze che mostrano come la Chiesa non si limiti a denunciare le diseguaglianze, ma costruisca alternative concrete, modelli di convivenza fondati sulla solidarietà e sulla corresponsabilità.
Un aspetto che va sottolineato, emerso in dissolvenza durante il convegno, riguarda l’accoglienza degli stranieri. Come abbiamo visto, l’Urbe è una capitale multiculturale, crocevia di popoli fin dall’antichità. E oggi si trova a dover coniugare il rispetto delle proprie tradizioni con la necessità di integrare persone provenienti da contesti culturali, religiosi ed economici diversi. In questo scenario, la Chiesa svolge un ruolo fondamentale: attraverso parrocchie, centri di accoglienza, associazioni caritative e iniziative pastorali, si fa portavoce di un modello di solidarietà e fraternità universale. Ecco che allora Roma, in questa prospettiva, continua a essere non solo la Città eterna, ma anche un laboratorio vivente di umanità. Non semplice luogo geografico, ma parabola dell’umanità intera. È la città dove la speranza cristiana deve farsi visibile, dove l’universalità del Vangelo incontra la pluralità delle culture e delle fedi. In battuta, potremmo dire che la sua vocazione, almeno idealmente, è quella d’essere espressione della globalizzazione perspicace di Dio.
Come papa Francesco ricordò il 31 dicembre 2023 nel Te Deum, «Roma condivide con tutte le grandi città un ruolo ambivalente: sono i luoghi dove si concentrano le risorse e le competenze, ma anche dove sono più forti diseguaglianze e marginalità. Accanto a esse, però, ci sono segni di energia positiva, di solidarietà e di bene operare. Tutta la città perde il suo carattere di comunità quando si spezza la trama delle relazioni tra le persone e le generazioni». In questa visione, la Chiesa di Roma è chiamata a essere anima e coscienza della città, non potere ma servizio, non centro di comando ma spazio d’incontro. L’impegno contro le diseguaglianze non è, dunque, un programma sociologico, ma una forma di teologia vissuta. Vangelo tradotto in azione. Lo si vede nei volti dei sacerdoti che aprono le parrocchie ai senzatetto, dei medici volontari che curano gratuitamente, degli insegnanti che accompagnano i ragazzi a rischio, dei laici che costruiscono reti di solidarietà nei quartieri. Roma, crocevia di genti e storie, resta così fedele alla sua vocazione universale: essere una città che parla al mondo non per la sua potenza, ma per la sua capacità di accogliere, di riconciliare, di trasformare la fragilità in luogo di grazia. È in questa storia che Roma continua a camminare. Città ferita e insieme promessa, città di pietra e misericordia, Città eterna e quotidiana, che nella voce della sua Chiesa ritrova il respiro universale del Vangelo.
Detto questo, non possiamo fare a meno di ricordare le parole di papa Leone XIV nel corso dell’udienza al clero romano, poche settimane dopo la sua elezione al soglio pontificio: «Siamo preoccupati e addolorati per tutto quello che succede ogni giorno nel mondo: ci feriscono le violenze che generano morte, ci interpellano le disuguaglianze, le povertà, tante forme di emarginazione sociale, la sofferenza diffusa che assume i tratti di un disagio che ormai non risparmia più nessuno. E queste realtà non accadono solo altrove, lontano da noi, ma interessano anche la nostra città di Roma, segnata da molteplici forme di povertà e da gravi emergenze come quella abitativa. Una città in cui, come notava papa Francesco, alla “grande bellezza” e al fascino dell’arte deve corrispondere anche “il semplice decoro e la normale funzionalità nei luoghi e nelle situazioni della vita ordinaria, feriale. Perché una città più vivibile per i suoi cittadini è anche più accogliente per tutti”».
Non c’è dubbio: il cammino per affermare il cambiamento agognato è lungo. Certo, la diocesi di Roma occupa un posto unico nella storia e nella vita della Chiesa cattolica – sede del papato, cuore della cristianità, punto di riferimento spirituale per milioni di fedeli nel mondo – ma è anche vero che questa grandezza porta con sé sofferenze e limiti. La diocesi di Roma vive le stesse fragilità delle comunità umane che la compongono: fatica pastorale, difficoltà di testimoniare il Vangelo in una città complessa e spesso segnata da indifferenza religiosa, dalle tensioni tra dimensioni universale e locale. Accanto alla gloria del suo ruolo, la diocesi di Roma conosce dunque anche la sfida di rinnovarsi continuamente, per essere non solo centro di autorità, ma soprattutto esempio vivo di carità e di servizio evangelico.

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limes2512/OTTAVO_ARTICOLO.md

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# La Roma di Leone è croce e centro del mondo
## di Piero Schiavazzi
Robert Prevost, con pluridecennale anticipo sulla finestra dell’appartamento papale, è stato il finestrino appannato del 64, l’autobus un tempo a due piani che attraversava in linea retta il centro storico, dal Colle Vaticano a quello del Quirinale. Nello specifico dall’Augustinianum all’Angelicum. Dalla cappella di Santa Monica, in cui nell’82 ricevette l’ordinazione sacerdotale, all’Università di San Tommaso d’Aquino, sede della specializzazione in diritto canonico, passando lungo un percorso che il 14 ottobre dell’anno giubilare 2025 avrebbe compiuto da pontefice. Venendo accolto al confine di Stato dal ministro degli Esteri sulla soglia del colonnato berniniano e scortato regalmente dai corazzieri, alla stregua d’un monarca d’Inghilterra, sino al cortile del palazzo che fu dei papi, ove ad attenderlo c’era il presidente della Repubblica. Il massimo per un figlio di Agostino che viene da Chicago, studioso di patristica e storia antica, che reca, come ogni americano, incognito in sé il mito di Roma. Il quale prendeva forma mentre ai suoi occhi si succedevano in rapida, imperturbata e immortale decadenza le rovine imperiali. Dal Mausoleo di Adriano al Mercato di Traiano, passando per la Curia di Pompeo e il Foro di Augusto. Corsi e ricorsi che oggi fanno di lui, sul modello del suo mentore, il sommo testimone di un secondo tramonto dell’impero d’Occidente, in versione nonché dimensioni a stelle e strisce allargate ai confini della terra.
Come Agostino, vescovo d’Africa e civis romanus, anche Prevost ha infatti avuto in dote, scenicamente, la sua Ippona. Ovvero la postazione privilegiata nella peruviana Chiclayo, in ossequio all’idea di Bergoglio che il mondo si scruti e osservi meglio dal mare: civis americanus e presule di una diocesi affacciata sulla costa di un oceano, al pari del Mediterraneo del V secolo, non più «nostrum». Paradossale quanto sontuosa nemesi della superpotenza Usa, che nel frangente in cui vede insidiato il proprio primato temporale e lotta per non perderlo conquista per contrappasso il trono terreno della Città di Dio.
Avevamo esplorato il tema della romanità su queste pagine quattro anni orsono, soffermandoci sul presunto, apparente, distacco di Francesco, specie se raffrontato allo slancio dei predecessori polacco e tedesco. Tanto da paventare, ma poi subitaneamente sfatare, un presagio-disagio di sede petrina itinerante in Orbe. Se Wojtyła e Ratzinger avevano rispettivamente guardato all’Urbe attraverso il filtro delle iniziazioni oniriche, profetiche, mistiche di Sienkiewicz e di quelle liriche, poetiche e mitiche di Goethe, intrise ambedue di smagliante classicismo dal Quo Vadis al Viaggio in Italia, l’imprinting di Bergoglio gravita verso la periferia e risente del neorealismo esistenziale trasmessogli dalle pellicole di De Sica e Rossellini. Come pure dei chiaroscuri caravaggeschi, retaggio delle visite alla chiesa di San Luigi dei Francesi, beneficiando della prossimità di alloggio e sostando tra luci e ombre davanti al celebre affresco della Vocazione di Matteo, durante le trasferte di lavoro da Buenos Aires quale membro dei dicasteri curiali.
Eppure Francesco, che a differenza di Benedetto e Giovanni Paolo era sembrato in vita insensibile alla suggestione di Roma imperiale, nondimeno l’ha resa in morte caput mundi nel senso più autentico e politico del binomio, richiamando per il proprio funerale un biblico stuolo di capi di Stato e di governo. Segno (e disegno) che a prescindere dal grado di coinvolgimento e folgorazione personale di un pontefice, il rapporto di attrazione sinergica e fascino reciproco fra il papato e Roma brilla di luce propria e agisce autonomamente. Persino in fase di sede vacante, giganteggiando e travalicando sovente le intenzioni dei protagonisti. Ne sortisce a tutti gli effetti un’eterogenesi dei fini (nella variante trascendente o immanente di forza, provvidenziale o razionale, superiore o interiore ai processi storici), che congiuntamente al genius loci «fa di Francesco il meno e insieme il più costantiniano dei pontefici. Sostenitore da un lato della separazione assoluta tra Chiesa e Stato» – non riconoscendo a quest’ultimo mansioni, tanto meno missioni, morali e divini mandati che fungano da copertura o vettore al perseguimento dell’interesse nazionale – ma contestualmente «restauratore» di una «bipartizione risoluta tra Est e Ovest, tra imperi d’Oriente e d’Occidente». Le cui capitali, Pechino e Washington, risultano equidistanti da Roma e risaltano di conseguenza quali estremità di un asse che la dispone al centro del risorgente bipolarismo. La redistribuzione di sedi e presìdi cardinalizi operata in favore dell’Asia e del Far East, sovrarappresentato in conclave di più del 50% rispetto alle proporzioni delle relative comunità ecclesiali – grazie all’innesto di avamposti strategici a esigua percentuale di fedeli (Myanmar, Malaysia, Singapore, Mongolia) e all’esclusione di antiche roccaforti europee monocolore (Austria e Irlanda) – ha ridefinito la pigmentazione purpurea del mappamondo. Costituendo, in termini di linguaggio e confini, una translatio imperii. E facendo assurgere l’Asia al ruolo di attore principale, ma senza compromettere anzi evidenziando la centralità romana. Ciò che interessa rilevare, in questa cornice, non è infatti tanto la direzione, quanto la declinazione di un potere universale a geografie-gerarchie variabili che si proietta e struttura in modalità imperiale attraverso articolazioni territoriali (diocesi, province, regioni ecclesiastiche), modificandone graduatorie apicali e densità di porpore ma conservando al vertice il primato del suo centro d’irradiazione.
A questo punto, ritornando alla limesiana «riscoperta del futuro» e considerando che il futuro, per quanto riguarda il vascello petrino, ha svelato in conclave identità, provenienza geografica e previsione anagrafica di lunga durata del timoniere, bisognerà chiedersi, nell’attesa delle prime nomine cardinalizie, quale magnetismo geopolitico eserciterà più influenza sulle scelte, sulla bussola e sulla duale corda interiore del pontefice nato in Illinois e vissuto in Perú. Quale dei due universalismi, romani entrambi, è destinato a prevalere? Quello dell’Occidente, che trova Dio nel logos, nella civiltà che ad esso s’ispira e si fa mondo – come Ratzinger, suo insuperato interprete contemporaneo, illustrò audacemente nel discorso di Ratisbona? O quello di Francesco, che viceversa cerca Dio elettivamente, addirittura selettivamente nella porzione di pianeta, sudista e maggioritaria, rimasta esclusa, ergendosi a tribuno delle plebi globali? Opzioni costantiniana e anticostantiniana, concordataria e contestataria, conciliatorista e antagonista che i discorsi di Leone accarezzano finora in egual misura e mistura. Confluendo «in» e fuoruscendo «da» una foto che lo ritrae, premonitrice, quando vescovo frontaliero, futuro papa, depose le vesti episcopali e calzò stivali, per farsi strada e incedere nell’alluvione, in assenza e supplenza delle istituzioni. Effigie misteriosamente anticipatrice dell’avvenire che lo attendeva e rivelatrice, come un quadro di Munch, di un’epoca nella quale il caos esonda e travolge gli argini: dello Stato sociale come pure del diritto internazionale. Mentre la disuguaglianza, dentro e tra le nazioni, straripa e taglia fuori enormi pezzi di umanità e società. In tale contesto di crescente instabilità, Roma, come si addice del resto alla postura e alla figura della capitale del cattolicesimo, si trova «in croce» tra l’Est e l’Ovest. Tra il Nord e il Sud.
Uno scenario nel quale il papa delle due Chi – Chicago di cui è nativo e Chiclayo di cui non cessa di sentirsi pastore adottivo – ha inteso fugare ogni dubbio. Rivendicando, davanti al popolo delle tre T – tierra, techo, trabajo – in occasione dell’incontro di ottobre con i movimenti popolari, la determinazione ad assumere in pieno l’eredità di Francesco, rendendo irreversibile la svolta pauperista della Chiesa. Codificandola nella esortazione apostolica Dilexi te, opera del predecessore rimasta incompiuta ma autenticata da Leone con un «ci sto, sono con voi». A significare che non costituisce atto dovuto ma corrisponde a una convinzione, e cognizione, profonda. Se papa Leone non ha esitazione quindi nel manifestarsi «sudista», per altro verso appare, invece, artefice di un deciso riequilibrio a Occidente in senso atlantista. Robert Prevost ha infatti fissato da vescovo, e rinsaldato da pontefice, alcuni punti fermi geopolitici che schiodano le posizioni di Francesco sul conflitto russo-ucraino («si tratta di un’invasione imperialista», «la Nato non ha cominciato nessuna guerra»), evidenziando la discontinuità sull’asse orizzontale Est e Ovest. Epperò, su quello Meridione-Settentrione, si palesano ed esaltano la continuità, con un giudizio che assume valore aggiunto se a pronunziarlo è un papa yankee: «Uno che dice di essere contro l’aborto ma concorda con il trattamento disumano dei migranti negli Stati Uniti. Non so se questo sia pro-life». Affermazioni che ai fini della nostra riflessione, al di là del rapporto con il precedente pontificato, chiamano in causa direttamente o indirettamente gli Usa e fungono da mezzo di contrasto. Lasciando una vivacizzante, rischiarante scia per analizzare le reazioni-relazioni, nonché convergenze-divergenze, tra quelle due Rome che, per singolare, sincronica quanto distonica congiuntura storica, sono oggi a guida americana: Washington e il Vaticano. Prova scientifica sia il silenzio, stridente, sull’altra riva dell’oceano, dove Donald Trump, gioiosamente uso a stizzite, sonore bacchettate digital su mani e dita di qualunque altro leader, è parso quanto mai attento, sin qui, a non polemizzare o enfatizzare il dissenso con l’illustre connazionale asceso al soglio. Consapevole dell’orgoglio, e consenso a prescindere, che la persona del papa born in the Usa suscita in patria. In gioco, per di più, non è soltanto l’umore dell’elettorato a un anno dalle elezioni di metà mandato, questione tutto sommato di superficie, dermatologica e a breve scadenza, bensì la concezione stessa dell’impero e della sua universalità. Motivo per cui abbiamo evocato il mezzo di contrasto, la diagnosi radiologico-internistica e l’orizzonte di lungo periodo.
Le Rome dei due poteri universali, reali o ritenuti tali, quello temporale sul Potomac e quello spirituale sul Tevere, nel passaggio di testimone tra i due giubilei – della Chiesa cattolica, in chiusura, e degli Stati Uniti, alla vigilia del duecentocinquantesimo della loro esistenza e indipendenza – incarnano due format agostiniani staticamente sovrapponibili ma dinamicamente incompatibili dell’essere impero e dell’espandersi nello spazio-tempo. Modelli geneticamente così alternativi da pensare, con fase e frase da film, che «ne resterà uno solo», riferendoci alla nota definizione che Limes dette di essi, nei primissimi numeri della rivista, come unici centri geopolitici capaci di concepire una visione unitaria del pianeta e custodire la spezia preziosa del soft power. A differenza delle altre potenze, a cominciare da Cina e Russia, che vi ambiscono ma non la possiedono. Vi accennavamo nel volume post-conclave «Il rebus di papa Leone», comparando le due antitetiche tipologie di espansione per cerchi concentrici delle rispettive sfere d’influenza. Pur rifacendosi entrambe all’ordo amoris di Agostino, le interpretazioni del vicario di Cristo, Robert Francis Prevost, e del vicario di Trump, J.D. Vance, sono infatti distinte da un’inversione di priorità spaziotemporale. A Roma, città non per caso eterna, e nell’impero del papa, conforme all’intuizione di Francesco, il tempo rimane superiore allo spazio e scandisce in tal senso i percorsi della diplomazia. Come attestano, al netto del riposizionamento a Ovest di cui sopra, i pazienti ma costanti successi e passi avanti nell’attuazione dell’accordo «ineguale» con la Cina sulla nomina dei vescovi, dove si cede presumibilmente più di quanto si ottenga pur di avviare un iter di cooperazione, aprendo un sentiero alla missione. A Washington la prospettiva si è rovesciata con l’ascesa di Trump. Occupare spazi, politici o economici, daziari o finanziari, di territori o terre rare, secondo una visione immobiliarista della storia e in ottica di trimestrale di cassa, conta più che avviare processi e strategie a lungo termine. Sulla raggiera dell’ordo amoris, pertanto, si delineano due direttrici: di ripiegamento, lato Stati Uniti, a protezione dei cerchi ravvicinati dei concittadini elettori e partner stranieri più fidati, e di proseguimento, lato Vaticano, della missione ad gentes, che da Roma si volge ai più lontani, esterni se non estranei, sociologicamente o geograficamente intesi. Con l’esigenza però di moderare lo slancio di Francesco e scalare le marce, come Leone sta prudentemente facendo, affinché l’espansione non penalizzi la coesione, scivolando in una china di scismi latenti. Preoccupazione di mantenere la Chiesa unita che induce al consolidamento. Segue, sul piano di governo, upgrade della centralità di Roma e della curia, con un assetto diverso concettualmente, per non dire filosoficamente, dal precedente.
Come spiegavamo anni fa nel volume di Limes dedicato agli «Stati profondi», Bergoglio ha, in certo modo hegelianamente, dialetticamente, istituzionalizzato il conflitto. Al fine di gestirlo, redimerlo e farlo emergere, «con una moltiplicazione-sovrapposizione di competenze, scientifica e indefinita, che in caso di contrasti lasciano un ampio spazio all’intervento, accentratore, risolutivo del Supremo Pastore». Prevost, viceversa, esperto di scuola tomista in diritto canonico, ha espresso da subito la volontà di istituzionalizzare, piuttosto, la suddetta funzione di sintesi e razionalizzarla, reintegrandola nella segreteria di Stato, tradizionalmente depositaria della visione unitaria e universale, ad extra e ad intra, dei problemi del mondo e della Chiesa: «L’universalità, richiamando il mistero dell’unità multiforme della Chiesa, chiede poi un lavoro di sintesi che possa aiutare l’azione del papa. E l’anello di congiunzione e di sintesi è proprio la segreteria di Stato».
Ne discende comunque, in un caso e nell’altro, una personalizzazione inedita e un’ulteriore valorizzazione della romanità. Abito che il pontefice argentino ha indossato come una giacca di Perón, affrancandosene a tratti per poi però rimetterla con piglio. Francescanamente anarchico quanto gesuiticamente gerarchico. Il papa statunitense, da parte sua, riveste la giacca della romanità con lo spirito di efficienza che si richiede all’amministratore delegato di una holding planetaria e la deferenza che si deve all’augustea toga di un imperatore. Un attributo, «augustea», che Limes applicò all’Italia odierna, nell’equazione analogica per cui essa, ricalcandone i confini, sta per estensione all’impero del papa come la provincia italica un tempo all’impero di Roma. Metafora esigente, che a conclusione del ragionamento stringe l’obiettivo e spinge a riprendere la riflessione sull’effetto virtuoso, e vistoso, che la presenza del Vaticano a Roma esercita sull’Italia. Grazie a un duplice vincolo, interno ed esterno. Per quanto riguarda il primo, il rafforzamento del vincolo interno e della coesione nazionale italiana è per la Chiesa, di cui la Penisola è il retroterra strategico, priorità strutturale, da promuovere tenacemente. Si tratta di una giravolta epocale, paradossale rispetto al memento del passato, la quale ha comunque sull’Italia una ricaduta benefica, nevralgica. Soprattutto in questa fase, dove tedeschi, francesi e inglesi risultano sorprendentemente meno uniti, per non guardare oltreoceano. Congiunturale, ma non meno benefico, è invece l’effetto che la Chiesa ha sui vincoli esterni italiani. Lo slancio «sudista» della Sede apostolica permette infatti all’Italia di alleggerirli, agendo quasi da «svincolo» utile per proiettarsi verso il Meridione del mondo. Fermo restando l’ancoraggio a occidente. Come è stato nei momenti migliori della politica nostrana, e come può continuare a essere, la sinergia tra Stato italiano e Vaticano apre diverse possibilità. Sta a noi cogliere l’occasione.

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limes2512/QUARTO_ARTICOLO.md

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## LA FEBBRE DELL’IMPERO HOLLYWOOD E IL MITO DI ROMA di Gianluca SOLLA
#### Rappresentando la gloria dell’Urbe, l’America si è fondata come potenza morale destinata all’eternità. I colossal degli anni Cinquanta e Sessanta esorcizzavano il declino, che diventa però palpabile in *Il Gladiatore* e nel suo sequel. *Megalopolis* è la fine del sogno americano.
**1.** La Roma imperiale è stata per Hollywood uno schermo e uno specchio su cui la cultura statunitense ha proiettato la propria immaginazione, i propri sogni e le proprie paure. Ogni volta che il cinema americano ha guardato Roma, in realtà stava guardando sé stesso. O meglio, la società che lo aveva generato.
Del resto, prima ancora di essere industria dell’intrattenimento, il cinema è
sempre stato un grande sismografo, capace di rivelare movimenti profondi e trasformazioni sottili del sentire collettivo. La fabbrica di immagini in movimento è
sempre stata capace come poche di intercettare i sintomi di una società. Al tempo
stesso ha assolto a una delle sue funzioni principali, che è quella di trasformare le
ansie collettive in visioni condivise e di sublimare le passioni di un’epoca, disinnescandone o esaltandone le pulsioni più oscure.
Guardare un film, dunque, è da sempre anche un modo di guardarsi dentro,
come individui e come società. Il cinema è un modo di vedere più lontano per
capire ciò che sta più vicino, ovvero di usare l’altrove e il remoto come possibilità
per scoprire quanto ci è contiguo e intimo.
In questo senso, la Roma di Hollywood ha sempre fornito un teatro ideale, con
tutto il suo intreccio di potere e di spettacolo, di fede e di violenza, di eroi e di
vittime. Roma ha offerto la scena perfetta su cui far rivivere le tensioni della politica moderna, le sfide del potere, la dialettica tra l’amico e il nemico, il desiderio di
dominio e la paura della decadenza.
**2.** Il successo del genere peplum negli anni Cinquanta e Sessanta va letto proprio in questa chiave. Quei colossal a cui i critici spesso obiettavano scarse conoscenze storiche o di aver dimenticato di togliere l’orologio ai gladiatori non erano
figli di mera nostalgia per l’antico. Questi film popolari rappresentavano una sorta di
proiezione catartica di un presente inquieto. Nel pieno della guerra fredda, l’impero
romano diventava lo schermo su cui mettere in scena le contraddizioni degli Stati
Uniti, che si percepivano e si pensavano come gli eredi unici e i custodi privilegiati
di una civiltà universale. Dietro l’apparente semplicità delle trame, trovavano espressione temi ben più complessi come il ruolo del singolo nella storia, la fede nella libertà e la tentazione del dominio, il trionfo tecnico e la paura del collasso morale.
Colossal americani come *Quo vadis?* (1951) o *Ben-Hur* (1959) hanno funzionato come un’enorme macchina simbolica, produttrice – prima ancora che di un
immaginario collettivo – di una sorta di compensazione, capace di trasformare
l’ansia del potere in spettacolo, la colpa in redenzione, la violenza in forma estetica.
Questa Roma immaginaria offriva a Hollywood il linguaggio per parlare della propria cultura e della propria società senza nominarle, ma salvandole almeno idealmente dai propri eccessi. Roma era l’esempio per eccellenza di un passato grandioso attraverso il quale l’America poteva misurare la febbre del proprio impero,
continuando a sognarla e, al tempo stesso, liberandosi dalle ansie che la spinta
espansionistica produceva.
Da questo punto di vista, l’impero romano al cinema è stato il grande mito
capace di coagulare molti e differenti elementi. È diventato così l’archetipo attraverso cui gli Stati Uniti hanno rispecchiato le proprie contraddizioni, sublimandone la
tensione. D’altra parte, queste stesse contraddizioni venivano tenute a debita distanza proprio dal fatto di oggettivarle sullo schermo. Pur nominandole e mostrandole, il cinema le ha sempre rappresentate come se non fossero proprie, ma come
se appartenessero a un’altra civiltà, a quell’altra epoca, barbara e sensuale, dell’impero romano. In questo senso, il cinema ha funzionato da grande apparecchio
catartico e auto-assolutorio.
Dal dopoguerra in poi, Hollywood ha costruito la Roma antica come specchio
del suo presente. Ma era uno specchio deformante, capace di tenere a distanza
qualcosa di quell’eccesso, dandogli il nome di Roma.
I moltissimi film a metà tra lo storico e il mitologico prodotti tra gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta ricostruiscono l’impero romano come un’immensa
quinta di teatro. Roma diventa il teatro in cui ai colossi architettonici della capitale
del mondo antico corrisponde il fragore lontano delle battaglie, alle storie d’amore
melodrammatiche i corpi muscolari dei gladiatori o dei condottieri, alle congiure di
palazzo i grandi temi della morale o della fede cristiana, all’orizzonte mondano del
potere e dei suoi corpi carnali la prospettiva ultraterrena della salvezza delle anime.
Assunta come mito fondante dell’Occidente, ossia come sua rappresentazione
iconica, Roma diventa il luogo immaginario in cui l’antico è reinventato secondo le
categorie del moderno. Si tratta, peraltro, di una modernità ben riconoscibile, rappresentata dai valori della libertà individuale, del sacrificio, del destino e della spettacolarità. In particolare, Roma diventa il luogo in cui si apre la tensione tra impero e
individuo, tra storia e mito, tra potere e fede, per ricomporla in un insieme unico.
Per questo, la critica di spettacolarizzazione della Roma antica e di mancanza
di senso storico è con tutta evidenza una critica spuntata. A Hollywood Roma non
è affatto ricostruita: viene «inventata» di sana pianta come palcoscenico morale delle ansie del presente, delle sue tensioni ideologiche, dell’aspirazione a possedere almeno un vago orizzonte di salvezza. Ed è proprio proiettando sull’antico le categorie moderne che il cinema americano fa delle sue narrazioni una riflessione sull’identità sociale del presente, a uso e consumo dell’immaginario dominante.
3. Per comprendere la reale portata di questa produzione cinematografica basterebbe riferirsi a tre dei più importanti colossal dell’epoca: _Quo vadis?_ (1951), _Ben-Hur_ (1959) e _Cleopatra_ (1963).
C’è un aspetto che merita di essere subito sottolineato in questi film e, più in generale, nel cinema hollywoodiano di ambientazione romana: il loro carattere eminentemente spettacolare, che non costituisce un semplice ornamento estetico, ma un dato strutturale. La spettacolarità rappresenta un principio per nulla accessorio della forma che il cinema hollywoodiano ha assunto nel tempo. Valga come esempio la famosa corsa delle bighe di _Ben-Hur_, che celebra tutta la potenza produttiva hollywoodiana. Qui cinema e società americani sembrano risuonare all’unisono, e la supremazia tecnica in ogni ambito si fa segno di dominio morale.
La spettacolarità diventa il vero e proprio tratto distintivo dell’autenticità dell’ethos civile e della religione liberale dell’individuo, di cui Hollywood si pone al servizio.
Se Roma è l’esempio, ovvero il mito per eccellenza, da inseguire ed emulare, essa è anche un paradigma di cui appropriarsi per poterlo superare. Ne parlano i film a cui ci stiamo riferendo: il nuovo impero (americano) si ammanterà di quei valori che sostituiscono la forza (intesa come chiave del successo dell’impero romano) con la fede, la giustizia, i buoni sentimenti in generale. Il nuovo impero sarà un impero etico, sarà l’impero morale alla prova di qualsiasi tentazione di decadenza. In questo passaggio troverà almeno retoricamente – o propagandisticamente – il senso della sua legittimità planetaria e, idealmente, anche dello Spazio cosmico.
Già in _Quo Vadis?_ la spettacolarità non è soltanto un dispositivo di coinvolgimento visivo o emotivo del pubblico, ma il vero e proprio cardine ideologico del cinema hollywoodiano. La grandiosità delle scenografie, la coralità delle masse, la coreografia delle battaglie e dei supplizi non rispondono solo al bisogno di meraviglia dello spettatore, ma costituiscono la forma stessa attraverso cui il potere si rende visibile, si giustifica e si trasmette.
La spettacolarità diventa la lingua compiuta del dominio. Essa offre infatti la traduzione estetica di una logica imperiale, che si regge sulla sua capacità di tenere insieme ordine e rappresentazione, fede e consenso – ma che confonde anche costantemente questi piani, non avvertendo ideologicamente la necessità di distinguerli. Se in _Ben-Hur_ il potere sarà inscritto nel corpo eroico e redentore del protagonista – l’ebreo Giuda Ben-Hur caduto in disgrazia con tutta la sua famiglia e destinato inizialmente al servizio di rematore sulle galee – in _Quo Vadis?_ il corpo individuale è già parte della macchina collettiva dello spettacolo. Il film mostra come sia l’immagine stessa – il suo splendore, la sua estensione, la sua promessa
di totalità – a farsi garante del potere, a incarnare la funzione unificante e catartica
che un tempo apparteneva al rito o alla fede.
La spettacolarità, dunque, non è un semplice ornamento del racconto, ma la
struttura mitica attraverso cui Hollywood costruisce il proprio rapporto con la storia
e con la dimensione imperiale dell’Occidente. Qui il cinema inizia a riconoscersi
come nuova forma di religione del visuale, capace di riscrivere l’antico non per
rappresentarlo, ma per rivelare – dentro di esso – la vera natura spettacolare del
potere moderno. Del resto, lo stesso potere romano è rappresentato come quel
dispositivo che coincide con la sua capacità di produrre immagini, in forma di rituali e spettacoli. Le scene delle arene, delle feste imperiali e delle esecuzioni traducono il dominio in coreografia visiva e in linguaggio simbolico. All’interno di
questa cornice, la violenza – anche quando pare essere espressione di pura crudeltà – finisce per coincidere con una messa in scena dell’ordine.
Forse chiamiamo «impero» proprio quel dispositivo che traduce la violenza che
viene esercitata al suo interno in una sorta di pedagogia del terrore. Qui anche la
punizione che è fine a sé stessa o che è sottomessa a impulsi sadici di crudeltà
gratuita (si pensi alle figure di imperatori dissennati e spietati) viene nobilitata nei
termini di una sua dimensione catartica e salvifica. Ed è singolare che sia proprio
lo spettacolo il momento incaricato di questa conversione del valore della punizione (da qui l’interesse di Hollywood per i giochi del Colosseo e delle arene).
In _Quo vadis?_ il conflitto tra la corruzione dell’impero romano e la nascente
religione cristiana si intreccia con la storia d’amore tra il console Marco Vinicio e la
cristiana Licia, nell’epoca delle persecuzioni neroniane (l’imperatore paranoico è
qui interpretato da un grandissimo Peter Ustinov). Come sarà anche in _Ben-Hur_,
già in _Quo vadis?_ l’arena è il luogo simbolico in cui i vari conflitti che si agitano
all’interno della trama del film trovano un momento di intensificazione e di soluzione. Legata a un palo di legno, Licia è esposta alle violenze di un toro, da cui la
difende la sua guardia del corpo Ursus, mentre Marco si trova nel palco degli spettatori, legato e quindi costretto ad assistere impotente allo spettacolo. È in forza di
un’invocazione miracolosa che Ursus si ritrova a sconfiggere il toro e a ricevere il
tributo della folla. Tuttavia, l’imperatore Nerone gli rifiuta la grazia, facendo il famoso segno del pollice verso. È allora che Marco riesce a intervenire, liberando
Licia, con conseguente insurrezione dei romani contro Nerone.
È evidente che qui il corpo che libera e che si libera è quello che rischia il
martirio, trovando involontariamente nello spettacolo il proprio momento redentivo. La dialettica tra potere e fede mostra come solo quest’ultima sia in grado di
offrire una resistenza morale alla corruzione di Roma. Essa contrappone la forza
invisibile del credere alla visibilità del dominio e dei suoi segni. Il cinema si fa
dunque pedagogico e istruttivo, mostrando come, per essere un vero impero, occorra operare una sorta di conversione del potere in compassione, ossia di tradurre la forza in affetti (la storia d’amore ne è la forma esemplare).
Saranno proprio questi affetti a costituire il volto ufficiale del nuovo impero
americano, la sua cifra distintiva capace di tenerlo al riparo dalla corruzione che
aveva condotto Roma alla rovina. Questo aspetto è essenziale: viene mostrato sullo schermo il tracollo di una nazione per esorcizzarlo. Le storie dei suoi personaggi non servono direttamente allo scopo di un’analisi politica, quanto per scongiurare catarticamente il peggio. Il cinema hollywoodiano è, da questo punto di vista, una sorta di azione sostitutiva volta a purificare in anticipo il campo dalla possibilità che la fine del grande impero romano debba nuovamente ripetersi in America.
Attraverso Roma (cioè attraverso Hollywood) gli Stati Uniti danno forma alla visione di sé come impero globale morale, cioè come impero che trova la sua legittimità nel riconoscersi come moralmente giusto, attraverso la condanna di un altro dispositivo analogo (nel comunismo, per esempio), che in questo caso è il dispotismo antico. Si evoca il dramma dell’antichità per scongiurarlo nel presente. Il cinema è, da questo punto di vista, un dispositivo magico, una magia ultratecnologica che lavora sulla dimensione dell’immaginario collettivo. Se Roma diventa lo specchio dell’America, è perché quest’ultima sente il bisogno morale di bilanciare il suo strapotere mondiale di potenza vincitrice della seconda guerra mondiale con la retorica della libertà e della fede.
Ma è soprattutto con *Cleopatra* di Joseph Mankiewicz (1963) che l’impero hollywoodiano raggiunge il punto di massima espansione. La regina egizia rappresenta l’incarnazione della seduzione come dispositivo del potere e, in particolare, del potere orientale. Qui non più l’arena, ma il corpo stesso della regina diventa il luogo di quello spettacolo in cui si articola la sovranità. Il suo corpo non le appartiene, ma è parte integrante della macchina imperiale che produce un determinato tipo di sguardo. Da questo punto di vista, *Cleopatra* è una forma di autorappresentazione di Hollywood, nella misura in cui mostra l’immagine non nella sua presunta neutralità, ma come strumento di governo, in grado di inscrivere nei luoghi del potere l’economia del desiderio, trasformando la seduzione e l’eros in dispositivo politico e la bellezza in arma diplomatica. Se oggi parliamo tanto di sovranismo mediatico, che opera attraverso icone capaci di esercitare un terribile potere di distruzione, la *Cleopatra* di *Cleopatra* ne è forse la prima e massima rappresentante.
D’altro lato, questa rivelazione non può mai essere troppo scoperta, pena l’*hybris*, come insegna la tragedia antica. Deve essere cristianamente compensata dall’idea che Cleopatra, per quanto regina e per quanto potente, sia, in fondo, prigioniera della sua stessa immagine e costretta a vivere dentro il mito che si è costruito attorno alla sua figura.
Significativa, a questo proposito, è la sequenza del corteo trionfale con cui Cleopatra entra a Roma. La maestosità della scenografia e la lentezza fanno di questa entrata un vero e proprio rituale politico. Lo sguardo assume qui funzione di principio d’ordine, visto che tutto è organizzato cinematograficamente, nel senso della prospettiva dell’occhio. La folla saluta non la sola Cleopatra, ma Cleopatra in quanto incarnazione di uno sguardo che sta più in alto di tutto, da cui essere visti e della cui luce riflessa vivere. La camera la inquadra dal basso per mostrare che la grandezza è una faccenda di prospettiva e che i sudditi, che sono anche gli spettatori, possono essere ammessi a tale prospettiva solo perché vengano guardati. La
regina conquista il popolo di Roma in quanto incarnazione di quello sguardo
dall’alto, in cui riconosciamo le insegne di un potere superiore, quasi sovrannaturale. Del resto, all’entusiasmo della folla risponde dialetticamente la costernazione
delle matrone romane, a mostrare cosa sia realmente in gioco.
Qui l’immagine non ha per nulla il compito di rappresentare il potere politico
- di mostrarne la grandezza. In realtà, l’immagine produce questo potere, perché
esso è diventato inseparabile dalla sua essenza spettacolare. È interessante notare
come l’impero romano non sia solo lo schermo su cui l’America proietta tramite
Hollywood la visione di sé, ma anche il luogo in cui il cinema hollywoodiano riflette su sé stesso nella sua apoteosi. Lo sguardo di Cleopatra è una metafora della
potenza stessa dello sguardo che attrae ma che anche distrugge. Che crea ma che
anche cancella. E quale dispositivo meglio del cinema ne eredita le competenze?
In Cleopatra, in un certo senso, la Roma hollywoodiana si guarda allo specchio e scopre la propria natura di impero dell’immagine. È Hollywood stessa che
celebra il proprio trionfo nella forma di uno sguardo che, producendo seduzione,
si è imposto come forma di dominio. Cleopatra – nel suo gesto di esibirsi o di offrirsi allo sguardo – ne rivela la struttura profonda. La spettacolarizzazione del potere si rivela compiutamente come il destino del Novecento.
4. Per interrogare l’immenso dispositivo simbolico di questa Roma hollywoodiana si può assumere anche un’altra prospettiva rispetto a quella lineare della
storia del cinema. Per esempio, si può ricorrere a un’analisi genealogica delle forme che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno dato figura al mito imperiale
come fenomeno culturale. In questa prospettiva, ci riferiamo al personaggio del
gladiatore, tenendo conto dei due film che il regista britannico Ridley Scott gli ha
dedicato: _Il Gladiatore_ (2000) e il suo seguito, _Il Gladiatore 2_ (2024). L’arco temporale che li separa e insieme li connette può essere letto come la traiettoria visibile
di una trasformazione collettiva, ovvero come il segno di una mutazione dell’immaginario politico occidentale, più che di un genere cinematografico.
Del resto, anche la politica cinematografica americana dei sequel non è priva
di rilievo. Un sequel è solo superficialmente la continuazione di una storia di successo. In realtà, è un modo per rendere iconica una figura, riaffermando il potere
dell’immaginario americano. Se possiamo parlare di impero hollywoodiano, è prerogativa di un impero non ammettere la propria fine. Siccome non c’è più alcuna
utopia che la _American way of life_ possa incarnare, non resta che l’immagine reclamizzata di una potenza che si basa ormai sull’inerzia delle condizioni storiche. Almeno fino a quando altri mondi, altri popoli non si incaricano di rimettere in gioco
un movimento storico.
Hollywood deve per forza tornare e reinventarsi ogni volta, vivendo di rifondazioni e, in un certo senso, di risurrezioni continue. Per questo motivo un sequel
non è mai solo una operazione nostalgica o puramente commerciale. Piuttosto,
dimostra le prerogative di un cinema capace di organizzare il proprio potere nella
forma del ritorno. È una forma di sopravvivenza, la stessa che il gladiatore provava
a ottenere combattendo. Non è d’altronde irrilevante il fatto che *Il Gladiatore 2* non racconti soltanto una nuova vicenda, bensì incarni la necessità del cinema americano di ripetere, di esistere ripetendosi, di riaprire continuamente la scena, al di là della scritta «Fine». Ecco perché un sequel non è mai un «seguito», come si direbbe in lingua italiana, ma costituisce una forma imperiale della narrazione cinematografica contemporanea in cui nulla può e deve finire per davvero. Ogni storia deve avere la possibilità – che si accompagna naturalmente alla cifra decisiva del successo commerciale del primo episodio – di risorgere, di rinascere più grande di prima e, in un certo senso, immortale.
All’interno di questo schema il gladiatore non è soltanto un personaggio, ma va assunto come una vera e propria figura concettuale. Tradotto: il gladiatore non funge solo da espediente narrativo, ma è un concetto incarnato, simbolo di una tensione costante fra corruzione e moralità, tra oppressione e libertà. Sul gladiatore si inscrive la dialettica irresoluta fra vittima ed eroe, fra orgoglio e dominio, fra soggettività e dispositivo spettacolare. È il corpo su cui l’impero proietta le proprie fantasie di redenzione e le proprie pulsioni di autodistruzione – un corpo che, proprio per questo, diventa il luogo privilegiato di una riflessione sul potere e sulla sua rappresentazione.
Un’analisi comparativa dei due film potrebbe mostrare come, a distanza di ventiquattro anni, la rappresentazione dell’impero romano si sia radicalmente trasformata, pur mantenendo continuità iconica e narrativa. Nel primo *Gladiatore*, Roma è l’incarnazione di un potere monumentale, spettacolare e al tempo stesso moralmente corrotto. Il Colosseo e le arene diventano dispositivi di visione, macchine attraverso cui il dominio non solo si manifesta, ma si legittima. Il protagonista, Massimo Decimo Meridio, è figura eroica e tragica insieme. L’aspirazione alla libertà si intreccia in lui al tema della vendetta personale, ma anche al desiderio di giustizia. Massimo porta su di sé i segni di quello che abbiamo chiamato l’impero etico, ovvero il modo di coniugare imperialismo e senso dei valori. Fin dalle prime scene lo vediamo riluttante alla guerra e alla violenza. È leale, mantiene viva la memoria. In ciò il dialogo tra lui e Marco Aurelio è significativo. Alla speranza che la guerra appena combattuta sia l’ultima, Massimo risponde: «Non c’è più nessuno da combattere». Ma l’imperatore filosofo gli risponde: «Ah… c’è sempre qualcuno da combattere».
L’impero emerge insomma come quella costruzione costitutivamente impegnata a costruire dei nemici, sulla cui eliminazione si basa una parte importante della sua legittimità. Eppure, già qui si insidia il senso di fine della storia. O, peggio, la sensazione che della gloria passata di Roma resti davvero poco. Se non un erede imbelle e crudele (Commodo, interpretato da un grande Joaquin Phoenix) e una marea di soldati feriti.
Questa sensazione si amplierà in *Il Gladiatore 2*. L’impero romano appare ancora di più come un organismo ormai marcio. Esiste unicamente nella propria finzione, nei suoi giochi e nelle insegne di un potere che è stato un tempo nobile. Qui gli spettacoli, le feste e i banchetti non si contano più, dal momento che
_LA FEBBRE DELL’IMPERO. HOLLYWOOD E IL MITO DI ROMA_
eroe redentore e più figura tragica, la cui azione è condizionata in parte dalla
spettacolarizzazione globale e in parte dai meccanismi di consenso e di memoria
collettiva. Il corpo del gladiatore, che era stato capace di incarnare la tensione tra
vittima ed eroe e l’aspirazione alla libertà e alla giustizia, diventa il luogo in cui lo
spettacolo imperiale deposita le tracce del proprio potere universale, ma in disfacimento. La frattura tra i politicanti che tessono intrighi e il valore militare si è
ulteriormente allargata, perché alla fine non è rimasta che la corruzione dei primi,
che ha contagiato tutto.
Confrontando i due film emerge una traiettoria chiara. Mentre il film del 2000
inscrive la soggettività eroica in un impero ancora percepito come concreto e moralmente decifrabile, Il Gladiatore 2 sposta l’accento, trasformando Roma in un
dispositivo basato sulla spettacolarità e sulla visione. L’evoluzione tra i due film
segna quindi il passaggio da un’epica dell’eroe a una dimensione in cui l’impero
non è più terreno di azione o di conflitto, ma solo luogo dell’immaginario collettivo contemporaneo.
In Il Gladiatore del 2000, la libertà del protagonista, personale e morale, si
sviluppa sul terreno dell’arena, dove la violenza si trasforma in esperienza di riscatto. È rappresentato come capace di mediare fra la potenza dello Stato e il desiderio
di giustizia. Il suo stesso corpo diventa simbolo di dignità individuale e collettiva,
in opposizione con la follia dell’ordine imperiale incarnata dall’imperatore Commodo. Nel secondo film, invece, la figura del gladiatore evolve in senso più riflessivo, la cui esperienza mette in luce come la violenza e la potenza siano ormai
mediate dall’immagine, dal consenso collettivo e dalla percezione simbolica del
potere. La dialettica tra corpo e dispositivo e tra azione e rappresentazione fa del
corpo del gladiatore lo strumento privilegiato per interrogare il modo in cui un
potere si manifesta e si comunica pubblicamente al popolo.
Se proviamo ad analizzare qualche scena chiave di Il Gladiatore, non tardiamo
ad accorgerci di come a essere messa in scena sia una forma malinconica di impero. Esso si mantiene in vita solo attraverso quella forma di violenza sublimata e ritualizzata che sono i giochi nel Colosseo e nelle arene. Il film apre gli anni Duemila fissandosi dunque su questa visione apocalittica, di fine di un’epoca. Da questo
punto di vista, il suo protagonista non poteva che essere un eroe post-eroico. Ovvero un individuo la cui esistenza non conosce alcuna verità trascendente su cui
fondarsi. Egli lotta contro il dispositivo spettacolare in cui è preso e che gli dà da
vivere, nutrendo la sua speranza di vendetta e di giustizia (piani costantemente
sovrapposti). Ma è di fatto incapace di fondare un nuovo mondo.
Più che un’autocritica di Hollywood, il disincanto di cui fa prova il protagonista è ancora una volta un’immagine riflessa dell’America contemporanea. Se ancora in Ben-Hur si sentiva forte e chiaro il messaggio di una redenzione realizzata
attraverso la vittoria della fede sulla corrotta Roma imperiale, è evidente che qui
siamo entrati in un presente disilluso. Capace di vedere la corruzione e il degrado
morale e civile, ma incapace di porvi rimedio. Il sogno di Marco Aurelio di restituire il potere al popolo sotto la guida del Senato, rinunciando agli eccessi prevedibili di una sovranità imperiale, fallisce subito con il suo assassinio.
Qui i dispositivi spettacolari non promettono più una moralizzazione – e quindi una salvezza – ma offrono dei simulacri a una vera vita che tuttavia non esiste, affondando nel cinismo sotteso alla classica formula del «panem et circenses». Nulla parla di rinascita. La malinconia è l’orizzonte del film. Se a Hollywood Roma è lo specchio dell’America, dovremmo dire che qui a rispecchiarsi è il senso di un declino: il sogno di purezza e di superiorità mondiale a livello globale si è risolto in un nulla di fatto, anzi in una disillusione radicale. L’impero non è più sinonimo di grandezza, ma di fragilità, di declino, di fine. Forse addirittura di una colpa nei confronti degli altri popoli del mondo. Rispetto alla capacità del cinema di cogliere i sintomi del presente, è singolare che questo senso onnipresente di decadenza si accompagni perfettamente – fin dalla scena iniziale del film, con la vittoria in battaglia di Massimo – con una rappresentazione di Roma come superpotenza militare, perfettamente organizzata e tecnicamente superiore a tutti i nemici.
Se nel film del 2000 il gladiatore è ancora una figura etica, rappresentazione dell’idea di una libertà che si oppone all’ingiustizia dell’impero, in *Il Gladiatore 2* il protagonista non è più in grado di portare un’etica della resistenza, né di opporsi all’impero. Vive oramai in un mondo di rovine, abitandone i resti e conservandone la memoria. Se nel primo film il corpo del gladiatore è un corpo politico, nel secondo è diventato ormai un corpo mediale attraversato dalle immagini. Dunque inevitabilmente tutto interno allo spettacolo con cui il potere sopravvive faticosamente al proprio declino. La ricerca di una giustizia personale faceva del primo gladiatore una figura della libertà, nel quale sopravviveva l’eco del martire. Nel secondo film, invece, il gladiatore è libero solo nello spazio scenico della sua cattività, offerta in spettacolo all’interno dei combattimenti pubblici.
Da *Quo Vadis* a *Il Gladiatore*, una parabola si è dunque compiuta. Se la categoria della fede costituiva un bilanciamento rispetto al potere imperiale, ora la riflessione si muove piuttosto lungo la linea della consapevolezza dell’immagine come elemento centrale dei dispositivi di potere. Se ancora in *Cleopatra* la spettacolarità serviva a mostrare la grandezza dell’impero, ormai essa è passata al compito di neutralizzare la crisi e, in un certo senso, di trattenere la fine del mondo esorcizzandola. In quest’ottica si compie la vera tragedia di Massimo. Nonostante il suo eroismo, il gladiatore non è in grado di redimere l’impero. Certo, ne riflette la crisi, mostrandone le contraddizioni e le tensioni, ma non riesce a trovare una reale alternativa.
L’orizzonte della salvezza lascia dunque spazio a una critica del potere, condotta tuttavia da un personaggio – il gladiatore – che è a esso irriducibilmente interno. Il desiderio di Massimo di tornare a casa è, da questo punto di vista, sintomatico proprio del suo fallimento. Il gladiatore non ha più una casa, che è anzi simbolicamente sostituita dalle immagini dei Campi Elisi, dove rincontrerà la moglie e il figlio. Ma non c’è un altrove verso cui andare.
**_LA FEBBRE DELL’IMPERO. HOLLYWOOD E IL MITO DI ROMA_**
Non a caso, l’ultimo film di Francis Ford Coppola, il controverso *Megalopolis* (2024), riflette proprio sull’appropriazione mitologica da parte degli Stati Uniti dell’antica Roma: un architetto visionario lavora alla costruzione futuristica di una città ideale. Il film non rappresenta Roma, ma la riprende dentro di sé. La ingloba come mito fondativo e la proietta sul paesaggio urbano e mentale dell’America contemporanea. In questo modo il regista porta a compimento un movimento carsico che attraversa tutta la storia del cinema americano: il ritorno a Roma come figura del potere, ma anche come allegoria della decadenza e del sogno di rifondazione.
Come nei grandi peplum, il centro del racconto è un impero in crisi. Ma questa volta la crisi non è esterna né storica: è interna all’immaginario stesso che ha sostenuto la civiltà americana e la sua industria simbolica. *Megalopolis* mette in scena la decomposizione del sogno di potenza che aveva sorretto la costruzione mitologica della Roma hollywoodiana. Qui l’impero non è più modello o riflesso, bensì fantasma e ossessione. In questo senso il film assomiglia a una confessione: l’America guarda Roma per ritrovare sé stessa, ma scopre che quel riflesso è ormai vuoto, instabile, contaminato. La stessa idea di costruire una «nuova Roma» coincide con la presa di coscienza del fallimento dell’impero come forma storica e come dispositivo estetico. È una nuova Roma già ripensata cinematograficamente, in una sorta di mitologia di secondo livello. Rimangono nomi che a questo punto echeggiano come esotici e che rimandano non solo a un altro tempo e a un altro luogo, ma proprio a un’altra storia.
Ma questa megalopolis non è più un altrove. È la metafora terminale del sogno americano, della città che si voleva eterna e che oggi deve riconoscere la propria fragilità. In questo senso, è un film post-imperiale nel senso più radicale: non met
In scena la caduta di Roma, ma la consapevolezza che Roma non smette mai di cadere, e che l’America continua a riconoscersi in questa interminabile caduta. Un passato sembra ritornare, ma in realtà si presenta sempre come estraneo.
In questa condizione, la Roma hollywoodiana non smette di essere utile. Continua a funzionare come lente interpretativa. Essa mostra come le immagini – e non solo le istituzioni – siano oggi il luogo di cui si discute la legittimità. Questa è forse la questione: non che l’impero sia caduto, ma che il potere si sia trasferito in nuove forme. Oggi più che mai la lotta per il predominio si gioca sulle forme della visibilità e della narrazione.

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limes2512/QUATTORDICESIMO_ARTICOLO.md

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# ATLANTE OSSIMORICO DI UNA CAPITALE SFUGGENTE
di Fabrizio MARONTA
Lo stereotipo semplifica, nel caso di Roma mistifica. La città offre infatti una rassegna di contraddizioni vere e apparenti, frutto delle dimensioni e di molte stratificazioni. Il rapporto con l’Italia. L’eterno confronto con Milano. Melting pot alla romana.
### Roma è piccola. E grande
Che tu possa vedere nulla
di più grande della città di Roma.
Quinto Orazio Flacco
Sotto il profilo demografico, Roma non è una grande metropoli per gli standard contemporanei. Roma Capitale, cioè il territorio comunale, conta circa 2,8 milioni di abitanti. Quest’area è estremamente vasta, perché urbanizzata – specie dal secondo dopoguerra – con un modello di sviluppo tentacolare concentrato soprattutto lungo le direttrici consolari e (poi) ferroviarie, lasciando vuoti molti grandi spazi interstiziali che si vanno colmando nel tempo con ulteriori, spesso enormi interventi di urbanizzazione. Con una superficie di quasi 1.300 kmq – un multiplo rispetto ai 182 kmq di Milano o ai 119 kmq di Napoli – quello di Roma risulta così il comune più esteso d’Italia, ma anche dell’Unione Europea. La sua superficie è divisa in quindici municipi, alcuni dei quali (III, V, VI, VII e X) con popolazioni superiori a 200 mila abitanti. Questo territorio è suddiviso a sua volta in una notevole quantità di rioni (22, tutti nella parte più centrale corrispondente in gran parte ai primi due municipi), quartieri (35, molti con popolazione superiore ai 10 mila abitanti), suburbi e zone (61, tutti assimilati a quartieri dai romani, di norma all’oscuro di questa distinzione tassonomica).
Gli abitanti diventano poco più di 4,2 milioni se si allarga lo sguardo alla Città metropolitana, cioè all’insieme dei territori limitrofi connessi alla città propriamente detta da una fitta rete di legami sociali, economici, infrastrutturali e funzionali. L’area metropolitana conta 120 comuni (Roma esclusa) suddivisi in 11 zone (Civitavecchia, Bracciano-Fiumicino, Monterotondo, Fiano Romano, Tivoli, Subiaco, Palestrina, Frascati, Colleferro, Velletri e Pomezia), individuate dal centro principale situato in ognuna di esse.
A livello globale, Roma (Capitale e Metropolitana) è una metropoli medio-piccola: occupa appena il 134° posto nella classifica mondiale delle principali città per numero di abitanti, dominata dalle megalopoli asiatiche. Shanghai, Delhi, Karachi e Pechino hanno tutte oltre 18 milioni di abitanti (hinterland esclusi); per trovare la prima città europea in senso lato bisogna arrivare al 13° posto (Mosca, 13 milioni di abitanti), mentre la prima europea in senso stretto è Londra (34° posto, 9 milioni di anime). Diverso il discorso su scala europea (escluse Russia, Turchia e Ucraina): qui Roma (Comune) si piazza al quarto posto dopo Londra, Berlino e Madrid. Su scala italiana, invece, stacca di misura tutte le altre città: la più grande area metropolitana dopo Roma è Milano, con quasi 3,3 milioni di abitanti (quasi 1,4 milioni il Comune), seguita da Napoli e Torino. Tutte le altre, da Bari in poi, hanno meno di due milioni di abitanti.
L’aneddotica vuole Milano città socioeconomicamente repulsiva, in cui il costo insostenibile della vita spinge nell’hinterland legioni di studenti e persone a reddito medio-basso, ma anche fette crescenti di classe media determinate a difendere il proprio potere d’acquisto, soprattutto al momento di comprare casa. Il fenomeno è noto e documentato, oltre che evidente a chiunque frequenti la città e i suoi dintorni, ma Roma non è da meno. Anzi. In controtendenza rispetto a tutte le altre aree metropolitane d’Italia, Roma – insieme a Genova, Firenze, Bologna e Milano – negli ultimi anni ha acquisito popolazione, invece di perderne. Milano, l’area con l’incremento di gran lunga maggiore, ha visto però un aumento percentuale di popolazione più pronunciato nelle aree (semi)centrali, anche per effetto di una diffusa frenesia immobiliare e edilizia che ha cambiato il volto di aree di pregio, come Gae Aulenti o la ex Fiera. A Roma, invece, l’incremento demografico si è concentrato soprattutto nelle aree (semi)periferiche. Se nel 1981 quasi il 76% della popolazione della (attuale) Città metropolitana si concentrava a Roma contro un 24% nell’hinterland, oggi la relazione è 65% contro 35%.
Come in ogni grande città, alla popolazione residente di Roma va aggiunta quella fluttuante, le cui componenti di gran lunga maggiori sono i pendolari e i turisti. Quanto alla prima categoria, sono quasi 360 mila i non residenti che si recano abitualmente (su base giornaliera o settimanale) a Roma per lavoro. Gran parte – quasi 288 mila individui, l’80% circa del totale – dal Lazio, soprattutto (220 mila circa) dall’area metropolitana. Il resto da altre Regioni: specie Campania, Abruzzo e Toscana, ma anche (in ordine decrescente) Lombardia, Puglia e Sicilia. Si tratta per oltre due terzi di figure altamente specializzate (tecnici, professionisti, funzionari), mentre quasi il 20% è costituito da operai che lavorano nei molti cantieri pubblici e privati della città.
Ai pendolari si sommano i turisti: con oltre 41 milioni di presenze nel 2023 (di cui 28 milioni circa dall’estero e quasi 13 milioni dal resto d’Italia), Roma è la città italiana più visitata, seguita da Venezia (oltre 38 milioni di presenze), Milano (oltre 16 milioni), Napoli (quasi 14 milioni) e Firenze (quasi 13 milioni). Queste città (soprattutto Roma e Venezia) rappresentano anche i principali punti d’ingresso nel paese dall’estero. La vulgata vuole quello romano un turismo «straccione», che alle masse scaricate da compagnie aeree low-cost (nel 2024 Fiumicino è stato il primo scalo d’Italia con oltre 49 milioni di passeggeri, seguito da Malpensa con circa 29 milioni e da Bergamo con circa 17 milioni) e meganavi da crociera (al porto di Civitavecchia) somma i «pellegrini che spendono poco». I numeri però dicono altro. Se il totale del valore aggiunto turistico per la città – oltre 13 miliardi di euro nel 2024 – è alto in virtù della mole di presenze (la seconda città in classifica, Milano, si ferma a 4,7 miliardi), per valore aggiunto pro capite (considerando i soli abitanti del Comune) Roma è al quarto posto con quasi 5 mila euro, molto dopo Venezia, Rimini e Firenze, ma abbastanza sopra Milano e molto sopra Bologna o Napoli. Inoltre, con una permanenza media di 4 giorni (rispetto a una media nazionale di 3,3 e ai circa 2 di Milano), Roma stacca tutte le altre città italiane.
Una terzo apporto demografico esterno è costituito dalla popolazione studentesca. Roma è sede di quattro atenei pubblici (Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre e Foro italico per le discipline sportive), di numerosi atenei privati tra italiani (Luiss, Lumsa, Link Campus, Camillus, Campus Bio-Medico, Cattolica, Unint, Uer e Iusm) e stranieri (American University, John Cabot, St. John’s) e di varie accademie pontificie (salesiana, lateranense, antoniana, urbaniana e Auxilium), solo per citare le realtà principali. Nell’a/a 2023-24, per iscritti spiccavano Sapienza (circa 112 mila), Roma Tre (quasi 34 mila), Tor Vergata (circa 31 mila), Foro italico (circa 2.300) e Unint (1.300 circa). Aggiungendo gli altri atenei, si arriva a un totale di circa 190 mila iscritti. Di questi, a seconda dei criteri utilizzati (soprattutto in riferimento alla presenza e durata di un contratto d’affitto), gli studenti fuori sede risultano compresi tra 40 e 80 mila.
### Roma è provinciale. E aperta
A Roma ho trovato un nuovo inizio.
Eppure, da Roma non mi aspettavo nulla.
Thomas Bernhard
L’immigrazione va dove c’è lavoro, che rappresenta il maggior fattore d’attrazione e il primo motore d’integrazione. Questa realtà assodata si riflette plasticamente nella distribuzione territoriale della popolazione immigrata in Italia. Oggi si contano nel nostro paese 5,2 milioni di stranieri residenti, pari al 9% circa della popolazione. Poco più del 20% proviene dalla Romania, seguono Albania e Marocco (quasi l’8% ognuno), Cina (6% scarso), Ucraina (poco più del 5%), Bangladesh (3,7%), India, Egitto, Pakistan e Filippine (3% circa ognuno), Nigeria, Senegal, Sri Lanka e Tunisia (2% circa ognuno). Quasi il 23% di queste persone (1,2 milioni) risiede in Lombardia, mentre solo il 12% (640 mila circa) nel Lazio. Il resto del Nord (soprattutto Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana) assomma un altro 46% circa, mentre a tutto il Centro-Sud (Lazio escluso) va il residuo 20% scarso, di cui un 5% solo in Campania.
Se dalla dimensione regionale passiamo a quella metropolitana, il quadro cambia. A giocare è sicuramente la grandezza della base demografica: con 517 mila presenze, Roma è la Città metropolitana che ha più stranieri residenti, sopra Milano (490 mila circa) e molto oltre la terza classificata (Torino, 221 mila presenze). Gioca però anche il tessuto economico, dal momento che la classifica delle città italiane per numero di stranieri residenti non ricalca pedissequamente la graduatoria per numero di abitanti. In termini di incidenza percentuale degli stranieri sul totale dei residenti, con il 15,2% Milano supera invece Roma (12,3%), che si colloca terza dopo Firenze (13,4%) quasi a pari merito con Bologna.
Sebbene, come visto sopra, negli ultimi anni la crescita demografica sia concentrata nell’hinterland, Roma Capitale (il territorio comunale) assomma ancora il grosso (oltre 352 mila) degli stranieri presenti nel territorio metropolitano. I restanti sono particolarmente numerosi nelle aree costiere (Guidonia, Fiumicino, Pomezia, Anzio, Tivoli e Ladispoli, in ordine decrescente), dove si concentrano le seconde case dei romani che, se affittate per tutto l’anno, risultano accessibili.
Il peso delle nazionalità varia a seconda che si prenda in considerazione il territorio comunale o il resto dell’area metropolitana. In entrambi i casi domina la componente romena, anche se in modo molto più schiacciante nell’hinterland, mentre nei quindici municipi di Roma Capitale è più forte la presenza della tradizionale comunità filippina, del subcontinente indiano e del caleidoscopio di nazionalità meno numerose. Ciò riflette il fatto che Roma è, al contempo, sede consolidata delle nazionalità di più vecchia data e punto d’approdo dei nuovi arrivati.
### Roma è povera. E ricca
Roma (…) aristocratica e stracciona.
Federico Fellini
In un paese policentrico come l’Italia, l’incidenza sul pil (prodotto interno lordo) nazionale di Roma è nettamente inferiore a quella delle altre capitali europee: poco più del 9%, dato pressoché invariato da inizio millennio e battuto (al ribasso) per ragioni storiche solo da Berlino, con il 6%. Al confronto, Varsavia e Madrid sforano il 20%; Oslo, Londra, Stoccolma e Parigi si situano intorno al 30%; Praga, Helsinki, Bruxelles, Copenaghen e Lisbona sforano o superano il 35%; Dublino, Budapest, Atene e Sofia eccedono il 40%.
In valore assoluto, il confronto con Milano (10% del pil nazionale) è relativamente bilanciato, ma il capoluogo lombardo ha metà degli abitanti. Ancor più stridente il paragone regionale: se infatti la Lombardia genera il 22% del pil italiano, il Lazio si ferma intorno al 12% evidenziando l’apporto spropositato di Roma.
Gli anni Dieci del nuovo millennio sono stati una sorta di decennio perduto per l’economia romana. A partire dalla crisi economico-finanziaria del 2008-09 e ancor più dopo il 2011, con l’introduzione del Fiscal compact, le nuove condizioni di austerità si sono sommate a debolezze strutturali scatenando una tempesta perfetta: crollo degli investimenti pubblici, blocco del turnover nelle pubbliche amministrazioni, crisi delle imprese medio-grandi a partecipazione pubblica e proliferazione di microimprese meno produttive, conseguente espansione del terziario poco specializzato a fronte di una contrazione dei settori (finanza, ict) più avanzati, aumento del turismo a bassa capacità di spesa e calo degli investimenti privati. Fattori solo in parte compensati da un’alta natalità aziendale, da un peso di lavoratori a elevata qualifica e alta istruzione maggiore delle altre grandi città italiane, dalla forte presenza della ricerca pubblica.
Dalla fine del Covid-19 l’economia romana è rimbalzata, ma se in aggregato il paragone più ovvio – quello con Milano – mostra una sostanziale equipollenza, i dati quantitativi pro capite e il profilo qualitativo raccontano una storia un po’ diversa. Nel 2022 la Città metropolitana di Roma contava oltre 2,9 milioni di contribuenti: mezzo milione in più di Milano (2,4 milioni circa). Eppure, il reddito imponibile complessivo era di poco superiore: 73,2 miliardi di euro, contro i 72,1 di Milano. Il reddito medio lordo pro capite dichiarato nel 2024 (anno d’imposta 2023) è stato di 30.174 euro a Roma e di 38.989 euro a Milano, a fronte di un reddito medio italiano pari a 23.650 euro. Nel 2022 l’incidenza dei contribuenti sul totale dei residenti era del 75% circa a Milano e del 65% a Roma, mentre il pil per abitante a Milano era di oltre 66.600 euro (il dato più alto tra le città metropolitane), quando Roma sforava i 45 mila euro (terza dopo Bologna). Un dato in crescita del 12% sul 2021, ma non abbastanza da compensare lo squilibrio con il capoluogo lombardo (che quell’anno segna peraltro un +8%). La differenza si riflette anche negli estremi. A Milano il 6,2% dei contribuenti ha un reddito lordo maggiore di 75 mila euro l’anno, contro il 5% scarso di Roma; i redditi bassi (sotto i 10 mila euro) ogni 100 contribuenti agiati (sopra i 75 mila euro) sono però 19 a Roma e 30 nel capoluogo lombardo, che dunque risulta più «diseguale» della capitale.
### Roma è assistita. E intraprendente
Guerra santa contro Roma ladrona.
Umberto Bossi
Quello sopra descritto è il prezzo da pagare per essere la città dei ministeri e dei ministeriali, che vive di burocrazia e poco altro? Sicuramente Roma non ha la concentrazione di istituzioni finanziarie e aziende di Milano, né il Lazio ha il tessuto produttivo lombardo. Nella Città metropolitana di Milano sono ubicate le sedi centrali di oltre 20 banche (tra italiane ed estere), sette grandi gruppi assicurativi (nazionali e non), 54 aziende italiane e 43 estere, oltre a quasi 60 sedi secondarie di altrettanti gruppi industriali e finanziari, italiani ed esteri. In totale, Milano assomma quasi metà delle sedi centrali di multinazionali estere presenti in Italia.
Dopo aver subìto un generale depauperamento nel «decennio perduto», il tessuto aziendale di Roma ha conosciuto negli ultimi anni una ripresa. Oggi nel Lazio (in buona parte nell’area urbana di Roma) ha sede il 12% delle grandi multinazionali estere (con più di 250 addetti) presenti in Italia, tra cui realtà del calibro di Q8, Ibm, Microsoft, Google, Procter & Gamble o Johnson & Johnson. Il panorama delle grandi aziende romane resta tuttavia dominato dai grandi gruppi (ex) pubblici come Enel, Eni, Poste, Telecom, Leonardo, Ferrovie, Anas, Sogei, Terna o Fincantieri, cui si affiancano marchi storici del lusso come Bulgari, Fendi e Valentino che mantengono un forte legame con la città, o gruppi come Maire, Almaviva e Mbda.
A Roma nel 2023 si contavano quasi 445 mila imprese registrate, contro le circa 386 mila di Milano. Nel 2022 in Italia vi erano circa 14.200 start-up attive, di cui oltre 1.500 registrate a Roma, seconda Città metropolitana per numero dopo Milano (quasi 2.700). In rapporto al numero di imprese attive, le start-up a Roma erano lo 0,44%: metà rispetto a Milano (0,88%), ma molto più della media nazionale (0,14%). L’incidenza delle società di capitale sul totale delle registrate era, nel 2023, identica a Roma e a Milano (52%), mentre una notevole differenza si riscontrava nell’incidenza delle imprese attive sul totale delle registrate: 82% a Milano contro il 76% scarso di Roma, a fronte di una media nazionale dell’85% circa. Anche così la Roma (Città metropolitana) conserva il primato nazionale delle imprese attive (350 mila circa) con circa 1,5 milioni di addetti, mentre Milano con circa 300 mila imprese attive totalizza quasi 1,3 milioni di occupati: una ratio simile, dato che in entrambe le città il 90% circa delle aziende si colloca nell’alveo delle microimprese (fino a 9 dipendenti).
Quanto ai famigerati ministeriali, Roma occupa nel pubblico più persone rispetto alle altre città italiane, dato che alle amministrazioni locali somma quelle centrali dello Stato e diversi organismi internazionali. Tuttavia, il divario si è molto ridotto negli anni per via di un calo dei dipendenti pubblici più rapido rispetto al resto d’Italia. Nel 2017 il personale effettivo in servizio nel settore pubblico a Roma ammontava a circa 253 mila unità: 577 addetti ogni 10 mila abitanti, contro una media nazionale di 499. Se si guarda ai dipendenti comunali, nel 2023 Roma ne aveva 86 per 10 mila abitanti, contro i 97 della media nazionale e i 110 di Milano.
Infine, i trasferimenti pubblici. Nel 2020 le somme versate a Roma e a Milano dallo Stato centrale incidevano per un ammontare simile sul totale delle entrate: 24,6% e 22,5%, rispettivamente. In termini pro capite, a Milano sono andati 650 euro per residente contro i 545 di Roma, anche se avendo quest’ultima molti più abitanti il totale a essa versato (1,5 miliardi circa) supera quello del capoluogo lombardo (circa 910 milioni).
### Roma è papalina. E secolare
A Londra, tranne il papa, c’è tutto.
A Roma, tranne tutto, c’è il papa.
Stendhal
«Se a Roma tiri un sasso prendi una chiesa o un prete», recita un noto detto. Le chiese censite dalla diocesi di Roma sono 410, tra cui quattro basiliche maggiori (San Giovanni in Laterano, San Pietro, San Paolo fuori le mura e Santa Maria Maggiore), 61 basiliche minori, 169 chiese rettorie, 112 chiese annesse a istituti religiosi o arciconfraternite, 31 chiese nazionali (chiese cattoliche affidate a comunità nazionali), 21 chiese regionali italiane e 12 chiese di rito orientale. Tante ma non tantissime, se si pensa che Firenze – con appena 365 mila abitanti – ne conta circa 150. Anche se alcune fra le romane, specie le basiliche maggiori (su tutte San Pietro), hanno un «peso specifico» fuori scala.
I sacerdoti sono invece circa 5 mila tra secolari (non appartenenti cioè ad alcun ordine) e regolari, oltre a 405 diaconi permanenti e circa 1.800 seminaristi. Molto più difficile stimare il numero di frati e suore: nel 2022 in Italia se ne stimavano circa 80 mila (circa 65 mila le suore), di cui verosimilmente molti a Roma, stante la presenza del Vaticano e di un patrimonio immobiliare ecclesiastico (composto da circa 4 mila edifici in Italia) concentrato per oltre il 90% nella capitale.
Questo però poco o nulla ci dice della religiosità dei romani. Prendendo in considerazione la Città metropolitana, nel 2023 i cattolici battezzati erano l’82% (quasi 2,6 milioni di persone), contro l’87,5% di Milano. Tuttavia, quello stesso anno a livello nazionale solo il 61% dei residenti (circa 35 milioni di persone) si dichiarava cattolico, il 7% (4 milioni circa) era affiliato ad altre denominazioni cristiane – soprattutto ortodossi (1,8 milioni) e protestanti (600 mila), il 2% si professava di altre religioni e il 28% (16 milioni) «irreligioso», mentre il 2% non rispondeva. In pochi anni, nella patria del cattolicesimo quest’ultimo è arretrato notevolmente, se si considera che nel 2017 a dichiararsi cattolico era il 74,4% degli italiani, mentre le altre confessioni e i non credenti assommavano il 22,6%.
Nell’ambito di queste rilevazioni Roma figura in linea con i dati nazionali, anche per la forte presenza di popolazione immigrata. Nella Città metropolitana, il totale dei cristiani (compresi ortodossi, protestanti e altre confessioni) tra gli immigrati sfora il 60% (309 mila persone), che si riduce ulteriormente (56,5%, 199 mila persone) nel territorio comunale (le quote di Milano sono, rispettivamente, 46,7% e 43,3%). Come nel capoluogo lombardo, le percentuali di musulmani, buddisti e non religiosi sono rilevanti, concorrendo al frazionamento del panorama religioso. Tanto che a Roma dal 1995 sorge quella che ad oggi resta la moschea più grande d’Italia, con una capienza di 12 mila fedeli ma che nelle principali festività islamiche registra afflussi di 30-40 mila persone al giorno.
Più che una Roma compattamente e indefettibilmente papalina, quello che ci appare è dunque un caleidoscopio di religioni, in cui la popolazione autoctona risulta sempre più secolarizzata e la religiosità è alimentata anche, in misura ormai determinante, dall’adesione a fedi altre dal cattolicesimo tradizionale.
### Roma è invivibile. E amata
Amore, amore, svortata a quella prima
e sei stata risucchiata dalla Cassia
chissà adesso co’ chi stai, chissà se sei arivata mai.
Corrado Guzzanti
La grande bellezza non è per tutti. Se per centro storico in senso stretto consideriamo, come convenzionalmente si fa, i 12 kmq ricompresi nelle Mura aureliane (lunghe circa 18 chilometri) che individuano il I municipio e in cui si concentra il grosso del patrimonio archeologico, i residenti non superano le 115 mila persone. Se allarghiamo lo sguardo a quella che è stata definita «città compatta» - i circa 100 kmq, pari all’8% del territorio comunale, corrispondenti alla corona semicentrale densamente costruita nel Novecento e soprattutto nel secondo dopoguerra – vi troviamo un terzo degli abitanti di Roma: 1 milione di persone circa. Un altro milione scarso vive nelle periferie – più o meno belle, agiate, residenziali o commerciali – entro il Raccordo anulare, mentre il restante terzo vive fuori Raccordo (sempre dentro il territorio comunale).
A fronte di questa estensione, le infrastrutture della mobilità cittadina scontano un noto e annoso ritardo, solo in parte colmato dallo sforzo degli ultimi anni. Roma ha oggi 60 chilometri di metropolitane (escluse le ferrovie urbane), a fronte dei 112 di Milano. Per confronto, Oslo (700 mila abitanti) ne ha oltre 80 chilometri, Stoccolma (995 mila abitanti) 106 chilometri e Berlino e Madrid (paragonabili a Roma per abitanti) rispettivamente 146 chilometri e quasi 300 chilometri. Con metà dei residenti, Milano vede oltre 1,1 milioni di transiti giornalieri nella sua rete di metropolitana, contro i 700 mila circa di Roma. Risultato: a Milano circolano ogni giorno circa 1,3 milioni di auto e poco meno di 200 mila motocicli, mentre Roma è percorsa ogni giorno da quasi 2 milioni di auto e oltre 380 mila tra moto e scooter. Ogni anno a Milano l’automobilista medio passa nel traffico 226 ore, a Roma 254. Il bilancio degli incidenti, pur configurando in entrambe le città un bollettino di guerra, rispecchia solo in parte la sproporzione. Nel 2024 Milano ha registrato 12.741 incidenti stradali, con 90 vittime e 16.257 feriti, mentre a Roma gli incidenti sono stati 13.924 (relativamente pochi di più), con 17.196 feriti e 134 vittime.
Molti altri aspetti rendono Roma una metropoli a dir poco difficile, rispetto a Milano e ai sempre citati – anche e soprattutto dagli esasperati romani – «standard europei». Indicatori chiave come la manutenzione di strade e verde pubblico, la gestione del ciclo dei rifiuti – mai chiuso, almeno se e finché l’attuale giunta comunale non riuscirà nella titanica e meritoria impresa di dotare Roma di impianti d’incenerimento e compostaggio adeguati – o la qualità di mezzi pubblici e annesse infrastrutture, in via di tangibile e si spera duraturo miglioramento dopo anni di doloso sgoverno.
Eppure, nella classifica Ecosistema Urbano 2025 di Legambiente che prende in considerazione sei criteri (aria, acque, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia), Roma si piazza al 66° posto su 106: in basso, ma non così tanto rispetto a Milano (57°) e Torino (62°) e molto più su di Palermo (101° posto) e Napoli (103°), anche se molto più giù di Bologna (9°), Firenze (21°) e Genova (40°). Inoltre, pur restando tra le città italiane con la maggiore incidenza di reati (soprattutto furti e droga: circa 6.400 illeciti ogni 100 mila abitanti), in questa triste classifica Roma è preceduta da Milano (6.950) e Firenze (6.500).
La capitale è anche tra le dieci «più verdi» d’Europa: con i suoi 109 kmq di copertura arborea è terza dopo Oslo e Berlino. In Italia invece è settima (Genova è prima, Milano decima), mentre risulta seconda dopo Genova per estensione degli spazi verdi. Molti di questi sono spazi «di qualità»: i parchi delle antiche ville patrizie e nobiliari (Pamphili, Ada, Borghese, Torlonia, Sciarra, Gordiani) pienamente inseriti nel tessuto urbano e frequentatissimi dai romani, cui si affiancano i grandi parchi più grandi e «selvatici» (Acquedotti, Appia Antica, Caffarella, la riserva naturale dell’Aniene), come o più dei primi ricchi di archeologia, oltre che di flora e fauna variegate.
Soprattutto, e malgrado tutto, Roma è amata da chi la abita. Quasi 9 romani su 10 (87,5%) si dicono complessivamente soddisfatti della qualità della vita e dei servizi, assegnando una sufficienza piena (6,7) senza però regalare nulla. Restano infatti molto critici su pulizia delle strade (5,1) e raccolta dei rifiuti (4,9), tiepidi sulla mobilità (6 autobus e tram, 6,3 metro, 6,4 taxi). Più positivi i giudizi su musei (7,3), Auditorium (7,2), Bioparco (7,1), parchi e ville storiche (6,9), asili nido (6,8) e acqua potabile (7,2). Una pagella nel complesso non tenera che smentisce lo stereotipo del romano sciatto, assuefatto a un degrado che lo assolve dai suoi doveri civici. Ma che, proprio per la lucidità della (auto)critica, manifesta il profondo sentimento che lega Roma ai romani.

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limes2512/QUINDICESIMO_ARTICOLO.md

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# ‘Come rifare Roma grande’
Conversazione con Roberto GUALTIERI, sindaco di Roma
a cura di Lucio CARACCIOLO e Giuseppe De RUVO
LIMES Cosa signifca governare una città con una vocazione universale?
GUALTIERI Roma è unica. Per governarla e rilanciarla occorre tenere a mente la sua dimensione universale e dotarsi di una robusta consapevolezza storica. Quando sono stato eletto la città era in condizioni molto critiche, ma non possiamo addossare la responsabilità soltanto a quel sindaco o a quel governo. Il punto è che per una lunga fase si è pensato che la capitale fosse più un peso che una risorsa per l’Italia. Un’entità parassitaria. Non si trattava soltanto di una percezione tipicamente «nordista», ma di una visione ancora più profonda che considerava sia la statualità sia la politica – e in primo luogo le politiche pubbliche – degli elementi obsoleti nel mondo della globalizzazione. Questa lunga stagione oggi è fnita. Ovunque lo Stato sta tornando, e purtroppo a volte in forme piuttosto prepotenti e aggressive. Ma comunque ci stiamo rendendo conto che le capitali, in Europa, in fondo servono eccome.
Anche per questo tra i punti centrali del nostro programma abbiamo messo il recupero del rapporto tra Roma e lo Stato italiano. Questa città la si governa dal Campidoglio, ma anche coinvolgendo di più le istituzioni nazionali. La capitale non deve pensarsi come un corpo separato, ma sollecitare lo Stato a mantenere alta l’attenzione nei suoi confronti. Il buon risultato del Giubileo deriva anche da questa impostazione.
In secondo luogo, per governare Roma occorre avere piena consapevolezza delle sfde, ma anche delle straordinarie risorse e opportunità che discendono dall’essere non solo la capitale di uno Stato nazionale ma anche una città universale. Roma custodisce le tracce diffuse di un impero che ha segnato in profondità la civiltà mondiale, e da quell’eredità è ancora oggi plasmata in modo pervasivo. Una vocazione universale che si è rafforzata ancora da quando la città è diventata centro mondiale della cristianità. L’eredità della Roma antica ne fa un punto di riferimento non solo turistico, ma una vera e propria matrice della civiltà occidentale. Ciò naturalmente non va declinato in termini suprematisti o occidentalisti. Si possono dare diverse interpretazioni dalla storia romana, ma l’imperatore Claudio aveva chiarito che la grandezza della Città eterna derivava dal fatto che non aveva basato la cittadinanza sull’etnia, bensì sulla legge e sulla capacità di integrazione. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano sempre considerato Roma un modello: una struttura multietnica, multiculturale, fondata sul diritto e non sulla razza.
Nella nostra strategia di trasformazione della città abbiamo quindi attribuito un ruolo signifcativo al recupero di un rapporto più forte col passato della Roma antica, come ad esempio col progetto per il Centro archeologico monumentale (Carme), che punta a valorizzare la stratifcazione storico-archeologica della città e renderla più fruibile, utilizzando le aree antiche come nuove agorà per i romani oltre che come attrazioni turistiche. Anche la dimensione di Roma come centro mondiale della cristianità – anche qui in una chiave non esclusivista, ma con una forte vocazione al dialogo interreligioso e all’universalismo di un messaggio incentrato sulla fraternità – deve essere assunta e valorizzata pienamente nella visione e nel governo di Roma, perché fornisce immense risorse spirituali e civili per affrontare le sfde e i problemi del mondo contemporaneo. Anche per superare, sul piano simbolico oltre che pratico – dopo la lunga stagione di separatezza, pur «riconciliata», che quella cesura urbana rappresentava – abbiamo voluto dedicare piazza Pia all’«abbraccio» tra Roma e la Santa Sede. Una scelta maturata anche alla luce del ruolo fondamentale che la nuova piazza ha svolto nel Giubileo e nel restituire ai romani il piacere di tornare a passeggiare in quell’area e a vivere questo meraviglioso confne tra città e l’area della Basilica di San Pietro.
Allo stesso modo, negli ultimi anni abbiamo intensifcato la collaborazione con la Chiesa su molti temi di interesse comune. Infne, questa vocazione universalistica che deriva a Roma dal suo passato deve spingerci a recuperare un’ambizione e una proiezione nell’innovazione e nel futuro, come grande città della scienza, della conoscenza e della tecnologia, che punti a essere una smart city d’avanguardia, una capitale dell’università e della ricerca, un distretto territoriale capace di sostenere lo sviluppo di settori ad alto valore aggiunto.
LIMES Quali sono i fattori che moltiplicano l’infuenza di Roma in Italia e nel mondo?
GUALTIERI Questa molteplice dimensione di capitale nazionale e di città universale, se adeguatamente compresa e valorizzata, è un forte vettore di infuenza e di sviluppo. D’altronde investire sulla capitale non è solo un vantaggio per Roma, ma per tutto il paese. Come mostrano anche gli ultimi dati, penso per esempio all’eccezionale performance sull’export registrata quest’anno, la crescita di Roma fa bene all’Italia ed è una condizione per un paese più forte e competitivo.
La natura cosmopolita e universalistica di Roma, radicata nel passato e viva nel presente, è una risorsa straordinaria e una potente leva di infuenza e al tempo stesso una grande responsabilità. Il nostro patrimonio storico e artistico non è semplicemente una questione locale. Se decido di aprire al pubblico il luogo in cui è stato ucciso Giulio Cesare, la notizia fa subito il giro del mondo. Lo stesso vale per la presenza della Santa Sede. Non parlo solo delle Chiese, di Caravaggio, Michelangelo o Raffaello. Parlo di una realtà che fa di Roma il centro della prima religione del pianeta e, al tempo stesso, un laboratorio nel quale – anche grazie al magistero di papa Francesco, ora rilanciato da papa Leone – si viene da tutto il mondo per discutere, in una chiave umanistica che mette al centro la persona, delle grandi sfde del mondo globale: dai temi ambientali alla pace, dalle migrazioni all’intelligenza artifciale.
Infne la vocazione di Roma ad essere un grande centro culturale, il recupero di un ruolo nel cinema, nella moda, costituiscono oggettivamente un fattore di infuenza e presenza nell’immaginario globale.
LIMES Colpisce quanto il giudizio su Roma sia generalmente molto favorevole all’estero, mentre tra gli italiani prevalga spesso una visione più critica.
GUALTIERI È per questo che parlo di «riconciliarsi»: col tempo è stato costruito un racconto, in parte alimentato da una stagione di declino e degrado, che ha fnito per svilire la città. Fortunatamente abbiamo invertito la rotta. Il discorso pubblico su Roma è profondamente cambiato e la trasformazione e il rilancio della città sono sotto gli occhi di tutti, anche se c’è ancora molto da fare. Intanto perché abbiamo dimostrato che Roma può essere governata ed è capace di gestire al meglio anche sfde ed eventi di eccezionale complessità e diffcoltà. Per l’organizzazione del Giubileo dei giovani e dei funerali di papa Francesco – che hanno visto uno straordinario gioco di squadra tra le diverse istituzioni – abbiamo ricevuto complimenti da ogni angolo del mondo, persino dai servizi segreti americani.
Il salto di qualità nell’organizzazione è il prodotto di tre anni di riqualifcazione amministrativa. L’Ama è oggi un’azienda effciente e moderna, che ha una centrale operativa digitale che usa l’intelligenza artifciale e ha mezzo miliardo di dati geolocalizzati che consentono di pianifcare meglio il lavoro – per esempio individuando le caditoie a rischio allagamento – e gestire le emergenze. L’Atac fa circolare gli autobus con regolarità e via così nei vari ambiti dell’amministrazione.
In secondo luogo, anche grazie alla mole imponente di investimenti pubblici – abbiano aperto 1.500 cantieri – alla crescita degli investimenti privati e al boom del turismo l’economia cittadina si è messa in moto, e i risultati si vedono, con l’occupazione e l’apertura di nuove imprese e il reddito pro capite che viaggiano a tassi ben superiori a quelli nazionali. La Città eterna è insomma oggi una delle locomotive economiche dell’Italia, non soltanto il suo centro culturale e amministrativo. E infatti il Global Cities Index, negli ultimi tre anni, ha confermato la nostra scalata: Roma ha superato Milano ed è entrata nella top ten europea.
LIMES Dal suo osservatorio privilegiato, qual è l’aspetto più signifcativo e al tempo stesso meno riconosciuto di Roma?
GUALTIERI Spesso si ignora che la capitale ospita una quantità enorme di scienza, industria e tecnologia. Due esempi minori, ma signifcativi: Roma è uno dei principali centri europei per livello di interconnessione internazionale, grazie agli hub e ai collegamenti long haul di Sparkle. Le lunghe dorsali sottomarine del traffco di dati arrivano qui. E non a caso cresce l’apertura di data center, che stanno passando da 19 a 43. Abbiamo un’importante fliera delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, un sistema universitario solido e siamo un polo di eccellenza in ambiti pregiati come l’aerospazio o il biomedicale.
Anche come amministrazione abbiamo scelto di investire con decisione sulla tecnologia: Roma è la prima città al mondo ad aver realizzato un sistema d’intelligenza artifciale pubblico basato sugli strumenti offerti da Gpt e Microsoft, con dati di proprietà e certifcati in tempo reale, per offrire tutte le informazioni turistiche e sulla città. E l’anno prossimo saremo i primi a rilasciare ai cittadini documenti e certifcati tramite queste tecnologie. La capitale è come una grande azienda: quando si muove, si muove tutto il mercato. Per questo cerchiamo di sostenere questa svolta digitale e tecnologica, considerandola un pilastro nel sistema di specializzazioni produttive e industriali del territorio.
Anche l’attenzione verso la città è in crescita. Lo vedo tutti i giorni nella rassegna stampa, che è ricchissima, a partire da quella estera. E naturalmente, quando Roma inizia a giocare nella categoria che le compete può mettere in campo risorse davvero uniche ed è essa stessa una straordinaria risorsa strategica per il nostro paese. Per tutto questo, è evidente che per governarla non basta l’ordinaria amministrazione. Occorrono progetti all’altezza della sua potenza simbolica: ripensare l’area dei Fori, creare nuove piazze, sviluppare l’intelligenza artifciale.
LIMES Quali sono, a suo avviso, i progetti prioritari sulla forma urbis?
GUALTIERI Posso citarne tre. Il primo è il progetto Carme, che punta al recupero della consapevolezza di cosa rappresenta il nostro centro archeologico. Qualcosa già si vede: stiamo realizzando la nuova passeggiata archeologica e a breve partirà il rifacimento dei Fori imperiali. Vogliamo valorizzare ciò che c’è sotto i nostri piedi senza snaturare la superfcie. È un grande piano che punta a restituire questi luoghi ai romani. Alcune aree negli anni si erano trasformate in spazi attraversati solo da turisti diretti al Colosseo e ai vari musei. Non si tratta solo di restituire alla cittadinanza la bellezza che le appartiene, ma anche di restituire centralità civica, culturale e simbolica ad alcuni luoghi.
Il secondo progetto è il recupero del Tevere, un fume centrale per Roma che, però, è stato quasi «murato» per risolvere il problema delle piene e delle alluvioni. Il quale deriva dal fatto che, a differenza della Senna, il suo livello sale e scende. I muraglioni hanno messo in sicurezza Roma, ma hanno fatto scomparire il fume dalla vita della città. Oggi realizziamo i parchi d’affaccio, riqualifchiamo le banchine e i muraglioni e portiamo avanti il piano per rendere il fume balneabile e navigabile, rimettendolo al centro della forma urbis insieme allo straordinario reticolo idrografco e naturalistico fatto di parchi e aree verdi che rende Roma dal punto di vista ambientale un unicum a livello mondiale.
La terza dimensione da recuperare è marittima. Pochi sanno che Roma è una città di mare con 17 chilometri di costa che si affaccia su un mare pulitissimo. Da qui un progetto che riguarda non solo la gestione delle concessioni balneari, che abbiamo messo a bando, ma la riqualifcazione completa di tutto il litorale. Abbiamo coinvolto progettisti di Rimini per realizzare uno dei più bei lungomari d’Italia. L’affaccio sul mare di Roma dovrebbe avere una centralità analoga a quello che avviene a Barcellona e, in futuro, persino a Rio De Janeiro.
LIMES Manca però un vero porto commerciale.
GUALTIERI Roma non ha bisogno di un porto commerciale perché quello di Civitavecchia copre già quella funzione. Ciò che conta, per recuperare un rapporto con il mare – oltre ai cavi sottomarini e alle altre questioni geopolitiche – è proprio questa dimensione marittima quotidiana. Per noi rappresenta una dimensione strategica, su cui investire molto.
Abbiamo quindi tre assi: il reticolo stratigrafco-archeologico, che non è solo in centro ma è diffuso in tutta la città, il sistema fuviale e ambientale e la dimensione marittima. Sono le direttrici fondamentali su cui fondare un’ondata di rigenerazione urbana, con investimenti pubblici e privati soprattutto nelle periferie. Il tutto all’interno di una città sempre più tecnologica e interconnessa, e anche per questo stiamo costruendo una delle reti 5G più sofsticate al mondo. Sono ingredienti fondamentali per ricucire le enormi fratture interne, sociali e territoriali, anche cercando di recuperare alcune capacità. Penso per esempio alla fnanza, che in alcuni ambiti deve anch’essa tornare a Roma. D’altronde con il passaggio di Borsa italiana dagli inglesi di Lse a Euronext, dove oggi Cassa depositi e prestiti ha lo stesso peso della sua omologa francese, Roma, in silenzio, sta costruendosi una propria specializzazione fnanziaria. Euronext Clearing è la più grande cassa di compensazione del continente e ha sede qui, come pure Mts, ovvero la principale piattaforma di negoziazione europea dei titoli di Stato. Senza alcuna rivalità con Milano, perché c’è spazio per tutti, a Roma la presenza del settore fnanziario è destinata a crescere.
LIMES In una città che unisce due Stati, oltre al Comune, alla Provincia e alla Regione, la sovrapposota delle competenze è un problema?
GUALTIERI Innanzitutto serve collaborazione e coordinamento tra le istituzioni, ma la città ha anche bisogno di rafforzare il proprio ordinamento come Roma Capitale. È anche questo il senso della positiva iniziativa per la riforma costituzionale, di cui condivido l’impostazione. Giustamente il testo del governo non scioglie la Regione Lazio né la Città metropolitana, e quindi conferma che Roma è un Comune, ma un Comune con un ordinamento speciale, dotato di alcune competenze legislative limitate ma molto specifche, nei campi dell’urbanistica, del trasporto pubblico e dell’ordinamento interno, e di una maggiore autonomia fnanziaria e amministrativa. È evidente che Roma non può essere trattata come un Comune di 30 mila abitanti. Nel concreto, ciò signifca poter decidere in autonomia il prezzo del biglietto dell’autobus, predisporre un piano rifuti senza ricorrere di continuo ai poteri commissariali, regolamentare gli afftti brevi. È un impianto che potrà funzionare soltanto se alle nuove funzioni saranno assegnate anche risorse suffcienti. La città patisce da anni un pesante gap di fnanziamento. Per esempio, il nostro livello pro capite nel campo dei trasporti pubblici è la metà di quello di Milano. Partiamo da uno squilibrio pregresso che va corretto. E poi, Roma ha 2,8 milioni di abitanti uffciali, che di fatto sono però circa 4,3 milioni: pendolari, pellegrini, turisti e tanti romani che per ragioni fscali hanno la residenza fuori dal comune. Signifca che riceviamo risorse parametrate su 2,8 milioni di residenti, ma dobbiamo gestirne ogni giorno quasi il doppio. Sostengo insomma il testo del governo, ma solo a una condizione: la legge ordinaria che dovrà dettagliare le nuove competenze e individuare le risorse va elaborata subito e in modo condiviso.
LIMES Quali sono le principali faglie socioeconomiche che persistono? E come possono essere affrontate senza snaturare la città?
GUALTIERI A Roma si sono accumulate fratture sociali e territoriali notevoli, che non possono essere sottovalutate. Parliamo di una città molto grande con disuguaglianze marcate: per quanto riguarda il reddito pro capite, dal municipio più ricco al più povero si passa da 45 mila a 19 mila euro. E se andassimo ad analizzare le situazioni dei quartieri all’interno di quei municipi, troveremmo una forbice ancora più ampia. Noi proviamo a ricucire queste spaccature. E oltre alla riqualifcazione dei luoghi stiamo realizzando anche un lavoro importante: l’identifcazione dei confni e dei nomi dei quartieri. Un’operazione fondamentale che non era mai stata fatta in modo sistematico: ora sappiamo che sono quasi 350. Il quartiere è un elemento identitario. Vogliamo favorire lo sviluppo di una città moderna, cosmopolita, smart e digitalizzata, ma che non dimentichi la dimensione della prossimità e della comunità. Ciò è possibile anche grazie a uno straordinario tessuto associativo. Puntiamo molto sul decentramento e sulla partecipazione attiva. Abbiamo disseminato iniziative culturali in ogni zona – teatri, cineforum e quant’altro. In occasione della Festa della musica, mi piacerebbe che ogni quartiere avesse la propria orchestra, per unirsi alla grande sflata cittadina e portare in strada l’energia e la creatività delle nostre comunità. Sono tasselli importanti per recuperare orgoglio e senso di appartenenza, per sentirsi parte di qualcosa: romani e cittadini del mondo. Stringiamo patti di collaborazione con poli civici, parrocchie e associazioni. E i nostri bandi per la gestione condivisa dei beni comuni stanno avendo un successo enorme di partecipazione.
Un’altra sfda da questo punto di vista, ovviamente, è quella di governare il turismo. È un settore che può ancora crescere, ma di certo non al prezzo di trasformare il centro in un parco a tema. Roma non va snaturata e nemmeno svuotata. Per questo chiediamo di poter regolamentare gli afftti brevi. Anche l’assistente virtuale a cui abbiamo lavorato serve a uscire dal dominio dei media digitali a pagamento, che sono generatori di sovraffollamento: ti mandano dove vogliono loro, in quella pizzeria accanto a Fontana di Trevi o al Vaticano, che probabilmente non è nemmeno buona. Serviva da tempo uno strumento di supporto in grado di aiutare il visitatore e non solo. Nessun sindaco sano di mente potrebbe mai pensare di non volere più turismo a Roma, ma il fenomeno può essere governato e reso di maggiore qualità. Da questa prospettiva, nel campo dei servizi pubblici l’intelligenza artifciale svolge un ruolo fondamentale. Devi però usarla con i tuoi dati.
LIMES Quindi i data center usati per allenare queste intelligenze artifciali sono tutti di nostra proprietà?
GUALTIERI Certamente, sono nostri. E saranno anzi gli altri a chiederci i dati, perché noi, grazie alla capillarità dei servizi comunali, disponiamo di un patrimonio informativo unico. Parlo di Ama e di Atac, per esempio, ma anche della mappatura «Greenspaces», attraverso cui ogni albero ha una sua cartella clinica. Stiamo creando i gemelli digitali di tutto il nostro patrimonio urbano. Ogni service provider ha un suo livello, ma poi tutto confuisce nell’ambiente operativo di Roma, formando una base dati molto ricca.
Il 5G offre poi altre possibilità, poiché permette di installare sensori sulle telecamere senza dover scavare per inserire nuovi cavi. Rende tutto più rapido. Oggi le telecamere servono, di fatto, soltanto a verifcare cosa sia successo una volta che un crimine è avvenuto. Con l’intelligenza artifciale, invece, possiamo ottenere un monitoraggio in tempo reale. È quello che abbiamo fatto con Leonardo e i suoi algoritmi: se ci sono rischi di sovraffollamento, un’arma o una colluttazione, la segnalazione potrà arrivare subito. Nessun gruppo di esseri umani può tener d’occhio 20 mila telecamere in contemporanea. L’intelligenza artifciale permette di vedere le cose mentre accadono.
Si tratta di un controllo democratico, che rispetta pienamente il diritto alla privacy, senza riconoscimento facciale, che offre tutte le garanzie necessarie, ma potentissimo. Lo abbiamo già sperimentato durante il Giubileo, con una performance da «Guinness dei primati»: è stato il più grande allestimento tecnologico audio-video mai realizzato. Non per numero di persone, ma per quantità di tecnologie impiegate, con schermi, altoparlanti, sensori, telecamere. Cerchiamo di cavalcare le trasformazioni in atto, ma sempre mantenendo il controllo. Per questo, in futuro, vorremmo anche lanciare un manifesto dell’intelligenza artifciale pubblica e umanistica, a cui stiamo già lavorando. Come ha giustamente indicato anche papa Leone XIV, l’evoluzione vorticosa delle tecnologie è paragonabile per impatto sui sistemi economici ed effetti sulla vita delle persone alle grandi rivoluzioni industriali dei secoli scorsi. Richiede dunque di essere interpretata e governata, tenendo presenti princìpi etici di equità e partecipazione. Roma, con la sua storia e con la vocazione tecnologica che oggi è in grado di esprimere, può diventare un grande centro di elaborazione sul governo dei nuovi ecosistemi digitali.

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# VINCERE PER COSTRUIRE LA PACE. VIOLENZA E INTEGRAZIONE NELLA STORIA DI ROMA ANTICA
di Luigi CAPOGROSSI COLOGNESI
Uno dei caratteri fondanti dell'antica Roma si associa a quella peculiare forza militare all'origine del suo vasto e duraturo impero su uomini e territori, preservatosi come un modello ideale nella memoria collettiva dei popoli europei. Con il rischio, tuttavia, di diventare un luogo comune e un riferimento così generico da impedire una reale comprensione delle logiche che guidarono l'azione politico-militare di Roma e delle ragioni del suo successo, al di là dei generici riferimenti alla Romana disciplina o alla virtus. In tal senso è utile partire dalla constatazione di quanto sia stata lenta e difficile la fase iniziale di questa storia, non riducibile solo a un percorso glorioso di vittorie e conquiste militari. Aspetto che solo indirettamente traspare dalla narrazione fattane dagli stessi romani.
Perché se scorriamo quanto essi ebbero a scrivere del loro passato, a partire dalla grande opera di Livio, ci imbattiamo nel ricordo di una serie pressoché ininterrotta di battaglie vittoriose combattute dai vari re di Roma, da Romolo sino all'ultimo, Tarquinio il Superbo, e proseguite poi nel primo secolo della repubblica – il V a.C. – corredato dagli elenchi delle città e dei territori conquistati. Solo che, a ben riflettere, ci rendiamo conto che nell'arco di questi primi tre secoli della sua storia, i nomi dei popoli vinti e delle città conquistate sono sempre gli stessi, in una ripetizione che ci fa pensare più a ricorrenti scaramucce di confine che a definitive espansioni territoriali. Senza poi considerare che, se andiamo a riscontrare su una carta geografica l'ubicazione di queste stesse conquiste, ci rendiamo conto che esse hanno comunque riguardato un'area estremamente circoscritta della pianura laziale, limitata a ovest dalla costa non pienamente controllata da Roma se non nel sicuro caposaldo di Ostia (probabilmente solo in alcuni momenti estesa sino ad Anzio e a Circei), a sud dai Colli Albani, e a nord segnata dal Tevere, la cui sponda settentrionale è sempre restata nel pieno controllo di una città totalmente avversa a Roma (e a essa vicinissima) come Veio. Nel complesso si tratta di un territorio di pochi chilometri quadrati. Né più profonda appare poi l'espansione a est, tra il corso del Tevere e quello dell'Aniene. Dove le conquiste romane non riescono neppure a giungere al lucus Feroniae, l'area dove attualmente è situata l'area di servizio dell'Autostrada del Sole a nord di Roma e allora sede di un grande santuario dei sabini e dei falisci: altri popoli ostili a Roma e da essa indipendenti.
Al carattere relativamente modesto di questa prima estensione territoriale di Roma dovette corrispondere, tuttavia, una sua crescita economica e demografica piuttosto consistente, associata al suo ruolo di grande snodo nei sistemi di comunicazione tra due aree più sviluppate economicamente e demograficamente come il mondo etrusco, a nord, e le ricche città campane, a sud. Talché, sulla base di questo rafforzamento economico, la nuova schiatta di re d'origine etrusca insediatisi al governo della città nel corso del VI secolo a.C. fu in grado di potenziare notevolmente l'esercito cittadino, ampliando gli organici dei soldati dotati delle costose armature dell'epoca e facendo di Roma la città più importante nell'ambito della relativamente piccola comunità dei popoli latini. Posizione che si preservò anche dopo la caduta dei re, con le trasformazioni politiche che sfociarono nelle nuove istituzioni repubblicane, sebbene la città fosse indebolita da una lunga crisi interna. Gli storici antichi insistono infatti sulla violenza dei conflitti scoppiati tra la vecchia aristocrazia impegnata ad assicurarsi il controllo del governo cittadino e gli strati popolari – i plebei – che pretendevano una adeguata partecipazione a esso. Solo al termine di più d'un secolo di lotte tale crisi si concluse con l'ammissione della plebe al governo della città, rendendo possibile una seria ripresa dell'espansionismo politico romano, in una dimensione ben superiore a quello che aveva caratterizzato la fase precedente.
Sin qui la storia di Roma non sembra differire granché da quella delle maggiori città che fiorirono più o meno contemporaneamente in Grecia, con le sue isole, e nella Penisola italica, oltre che sulle coste dell'Asia Minore. Con varie modalità e secondo logiche in parte diverse, in quest'area del Mediterraneo s'era infatti precocemente affermata una pluralità di centri urbani caratterizzati dal controllo del territorio circostante, in dimensioni tali da assicurare l'autosufficienza della popolazione in essi confluita, organizzati come una comunità di cittadini liberi e partecipi a vario titolo di un potere politico condiviso, impegnati tutti a difendere militarmente la loro piccola patria. Modello sociale e politico molto diverso dai grandi imperi e regni a base territoriale – largamente diffusi sin dal III millennio a.C. nel Vicino Oriente mediterraneo, retti da un potere autocratico, a fondamento religioso, esercitato da un sovrano assoluto su popolazioni spesso molto numerose e sparse anche in aree territoriali molto vaste. Rispetto a questi imperi, tuttavia, su questi nuovi soggetti politici – le città – gravava un fattore limitante che sembrava insuperabile, tanto che la riflessione filosofica greca lo aveva assunto come loro caratteristica costitutiva. Si trattava dei limiti che, per la sua stessa natura, si ponevano alla crescita e al rafforzamento della città Stato (com'è stata indicata dagli storici ottocenteschi). Perché l'elemento «democratico» a essa intrinseco, legato alla partecipazione dei cittadini soldati alla vita e al governo della città, in sistemi sociali che non conoscevano affatto forme di rappresentanza indiretta nel gioco della politica, comportava una limitazione numerica della città stessa.
Questa è la fisionomia di fondo che caratterizza anche Roma, sortita dalla lunga stagione in cui venne a completarsi il suo interno ordinamento che aveva confermato quella sua fondamentale fisionomia militare, già definita nell'età dei re etruschi. E che le derivava dal ruolo preminente di un ceto semiprofessionale di governo ricavato dalle file del patriziato, anzitutto sulla base dei ruoli svolti dai singoli nelle continue campagne militari. Il compromesso patrizio-plebeo del 367 a.C. non aveva fatto che assorbire all'interno di questa élite anche gli strati superiori, per ricchezza e ruoli, della plebe, potenziandone la compagine. Talché nel corso di tutta la repubblica le cariche di governo continuarono a essere monopolizzate dalla cerchia di aristocratici patrizio-plebei, titolari di ricchezze che li esimevano da qualsiasi forma di lavoro per sostenersi e che potevano quindi impegnarsi a tempo pieno e gratuitamente negli affari politici e nei sempre più pesanti impegni militari, alla guida dei vari eserciti romani.
I rampolli delle «cento famiglie» e dei lignaggi che da sempre avevano governato la res publica erano impegnati a ripercorrere i passi dei padri, a partire dall'impegnativo e lungo servizio militare che toccava a ogni cittadino. Ma sin da allora interveniva di fatto quella selezione che li avrebbe preparati alle future competizioni nell'arena politica. Costoro, infatti, lungi dal militare come fanti nella legione, venivano sovente a collocarsi – qui i vincoli di amicizia e le alleanze politiche e i rapporti clientelari erano determinanti – al diretto servizio dei vari magistrati impegnati nel comando degli eserciti. Nel loro stato maggiore imparavano l'arte del comando, le strategie e le tattiche militari, il know-how materiale: dalla fortificazione degli insediamenti dei soldati alle tecniche stradali utilizzate nella costruzione di quel reticolo di viae militares che avrebbe permesso alle legioni romane di spostarsi rapidamente nelle varie aree italiche, moltiplicando la loro efficacia. E in quel particolare contesto, al vertice delle legioni romane, avevano modo di distinguersi dalla massa dei militi, per valore, per capacità, ma anche per eventi fortunati, accumulando una buona fama da spendere poi, una volta finiti i loro impegni militari, entrando, come s'addiceva ai loro pari, nell'agone politico e dovendo quindi sollecitare il voto dei loro concittadini. Con il che un punto appare abbastanza chiaro: coloro destinati a emergere poi in esso, venendo eletti alle varie magistrature, vi giungevano con un'adeguata esperienza in ambito militare. Per questo si può parlare del ceto di governo romano come di un'aristocrazia militare in grado di misurarsi con quei veri e propri professionisti della guerra che erano i generali degli eserciti di mestiere così diffusi negli Stati ellenistici, e con cui i romani si confronteranno sin dalle guerre contro Pirro e contro Cartagine.
Questi sono i presupposti che resero possibile l'imponente quanto rapido decollo della potenza politico-militare romana in ambito italico, verificatosi nell'arco di meno d'un secolo. Se il primo e importante passo era stato già realizzato nel 396 a.C., con la definitiva vittoria su Veio che aveva reso possibile la rapida espansione romana nelle ricche terre dell'Etruria, la vera e propria svolta si ebbe quando nel 338 a.C. Roma riuscì a sottoporre alla sua signoria non solo l'intero mondo latino e le altre importanti popolazioni situate nel Lazio meridionale, ma anche gli opulenti centri della Campania settentrionale, tra cui Capua, forse la più ricca città dell'intera Penisola. In un ciclo espansivo che proseguì poi, nel 290 a.C., con la definitiva vittoria sui sanniti insediati negli altipiani appenninici tra la Campania, il Molise e le Puglie, cui fece seguito la relativamente facile acquisizione del dominio politico su tutte le ricche città della Magna Grecia, situate nell'Italia meridionale, e la contemporanea conquista delle ricchissime terre della Sabina e del Piceno, sino all'Adriatico, a sud di Rimini. Alla vigilia delle guerre con Cartagine, Roma aveva affermato ormai la sua signoria politica su tutta l'Italia peninsulare a sud del Po, accingendosi a dilagare verso la Pianura Padana.
La superiorità militare romana era stata ben collaudata sia dalla continua serie di scontri militari intervenuti in quel periodo sia dai diversi contesti in cui intervennero tali scontri, talché le nuove difficoltà incontrate sui veri terreni di guerra, come nel caso del lungo confronto con quei formidabili avversari che furono i sanniti, costrinse i generali romani a modificare la stessa struttura tipo dei loro eserciti. Fu un importante sviluppo delle tattiche militari romane finalizzato a dare maggiore elasticità alle proprie legioni per adattarsi a scontri militari che si svolgevano spesso in aree territoriali impervie e poco adatte al tipico combattimento di linea della fanteria.
In generale le guerre condotte in quella stagione tendevano a concludersi con definitive vittorie ottenute sul campo di battaglia, spesso con altissimi costi umani, destinate a riverberare i loro effetti devastanti sulla popolazione civile. Ma per quanto alti fossero i costi pagati dai vinti (e talora anche dai romani), un punto era certo: alla guerra seguiva la pace. Sembra un fatto ovvio, ma non lo è, se pensiamo come, proprio nella storia arcaica di Roma, le guerre con gli stessi nemici si riproponessero addirittura nel corso di secoli. Per non volgerci al nostro tragico presente, dove raramente i conflitti armati si chiudono con pacificazioni definitive. E questo, io credo, non fu solo il frutto della superiore capacità militare e della ferrea disciplina delle legioni romane.
V'è un aspetto della primitiva cultura romana che sembra connotarla in modo particolare rispetto alle altre società antiche, ed è la precoce formazione d'un autonomo sistema di sapere, separato dalle forme religiose, finalizzato allo studio e all'interpretazione delle primitive norme giuridiche. Che, ad opera dei primi interpreti di questo sapere: pochissimi autorevoli individui appositamente investiti di tale compito dalla città, furono isolate dalle tante prescrizioni religiose d'origine divina. L'importanza di questi primi giuristi venne poi accrescendosi a seguito dei risultati sempre più rilevanti conseguiti dal processo di arricchimento dell'originario patrimonio di regole, e dalla loro capacità di elaborare e mettere a disposizione dei propri concittadini nuove soluzioni e mezzi legali per risolvere le loro sempre più complesse esigenze in una società in trasformazione. Come ogni sapere tecnico, questa scienza dei giuristi più si sviluppava e più offriva ai suoi cultori uno strumentario interpretativo capace di conseguire risultati sempre più innovativi.
Questa premessa ci serve a capire cosa successe in Roma dopo la vittoria su Veio (396 a.C.), quando le nuove vittorie e conquiste territoriali iniziarono a susseguirsi in modo spesso anche troppo accelerato. Fu una lunga sperimentazione di queste nuove soluzioni, ideate di volta in volta in relazione alle specifiche situazioni che i romani si trovarono a gestire, che si svolse sin dalla metà del IV secolo a.C., con molteplici ricadute, non solo sul continuo incremento della potenza militare romana (forse neppure l'effetto più rilevante), ma in funzione di una complessiva ricomposizione del mosaico delle popolazioni italiche, rilevante sia sul piano economico e sociale sia nei suoi risvolti culturali, ridefinendo radicalmente la stessa fisionomia politica di Roma e della sua forza.
Si può affermare che sino a tutto il IV secolo il pur circoscritto espansionismo romano abbia seguito degli schemi piuttosto elementari: attraverso la costituzione di alleanze tra soggetti sovrani e insieme inviando propri presidi a controllare le tante situazioni di subalternità politica di popolazioni da essi vinte, cui venne sottratta una parte del loro territorio. Mentre in certi casi di conflitti particolarmente violenti queste stesse popolazioni furono asservite o disperse dal loro insediamento originario. Il caso più evidente è appunto costituito dagli esiti vittoriosi della lotta di Roma contro Veio, durata più d'un secolo e conclusasi con l'annientamento fisico della città etrusca. Tale esito appare certo il frutto della violenza della lotta, ma anche di una relativa povertà delle soluzioni istituzionali di cui disponeva Roma per costruire la propria egemonia politica nella Penisola.
Dopo di che, quando in uno strettissimo arco di tempo la potenza romana dilagò in Italia, affermandosi con guerre spesso molto dure, come quella sostenuta contro i sanniti, noi assistiamo alla moltiplicazione di situazioni, introdotte dai governanti romani, per disciplinare variamente i rapporti tra vincitori e vinti, rendendo possibile la formazione, spesso in tempi anche molto rapidi, di legami permanenti di carattere politico-istituzionale destinati a espandersi in ambito economico e sociale.
In tal modo s'avviò e si perfezionò sempre più nel tempo un'efficace politica d'integrazione di soggetti politici e di tradizioni anche etnoculturali diverse, fondata su un complesso di meccanismi nuovi, sostanzialmente finalizzati tutti ad aggirare il limite di crescita proprio della città Stato. Non ne possiamo sottovalutare l'importanza, giacché essi costituirono la base d'avvio dell'avventura imperiale della città, contribuendo in modo determinante al rafforzamento militare romano, indispensabile per far fronte a impegni sempre più gravosi e in un ambito geografico sempre più ampio (ricordiamo l'ammaestramento di von Clausewitz circa il progressivo indebolimento d'un esercito man mano che s'allontana dal suo ambito politico-territoriale d'appartenenza).
Questi nuovi legami giuridici, alla base della complessa rete di relazioni istituzionali e politiche romano-italiche, svolsero infatti la duplice funzione di stabilizzare i risultati politici conseguiti con le loro vittorie militari e di assicurare un ulteriore formidabile salto in avanti nella loro politica di potenza. Con essi, infatti, essi avevano aggirato quell'impossibilità, già richiamata, per una città Stato che avesse voluto preservare la propria autonomia sovrana d'accrescere le sue stesse dimensioni oltre misura. Più dell'arte della guerra, nel conseguire tali risultati fu determinante la straordinaria abilità con cui i governanti romani riuscirono a modificare dall'interno le istituzioni politiche e giuridiche proprie del modello cittadino, realizzando risultati affatto nuovi e sino ad allora impensabili. Un caso in cui l'arte della politica e le tecniche giuridiche appaiono saldarsi con esiti quanto mai felici.
Fu infatti frutto dell'inventiva di qualche geniale giurista, d'un qualche senatore o magistrato l'idea del tutto nuova che si potesse lasciare in vita una città conquistata, preservandone le forme organizzative e la sua capacità di autogoverno, incidendo soltanto sull'estensione della sua sovranità. Limitata ora per quanto atteneva alle sue relazioni con altre comunità, venendo vincolata a un'obbligatoria alleanza, subalterna, con il potere romano. Ma limitata anche sul piano economico per il dovere di fornire a Roma anche prestazioni di questa natura, in forma di tributi o altro. Di contro, quest'ultima veniva a estendere a questa miriade di nuove comunità l'accesso alle sue istituzioni giuridiche, ponendo i cittadini di esse in posizione di parità con i propri cittadini e permettendo loro di partecipare a quei traffici economici che venivano espandendosi, con indubbie ricadute positive.
Nell'arco di pochi decenni si venne così a realizzare una radicale trasformazione dell'antica città Stato che era stata Roma: sarebbe restata certo tale, ma divenne anche il centro politico e di governo di quasi tutto il mondo italico, secondo un sistema latamente confederale, di tipo piramidale. Non è questa la sede per approfondire il complesso reticolo di relazioni di semidipendenza in cui vennero a trovarsi i vari popoli italici destinato a comporsi in un assetto gerarchico, al vertice del quale restava Roma. Più in basso venivano a trovarsi le altre città, prima quelle (molto poche invero) costituite anch'esse da cittadini romani di pieno diritto ma esistenti come segmenti staccati della madrepatria e dotate di autogoverno, poi le antichissime alleate latine seguite da molte altre, variamente integrate nell'ordinamento romano, ma i cui cittadini erano esclusi dalla sfera politica romana, e infine le tante città Stato restate formalmente indipendenti, ma vincolate da trattati con Roma cui esse non potevano sottrarsi. Tutte queste impegnate a fornire uomini per l'esercito romano e risorse per l'esistenza stessa di questo nascente imperium.
Ma l'altro capolavoro conseguito dai giuristi e dai politici romani è appunto lo stesso statuto di Roma, al vertice del sistema, che restava sì – per quanto accresciuta nei suoi territori e con la sua popolazione – l'antica città Stato, ma che s'era anche moltiplicata nelle sue dimensioni complessive attraverso sempre più numerose città, sparse in Italia, popolate anch'esse da cittadini divenuti romani a tutti gli effetti: giuridici, politici e militari. Era un'invenzione del tutto nuova e paradossale che evitava all'antica città madre di avviarsi verso le forme dello Stato territoriale, ma le permetteva un sostanziale accrescimento dei suoi organici, fondamentale per la crescita delle legioni: il nucleo della propria potenza militare. Ciascuna di queste nuove città fatte di cives Romani viveva come entità separata, autoamministrandosi con suoi propri governanti locali. Solo che i suoi cittadini partecipavano alle assemblee popolari romane (quelli che riuscivano a giungere materialmente a Roma), servivano nelle sue legioni e potevano anche essere cooptati nel vertice politico romano.
In tal modo codesto sistema di tipo stellare che ruotava intorno al governo di Roma e da esso variamente dipendeva in cui s'erano venute sostanziando le relazioni romano-italiche negli ultimi secoli della repubblica, di fatto aveva messo a disposizione di Roma le risorse d'uno Stato nazionale, si direbbe oggi, considerando come un'entità unitaria l'area della Penisola che in esso era stata coinvolta. Offrendo tuttavia l'ulteriore, formidabile vantaggio ai romani di salvaguardare il pieno funzionamento di quel modello di città Stato da essi completato a metà del quarto secolo. Data la forma di indirect rule da essi costruita, era per loro possibile preservare la formidabile efficacia politica delle loro forme tradizionali di governo. Questo restava nelle mani d'un ristretto e ben selezionato manipolo di magistrati annuali, titolari d'un forte potere, ma controllati abbastanza da vicino da un Senato costituito da poche centinaia di notabili scelti per i ruoli da essi assolti al servizio dello Stato e nominati senza scadenza. Si trattava d'un sistema quanto mai efficace e agile, formalmente legittimato dal consenso di un'assemblea di tutti i cittadini soldati, convocata tuttavia solo di tempo in tempo. Un governo senza grande supporto burocratico, poi, giacché esso si fondava sull'autonomo funzionamento dei tanti centri cittadini in cui s'articolava il potere romano, viventi in genere suis legibus, senza che essi dipendessero da Roma.
Ma forse l'effetto più rilevante di queste nuove figure istituzionali che avvilupparono i popoli italici in una rete unificante fu il loro enorme contributo a quell'arte della pace in cui i governanti romani iniziarono a rifulgere nell'età d'oro della repubblica, come nel corso dell'età imperiale, accanto alla loro consolidata virtù bellica. E iniziamo da un fatto singolare, non sempre rilevato dai moderni: che la storia delle conquiste romane, in Italia, è narrata dagli antichi senza nulla abbellire della violenza degli scontri e talora della durezza dei primi provvedimenti assunti dopo la fine delle ostilità, come nella conquista della Sabina o del Sannio o con la vittoria sui secolari nemici di Roma nel Lazio meridionale, i volsci. Tanto più sorprendente è però il silenzio che circonda le successive relazioni tra le popolazioni sottomesse e il nuovo potere romano. Rarissimi sono gli episodi di ulteriori forme di resistenza, o le notizie di qualche velleitario sussulto antiromano, rapidamente liquidato, spesso anche in virtù di delazioni e dissociazioni tempestive da parte dei locali.
È troppo generalizzata questa durevole pace che segue anni, talora molti decenni di aspre lotte antiromane, perché non ci si debba interrogare in proposito. A partire dal IV secolo a.C. il quadro si apre su uno scenario pacificato. E anche dove si rivelassero resistenze, le sanzioni si concentrano su alcuni individui, non più sulla singola comunità nel suo insieme, o si sostanziano in modifiche degli statuti riconosciuti alle varie popolazioni: provvedimenti disciplinari, insomma, mai il ritorno della violenza bellica. E che si tratti di un risultato molto importante, lo attesta il sostanziale fallimento del progetto che ispirava la formidabile campagna di Annibale in Italia che contava appunto sulla dissociazione delle tante popolazioni italiche solo di recente inglobate a vario titolo nel potere romano. Ciò si realizzò solo nel caso dei galli, ancora freschi delle loro sconfitte, in alcune aree dell'Etruria e nel caso isolato di Capua (dov'è chiarissimo il ribaltamento dei rapporti di forza interni a essi, con il prevalere delle forze popolari sulle tradizionali élite di governo, restate filoromane).
Su questa subitanea e durevole pacificazione ha certo pesato il timore suscitato dalla persistente presenza militare romana, ma ancor più deve aver giocato il precoce avvio di molteplici processi d'integrazione tra i vinti e i vincitori, dopo lo choc delle vittorie militari. Dobbiamo tener conto, anzitutto, che il carattere della nuova egemonia romana presentava un aspetto essenzialmente transattivo, risultato di quello che è stato definito come un grand bargain tra élite. Con le vittorie romane, s'offriva ai gruppi dominanti delle tante società che ne erano state coinvolte, in cambio della lealtà alla potenza dominante, la conferma dei propri ruoli all'interno delle comunità d'appartenenza. Rientrava infatti nel deciso orientamento aristocratico della dirigenza politica romana il rafforzamento e la tutela delle aristocrazie locali, in cambio della fedeltà politica da esse assicurata anche per conto dei propri concittadini. Mentre proprio codesto allineamento, agevolato dai tanti rapporti intercorsi sin da tempi remoti tra queste stesse élite romano-italiche contribuiva a vanificare l'eventualità d'un ricompattamento delle varie popolazioni in senso antiromano. Una pratica, del resto, riscoperta spesso anche nelle politiche espansionistiche e coloniali degli europei in età moderna.
Certo, per molti italici la conquista romana aveva significato distruzioni e perdite, spesso espulsioni dalle loro proprietà fondiarie, divenute ora ager publicus di Roma, o lasciati al margine dei nuovi insediamenti di coloni romani beneficiari delle terre requisite alle varie comunità. Ma va anche considerato che, poi, molti di coloro che erano stati espropriati dalle conquiste romane furono coinvolti nei nuovi assetti produttivi, fornendo l'indispensabile mano d'opera e trovando anche nuovi sbocchi ingenerati dalle nuove dinamiche economiche, con l'accelerazione dei processi d'urbanizzazione e l'integrazione delle realtà locali in una più ampia e consistente circolazione di uomini e merci. Frutto, appunto, della generalizzata pacificazione di tanta parte della Penisola.
Ed è qui che si rivelò di fondamentale importanza, per la dirigenza romana, il nuovo strumentario tecnico di cui essa disponeva con lo sviluppo delle forme giuridiche. Fu infatti prodotto da una sapiente forma di soft power dispiegata da Roma il progressivo inserimento delle comunità sottomesse – ma anche dei vecchi e fedeli centri loro alleati – in un vasto processo d'integrazione che assicurò una piena parificazione giuridica (superando l'originario isolamento giuridico proprio delle città Stato) degli appartenenti a tutte queste comunità con i propri cittadini, estendendo progressivamente la protezione offerta dal diritto romano. Un fatto di fondamentale importanza per permettere il coinvolgimento soprattutto delle élite locali ricche di mezzi finanziari e di terre nella crescente rete dei traffici che si venne rapidamente svolgendo in ambito italico, e che ora iniziava ad ampliarsi verso le altre sponde del Mediterraneo. In un mondo che non conosceva le rigide barriere religiose introdotte dalle religioni monoteistiche né la radicale separatezza tra le razze che avrebbe caratterizzato altre civiltà del futuro, queste relazioni sociali, rapporti di reciproca ospitalità o vere e proprie alleanze politiche si sostanziarono anche in un tessuto sempre più stretto di relazioni economiche e sociali, ma anche matrimoniali (sponsali soprattutto tra romani e cittadine italiche, spesso ben dotate, sono largamente attestati nelle fonti antiche), creando un comune tessuto connettivo sulla cui forza si fondò anche il successivo formidabile sviluppo militare di Roma, a partire dalle guerre puniche.
Con esse, e con la crisi segnata dalla discesa di Annibale in Italia, l'invincibile genio militare che massacrava gli eserciti romani mandati ad affrontarlo, si giunse alla svolta segnata dal finale trionfo romano su Cartagine immediatamente seguito dalle intense campagne militari che portarono al controllo romano di tutti i grandi (e ricchissimi) regni orientali che s'affacciavano sul Mediterraneo. Allora si completò la piena integrazione degli italici nella forza militare romana, ribadendo, in quegli anni di lotta, i vincoli già avviati sul piano giuridico ed economico. È allora che il latino divenne la lingua comune che unificò tutte le contrade italiche, tant'è che già alla fine del II secolo a.C. le testimonianze che ci restano denotano un radicale contrarsi delle altre lingue italiche, pur ricche di storia, dall'etrusco all'osco o al falisco. E questo senza nessuna imposizione dall'alto, ma solo per lo spontaneo orientarsi delle condotte collettive.
La romanizzazione degli italici avrebbe trovato la sua sanzione oggettiva nella rivolta d'Oriente contro il dominio romano. Il segnale che dette in tal senso Mitridate, re del Ponto, fu quello di ammazzare quei commercianti che avevano incarnato lo spirito di dominio e di spoliazione dei conquistatori romani. E questa caccia all'uomo fu scatenata contro i commercianti italici, non contro i soli romani, tant'era fusa in unità, nell'immaginario collettivo, questa avanguardia del nuovo imperialismo di Roma, senza distinzioni di statuto giuridico.
La diffusa consapevolezza di quest'attitudine romana all'integrazione, che attraversa tante pagine della letteratura antica, da Polibio a Livio, da Cicerone a Plutarco, oggi ci appare anche qualcosa di più che solo autocompiacimento o riflesso di dibattiti politici, esprimendo al meglio l'esercizio d'un soft power attraverso la seducente offerta dalla speranza. Speranza di passare dallo statuto di subalternità a quello dei padroni del momento, di promozione politica e quindi anche sociale.
E quanto sapere politico ed arte del governo supportasse un orientamento del genere, da parte romana, nulla più della famosa epistola dell'imperatore Claudio al Senato sta ad attestarlo. Per questo saggio e goffo imperatore si trattava di vincere la resistenza di questo aristocratico organismo nei riguardi del suo intento di promuovere nei ranghi del Senato alcuni notabili della Gallia Transalpina, solo di recente inglobati nella cittadinanza romana. Che razza di idea quella di elevare al vertice della politica romana gente che sino a pochi anni prima aveva combattuto contro Roma! A ciò il principe rispondeva ricordando come alcuni degli stessi antichissimi re di Roma fossero stati stranieri. E anche l'origine straniera della sua stessa gens, la grande stirpe protagonista di tanta storia repubblicana. Perché, spiegava Claudio, questo era sempre avvenuto nella storia romana: da Alba prima, e poi «dall'Etruria, dalla Lucania e dall'Italia tutta sono stati designati dei senatori, e da ultimo l'Italia intera» s'era unita con la cittadinanza romana. Dov'è chiarissima l'idea che questo continuo ampliamento della stessa cittadinanza ai traspadani e poi ai provinciali servisse «a rinvigorire l'impero con l'inserirvi i più forti dei provinciali». Ed evitando quindi il destino di «rovina degli spartani e degli ateniesi», derivato appunto dal fatto «d'aver tenuto lontani i vinti, quali stranieri». Insomma, un vero e proprio sommario di teoria della politica, ma anche di propaganda. Non a caso l'imperatore provvide a render pubbliche queste sue idee, facendo esporre il testo di questa sua lettera, trascritto su tavole di bronzo destinate a durare nel tempo.
Talché non può meravigliare che la complessa architettura politica della repubblica, in alcuni suoi aspetti essenziali, fosse recuperata nelle sue logiche di fondo dal grande compromesso di Augusto, nel disegno da lui dato al nuovo ordine politico del principato. Dove il consolidamento dei sistemi gerarchici, a base dei preesistenti equilibri sociali, s'integrò appieno con il carattere selettivo dei meccanismi di integrazione e di crescita politico-sociale dei singoli e delle comunità, attraverso la politica della cittadinanza. Sino, infine, alla logica conclusione di questa sapiente politica imperiale, sostanziatasi nella concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero, nel 212 d.C., sotto Caracalla.
Propongo infine un esempio di come effettivamente veniva ad articolarsi questa politica sostanzialmente così espansiva, nei vari contesti storici e geografici. Concentrandomi su un caso abbastanza significativo, che si pone nel passaggio dall'ultima stagione repubblicana alla prima età imperiale. Esso concerne un'area relativamente periferica della Penisola, ma d'enorme valore strategico perché in grado di controllare l'importante sistema di comunicazioni che permetteva l'accesso alle regioni renane al di là delle Alpi. Di fondamentale importanza sia per il controllo romano del recentemente acquisito dominio sulle Gallie meridionali sia per il confronto diretto con le aree germaniche, tra il Reno e il Danubio.
La colonia di Augusta Praetoria fondata nel 25 a.C. prende il nome dalla recentissima acclamazione di Ottaviano, ormai da anni definitivamente insediato al vertice del potere politico romano, come Augustus, a consacrarne la definitiva eminenza, arricchita da una vaga tinta religiosa. Il nuovo insediamento si collocava nelle alte vallate che si inoltrano nelle Alpi occidentali, e concludeva definitivamente la lunga stagione di guerre che, sin dalla età repubblicana, aveva investito la pianura padana. Sono ben note, infatti, le durissime campagne militari condotte dai romani contro le varie e valorosissime stirpi galliche che erano giunte a minacciare a più riprese la stessa sicurezza di Roma e dei suoi territori.
Con la sanguinosa vittoria conseguita sugli abitanti delle vallate alpine, i salassi, piegando la loro lunga e aspra resistenza, si completava il dominio territoriale di quel lembo estremo della Penisola di grande importanza strategica perché garantiva l'accesso ai territori elvetici e dell'Alto Reno, attraverso i valichi del San Bernardo. Una garanzia per i domini già acquisiti nelle Gallie, ma anche una base per ogni eventuale spinta ulteriore a oriente verso le aree germaniche.
Sarebbe però un errore pensare alla fondazione e alla vita della nuova colonia di Augusta Praetoria solo in termini geopolitici e di strategia militare. Perché, come già nelle precedenti stagioni della politica romana in Italia, questi aspetti sono intimamente frammischiati a quella dimensione sociale cui ho già fatto cenno, realizzatasi secondo uno schema tipico: un impatto militare molto duro e destinato a incidere pesantemente sulla struttura e sulla demografia delle popolazioni investite dagli eserciti romani, che non si esauriva però mai in una realtà di desolazione e di morte. Perché se molti erano i soldati nemici uccisi in battaglia o asserviti poi dopo la vittoria romana, non poca parte dell'antica popolazione sopravviveva, seppure in un nuovo e precario equilibrio.
Nel nostro caso rileva particolarmente il complessivo ridisegnarsi dell'assetto regionale intorno alla centralità della nuova colonia romana, insediata sulle terre più ricche e sui territori pianeggianti, intorno a cui gravitavano, sparse nelle aree relativamente marginali, spesso meno ricche, le popolazioni indigene in una condizione di perifericità, in termini di statuti sia legali sia economici. E tuttavia, proprio questo riferimento a una «periferia» esclude, almeno nel nostro caso, gli schemi della separatezza e dell'estraneità. A partire, infatti, dalle forme di organizzazione produttiva che in queste aree alpine vedevano l'allevamento assumere importanza non secondaria rispetto alla sfera agraria. Perché, anche in questo caso, buona parte del lavoro dipendente di cui esse necessitavano, lungi dall'essere fornito dai coloni romani, era ricavato dalla popolazione indigena, che proprio da tali attività doveva trarre una parte consistente delle risorse necessarie alla sua stessa sopravvivenza. Ma, nel caso di Aosta, dobbiamo anche prestare adeguata attenzione alle specificità economiche di quest'area, che hanno anzitutto a che fare con quelle risorse minerarie di cui è ricca e che dovettero essere un fattore di grande importanza per il fabbisogno complessivo delle attività metallurgiche romane, sinora dipendenti, con la produzione centro-italica in via di flessione, soprattutto dalla provincia iberica.
Certo, si deve immaginare anche qui la presenza d'una forza lavoro servile, forse non tutta d'origine locale, ma sicuramente integrata anche dagli organici di lavoratori liberi presenti nelle società indigene. E questo riguarda anche e soprattutto i circuiti commerciali regionali o interregionali associati primariamente alla circolazione d'un bene di importanza fondamentale per le società umane ma di non facile reperimento: il sale. E che ci permettono di cogliere i percorsi che, sin dalla preistoria, univano il mare della Liguria alle popolazioni alpine e anche alle regioni al di là delle Alpi.
Ma soprattutto la forza lavoro locale doveva essere largamente presente nel vasto settore produttivo costituito dall'allevamento, importante soprattutto nei sistemi alpini per la ricchezza dei pascoli e delle acque, ma anche nella gestione e nello sfruttamento dei boschi: l'enorme patrimonio delle aree alpine e subalpine. Inutile ricordare cosa significasse questa materia prima per l'intera economia romana, dipendendo da esso tutte le costruzioni navali ma tanta parte anche dell'edilizia e sinanche il sistema dei balnea così importante nella vita romana. E qui nuovamente la posizione della colonia romana significava il controllo e il coordinamento dei sistemi di trasporto a valle, sia via terra sia soprattutto mediante la fluitazione grazie alla consistenza della via fluviale costituita dalla Dora.
Sono questi i fatti materiali su cui si fondano i processi d'integrazione che, in questo caso, come in tutta la precedente e lunga esperienza della colonizzazione romana, ineriscono al carattere proprio dei nuovi centri urbani istituiti o riorganizzati dai romani. E che nel caso di Augusta Praetoria si dovette realizzare facendo leva sulle strutture sociali preesistenti, la cui persistenza, nella logica di frammentazione delle comunità indigene, favorita anche dalla specifica morfologia dell'area, contribuì alla formazione d'uno stabile equilibrio tra queste e la centralità della nuova colonia. Mentre è anche da sottolineare come, con questa colonia, i romani si fossero inoltrati in una sperimentazione in parte nuova. Con essa, infatti, si era andati oltre alle pianure dell'Alto Veneto o della Lombardia che erano state sinora il limite estremo dei loro interventi, con le colonie di Brescia, Como o della stessa grande base operativa che era stata Vercelli. La nuova colonia di Aosta, oggi come duemila anni or sono, è separata dalle sicure valli piemontesi (dove pacifica era ormai la signoria romana) da un lungo percorso di fondovalle dominato da impervi arroccamenti montuosi. Se controllati da una popolazione indigena ostile sarebbero di fatto divenute impossibili le indispensabili comunicazioni della colonia con la più sicura base romana di pianura. Ma, appunto, di problemi del genere non v'è traccia nelle fonti antiche: il che, lo ripeto, è comprensibile solo se supponiamo che molto rapidamente alle antiche ostilità fosse subentrato un tipo di relazioni molto più articolato – e pacifico – con le popolazioni locali.
E questo, appunto s'associa ai meccanismi assimilativi messi ivi in azione, a partire dalla probabile attribuzione alle comunità indigene dello statuto prestigioso proprio degli antichi alleati latini, con privilegi particolari. Uno dei meccanismi di cui parlavo in precedenza utilizzati in quella assimilazione degli italici realizzatasi anzitutto attraverso lo sviluppo di sistemi paritari nelle loro transazioni legali con i romani. E che ora vediamo riproporsi in questo nuovo contesto alpino, come è attestato dalla documentazione epigrafica che ci permette di seguire la diffusione del latino nelle diverse vallate, ma anche e soprattutto lungo le grandi vie di comunicazione, a partire dai passi alpini già richiamati. Sino al punto che la sicurezza degli investimenti nel quadro della nuova economia facente capo ad Aosta trova una splendida conferma nel monumentale ponte di pietra per cui passa un acquedotto costruito da un privato, per fini industriali, che ancor oggi domina i grandi avvallamenti del percorso che va da Aosta a Cogne. Una storia di grande successo, in un contesto nuovo che s'apriva, a sua volta, su scenari che saldavano il teatro italico, sinora privilegiato dell'avventura politica romana, a quegli orizzonti continentali cui si volse soprattutto la politica d'Augusto e dei suoi successori. Il cui principale punto di forza – esaltato da una efficacissima politica culturale di cui il poema di Virgilio, l'Eneide, fu l'espressione più alta e lucidamente consapevole – più che nella guerra e nella conquista che pur erano state coessenziali alla costruzione dell'unità imperiale, si riferiva, appunto, alla stabilità e alla sicurezza della casa comune.

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limes2512/SECONDO_ARTICOLO.md

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## L’UNICA VERA ROMA di Giuseppe DE RUVO
### Tutti amano la Città eterna, ma nessuno si sforza di comprenderne la potenza. Ascesa e declino della romanitas americana. La lezione di Anchise: l’imperialità è arte, non scienza. L’eredità di Augusto è l’antidoto all’ordine del caos.
E avanza, e tripudia, Discordia,
stracciato il mantello.
Virgilio, Eneide, VIII, v. 702
# 1. R OMA NON SI DISCUTE. SI AMA.
Metro d’ogni impero che è stato, è e sarà, il mito dell’Urbe è innanzitutto fatto prerifessivo. Supplemento d’anima necessario per chiunque voglia lanciarsi in imprese fuori dall’ordinario, che si arroghino il diritto di fare e non vivere la storia. Inconsapevolmente prolungando quella della Città eterna, assunta a modello proprio
per la sua lampante straordinarietà. Paradosso di ogni impero altro dal romano: in
Roma ci si crede in quanto eccezione, dunque nonostante la consapevolezza di
non poterne ripetere le gesta. L’Urbe è la differenza assoluta che può essere solo
amata, mai pienamente compresa. Figuriamoci riprodotta. Dinnanzi al mito dell’Urbs che si fa orbis, la fides è di conclamata irrazionalità: credo quia absurdum et amo
sine intelligere. Geopolitica purissima.
Roma è un evento. Non ha mai smesso di iniziare e non ha alcuna intenzione
di finire. Quando nel 27 a.C. Tito Livio si accinge a narrarne la fondazione, vorrebbe iniziare da quello che pare essere l’inizio. Ovvero la scontro fratricida tra Romolo e Remo, culminante con l’incoronazione del primo. Ma subito si vede l’impossibilità di questo approccio. Intanto la città che sorge dal limes tracciato sul Palatino
prende il nome di entrambi i fratelli. Chi – meglio: cosa – ha allora fondato Roma?
La vittoria di Romolo o il sacrifcio di Remo? Risposta: nessuno dei due, entrambi.
«Roma», nomen omen, è sia Remo sia Romolo. È sia la vittima sia il carnefce. È la
costante dialettica tra forma e forza. «Romé» in greco. Roma nasce da romé, dall’endiadi sottintesa all’incipit del testo di Livio, in cui l’Urbe oramai «condita» non viene
dal nulla, ma sgorga da «Troia capta» . L’ordine, pax romana, emerge sul fondo
della violenza che lo genera, la quale viene però subito incanalata in una forma,
organizzando la forza e dunque moltiplicandola: «La presa esige una fondazione;
la fondazione esige una conquista» . Lectio magistralis, oggi dimenticata.
La storia di Roma, anche nella sua traccia iniziale, è allora la storia di romé.
Non pura violenza, ma forza capace sia di distruggere sia di creare. Roma cade e
si fonda sempre di nuovo. La forza si riassorbe sempre in una forma. Roma condita, certo, ma solo perché Troia capta. Prima dell’Ab Urbe condita ci sono dunque
i fatti narrati nell’Eneide, e prima di essi i drammi dell’Iliade e dell’Odissea. E così
via, ad infnitum, fino a chissà dove. Dopo Roma ci sarà Costantinopoli, poi Mosca, poi Washington. E così via, ad infnitum, chissà per quanto. In avanti e indietro nel tempo «l’origine si ripete» , senza mai assomigliare a sé stessa ma culminando sempre nell’Urbe. Le cui vicende arrivano a farsi congruenti con quelle del
mondo. La storia di Roma e della sua romé non è allora solo sine fine, ma pure
sine principio. Altrimenti sarebbe mera Urbs infnita, non aeterna.
Tutto questo non può essere compreso. Letteralmente. Come parlare dell’eterno? Non è possibile cum-prehendere una tale molteplicità e stringerla nel concetto
(cum-capere). Roma è un amen, e solo così può essere intuita. È il fulmine di
Giove che ne stabilisce l’eternità, il fulmen in clausula con cui Anchise/Virgilio
spiega a Enea che l’«arte» dei romani sarà «di governare le genti, e dar costumanze
di pace, usar clemenza a chi cede ma sgominare i nemici» . Sono profezie, mitologemi privi di reale elaborazione concettuale, nei quali il destino di Roma appare
nondimeno manifesto: maestra delle genti. E tuttavia mai viene giustifcato il passaggio dalla violenza alla forma. Che, come nota Michel Serres, ha veramente del
miracoloso: «Non era predicibile allo stato iniziale, non era completamente leggibile attraverso il movimento retrogrado del vero. Bruscamente, come per miracolo,
la forma emerge dall’informe, cresce veloce adesso, semplice, totale: ha messo
all’opera tutti. D’un colpo solo si fonda l’impero di Roma» . Nun se pò spiegà. Occorre correre il rischio di amarlo.
2. In geopolitica, amare è mestiere allo stesso tempo imprescindibile e tragico.
La massima di quell’artigianato di governo che qui proviamo a studiare potrebbe
essere «ama pericolosamente». Perché l’amore è sempre tensione. Eros è figlio di
Povertà , segue a una volontà di sapere che è sempre anche desiderio di vita, pulsione di morte e volontà di potenza. Platone ricorda che nell’amante c’è più amore
che nell’amato. Risultato in prosa: chi ama deforma, tenta un’appropriazione, produce un’immagine dell’oggetto desiderato coerente con le sue aspettative. Col rischio di distruggerlo e perderlo per sempre.
Ma amare Roma è destino da cui nessun impero può fuggire. Occorre accettare il rischio. Non ti fai impero senza amarla, senza riconoscerti schiavo di Povertà
e cercare pienezza nel mito dell’Urbe. Ovvero nella sua missione civilizzatrice,
ecumenica e sine fine. Poco importa che il fundamentum della potenza di Roma
rimanga mysterium inconoscibile, sospeso tra la leggenda e la rifondazione continua. Ciò che conta è amarla pensandosi suoi fgli. Del resto, anche Romolo e Remo
erano, prima di qualsiasi altra cosa, prima di ogni fondazione, fgli dell’unico simbolo di Roma: la Lupa, che – in quanto non umana, disumana, sovraumana – resterà per sempre a loro inconoscibile. Roma, come la Lupa e la mamma, non si
discute. Si ama. L’Urbe non è solo romé, ma anche ruma: la mammella che ha allattato la (non) sua prole.
Qui sorge però il problema. Questo amore irrazionale, senza comunicazione,
ricrea senza dubbio il mito, ma allo stesso tempo lo distorce. Roma è recuperata,
resuscitata di continuo. Ma anche sfgurata perché incompresa. Forse incomprensibile. Circolo ermeneutico impossibile da estirpare. Per quanto un impero, qualunque esso sia, possa amare Roma, nondimeno questo amore nasce da Povertà.
Dunque dalle esigenze del momento, dalla richiesta di legittimazione che emerge
in una data fase storica. Roma è una, ma l’eros che porta gli imperi a fondarsi su
di essa genera moltiplicazione e deformazione. A ciascuno la sua Roma. Fino a
quando di quella vera non rimarrà più nulla. Paradosso dei paradossi: la fine
dell’Urbs aeterna non avverrà con la sua scomparsa, ma a causa della pletora di
attori che, forse per eccesso di amore, si ritengono suoi fgli. Tradendola. Recuperando parzialmente e selettivamente dei caratteri che, privi della lezione fondamentale dell’unica vera Roma, non fondano assolutamente nulla. E che, diluiti
nell’ordine del caos che ci è capitato di vivere, si svelano tutto tranne che sine fine.
Figuriamoci eterni.
Roma non si discute. Si ama. Ma non è detto che l’amore sia corrisposto. Pensarsi fgli dell’Urbe non implica ipso facto essere tali. Tutto il contrario. Di Roma
bisogna avere cura, dunque curiositas. Altrimenti il deformante eccesso d’amore
conduce a un mondo altro, il nostro, in cui tutti i princìpi che orientavano l’Urbe
sono messi in discussione. E in cui i sedicenti fgli della Lupa si scoprono orfani.
Meglio: bastardi.
Vista dal prisma capitolino, transizione egemonica significa meno romano dei
mondi possibili. Apocalisse: al tempo stesso fine di un’epoca e rivelazione delle
menzogne, delle narrazioni e degli amori insinceri. Impossibile pensare a una soluzione. Al cuor non si comanda. E tuttavia qualcosa può essere detto, per distinguere il grano dal loglio e cercare, in questa drammatica transizione egemonica
che in quanto fnis Occidentis è anche fnis Urbis, di salvare almeno Roma e il suo
mito. Dunque noi stessi, ancora cittadini di quell’impero che non ha mai smesso di
cadere e che tuttavia oggi pare incapace di rifondarsi. Di certo non per colpa sua.
3. 1898. Passeggiando tra i monumenti della Città eterna, Georg Simmel centra
un punto essenziale: «A Roma tutte quelle cose che, purtroppo, non possiamo definire se non “attrazioni turistiche” non ci appaiono come ci appaiono altrove: come si trattasse di punti di interesse isolati, indipendenti dal contesto e particolar
mente salienti, elementi che però potrebbero trovarsi in qualsiasi altro luogo; qui,
al contrario, sono componenti di un tutto e ciascuno di essi sta in una relazione
organica con gli altri grazie all’elemento unifcante che è Roma» .
Ciò che vale per i monumenti dell’Urbe vale anche per la sua eredità imperiale. La forza militare, la iuris prudentia (opposto del legalismo), la missione civilizzatrice e la capacità di assimilazione non possono essere trattate alla stregua di
attrazioni turistiche isolate. Sono parte di un qualcosa di organico, di una continua
azione reciproca resa possibile, però, non dalla loro «mera somma» , quanto dalla
presenza di Roma come elemento unifcante. L’Urbe produce imperialità così come
produce sommo piacere estetico: «È il punto focale di raggi tanto divergenti: è questo l’apice estremo della sua grandezza, (…) ossia divaricare tutti gli elementi contrapposti ponendoli alla massima distanza tra loro, per poi ricondurli, con una
forza tanto più sovrana, all’interno della sua unità» .
E tuttavia, nota stizzito Simmel, capita che per le vie del centro passeggino
anche turisti inconsapevoli di questo carattere unifcante della città di Roma. Costoro, per quanto attratti dalla bellezza delle cose, perdono di vista l’intero (das Ganze), dunque si aggirano per l’Urbe come fossero al supermercato, scegliendosi di
volta in volta l’attrazione da visitare, come se questa potesse essere sciolta dal
contesto, dalla potenza unifcatrice della Città eterna. Simmel non usa mezze parole: «A Roma, il tipico viaggiatore dilettante appare più incongruo e più insopportabile che mai, perché la sua attenzione è rivolta alle singole attrazioni turistiche
come tali, così che per lui la somma di queste ultime corrisponde a Roma. (…) Egli
non sente la bellezza di seconda potenza, quella che si erge a partire dalle singole
bellezze al di sopra di esse» .
Scrivendo di turisti, Simmel ha perfettamente riassunto il modo sbagliato di
riferirsi al mito imperiale di Roma. Ammesso e non concesso che ce ne sia uno
giusto. Chi ritiene che sia possibile dichiararsi eredi dell’Urbe recuperandone qualche tratto si comporta infatti come un visitatore inesperto e annoiato che, nel 2025
come nel 1898, approda nella capitale con l’unico obiettivo di buttare due spicci
nella Fontana di Trevi, farsi una foto coi gladiatori al Colosseo e pagare 25 euro
una carbonara terrificante a piazza Navona. Rinunciando, ovviamente, a respirare
l’aria della città e a entrare in comunione con essa, neanche fosse a Disneyland (o
a Milano). Il lettore l’avrà capito: siamo in piena zona Stati Uniti d’America.
Beninteso: l’amore dei padri fondatori nei confronti di Roma era reale, distante anni luce dal turista bulimico che vorrebbe visitare nello stesso giorno i Musei
vaticani, il Colosseo e magari cenare a Trastevere, meravigliandosi che il Tempio
di Adriano stia in piedi da duemila anni. Persone come Madison, Hamilton e Washington amavano talmente tanto Roma che, oltre a adottare pseudonimi latini e a
costruire un Campidoglio, decisero di riferirsi direttamente a essa, rompendo la
successione imperiale e il ciclo delle fondazioni. Washington non sarebbe stata la
Quarta Roma – dopo Istanbul e Mosca – ma la Nuova Roma. Come Enea, fuggito
da Troia capta, aveva viaggiato per poi approdare sulle coste italiane, così gli americani – in fuga dall’Europa – si accingevano a fondare una res publica dall’altra
parte del mondo, governata dalle leggi e dalla libertà, pronta a diventare modello
per il mondo. Nella sintesi, americanissima, di Greg Staley, classicista dell’Università del Maryland, le cose sarebbero andate più o meno così: «Il mito di Roma sosteneva che Roma fosse stata fondata quando i sopravvissuti della guerra di Troia
lasciarono Troia, attraversarono il mare, reclamarono una nuova terra e alla fine
ricrearono Troia a Roma. Gli americani lessero quella storia e dissero: “Questa è la
nostra storia. I nostri antenati sono venuti dall’Europa attraversando i mari. Ora ricreeremo Roma qui”» .
Tutto vero. E da prendere tremendamente sul serio. Al netto delle inevitabili
strumentalizzazioni, il mito dell’Urbe è stato autentica benzina per il motore strategico degli Usa, che da Roma non hanno solo imparato la centralità del diritto,
l’importanza di andare per mare e la necessità di fare di sé stessi un marchio, ma
anche – elemento essenziale per la storia strategica di Washington – a farsi impero
fngendosi repubblica. Capace di estendersi prima all’Ovest, poi all’Europa occidentale, infine al mondo. Ovviamente senza tradire i princìpi repubblicani, dato
che era una legge storica a imporre che, prima o poi, tutti avrebbero potuto dirsi
cittadini americani. Francis Fukuyama, giapponese assimilato e novello Virgilio,
aveva persino decretato l’infnità di questo dominio: sine fine non per decreto gioviano, ma per esaurimento della storia, senza dubbio culminante nella globalizzazione liberaldemocratica a stelle e strisce. Trionfo dell’American way of life che
avrebbe reso un «cinese del Guangdong indistinguibile da un newyorchese» . Civis americanus sum.
Facile fare ironia oggi. C’è stata una fase in cui Washington pareva davvero
essere la Nuova Roma. Superpotenza impareggiabile e faro di libertà, essa si presentava come compimento reale della translatio imperii, capace di ricentrare il
potere mondiale in un soggetto degno del nome dell’Urbe. Nuova Roma e fine
della storia, altro che Quarta. Lo spirito dei cesari arriva a Washington in maniera
immediata. Senza fermarsi né a Bisanzio né a Mosca. Filiazione diretta: dai sette
colli alla città sulla collina, dalla pax romana alla pax americana. Il tutto grazie
all’eredità di persone come Madison, Hamilton e Washington, che amavano farsi
chiamare con nomi latini e rinunciare, more augusteo, alla forma dell’impero per
esercitare davvero l’imperium. Non ci sono dubbi: i padri fondatori americani non
erano paragonabili agli attuali turisti che visitano le “attrazioni” della capitale per
poi – nostalgia canaglia – andare alla ricerca di un bacon cheeseburger all’Hard
Rock Café di via Veneto. Avevano davvero respirato, pur non essendoci mai stati,
12. Citato in J. KELLY, «Maryland’s classics department looks at connections between Rome and Washington». The Washington Post, 17/3/2004.
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l’aria dell’urbs. La loro grandezza è quella descritta da Simmel: costoro riconobbero che, senza l’intero «Roma», nessuno dei suoi caratteri imperiali avrebbe potuto
reggere. Non costruisci un Campidoglio se non hai capito che, per essere impero,
Roma devi viverla. Non sezionarla a piacimento. Altrimenti non sarai mai sine fine.
E tuttavia non è bastato. Dopo quella generazione di romanisti, il mito dell’Urbe
si diluisce. Ne restano, appunto, pezzi sconnessi. Utili a ispirare le singole pratiche
imperiali ma assolutamente privi di quel centro di mitopoiesi che erano state Roma
e la sua leggenda. È un processo lungo che, se oggi ci appare evidente, ha in realtà
radici profonde. Perché se fino a qualche anno fa lo strapotere mitologico, economico, tecnologico e propagandistico degli Usa poteva mascherare le crepe della sua
forma imperii, oggi ciò non è più possibile. E dunque, per saggiare la potenza del
terremoto che sta scuotendo l’America dunque il mondo, proponiamo di abbandonare la tradizionale scala Richter, per affdarci a una casereccia scala romana.
4. Tesi guida: la gravità della crisi di quel che resta dell’impero americano è
indirettamente proporzionale alla sua romanitas. Il confronto con 250 anni fa sarebbe impietoso. Ma non è neppure necessario farlo. Basta tornare al 2020, quando
Limes – in un volume dedicato a «Il potere del mito» – elencava sei «parentele» tra
Roma e Washington. Come si vedrà, ciò che all’epoca pareva essere ancora in piedi oggi è, se va bene, in pezzi. Procediamo con ordine.
Prima parentela, giustamente defnita fondamentale: «Roma e America sono
maestre al mondo nell’arte di assimilare. Mai entità etniche, ruotano attorno a un
ceppo originario relativamente omogeneo non per sangue ma per sentimento» .
Principio totalmente saltato. Washington ha rinunciato all’assimilazione sotto un
duplice punto di vista. Primo: la nazione, lasciamo per ora da parte l’impero, è –
per alcuni pezzi del movimento Maga che si propone di renderla di nuovo grande
- bianca e cristiana, dunque defnita etnicamente . Da way of life a identity. Rivoluzione copernicana. Americano non è più chi l’americano fa, ma chi lo è in
nome di un canone arbitrario. Gli altri – messicani, cinesi e chi più ne ha più ne
metta – non sono assimilabili. Peggio: invasori, nemici interni.
Secondo: il ceppo originario non è neppure lontanamente omogeneo. Il tutti
contro tutti mondiale è, rispetto a quello americano, un simpatico disaccordo tra
gentiluomini inglesi, scandito da educatissimi «if I may…» e «I beg your pardon, sir».
Nella città sulla collina è legge della giungla. Rarissimo trovare due americani d’accordo su cosa America sia. Ancora più difficile trovarne uno che non ritenga che
chi la pensa diversamente da lui meriti il peggio. Risultato: non solo gli Usa rinunciano ad assimilare gli stranieri, ma non sono neppure capaci di assimilare sé stessi perché non sanno chi e cosa sono. Civis americanus sum? La crisi d’identità
americana è proprio l’impossibilità di rispondere a questa domanda.
14. «Tutti i miti portano a Roma», editoriale di Limes, 2/2020, «Il potere del mito», p. 27. Tutte le citazioni successive sono tratte da questa pagina, se non indicato diversamente.
15. Corsivi miei.
Seconda parentela: «L’assimilazione avviene includendo genti e culture diverse
in istituzioni alimentate da una missione che in entrambi i casi si postula ecumenica».
Per l’assimilazione, si veda sopra. Sulle istituzioni: esse non sono oramai animate da
alcuna missione, figuriamoci ecumenica. Per chi sta negli apparati è scattato il primum vivere, concretizzatosi nell’evitare la scure del Doge e, soprattutto, di Russel
Vought, architetto del cambio di regime . Universalismo? Tutto il contrario. Non
sappiamo come fnirà questa transizione egemonica, ma sia messo agli atti che Donald J. Trump – dopo i deliri mondialisti di fine anni Novanta e la guerra globale al
terrore seguita all’attacco alle Torri Gemelle – ha lodato dinnanzi al mondo l’effcienza della Arab way of life . Magari domani riconoscerà anche la grandezza della
Iranian e della Chinese. Fine della fine della storia. Ce lo vedete Augusto celebrare
il modus vivendi dei Germani dopo Teutoburgo? Tana libera tutti.
Terza parentela: «Tale missione pretende di diffondere libertà, giustizia, pace.
Princîpi fungibili, assai interpretabili, ma dotati di alto richiamo. Indigeribili da autocrazie orientali di ieri e di oggi». Cinque anni dopo: l’America nemmeno ci prova
più. Trump vuole a tutti i costi il Nobel per la pace e si vanta di aver chiuso otto
guerre. Ovviamente non è vero, e intanto prepara la guerra al Venezuela per insediare a Caracas, forse manu militari, nientemeno che la vincitrice del Nobel per la
pace, minacciando addirittura di intervenire in Nigeria per proteggere – guarda
caso – i cristiani evangelici. Farsa che rischia di rovesciare Marx e rigirarsi in tragedia. Del resto, come ricorda in un articolo commovente e coraggioso Sumantra
Maitra, trumpiano della prima ora ma ancora in attesa di green card, «la gente ha
votato per Trump e ha avuto un secondo George W. Bush» . Su libertà e giustizia
meglio tacere, ammesso e non concesso che siano – specie la seconda – cose di
questo mondo.
Quarta parentela: «Universalità del diritto, pur sensibile ai mores: il romano
coniugabile per climi e inclinazioni culturali, l’americano sovraordinato a ogni altro
diritto positivo. Dura lex sed mea». Qui la faccenda si fa complicata e conviene
specifcare. L’universalità del diritto di Roma era basata sulla (iuris)prudentia, ovvero sulla capacità di discernerne campi e possibilità di utilizzo su base contestuale, grazie a una mediazione umano-sapienziale irriducibile al mero funzionalismo.
Era un dispositivo, come nota Aldo Schiavone, che si fondava sull’egemonia e
sulla capacità di assimilazione, primae conditiones di ogni pax .
Il caso statunitense è leggermente diverso. Intanto, guai a pensare che la pax
americana sia stata paese dei balocchi del diritto internazionale. Vero tutto l’opposto: questo valeva quando coerente con gli interessi statunitensi. I quali, magari
non condivisi, non potevano essere contestati perché nessuno aveva il potere di
farlo. Più dominio che egemonia. Risultato: affevolitasi sia la potenza egemonica
Times, 14/5/2025.
19. Si veda il suo articolo in questo volume.
sia la capacità di dominio, lo ius americanum, travestito da diritto internazionale,
viene sfdato in ogni luogo. Al punto che concetti come quelli di libero commercio
- libera navigazione – incardinati in farraginose strutture come il Wto o vari deliri
onusiani – vengono dagli Usa apertamente smentiti sulla base della nozione, altrettanto vaga dal punto di vista giuridico, di sicurezza nazionale. Nulla di diverso dal
passato. Se non che oggi Washington ha smesso di dipingere i suoi interessi securitari come congruenti col bene dell’umanità. Non per amor di verità, ma perché
non riesce più a giustifcare una narrazione così insostenibile e sbagliata in origine,
che presupponeva la possibilità di piegare 8 miliardi di anime a un nomos impersonale e uguale per tutti. Ideologia della governanza. Iuris imprudentia.
Quinta parentela: «Inclusione, non persecuzione dei vinti». Rispetto a cinque
anni fa non ci sono dati a suffcienza per pronunciarci, perché gli Usa non hanno
vinto nessuna guerra – segnaliamo comunque che ne sono scoppiate due relativamente importanti, tutt’ora aperte. Comunque, non ci resta che stare a guardare e
sperare di non dover dare una risposta. Ponendoci però una domanda: è possibile
includere i vinti se l’America non riesce a chiudere le guerre che inizia, cosa che
invece Roma era solita fare? . Ai posteri l’ardua sentenza, limitandoci a segnalare
che si tratterebbe – in caso di clamorosa vittoria americana in una guerra con la
Cina – di includere esattamente quei cinesi che oggi una parte dell’universo Maga
sta cercando di rimandare in patria con le cattive. Nonostante siano più utili all’America di tanti americani .
Sesta e ultima parentela: «Regola aurea impone che gli imperi traccino un limes
materiale e fgurato per attestarvisi». Dopo il crollo dell’Urss, questa parentela è
stata probabilmente la più lasca. Gli americani rifutavano il limes proprio perché
indicarlo ne avrebbe mostrato la natura imperiale, che essi hanno invece sempre
cercato di celare innanzitutto a loro stessi. Eppoi non serviva, il mondo sarebbe
diventato americano. Oggi, paradosso, vale il contrario: in nome della repubblica
(make America great again), gli Usa si pongono un limes certifcando di essere un
impero, rinunciando però a convertire il pianeta all’American way of life. In questa
scelta, forse, agisce un pizzico di romanismo. Il quale è tuttavia passivo e senza
dubbio inconsapevole, dato che è il mondo a imporre agli Usa il ridimensionamento a seguito dell’evidente fallimento del progetto della global America. Risultato:
sono gli altri a limitare l’America, non questa a darsi un limite. Ecce mundus .
Roma, dandosi autonomamente un confne, generava forma e ordine. Washington,
schizofrenica e refrattaria al concetto di limes, produce – nel paradossale tentativo
di limitarsi per non soffocare – aumento esponenziale dell’entropia. Liberi tutti.
Impero del caos.
Conclusa questa ricognizione, il quadro appare tutto tranne che forido. Delle
sei parentele ne rimane in piedi una soltanto (la quinta), ma solo ed esclusivamente perché gli Usa in tempesta non hanno (ancora) avuto l’occasione di stracciarla.
21. Si veda l’articolo di Luigi Capogrossi Colognesi in questo volume.
22. Su questo, specie a livello tecnologico, cfr. A. ARESU, La Cina ha vinto, Milano 2025, Feltrinelli.
Altro che fglia di Roma. La scala di romanitas segna febbre altissima: gli Usa di
Trump non sono solo post-occidentali , ma post-romani. Forse antiromani, dunque anti-occidentali . Questa America, per quanto si professi innamorata dell’Urbe, non ne è neppure lontana parente. Dunque confermiamo la nostra ipotesi:
transizione egemonica, ovvero passaggio da impero americano a x, significa in
primis deromanizzazione. Oggi dell’America. Domani, forse, del mondo. Non ci
sarà una Quinta Roma, dunque se vogliamo salvare il salvabile occorre ripartire
dalla Prima. Di certo non più in grado di dominare il pianeta, ma forse ancora capace di offrire una direzione a questo mondo impazzito. A patto di amarla senza
deformarla, cercando di penetrare il mysterium della sua potenza. Per poi offrirlo
al mondo. Magari non servirà a niente, ma avremo fatto il nostro dovere.
5. Intermezzo. Roma è mito che mangerebbe chiunque. Tranne i romani. Prendete i turisti di Simmel. Se dotti, vengono rapiti dalla storia. Se ignoranti, passeggiano
tra le rovine come se fossero allo zoo. In entrambi i casi, l’Urbe li mangia e li fa
sentire inferiori. Li «rimette al loro posto» . I romani sono diversi. Sono capaci di
farsi ore di traffco sul lungotevere prestando più attenzione alle buche che a Castel
Sant’Angelo. Il Colosseo era una rotonda. Il Circo Massimo di fatto lo è ancora, così
come la Piramide Cestia. Su via Cristoforo Colombo, a un certo punto, si passa letteralmente tra gli archi di un acquedotto che avrà duemila anni. C’è passata pure la
Roma quando ha vinto la Conference, di ritorno da Tirana. Ero lì. E l’acquedotto non
me lo ricordo. Ricordo solo Mourinho e Mancini con un fumogeno in bocca.
L’amore dei romani per Roma è maturo, disilluso. Nuotiamo nella storia come
pesci nel mare. Viviamo all’insegna del «mai ’na gioia», un po’ esorcismo un po’
ironia. Soprattutto non ci prendiamo troppo sul serio, tra fatalismo ed eccezionalismo. Postura antichissima. Rileggendo il primo libro dell’Eneide non ho potuto
fare a meno di notare come Virgilio introduca la storia di Enea elencando una serie
di clamorose sfghe. Praticamente il figlio di Anchise arriva da Didone scusandosi
per il ritardo, come Totti dopo averci fatto attendere 12 giornate per un gol nella
stagione 2011-2012 o come un amico che fa tardi a causa del traffco sul Raccordo
(spesso inventato).
Che c’entra questa parentesi con le considerazioni svolte fn qui? Apparentemente nulla, ma in realtà moltissimo. Perché se il grande problema è che il mito di
Roma ha generato un’attrazione tale da renderne impossibile una comprensione
razionale, i romani – disillusi, autoironici ma profondamente innamorati – paiono
essere vaccinati sia dalla sindrome del turista simmeliano sia dalla megalomania di
chi tradisce Roma fngendosi suo figlio per gli interessi del momento. Sintesi: siamo
abbastanza disillusi per dedicarci sine ira ac studio alla ricostruzione del nostro
London-New York 2020, Basic Books.
25. Su questo, G. DE RUVO, «L’America dopo l’Occidente», Limes, 3/2025, «America contro Europa», pp.
67-79.
mito. Gettando un messaggio in bottiglia nel Tevere nella speranza che qualcuno,
prima o poi, ne entri in possesso. E capisca cosa signifchi regere populos. Spesso i
romani vengono accusati di voler spiegare agli altri come si sta al mondo. Incassiamo. E rilanciamo. Il mysterium della potenza di Roma è l’antidoto all’impero del
caos. Prima di amarci, o di odiarci, cercate allora di capirci. Di seguito il nostro
messaggio in bottiglia. Non sia mai impariate qualcosa.
6. Roma insegna al mondo che essere impero è arte e non scienza. Artigianato
dell’egemonia, irriducibile alla meccanica superiorità. È l’eredita dei patres. Anzi,
del pater per defnizione, Anchise, che prima di intimare a Enea che i romani saranno destinati a governare le genti, gli ricorda una questione fondamentale. Roma
dovrà regere populos, ma ciò non implica essere suprema in tutto. Al contrario,
profetizza Anchise, «altri popoli forgeran con più arte spiranti bronzi, lo credo, e
vivi dal marmo sapran trarre i volti, diranno meglio le cause, le strade del cielo,
misureranno a sestante, il sorger degli astri sapranno» .
Per chi ritiene che essere fgli di Roma signifchi supremazia assoluta questi
versi sono colpo al cuore. Anchise dice chiaramente che altri popoli potrebbero
essere tecnologicamente più avanzati («forgeran con più arte»), migliori dal punto
di vista artistico («sapran trarre i volti»), flosofco («diranno meglio le cause») e
scientifco («il sorger degli astri sapranno»). Eppure, nonostante tutto questo, Roma
resta maestra delle genti, perché padroneggia l’arte del regere populos. E deve ricordarsene – «memento!» – non solo perché rinunciare a questa prospettiva signifcherebbe fine del mito, ma anche – e soprattutto – affnché il popolo dell’Urbe non
pensi che per esercitare l’imperium sia sufficiente lo sviluppo e la superiorità tecnico-scientifca. Ci vuole una specifica ars, che è propria di Roma e che, non a
caso, Virgilio esprime col dativo di possesso («erunt tibi artes»). Gli altri avranno – o
potrebbero avere – la scienza, la flosofa e la tecnologia. Ma tu, Roma, avrai la
capacità di governare e di governarle: ovvero di regere populos e armonizzare le
diverse artes in un sistema di egemonia davvero sine fine.
Lezione decisiva. Non ti fai Roma in quanto superpotenza militare, tecnologica
- scientifca. Devi imparare l’arte di governo, prassi insostituibile e profondamente
umana, il cui obiettivo principale non è affrontare questo o quel problema, quanto
imparare a «osservare i percorsi e le deviazioni degli Stati» . Il che avviene con
successo solo se le diverse artes sono sistematizzate da quella particolare forma di
sapere che Cicerone defnisce «civilis prudentia» , e che si declina in primo luogo
in una particolare postura nei confronti della realtà. La quale deve essere rispettata,
osservata nel suo fuire e mai violentata. Come se si stesse suonando una cetra: «Le
corde devono essere toccate con leggerezza e con dolcezza, non con violenza e
impeto» . Artigianato del potere che obbliga alla rifessività. Non per perdersi nel
27. VIRGILIO, Eneide, Libro VI, vv. 847-850.
la barbarie dell’intellettualismo – chi è più pragmatico dei romani? – ma per distinguere chiaramente il fas dal nefas. In un mondo ancora vittima di un certo postmodernismo d’accatto – secondo cui chi controlla la narrazione controlla il mondo – e
prossimo a riempirsi di intelligenze artifciali (Ai) in posizioni di comando, la civilis
prudentia ci obbliga a guardare in faccia la realtà, a osservare le deviazioni degli
Stati e a ricordar(ci) che solo così è possibile regere populos.
Altro che Ai, algoritmi, Palantir e DeepSeek. Roma ha inventato il fattore umano. Cornice senza la quale le altre dimensioni della potenza virano in fattori disumani di autodistruzione. L’apocalisse, di cui si parla troppo, è sempre un po’ suicidio. Specie quando questa postura deriva, oltre che dall’incapacità di governare gli
strumenti causa assenza di civilis prudentia, anche dalla netta sensazione di non
essere in grado di governarsi. C’è infatti un elemento che accomuna gli imperi dei
giorni nostri, e che è forse la causa prima del tutti contro tutti geopolitico che stiamo vivendo. Nessuno è in pace con sé stesso.
Neppure Roma lo è sempre stata, ovviamente. Epperò non ha mai permesso
che la maionese interna impazzisse al punto da distruggere lo Stato. Di più. Roma
è riuscita a sopravvivere almeno a tre cambi di regime. Li ha promossi attivamente.
Uscendone potenziata. Oggi sarebbe impensabile. Nella Terza Roma, se crollasse
il regime crollerebbe anche lo Stato. In America sta già succedendo, in una spirale
di autodistruzione e regime change gestita da dilettanti, sciaguratamente paragonata da J.D. Vance alla fase tardo-repubblicana di Roma . Col piccolo dettaglio che,
in quel momento, Augusto è riuscito a incanalare il caos e a trasformarlo in potenza, cooptando e non purgando l’aristocrazia senatoria. A Washington, oggi, si
pratica e si teorizza il contrario. Purgare gli apparati e cooptare persone senza alcuna esperienza. Più Catilina che Ottaviano. Sfascio .
Roma è un’altra cosa. È un modello di distruzione creatrice. Per millecinquecento anni, il popolo romano è riuscito a evolversi e a riformare le sue istituzioni
quando la realtà lo richiedeva, trovandosi sempre a esercitare un potere maggiore
di prima. Capolavoro di neghentropia, eccezionale esercizio di civilis prudentia.
Prima dell’Anticristo e dell’apocalisse, Roma è stata katechon di sé stessa. È riuscita
a cambiare pelle per mantenere intatti gli organi vitali. Assorbendo il caos – non
rifutandolo – e organizzando la sua potenza a un grado più alto di auctoritas.
Triplice esempio, su cui gli imperi in tempesta dovrebbero meditare.
Primo. L’Urbe, come si è detto, nasce da un fratricidio. Atto immorale e infondante per antonomasia. Peccato originale che, in qualsiasi altro posto del mondo,
avrebbe inaugurato una tragedia. Non a Roma, dove la violenza di Romolo che
uccide Remo viene, quasi per miracolo, immediatamente riassorbita in un ordine.
L’assassino non diventa un Caino, ma il rex. Non tiranno. Re. Ovvero colui che,
compiuto il crimine supremo a causa della rottura del limes, assume su di sé il
sacro compito di farlo rispettare. Regnare, infatti, non significa semplicemente esercitare un potere, ma – come ricorda Benveniste nel Vocabolario delle istituzioni
indoeuropee – «regere regiones». Prendere un territorio vergine e dargli una forma.
Riassorbire il caos della violenza in un’organizzazione razionale dello spazio. Roma
trasforma il fratricidio, archetipo della guerra civile, in principio ordinatore, che si
nutre di quella violenza. Romé in purezza.
Secondo. Anche la monarchia fnisce. Tarquinio il Superbio, rex impius, viene
mandato violentemente in esilio. Il suo amore nei confronti di Lucrezia è sintomo di
una incapacità d’ordine. Mancano i mores, dunque non vi può essere libertas. L’ultimo re di Roma non può più regere regiones perché incapace di regere sé stesso. Di
norma, dovrebbe seguire guerra civile. O quantomeno di successione. Non a Roma.
Il caos – e la violenza – vengono immediatamente ricomposti in un ordine, quello
della res publica, che tiene a battesimo il populus. Unifcato non dalla figura del rex,
quanto dalla legge e da un sentimento di comune appartenenza. A Roma, popolo
non è somma di individui, ma «moltitudine stretta in società dal comune sentimento
(cum-sensus, sentire insieme) del diritto (ius)» . Il quale, lungi dall’essere mera legge, è in realtà ordine di senso, in virtù del quale è chiaro – implicitamente – ciò che
può essere fatto e ciò che invece non può esserlo. Questo è il rimedio all’immoralità di Tarquinio e alla sua superbia. Cum-sensus, implicito, su ciò che è fas e su ciò
che è nefas, espressioni con cui ci si riferisce «a un principio generale, contro il
quale si ritiene non si possa andare senza essere riprovati» . Tradotto: nessuno Stato può reggersi senza un corpus di norme implicite in grado di orientare la convivenza comune. La res publica, un po’ come la costituzione, è proprio la totalità di queste
norme, il loro intrecciarsi. Altro che modello politologico. Ver-fassung. Collettivo
movimento dell’iscriversi in un ordine di senso riconosciuto.
Esattamente ciò che in Occidente e in particolare in America manca. Alle nostre latitudini, tutto deve essere normato perché manca il cum-sentire. Dunque
ognuno produce la sua norma a propria immagine e somiglianza. Fine della res
publica. Ci sono solo individui, privati, che si arrogano il diritto di definire ciò che
è fas e ciò che è nefas. Vale per i wokisti, vale per i tradizionalisti, che pur con
contenuti opposti mirano entrambi alla realizzazione di una res privata . Ecco, a
questa dissoluzione della società la repubblica romana offre un contromodello,
dove la chiarezza dei mores non implica conservatorismo. Tutto può essere contestato. Si possono fare anche le rivoluzioni. A patto che siano un fatto pubblico e
non privato. Si chiamerebbe politica. Per i romani era un’arte. Per noi un capriccio.
Terzo, e ultimo. Anche la res publica crolla. Stavolta a causa delle guerre civili.
Ma è proprio a questo punto, nello stato d’eccezione della stasis, che Roma regala al
mondo la sua più grande lezione. Immaginate di essere alla vigilia della battaglia di
Azio. Il bellum civile non può non apparirvi fine del mondo. Trionfo del caos ed
esplosione della repubblica. La romé la fa da padrona e sfonda ogni ordo. Ci sono
due possibilità per il vincitore. Tentare, in ogni modo, di reprimere la forza con la
Milano 2024, Feltrinelli.
forza o accettare di diventarne schiavo. In entrambi i casi, sarebbe stata fnis Urbis.
Chiunque avesse assunto il comando avrebbe dovuto giocare ad acchiappa la talpa
con i potenziali disordini, inseguendo la realtà e rinunciando a governarla.
La grandezza di Ottaviano sta nell’essere riuscito a sfuggire a questa scelta.
Preso atto dell’onnipresenza della romé, Augusto resiste alla tentazione di reprimerla e fa il contrario. La assorbe. Esercita civilis prudentia, coglie i nodi del caos,
verifca le aspirazioni dei diversi poteri e, alla fine, incanala la violenza nella forma
impero, opportunamente mascherata da repubblica . Questa è la lectio perennis
di Ottaviano Augusto. Quando il caos si fa norma, il vero suicidio è pretendere di
bloccarne il decorso. Devi assecondarlo, imparare a navigare tra le onde in tempesta. Soprattutto non ignorarlo, sovrapponendo a esso immagini irenistiche o posticce di un ordine che semplicemente non esiste. Imperativo categorico, augusteo
quanto evangelico, recita: «Non opporti al Male» (Matteo, 5:39). Chissà se Peter
Thiel, oramai parodia di sé stesso, nei suoi deliri teologico-politici tiene a mente
questo principio. Temiamo di no.
Insomma, se sei Roma – o vuoi esserlo – non puoi astrarti da romé. Devi appropriartene. Farla tua. E poi incrementarla. «Augustus», a differenza del rex, non
regge (regere). Piuttosto aumenta (augere) la potenza attraverso l’imperium, ovvero mediante quel dispositivo capace di governare la violenza e dirigerla verso il
nemico. Solo se necessario. Perfetto equilibrio tra forma e forza, espresso a livello
geopolitico con la determinazione del limes dell’Elba e a livello artistico dalle opere del saeculum Augustum . Pensate all’Eneide, dove in molteplici luoghi il lirismo dei versi viene interrotto da un fulmen in clausola cruento. Sanguigno. A
suggello della capacità della forma poetica di internalizzare ciò che di solito viene
rimosso. Questa è la pax romana, giustamente nota anche come secolo di Augusto, ovvero di colui che incrementa. Una forma piena di forza.
Questo è dunque il magistero di Roma. Essere romani è una forma di prassi,
in virtù della quale si riconosce che non si agisce in un vuoto, ma all’interno di un
campo di forze che debbono essere riconosciute, assorbite e possibilmente incanalate: «È l’umiltà di ammettere che esiste del senso nel mondo» col quale dobbiamo
confrontarci e comprometterci, anche se non ci piace. Lezione cruciale non solo
per gli imperi di oggigiorno, ma pure per quegli Stati e staterelli che fanno del
manicheismo la loro unica bandiera. Convinti, specie tra Bruxelles e Strasburgo,
che dividere buoni e cattivi, pace e guerra, clementi e crudeli sia esercizio utile.
L’eredità di Augusto insegna non solo che non lo è, ma anche che, se si vuole
sopravvivere in tempi rivoluzionari, bisogna abbandonare gli assoluti e iniziare a
vivere nelle contraddizioni.
Solo così è possibile regere populos. Pace e violenza, ordine e caos, clemenza e
crudeltà. Roma è stata questa capacità di abitare la zona grigia che divide gli opposti,
36. Per una ricostruzione, la cui chiave di lettura qui seguiamo, cfr. A. MARCONE, Augusto, Roma 2015,
Salerno Editrice.
37. Su questo, P. ZANKER, Augusto e il potere delle immagini, Torino 2007, Bollati Boringhieri.
mediandoli e rifutando ogni irrisolvibile antinomia. Così aprendosi alla possibilità di
reinventarsi, conditio sine qua non per essere davvero sine fine. Alla base di tutto
questo non vi è una scienza, ma proprio la ciceroniana civilis prudentia. Arte umanissima che obbliga a partire dalla realtà, sempre contraddittoria, e non dalla coerenza delle idee, di norma fttizia. Repubblica e impero. Ordine e caos. Forma e forza.
Violenza e pace. Essere eredi di Roma, oggi, significa odiare il bianconero.
7. Non sappiamo chi s’imbatterà nel nostro messaggio in bottiglia. Potrebbe
persino non arrivare mai a destinazione. Anche per assenza di destinatari. E tuttavia
era nostro dovere provarci. Lo dovevamo alla nostra città e alla sua storia, tirata da
ogni parte e tradita in ogni luogo. Trattata, somma ingiustizia, da modello politologico qualsiasi. Roma non è questo. Non può esserlo. Non lo sarà mai. E allora, dinnanzi alla concreta possibilità di una realtà post-romana, facciamo nostre le parole
dell’ultimo grande romanista americano: H.P. Lovecraft. Che, in una lettera in cui
rimprovera un suo allievo colpevole di non studiare a suffcienza i classici, si sofferma a ragionare su cosa signifcherebbe per lui un mondo governato dalle macchine
e non dalla civilis prudentia. Lovecraft, come sempre, non usa mezze parole. Se
viene meno la saggezza romana, «tanto vale che non ci sia più un mondo» . Sottoscriviamo. Aggiungendo che l’inferno altro non è che un mondo senza Roma.

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# Il Colosseo splende nonostante tutto
di Simone QUILICI
### Lo storico baricentro della Città eterna è un’icona planetaria e una macchina economica. Ma tra enti in conflitto perenne, limiti infrastrutturali e pressione turistica, la sua gestione resta caotica. L’origine napoleonica del progetto di un grande parco archeologico.
1. Si ripete spesso che tutte le strade portano a Roma. Ma dove si trova davvero il cuore spirituale e geografco della Città eterna? Bisogna cercarlo nel fulcro del Foro, oggi all’interno del Parco archeologico del Colosseo. Qui sorge l’Umbilicus Urbis, un monumento conico in mattoni alto circa due metri collocato tra i Rostri e l’Arco di Settimio Severo. La sua forza simbolica è profonda, poiché nell’antichità era considerato il centro fsico di Roma, quindi del mondo. Poco distante emerge un secondo punto di riferimento, il Miliarium aureum, la pietra miliare eretta da Ottaviano Augusto nel 20 a.C. Si trattava di una colonna marmorea rivestita di bronzo che segnalava il «miglio zero», il luogo da cui si diramavano tutte le strade dell’impero. Oggi ne resta solo un frammento.
È proprio a partire dal nucleo attorno al quale si era articolata la Roma imperiale che, in epoca moderna, prendono forma nuove visioni della città. Una visione di parchi pubblici capace di includere l’Appia e il Colosseo. All’inizio dell’Ottocento, durante il dominio napoleonico, quel baricentro si trasforma in un laboratorio di progetti ambiziosi: Roma è la seconda capitale dell’impero, il suo grande centro culturale. E presto diviene oggetto di proposte urbanistiche e paesaggistiche. Per esempio, i francesi introducono in Italia uno dei loro prodotti più innovativi, i parchi pubblici. Progettano numerose promenades, tra cui le passeggiate del Pincio e di Ponte Milvio. A quegli stessi anni risale anche il progetto dell’architetto Louis-Martin Berthault per la costruzione di un vasto parco pubblico, il Jardin du Capitole, un percorso pedonale panoramico lungo la periferia del Foro, in grado di abbracciare in un unico itinerario il Colosseo, il Palatino e il Circo Massimo.
Tutto parte insomma da un impulso francese. Eppure, la maggior parte di questi progetti resta soltanto sulla carta, poiché l’impero napoleonico, strutturalmente fragile, non riesce a tradurli in interventi concreti. Alcune opere vengono però avviate, come il Semenzaio di San Sisto, che diversi decenni più tardi – quando Roma diventerà capitale d’Italia nel 1871 – costituirà la base della Passeggiata archeologica voluta dai ministri Ruggiero Bonghi e Guido Baccelli. I progetti urbanistici rivelano sempre continuità storiche.
Dopo la parentesi napoleonica, gli interventi sugli assetti paesaggistici a Roma vanno incontro a una fase di rallentamento. Si deve però a Pio IX un notevole cambio di passo. Il pontefce incarica infatti l’architetto e archeologo Luigi Canina di realizzare un grande «museo a cielo aperto», attraverso la sistemazione archeologica dell’Appia Antica nel tratto tra il terzo e l’undicesimo miglio, in località Frattocchie. Un primato mondiale, dal momento che con quel progetto, per la prima volta, un paesaggio di forte valenza storica viene reinterpretato come museo lineare. Canina applica le idee di Canova, Valadier e, forse soprattutto, di Quatremère de Quincy, secondo cui è fondamentale restaurare e conservare i monumenti nel loro spazio naturale, anche quelli minori, senza decontestualizzarli all’interno di musei. E il risultato lo si può notare ancora oggi nel Parco archeologico dell’Appia Antica.
Si registrano poi ulteriori interventi. Tra gli anni Dieci e Venti, la Passeggiata archeologica viene rimaneggiata nel tratto che parte da Porta Capena. Si tratta però di un intervento effmero, perché alla fne degli anni Trenta il regime fascista decide di sostituirla con la costruzione dell’imponente arteria di collegamento tra l’area dell’Esposizione universale (Eur) e il centro della città, passando per l’area archeologica centrale, a partire dalle Terme di Caracalla. Inoltre, si ha riscontro dell’idea di una promenade, ispirata sempre al modello francese, sull’Appia Antica: all’inizio del secolo l’architetto e storico dell’arte Antonio Muñoz riprende e rielabora l’opera di Canina, aggiungendovi quell’elemento paesaggistico che oggi le riconosciamo come distintivo, con le fle di pini e cipressi a tratteggiare un orizzonte da cartolina. Insomma, ciò che noi oggi osserviamo percorrendo l’Appia non è tanto un retaggio diretto dell’epoca antica, quanto il prodotto dei restauri avvenuti tra Ottocento e inizio Novecento. Basti pensare che i monumenti ai lati sono in gran parte ricostruiti.
2. Questa lunga tradizione, che dal Jardin du Capitole arriva a Canina e poi ancora a Muñoz, costituisce la base culturale da cui muoverà Antonio Cederna nel secondo dopoguerra. Con lo scopo di restituire ai cittadini il loro patrimonio artistico, a partire dagli anni Cinquanta l’urbanista sviluppa il progetto di un parco pubblico incuneato fno al cuore dell’Urbe. E recupera esplicitamente quella fliera di idee. Al punto che nella legge per Roma Capitale del 1990 la realizzazione del sistema comprendente i Fori, il Colosseo e l’Appia arriva a fgurare quale obiettivo prioritario. Lo stesso principio compare poi nel 2008 all’interno del piano urbanistico tuttora vigente, frutto del lavoro di Vittoria Calzolari – la pioniera dei paesaggi italiani – e dell’urbanista Leonardo Benevolo – che già nel 1976 aveva proposto la rimozione di via dei Fori imperiali per creare un grande parco archeologico, sulla scia del Jardin du Capitole.
L’idea non si è mai realizzata. Con il risultato che oggi, nonostante le visioni ambiziose e le linee d’azione condivise, la gestione dell’area resta caotica. Enti diversi devono coordinarsi, spesso con notevole fatica, per amministrare il Parco archeologico del Colosseo, quello dell’Appia Antica e le aree della Passeggiata archeologica. Si tratta di un sistema frammentato che presenta notevoli sovrapposizioni di competenze tra Comune e Stato. E i tentativi di coordinamento, come il progetto di consorzio elaborato nel 2015, non si sono mai concretizzati. La conseguenza inevitabile di tale assetto disfunzionale è una dinamica di confitto pressoché costante, in cui la sovraintendenza capitolina, dotata di poteri molto limitati, manifesta spesso una comprensibile frustrazione. Occorre trovare al più presto soluzioni per una gestione integrata. Non servono riforme astratte e di ampio respiro, ma l’istituzione di un consorzio per l’amministrazione della città con gli strumenti a disposizione, che unisca competenze urbanistiche comunali e funzioni di tutela statali. Per farlo, basterebbe un decreto.
Un sistema unitario produrrebbe vantaggi considerevoli. Il Parco archeologico del Colosseo, oggi in sovraccarico di visitatori, necessita infatti di trovare una «cassa d’espansione» e l’Appia rappresenta in questo senso la soluzione più naturale, poiché possiede ampi margini di accoglienza e soffre di marginalità infrastrutturale, causata perlopiù dai percorsi dei mezzi pubblici. In una prospettiva più ampia, sarebbe auspicabile la costruzione di un grande corridoio culturale che unisca il centro città a Frattocchie: una soluzione in linea con la storia antica e in grado di mitigare, seppur parzialmente, la troppo marcata centralità di Roma nella Regione Lazio.
3. Il Colosseo non è soltanto un’icona planetaria. È soprattutto un oggetto da maneggiare con cura. Una creatura complessa, fragile e sovraccarica. Qualsiasi dichiarazione pubblica sul monumento si trasforma immediatamente in notizia riportata sulle prime pagine di tutte le più importanti testate globali. Basta un dettaglio - un minimo spunto per generare clamore e accendere l’attenzione di tutto il mondo. Paradosso di un simbolo potente ed estremamente vulnerabile.
Il Parco archeologico è stato istituito nel 2015 con alcuni vizi d’origine. Permangono infatti criticità strutturali, dovute in larga parte al fatto che la confgurazione iniziale l’ha reso un organismo quasi autosuffciente e poco integrato nel tessuto urbano. Il punto è che non parliamo soltanto di una vasta area archeologica, ma anche di una considerevole porzione della città. I varchi d’accesso sono pochi – i principali sono al massimo due – e distribuiti in maniera disomogenea. L’assenza di allacci infrastrutturali tra percorsi interni ed esterni produce effetti disfunzionali. I visitatori tendono fsiologicamente a concentrarsi in specifci punti, saturando le capacità di accoglienza. Una migliore distribuzione dei collegamenti permetterebbe, per esempio, al Circo Massimo di trasformarsi in una preziosa valvola di sfogo. Negli ultimi anni, anche grazie al progetto Caput Mundi, sono stati avviati interventi per migliorare la situazione complessiva.
La frammentazione amministrativa riguarda anche l’area dei Fori, che tenendo a mente la storia dovrebbero costituire un organismo unitario. Eppure, il Foro romano è gestito dal Parco archeologico, mentre i Fori imperiali restano in capo al Comune. Si tratta di un’eredità che penalizza tutto il sistema. Certo, il biglietto integrato «Forum Pass» – che permette un solo accesso all’area archeologica del Foro romano, dei Fori imperiali e del Palatino – costituisce un primo e utile tentativo di ricucitura, ma resta evidentemente insuffciente.
Inoltre, sul Parco del Colosseo pesano soprattutto i fussi turistici diffcili da assorbire. Si registrano picchi di 32 mila visite quotidiane, pari a 3.200 l’ora: un autentico limite strutturale, oltre il quale è impossibile spingersi a causa dei parametri di sicurezza. Nel 2024 gli ingressi hanno superato quota 14 milioni, raddoppiando i livelli del 2019 e posizionando l’anfteatro tra le mete più visitate al mondo – secondo soltanto alla Grande muraglia cinese e ben sopra alla basilica di San Pietro. Nel 2024 gli introiti derivanti dalla sola vendita dei biglietti hanno superato i 100 milioni di euro, anche in questo caso raddoppiati rispetto al 2018-2019. E poi ci sono le entrate dovute al supplemento della valorizzazione, alle royalties, alle concessioni. Una macchina economica imponente, che alimenta tra le altre cose un fondo di solidarietà destinato a piccoli musei statali di notevole valore artistico ma poco autosuffcienti.
L’arena ospita eventi selezionati fuori dagli orari turistici. E nonostante le aspettative talvolta irrealistiche dei visitatori, l’esperienza è oggi accurata e di altissimo livello. Sono stati aperti – anche grazie al lavoro dell’architetto Barbara Nazzaro – i famosi sotterranei, i quali presentano uno splendido «videomapping», ovvero una proiezione video suggestiva che ricostruisce l’arrivo dei gladiatori dal Ludus magnus, con precisione flologica. Più in generale, il pubblico internazionale tende ad avere un’immagine idealizzata del monumento, spesso distante da ciò che effettivamente è giunto fno a noi. Molti visitatori restano spiazzati, talvolta persino delusi, nello scoprire che le gradinate non esistono più. Anche per questo, negli anni Ottanta l’architetto Carlo Aymonino è arrivato a ipotizzare una ricostruzione integrale del Colosseo. Si trattava di una proposta volutamente provocatoria, che tuttavia ha dato origine a un vivace confronto tra specialisti.
Con il suo peso simbolico e le sue inevitabili fragilità, il Parco archeologico del Colosseo racchiude molte delle contraddizioni della capitale. È il luogo che meglio racconta la storia di Roma agli occhi del mondo, ma è anche l’area in cui emergono con chiarezza i limiti di una città che fatica a governare il proprio patrimonio, dove si sovrappongono competenze diverse, procedure ridondanti e infrastrutture non sempre adeguate a reggere la pressione di milioni di visitatori. Ripensare il Colosseo signifca allora restituire coerenza a un sistema frammentato, migliorare le connessioni con il contesto urbano, costruire un progetto credibile per il futuro della sua area archeologica. Anche su questo terreno si giocherà il futuro della Città eterna.

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# ANTOLOGIA DELLA TOSKÀ O DELLA NOSTALGIA DEI RUSSI PER IL MITO DI ROMA
## di Mario CARAMITTI
### Da Gogol’ a Petrova: come romanzieri e poeti zaristi, sovietici e contemporanei hanno raccontato l’Urbe. L’amore per il cielo romano, l’ambiguità dell’impero e il culto delle rovine. Per la letteratura russa la capitale d’Italia è simbolo d’eternità.
# 1. ROMA, PER I RUSSI, È NELL’ESSENZA MOLTEPLICE.
È il luogo della sovrabbondanza del senso e delle emozioni, dei piani temporali e concettuali. Chiunque si trovi a trarre dei raccordi, innesca sempre un quadro stratificato, spesso dicotomico. «Roma è la prima impressione della natura e dell’antichità» è il commento, laconico all’estremo, di Tolstoj dopo il suo viaggio del 1860-1861. L’eterno e l’immanente sono in costante corto circuito. Roma ai russi si prospetta sempre con una doppia pelle, una doppia fisionomia. Oltre che nel tempo, anche nello spazio. Già dal nome. Per un paradosso implicito nell’aura fonetica di ogni monosillabo, il russo «Rim» si volgerà per palindromo in «mir», il mondo, l’universo, inglobando ancor più fittamente le idee di impero, modello universale, irradiazione della cultura che da sempre contraddistinguono la città. Le suggestioni evocate sono infinite. Solo l’ultima: uno dei grandi geni della contemporaneità, il regista sperimentale Boris Jukhananov ha messo in scena a Mosca un ciclopico spettacolo di sessanta ore che, nel rombo del titolo Mir Rim, riunisce le quattro tragedie scespiriane ambientate nella Roma antica. E senza ancora uscire dalla veste verbale, l’impatto straniante raddoppia con il genere. Rim in russo è una parola maschile: il materno, il placentale che ci si aspetta ci accolgano sono subliminalmente intaccati dall’austero, il dominante, l’eterno. Per partire di nuovo dalla fine, nel romanzo del 2016 Appendice, ambientato in una Roma di borgate e stradoni punteggiati di travestiti, Aleksandra Petrova non può non cedere alla metonimia: «Femminile nell’idioma locale, maschile nel mio, veniva fuori che io ero innamorata cotta di un trans» [1].
All’inizio, molto prima che i russi in carne e ossa comparissero sul Tevere, Roma era entrata nello spazio culturale russo con il possente flatus vocis del mito: caduta Costantinopoli, la Moscovia di Ivan III, che nella seconda metà del XV secolo aveva definitivamente imposto la sua autorità sulla parte centro-settentrionale della Russia europea, concentra la propria narrazione identitaria sull’idea di Mosca come Terza Roma, pronta a raccogliere l’eredità degli imperi d’Occidente e d’Oriente. Roma è quindi da subito un’entità altamente idealizzata e astratta, riferimento storico-culturale del tutto svincolato dalla contingenza. E tale rimane per secoli nel corso dell’ascesa del nuovo colosso geopolitico delle steppe. Quando Pietro dissemina per l’Europa occidentale talentuosi discenti e agenti segreti, la direttiva sarà sempre quella dei paesi del Nord, mentre la Francia è il riferimento esclusivo delle zarine nel subentrante «secolo delle donne». Sarà solo lo spirito romantico ad accendere una nuova focalità sull’Urbe, non meno astratta e atemporale, ma in tutto partecipe del sentimento del proprio tempo, del culto delle rovine e dell’eroicizzazione degli sconfitti.
Il Grand tour muove dalla Russia molto a singhiozzo. Sono pochissimi a giungere fisicamente a Roma, come Batjuškov nel 1819, che introduce il tema della Città eterna come libro sterminato. Ma già due anni prima nel Tasso morente ne aveva dato una versione intimamente stilizzata, in evidente autoproiezione. Accanto al Tasso saranno Ovidio (esilio, conflitto con l’autocrate) e Orazio (exegi monumentum) le figure prototipiche della romanità maggiormente oggetto di mitizzazione nella prima metà dell’Ottocento, e il paradigma dominante resta di gran lunga quello della visione a distanza, rifratta in un immaginario sia secolare sia attualizzato, nel quale è impossibile tracciare alcun confine tra le città del mito, della storia e della contemporaneità.
Di quanto frastagliata e ambigua sia la prima diffusa percezione di Roma nella cultura russa dà conto molto bene Rita Giuliani in un fondamentale studio antologico [2] curato con la compianta Paola Buoncristiano. Il quadro s’ingarbuglia di necessità, e ogni taglio prospettico è poi a sua volta scisso in dicotomie quasi antitetiche. La Roma antica è insieme, come vuole il sedicenne Puškin («sono romano nel cuore, mi ribolle la libertà nel petto» [3]), emblema di istituzioni democratiche e del dibattito sulla libertà, ma anche della tirannia e della violenza prevaricatrice: «Addio, dissoluta Roma, addio, terra natale» sono le ultime eterodirette parole del danubiano Gladiatore morente (1836) di Lermontov. Un altro dei maggiori poeti romantici, Baratynskij, in una poesia dalla sferzante scansione di soli interrogativi, muove da un cruciale incipit: «Altera Roma, dominatrice del mondo,/ sei tu mai stata libera, Roma?» (1821).
Ne esce un quadro desolante dell’odierna decadenza, espressamente intesa come nemesi per il tracotante imperio del passato, sintetizzato in un’immagine particolarmente espressiva: «Sontuoso sarcofago di morte generazioni». È questa – decadenza come contrappasso dell’antica superbia – la linea interpretativa prevalente nel primo Ottocento, spesso accompagnata da toni di enfatico astio. I tre piani di giudizio sono posti in un vorticoso saliscendi (patria della libertà-asservitrice-asservita) da uno dei primi grandi conoscitori della cultura italiana, il poeta minore e critico letterario slavofilo Stepan Ševyrëv:
Sullo scalone d’onore dei secoli
incedevi gloriosa, antica patria della libertà!
Il tuo cammino terminasti al suono
dei ceppi con cui tenevi incatenati i popoli [4].
Il riferimento alle antiche tradizioni repubblicane è di norma associato alle dinamiche della loro perdita, e queste sono specchio immediato dello scoramento di fronte alla cupa atmosfera dell’Europa della restaurazione. Così è nelle già citate poesie di Puškin e Lermontov, ascrivibili in toto alla seconda funzione dell’idea di Roma nell’immaginario russo, quella di speculum mundi.
Più ci si muove nel campo dell’astrazione e della stilizzazione, più è preventivabile che i prigionieri e i gladiatori daci saranno intesi come protoslavi e serviranno da prototipo per la Russia sottoposta all’autocrazia zarista, ma anche del panslavismo irredento della seconda metà dell’Ottocento (il Gladiatore del Campidoglio di Nikolaj Šerbina), mentre l’accanirsi per motivazioni dottrinali e teologiche di Tjut’ev contro Pio IX tradisce in maniera trasparente il rancore per il tradimento dell’Occidente nella guerra di Crimea. E se la ferocia biunivoca della folla e dell’imperatore sugli spalti del Colosseo è tema trasversale per eccellenza della poesia ottocentesca su Roma (Lermontov, Pavlova, Simborskij, Nadson, Vjačeslav Ivanov, Vološin), e la compassione per le vittime cristiane sottende l’aura simbolica di un cristianesimo più puro e prossimo a quello delle origini (certamente più ortodosso che cattolico), la lotta contro le belve può tingersi di orgoglio operaio e rivoluzionario nello schiavo che uccide a mani nude un leopardo in Banchetto delle belve (1876) di Nikolaj Simborskij, o innescare un complesso portato allegorico in In occasione della liberazione dei servi della gleba (1862) della più significativa poetessa russa dell’Ottocento, Karolina Pavlova. Dove sempre a uno schiavo è imposta la crudele e beffarda sfida di attraversare l’arena a zig-zag tra le fere con un uovo in mano, che viene proiettata sulle pastoie che la società russa aveva frapposto alle aspirazioni di libertà dei servi e continuava a frapporre alla piena applicazione dell’emancipazione.
# 2. A un’ultima molto variegata rifrazione è costantemente sottoposta l’immagine russa della Roma contemporanea, più o meno indipendentemente dal momento storico, ma in particolare nell’Ottocento: viva e genuina oppure arretrata e provinciale, luogo di caos o di quiete, di degrado e tristezza o volano d’ispirazione. Gli atteggiamenti sono programmaticamente contrapposti: se ci si confronta sulla leggendaria Campagna romana si passa dagli scenari idillici di Gogol’ e di Apollon Majkov alla maleodorante desolazione di Tjut’ev e di Pavlova, con evidente dissimulazione da parte di tutti dei pochi ma determinanti chilometri che separano i Colli Albani dalla palude pontina. Per un orientamento potenzialmente meno partigiano si possono confrontare due opzioni, molto suggestive, di incidenza del colorito locale, di grado zero e di grado ennesimo. Tjut’ev, quintessenziale poeta romantico della natura feramente antiromano, abbandona ogni acredine quando, di notte, lasciate sole, le pietre cominciano a parlare la sua lingua.
**Fëdor Tjut’ev, Roma di notte**
Roma riposa nell’azzurra notte.
La luna è sorta e la città nel sonno,
solenne e desolata, ha tutta invasa
e piena della sua gloria silente…
Dolce è Roma a quel raggio, e come a quella
il suo cenere eterno s’apparenta!
Quasi un sol mondo, fulgido ma morto,
fosser la luna e la città dormiente [5].
1850
Naturalmente Tjut’ev prelude al sogno di tutti i turisti che vorrebbero vedere la fontana di Trevi come Mastroianni e Ekberg, ma nella suadente aura mitica resta comunque una vistosa componente di giudizio (non entusiasta). Il tema è quello, già annunciato e che ancora ricorrerà, della natura e della storia, e come sempre è la natura a imporsi, pur se di rado lo fa con tinte così funeree.
Palese è invece la simpatia di Gogol’ per l’effetto opposto – di massima intensità e invasività – che può indurre la proverbiale cordialità della popolazione capitolina. Nella novella incompiuta Roma (1842) siamo portati oltre i confini dello spazio urbano normalmente accessibile ai turisti. E così accolti:
**Nikolaj Gogol’, da Roma**
Qui risuonano squillanti le voci delle romane: non c’è angolo, non c’è finestra da cui non piovano chiacchiere e discorsi. Qui tutto è alla luce del giorno, e i passanti vengono edotti in ogni dettaglio dei segreti di famiglia; pure madre e figlia, nel discorrere fra loro, non ci pensano due volte a sporgere la testa fuori della finestra; di uomini qui non c’è traccia alcuna. È appena sorto il sole, e già apre la finestra e s’affaccia sora Susanna, poi a un’altra finestra si mette in mostra sora Grazia che indossa la gonna. Poi apre la finestra sora Nanna. Poi esce sora Lucia che si spazzola la lunga coda; e da ultima sora Cecilia sporge un braccio per agguantare la biancheria stesa fuori della finestra, e procede all’istante a punirla per aver opposto resistenza alla presa, punizione che consiste in appallottolamento e lancio per terra alle parole: che bestia [6]! [7].
Gogol’ era letteralmente innamorato di Roma. In nessun altro luogo della sua eternamente nomade esistenza ha trovato tanta serenità, energia e radioso agio per la travagliata psiche e il corpo. È vissuto a Roma, salvo alcuni intervalli, per dieci anni interi, dal 1837 al 1847, nell’appartamento sull’ex via Felice (oggi via Sistina 125 e meta di pellegrinaggio dei turisti russi), dove ha composto i suoi due capolavori assoluti, Le anime morte e La mantella. Nella lettera dell’aprile 1838 a Marija Balabina scrive: «Mi sembrava di vedere la mia patria, dalla quale mancavo da anni e nella quale vivevano solo i miei pensieri. O meglio no, non è così, non è la mia patria quella che ho visto, ma la patria della mia anima, dove la mia anima viveva già prima di me, prima che io venissi al mondo».
Gogol’ soggiorna nella capitale in quella che è probabilmente l’età dell’oro della Roma russa: dal gennaio 1829 la principessa Zinaida Volkonskaja vi si è trasferita, ricreandovi il suo celeberrimo salotto moscovita. In visita e per lunghi soggiorni la raggiungono i più noti scrittori russi, da Žukovskij a Vjazemskij. Nutritissima è la colonia degli artisti residenti, e sono dipinti a Roma i due capolavori fondativi della pittura russa moderna: L’ultimo giorno di Pompei di Karl Brjullov e Apparizione di Cristo al popolo di Aleksandr Ivanov.
Per il resto del XIX secolo Roma è meta sempre più costante dei viaggiatori russi, ma per nessun altro grande scrittore patria d’elezione. Anzi, sorprenderà la quasi assoluta indifferenza con cui i grandi classici danno conto del loro soggiorno romano. Tolstoj è a Roma per almeno un mese (dicembre 1860-gennaio 1861) ma non lascia in merito nient’altro che l’appunto citato in apertura. Dostoevskij è a Roma nel settembre 1863 con l’amante Apollinarija Suslova. Il 18 del mese scrive a Strakhov una lettera fiume di oltre tre pagine, che si chiude con: «Strano: scrivo da Roma e neppure una parola su Roma!». Seguono alcune righe giustificative con illustrazione da cartolina delle tappe turistiche standard. Čechov visita la città due volte, nel 1891 e nel 1901, senza mai mostrare alcun particolare interesse, con un approccio dichiaratamente un po’ passivo, da Baedeker. Da una cui distorta versione apprende lo zero in più delle «11 stanze del Vaticano», citate in più lettere, che lo diverte molto. Tuttavia, a San Pietro preferisce San Marco a Venezia e addirittura San Paolo fuori le Mura. Proverbiale nella memoria condivisa è rimasta la sua freddura «In buona sostanza, Roma è come Khar’kov» [8].
Nessuno fra loro scrive della città in opere di finzione, salvo una curiosa e un po’ delirante storiella didascalica del tardo Tolstoj intitolata La fondazione di Roma (1886), che in piena osservanza dello spirito asessuato del tolstoismo fa piazza pulita di Marte, di Rea Silvia, ma anche di Faustolo stesso, cui affida invece l’abbandono della culla e la successiva agnizione degli adolescenti, innescando un ingestibile corto circuito d’intreccio dal quale i gemelli escono fuori come dei Mowgli totali, che per motivi inspiegabili diventano oggetto dell’ira dei pastori di Numitore in difesa dei quali erano intervenuti.
L’unico tra i grandissimi a provare manifesto entusiasmo per Roma è l’altamente occidentalizzato Turgenev, che non a caso muove da una piattaforma concettuale per noi molto più conforme: «Si è circondati dalla costante sensazione che il Sublime, il Sommo, l’Eminente sono vicini, sottomano, e di conseguenza in qualsiasi momento si può entrare nel sacrario dell’arte» [9]. Ciò non gli impedisce di aderire in toto all’assioma dominante, perfettamente spendibile in ogni declinazione ideologica, di Roma imperiale come culla di ogni autocrazia e della degenerazione dei rapporti sociali. E lo fa nell’inconsueta cornice di una narrazione fantastica, il racconto lungo Fantasmi (1863), in cui il protagonista è portato in volo attraverso il tempo e vampirizzato da un fascinoso ma sinistro essere muliebre:
**Ivan Turgenev, da Fantasmi, capitoli XII e XIII**
«Roma, Roma è vicina…» mi sussurrava Ellis. «Guarda, guarda là avanti».
Ho alzato gli occhi.
Cos’è quel nero che si staglia al confine del cielo notturno? Le alte arcate di un enorme ponte? Qual è il fiume che attraversa? Perché è interrotto qua e là? No, non è un ponte, ma un antico acquedotto. Ci circonda la sacra terra della Campagna romana, e laggiù ci sono i Colli Albani, le loro cime, assieme alle grigie vertebre del vecchio acquedotto, scintillano ai raggi della luna appena sorta…
Ci siamo d’un tratto impennati, per poi rimanere immobili, sospesi davanti a un’isolata rovina. Era impossibile intendere cosa fosse stata prima: un sepolcro, una reggia, una torre… Della nera edera le riversava sopra tutta la sua forza ctonia, e da basso si apriva, come fauci, un arco crollato per metà. Un pesante alito da antro, da sottosuolo mi saliva al volto da quel cumulo di piccole pietre fermamente congiunte, dalle quali si era da tempo staccato il rivestimento in granito della parete.
«Qui» ha detto Ellis, alzando un braccio. «Qui! Pronuncia a alta voce, tre volte di fila, il nome del sommo romano».
«Cosa succederà?»
«Lo vedrai».
Io ero interdetto. «Divus Caius Iulius Caesar!..» ho esclamato a un tratto. «Divus Caius Iulius Caesar!..» ho ripetuto con più slancio. «Caesar!»
L’eco della mia voce non si era ancora del tutto spenta, e mi è sembrato di sentire… Fatico a dire cosa esattamente. Prima ho avvertito il deflagrare confuso, appena distinguibile ma indefinitamente ripetuto di squilli di tromba e applausi. Sembrava che da qualche parte, in una tremenda lontananza, a un’abissale profondità, si fosse mossa d’un tratto una folla innumerevole, che veniva sollevandosi, sommuovendosi, tra reciproci impercettibili richiami, come in un sogno, un opprimente sogno lungo secoli. Poi l’aria attorno alla rovina si è tinta di striature scure… hanno cominciato ad apparirmi ombre indistinte. Miriadi di ombre, milioni di tratti, ora arrotondati, come di elmi, ora allungati, come lance; i raggi della luna si frantumavano in subitanee scintille azzurrine sopra le lance e gli elmi, e tutta quest’armata, questa folla si avvicinava sempre di più, cresceva, oscillava vistosamente… vi era riposta una tensione inaudita, una tensione sufficiente a sollevare il mondo intero; ma nessuna immagine si distingueva in maniera nitida… finché all’improvviso ho avuto la sensazione che quel trepidare mi scorresse intorno, come si fossero infrante e defluissero onde spropositate..! «Caesar, Caesar, venit!» hanno crepitato le voci, come le foglie di un bosco sul quale si sia abbattuta all’improvviso una tempesta… È riecheggiato un colpo sordo, e una testa pallida, severa, con una corona d’alloro e le palpebre abbassate – la testa di un imperatore – ha iniziato a avanzare lentamente da dietro la rovina…
La lingua umana non conosce parole per esprimere l’orrore che mi ha serrato il cuore. Mi è sembrato che se quella testa avesse aperto gli occhi, se avesse schiuso le labbra, io sarei morto all’istante.
«Ellis!» ho lanciato un gemito. «Non voglio, non posso, no, Roma no, non questa rozza, atroce Roma… Portami via, via da qui!»
«Pusillanime!» ha sussurrato, e ci siamo levati in un lampo. Ho fatto in tempo a udire ancora una volta alle mie spalle il ferreo, adesso tonante grido delle legioni… Poi tutto si è fatto scuro.
Turgenev scinde esplicitamente due delle narrazioni che hanno accompagnato finora la nostra analisi. Soggiace palpitante al fascino delle rovine – come a quello della sua adorabile vampira – ma rigetta come una tentazione demoniaca il verbo e il volto dell’imperium romano, della cui acronica universalità sa dare un’eloquente rappresentazione. Le palpebre chiuse di Cesare sono come quelle del mostro folclorico di Gogol’, il Vij. Lasciar sprigionare insieme l’essenza dell’autocrazia e una smisurata forza militare equivale ad aprire il vaso di Pandora. Nel reciso rifiuto del protagonista c’è una professione di fede democratica e una contrapposta filosofia della storia, così come echi d’attualità – Turgenev era esule in Germania con i coniugi Viardot dalla Francia di Napoleone III. Ma c’è anche, pur di riflesso, la stessa isteria che nella seconda metà dell’Ottocento ha accompagnato costantemente la lettura russa della senescente Roma papalina e dell’intera sua memoria storica. Si arriva, per intendersi, con Afanasij Fet, poeta di tutto rispetto, molto infastidito nel contingente da spifferi, insetti, scomodità, a una disarticolata galleria d’insulti: «Quirite, ti odio!», «boia universale», «senz’anima», «bestia feroce» [10]. Tjut’ev continua a esecrare il papato, per Dostoevskij il cattolicesimo è il sommo male d’Europa, ma ancora più emblematica è forse la sudditanza psicologica del giovane Konstantin Slučevskij, che pur lasciando trasparire, nella poesia del 1859 Monte Pincio, la sua simpatia per la Roma assoggettata ai francesi, ammette candidamente di non poter uscire del tutto dal coro: «Non osando amarti».
# 3. L’atmosfera cambia progressivamente con l’avvento della stagione simbolista, nella quale emerge, forse per la prima volta, un amalgama almeno parziale delle diverse immagini di Roma, che contempera il mito dell’impero in versione sdrammatizzata e un profilo via via più distinto e meno folclorico della città contemporanea. Blok, però, ferma il suo viaggio del 1901 a Firenze (per il caldo e le zanzare) e scrive un intero libro di Versi sull’Italia senza citare Roma: itinerario tutt’altro che d’eccezione, secondo dinamiche spazio-culturali che privilegiano senza dubbio il diverso fascino di Firenze e Venezia.
I simbolisti che dimostrano un più diretto interesse per Roma sono Merežkovskij e Brjusov, in due romanzi storici (La morte degli dei. Giuliano l’Apostata del primo e L’altare della vittoria del secondo) in cui il conflitto tra paganesimo e cristianesimo rispecchia l’atmosfera di tramonto di civiltà allora dominante in Russia, mentre, pur restando sugli stessi temi, Kuzmin accentua la componente sensoriale (e sensuale, con annessa – sul piano biografico – love story con il lift-boy Luigino). Ma la più elaborata e raffinata immagine poetica della città nasce dal lungamente maturato (anche attraverso un’eccezionale base di cultura classica) e non meno lungamente esperito amore per Roma di Vjačeslav Ivanov.
I tardi (1924) Sonetti romani costituiscono un radicale cambio d’approccio rispetto alla poesia dell’Ottocento, già nel metro, aperto tributo alla tradizione locale. Introducendo un più complesso apparato simbolico (l’arco, il pellegrinaggio spirituale), ci si sposta sul piano della quasi pura ekfrasis, dando spazio a luoghi (sette su dieci legati all’ulteriore motivo della pietra e dell’acqua) spesso al di fuori degli itinerari standard, come la fontana delle Tartarughe, il laghetto di Villa Borghese, la mostra dell’Acqua Felice (anche se all’autore, molto attento ai riferimenti culturali, sfugge il secolare lascito di lazzi al famigerato antiestetismo di quest’ultima).
**Vjačeslav Ivanov, La Barcaccia**
Pietrificata sotto gli incantesimi
del gorgoglio di sprizzi debordanti,
giace una barca per metà sommersa;
le invia fanciulle e fiori la Campagna.
La scalinata scavalca i palazzi,
e l’ampia via spartendo in arabeschi,
conduce le due torri e l’obelisco
sopra piazza di Spagna, nell’azzurro.
Amo il caldo arancione delle case,
fra antichi muri i vicoli affollati
e il fruscio delle palme nel meriggio;
e nella notte oscura il sospirare
di un’aria di chitarre vellutate
sul tremolo ambulante mandolino [11].
Se le floride fanciulle nei costumi tradizionali della Campagna romana (come l’Annunziata che incanta un giovane principe romano in Roma di Gogol’) erano forse già all’epoca della stesura parte della memoria storica, all’atmosfera musicalmente conviviale della scalinata di piazza di Spagna ha posto fine da un decennio una pruriginosa ordinanza comunale.
All’inizio del Novecento Roma è ormai una città completamente diversa da quella papalina, i cui intrinsechi contrasti tanto lasciavano interdetti gli scrittori russi. La vorticosa trasformazione postunitaria ha però innescato nuovi squilibri e nuovi paradossi, dei quali è attento osservatore uno dei più grandi interpreti della cultura italiana, Pavel Muratov, l’autore di Immagini dell’Italia (1911-12, 1917). Domina il libro, nel quale sono dedicati a Roma otto capitoli del secondo volume, una percezione ancora simbolisticamente sensoriale dello spazio, dove però le tombe disseminate ovunque sono diventate immagine dell’immortalità. Muratov critica con risolutezza le demolizioni della Roma sabauda e ancor più l’assoluta mancanza di personalità dei quartieri fotocopia della Parigi hausmanniana. A via Veneto, sorta sullo scempio di Villa Ludovisi, preferisce il non meno amorfo Testaccio, dove per lo meno ferve la vita popolare. In pagine accorate racconta il triste destino di Sant’Andrea del Vignola, ridotta a un isolotto tra i nuovi palazzi della Flaminia, o quanto irriconoscibile sia via Merulana ora che non si cammina più tra le mura dei monasteri in un placido contesto suburbano.
Non gli sfugge, però, come questi ultimi caotici mutamenti non siano per principio in contrasto con lo spirito eclettico e polimorfo della città: «Costruzioni colossali come il palazzo di Giustizia molto facilmente possono ridursi al ruolo di dettaglio irrilevante. A ciò contribuisce in modo decisivo l’inespressività stessa dell’architettura contemporanea» [12].
Con la definitiva affermazione dello Stato sovietico si trasforma in maniera radicale la tipologia della presenza russa a Roma: scompare lo sguardo del turista e, soprattutto, scompare lo stacco percettivo e l’invito al confronto con la realtà russa. Chi scrive di Roma è sempre un emigrato, in rari casi residente in via definitiva (quasi esclusivamente Vjačeslav Ivanov), più spesso per periodi limitati (Muratov, Saša Čërnyj, Brodskij per sei mesi nel 1981) o di passaggio. Roma si pone in discontinuità con Parigi, Berlino, più tardi New York, ma i filtri sono molto diversi, più sottili, smussati, senza ombra di esotismo reciproco.
Forse è allora comprensibile che in termini aspri e diretti della Roma fascista potesse parlare solo chi ne era del tutto remoto. Mandel’štam aveva probabilmente visitato la città nei suoi brevi viaggi italiani del 1909-10, ma la ramificata memoria che ne reca in tutta una serie di componimenti della sua prima raccolta, Pietra (1913, 1915), è la più alta incarnazione della ricerca lunga un secolo del ruolo della città nella filosofia della storia. A Mandel’štam, per la verità, a indicarlo bastano singoli versi, resi praticamente intraducibili dalla straordinaria densità e intensità espressiva: «La natura è Roma stessa e vi si specchia» [13]. O ancora: «A vivere nei secoli non è Roma/ ma il posto dell’uomo nell’universo» [14]. Con queste premesse e dopo un ventennale silenzio, Mandel’štam torna al tema di Roma nel suo ultimo esilio a Voronež e in una delle sue ultime poesie prima del martirio. Il tono quasi panflettistico di alcuni passaggi può indurre a considerare un tributo espiativo all’ideologia ufficiale, ma la straordinaria plasticità dei profili architettonici e scultorei – fino alla galleria di ekfrasis michelangiolesche – che attraversano l’intera poesia sommandosi via via alla fisica percezione dell’acqua, del calore, del cielo, della verticalità percettiva danno piena contezza di un genio poetico che risiede nell’astrazione attraverso la fisicità.
**Osip Mandel’štam, Roma**
Dove coi loro gracidii e i loro spruzzi
non dormono più i ranocchi delle fontane,
e una volta svegliati, in lacrime,
con tutta la potenza dei loro gozzi e conchiglie
aspergono di acqua anfibia la città,
che ama dire sì ai forti –
antichità leggera, estiva, insolente,
con lo sguardo avido e il piede piatto,
come il ponte inviolato dell’angelo
a pianta piatta sull’acqua gialla –
azzurra, non plasmata, di cenere,
nell’escrescenza a timpano delle case
la città, modellata in vicoli e spifferi
dalla rondine della cupola –
l’avete ridotta a un vivaio d’assassini,
voi mercenari del sangue bruno,
italiche camicine nere,
feroci cuccioli di cesari morti…
Sono tutti orfani tuoi, Michelangelo,
coperti di pietra e vergogna,
la notte, umida di lacrime, e il giovane
innocente David dal piede leggero,
e il letto sul quale è sdraiato
immobile Mosè a cascata –
nel sonno ipnotico e in schiavitù
stanno zitte la libera potenza e la misura del leone.
E lento uomo, Roma ha innalzato
gradini di scale aggrinzite
verso la piazza dei fumi di scale che scorrono –
perché come azioni risuonino i passi
e non per piaceri storpiati
come indolenti spugne marine.
Di nuovo hanno scavato le fosse del foro,
e aperto le porte a Erode
e pende pesante su Roma il mento
del dittatore-degenere [15].
1937
Per tutto il Novecento, quindi, la prospettiva di un viaggiatore sovietico a Roma si poneva al di fuori di qualsiasi prassi e aspettativa. Se mai avveniva, perciò, non poteva non evocare scintille. Così la visita di Anna Achmatova del dicembre 1964 – inaspettato premio dopo una vita di persecuzioni, canto del cigno tanto suo che del disgelo – è accolta con tripudio dall’intera comunità culturale, e nei resoconti degli slavisti si ha la distinta percezione dell’imbarazzo davanti a una catena di paradossi – l’ultima sopravvissuta della cultura russa prerivoluzionaria si ritrova esattamente là dove l’ha fissata il nostro immaginario, ma il mondo, la Russia, il suo aspetto fisico si sono spostati a una distanza siderale – per cui l’anziana poetessa è letteralmente trattata come un vaso di cristallo.
Qualche anno dopo Vasilij Aksënov, ormai emigrato negli Stati Uniti, proietterà la sua esperienza di scrittore cui era stato riservato il raro privilegio di poter uscire dall’Urss e rientrarvi su una delle cinque ipostasi in cui si scinde il polipersonaggio protagonista del romanzo L’ustione (1980). Questo, in una Roma psichedelica interamente rifratta da un film di Fellini, ingaggerà in uno spazio prossimale alla fontana di Trevi un rituale insieme imposto e schizoide di affermazione di mascolinità-russità-creatività alternativa e, perché no, persino sovieticità, ingollando una vodka tripla e affrontando una non giovanissima beltà anglosassone con un fuoco di fila di pesantissime volgarità pronunciato con ossequiosa attitudine e il sorriso sulle labbra. Molto meno prevedibile è che cento anni prima Mikhail Pogodin testimoniava di aver visto Gogol’ inscenare la stessa identica pagliacciata a un valico alpino nei confronti di una guardia di frontiera alla quale si ostinava a non voler mostrare il passaporto.
I primi due decenni della Russia postsovietica hanno visto invece per le strade della capitale un flusso via via crescente di turisti russi, la cui proverbiale prodigalità, prima della stretta putiniana, gli è valsa diverse tacche nell’indice di gradimento degli esercenti. C’è un romanzo – tra i capolavori assoluti del millennio entrante – che sottolinea con lucida ironia la prassi quotidiana di attonita perplessità e impacciato giubilo degli ordinarissimi russi e russe gettati all’improvviso, come un bambino spartano, tra i flutti del mito e del capitalismo. Si intitola Capelvenere (2006) e ne è autore Mikhail Shishkin, già dagli anni Novanta emigrato in Svizzera.
Nella fondamentale parte finale del romanzo ambientata a Roma il protagonista vede, immagina di vedere, incrocia sulla grande tavolozza delle esistenze possibili di cui è intessuta la sua prosa la sua insegnante di scienze delle superiori, con lo stesso tailleur viola, cappello bianco di mohair, pattine delle gite al museo e oltraggioso bigliettino attaccato dai monelli dietro la schiena:
**Mikhail Shishkin, da Capelvenere**
Galpetra si ferma a ogni bancarella di souvenir, cartoline, magliette con i nomi delle star. Si infila in mezzo alla gente. Esamina gli oggetti esposti: Madonne dall’aspetto di Barbie e Barbie dall’aspetto di Madonne. Scuote la testa guardando i prezzi.
[…] Qualcuno pesta una pattina a Galpetra. Lei brontola:
- Ma sei cieco? Guarda dove vai!
I passanti si girano a guardare le sue pattine da museo, il foglietto con il disegnino appiccicato alla schiena, ma qui hanno visto di tutto e di più, sono abituati a qualsiasi cosa.
- E lì cosa c’è? Andiamo a vedere! Mamma mia, mi è capitato di trovarmi a Roma! E chi l’avrebbe mai pensato?
Giriamo per via del Tritone. Ci viene incontro un gruppo di studenti, tutti con un big mac. Uno ha gettato il cartoccio sul marciapiede. Proprio davanti a Galpetra.
- Ma guarda che roba!
Lo prende per la collottola e lo costringe a raccoglierlo. Quello, sbigottito, lo raccoglie e corre avanti con il cartoccio in mano, voltandosi di continuo. Si vede che non è abituato a essere preso per la collottola.
Galpetra guarda il suo riflesso nelle vetrine delle boutique e si sistema continuamente il cappellino, si aggiusta la gonna, cerca di guardarsi la schiena.
Il contrasto, l’eterogeneità ontologica è ancora quello dell’epoca di Aksënov, forse ancora più inconciliabile, ma adesso la contingenza geopolitica impone la commistione, con esiti bonariamente ridicoli e pateticamente teneri che Shishkin modellizza in modo esemplare.
# 4. Spostando la prospettiva su un piano sincronico, ci sono approcci, chiavi di lettura, impressioni convergenti e ricorrenti che contraddistinguono in modo specifico e distintivo l’idea di Roma dei russi. Forse il tratto più eclatante, comune davvero a tantissimi – Batjuškov, Apollon Majkov, Kuzmin, Bunin – è come i russi vedono il cielo di Roma. «Che cielo! Che giornate! L’estate non è estate, la primavera non è primavera, ma quanto sono migliori delle primavere e delle estati di altri angoli del mondo. Che aria! La bevo e non me ne sazio, né possono saziarsi gli occhi. Nell’anima ho il cielo e il paradiso» scriveva Gogol’ a Aleksandr Danilevskij il 2 febbraio 1838.
La percezione del cielo e dell’aria è assolutamente fisica, palpabile, quasi tattile, travolge ogni attesa, ogni confronto, induce alla sinestesia e a un giubilo metafisico. C’è una discrasia prospettica «da estasi», il cielo ha un tale magnetismo che ingloba, risucchia tutto quello che si azzarda a sporgere nella sua direzione: a cominciare dal pino marittimo, ignoto ai russi, e dunque in sé leggendario; eccolo, ancora in Roma di Gogol’: «Primo in bellezza tra gli alberi del Sud, il pino di Roma si disegna più nitido e netto nel cielo con la sua chioma a ombrello, quasi natante nell’aria». Poi, nella chiusa dello stesso testo, bruscamente interrotto, ma in un climax poetico travolgente: «L’aria era a tal punto limpida e trasparente che il benché minimo punticino degli edifici in lontananza era nitido, e tutto sembrava così vicino da poterlo afferrare con le dita. Anche il più infinitesimale dettaglio architettonico, il profilo di una tornita modanatura, ogni cosa si delineava in un’inattingibile purezza» [16].
In maniera assolutamente speculare Brodskij definisce in Piazza Mattei (1981) la stessa veemenza captativa del cielo invernale attraverso i medesimi elementi: sia, con funambolico tropo, lo svettare delle architetture: «l’azzurrità/ crepata da Buonarroti/e Borromini»; sia i pini, sempre insistendo sull’intensità tonale: «Inverno. Tintinna il cristallo della fontana./ Il colore del cielo è blu./ La tramontana va contando/ gli aghi dei pini» [17].
Ma forse è più di tutti Turgenev, nella già citata lettera del primo dicembre 1857 a Pavel Annenkov, a farci intendere come il cielo di Roma acquisisca in inverno un magnetismo misterico, quasi un’aurora boreale al rovescio: «E poi quest’aria meravigliosa, questa luce! Senza considerare che quest’anno avviene qualcosa di fenomenale: ogni giorno c’è come un tripudio luminoso in cielo e sulla terra; ogni mattina, non appena mi sveglio, un bagliore azzurro mi sorride dalla finestra».
Più marcatamente novecentesca è un’altra linea di lettura condivisa, che insiste sulla sacralizzazione e vitalizzazione delle rovine. Queste perdono progressivamente il nesso con la fugacità della gloria e la giusta nemesi per le colpe dell’impero. Pian piano i viaggiatori cominciano a leggere nella simbiosi tra antico e moderno e nella loro disinvolta e irrituale alternanza uno dei tratti distintivi del genius loci, al quale si somma, in epoca simbolista, la ricerca di un altrettanto meticciato senso del sacro, che trova nella Roma paleocristiana un ideale terreno di coltura.
Arrivando in città, Kuzmin è in visibilio davanti al cristianesimo primitivo «dolce, mite, semplice, quasi idilliaco, connesso con l’antichità, un poco mistico e per nulla cupo» [18] e nella chiusa del suo romanzo di iniziazione mistico-erotica Il tenero Iosif (1909) invia tutti i protagonisti in una Roma insieme reale e fantasmagorica. Ancora più esplicitamente sincretico è il tripudio religioso pagano-cristiano nella lirica Pantheon (1891) di Merežkovskij. Quest’attitudine delle testimonianze dell’antico a evocare un sacro fuori delle righe, intimizzato, interamente letterarizzato è la premessa affinché anche le rovine siano pervase di vitalità, si animino e si ibridino con i loro osservatori. Nascono così, ad esempio, le Elegie romane (1981) di Brodskij, dove nella Roma delle vespe e dei giradischi le rovine «si rizzano come costole del mondo» e «guardano in su le cupole, mammelle della lupa che, allattati/ i due gemelli, si è rovesciata a dormire»; è l’energia di questo contrasto che permette di immaginare che la città antica sia rimasta pietrificata nella sua infanzia felice, come bambini che giocano a «un, due, tre, stella!». E che quindi altrettanto felice possa essere il vuoto nero e imperscrutabile che ci attende dopo la morte. È questo il soggetto dell’ultima, dodicesima elegia, una delle due sole composizioni in cui il laico Brodskij si rivolge direttamente e con grande intimità a un Dio né ebraico né cristiano. I versi che chiudono l’elegia ribaltano di nuovo in luce il motivo della moneta che veniva posta in antichità sulle palpebre dei defunti:
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra [19].
Ma la luce è quella – inimitabile – di Roma, e il frantume è la parte per il tutto, la grande sineddoche concettuale ed emotiva su cui si basa la presenza fondativa della Roma antica in quella contemporanea.
Un simile, complessissimo processo di elaborazione progressiva di un motivo pluristratificato è alla base anche di Capelvenere di Shishkin. Lo spunto è ancora una volta il rispecchiamento di una dimensione culturale russa: in Russia la pianticella infestante dalle sottili foglioline morbidamente ricadenti che le sono valse il poetico nome popolare di capelvenere può sopravvivere solo in appartamento e a prezzo di amorevoli cure, che aggiungono già una variazione polisemica alla denominazione, analoga in russo (venerin volos). Al motivo iniziale si somma quello dell’originalità e dell’autenticità, con le statue dei musei russi che sono copie di quelle romane, a loro volta copie di quelle greche, mentre l’impronta di Pietro alla chiesetta del Quo Vadis è copia di quella a San Sebastiano, pur se mai Pietro è stato a Roma, e il piede della sua statua in San Pietro, che in realtà rappresenta Giove Tonante, è stato cancellato da milioni di atti di amorevole devozione, così come il protagonista stesso avverte di essere copia del primo marito di sua moglie, morto in Italia e già stato a Roma con lei. Eppure Roma pare avere un antidoto a questo infinito circolo vizioso:
Perché se veramente da qualche parte c’è il vero, lo cercano non dove l’hanno perso ma a Roma, dove qualcosa non va col tempo – non fluisce, ma si accumula, colma questa città fino all’orlo, come se qualcuno avesse otturato lo scarico con il Colosseo come tappo. Perché se amore c’è stato, nessuno può far sì che non sia esistito. E morire è assolutamente impossibile se ami [20].
Di nuovo Roma offre una strategia di superamento della morte, di trasformazione dell’effimero in eterno. Ma in Shishkin il sacro è ancora più intrinsecamente legato alle rovine, e a quel nesso natura-antichità già evidenziato da Tolstoj, Tjut’ev e Mandel’štam. Perché nella «città dei morti dove tutti sono vivi» esiste un dio dell’amore, un dio d’amore:
Ti mostrerò la cosa più importante, proprio qui, dove la parete laterale e quella posteriore sono di mattoni e all’improvviso – roccia di pietra calcarea rosea, con sopra i capitelli delle colonne, frammenti di fregi con delfini, e tutto questo rivestito di muschio, si è coperto, vedi, di un dio leggero, rigoglioso. Da noi è una pianta d’appartamento, altrimenti, senza il calore umano, non sopravvivrebbe, mentre qui è malerba. Dunque, in lingua morta per ciò che vive: Adiantum capillus veneris. Erba magica della specie delle adiantum. Capelvenere. Dio della vita. Appena mossa dal vento. Sembra annuire, sì-sì, proprio così: questo è il mio tempio, la mia terra, il mio vento, la mia vita [21].
# 5. Fra tutti i moti del cuore e della mente che Roma innesca nei russi, ce n’è uno di intensità travalicante, e perciò distintiva: una sorta di malinconia attiva e vettoriale, che in russo si chiama toskà. La toskà è diversa da ogni determinazione lessicale e concettuale del disagio dell’anima. È inspiegabile e immotivata ma in qualche modo propositiva, rivolta non solo al noto ma anche all’ignoto. Ed è regolarmente accentuata, estremizzata in relazione a Roma, di cui si brama l’idea irraggiungibile (primo Ottocento e epoca sovietica), la scoperta o, con forte preponderanza, la rinnovata visita, il ritorno. La città seduce, irretisce stregonescamente e, in assenza, diviene un pulsante polo della nostalgia e della malinconia. Una seconda patria, la cui mancanza è lancinante: non è un caso che il tripudiante riconoscimento di Roma come patria dell’anima da parte di Gogol’ avvenga al secondo viaggio. Allo stesso modo il principe romano che Gogol’ sceglie come protagonista della sua novella Roma, dopo anni da figliol prodigo a Parigi, è dilaniato da una così struggente nostalgia da trasformare il viaggio di ritorno in un autentico pellegrinaggio, descritto come turbinoso crescendo emotivo che arriva al climax quando, ormai nei pressi del palazzo avito, «svolta in quei vicoli, così invisi agli stranieri, dove cessa il trambusto e solo di rado si può incontrare una bottega di barbiere con dei gigli dipinti sull’uscio» [22]. Analogo, sebbene ancora più radicale e ambiguo, è il sentimento di patria espresso da Mandel’štam nell’unica lirica che sembra riferita a un concreto viaggio a Roma [23], nella quale l’orgoglio identitario per la propria creazione su temi classici è tale che all’ultima quartina il motivo del ritorno può ribaltarsi: «A Roma sono nato, e lei torna da me».
Nel primo Novecento e negli anni della rivoluzione il variare della contingenza storica incentiva e disincentiva una presenza stabile a Roma, e di queste vicissitudini dà conto Boris Zajcev nel romanzo Arabesco dorato (1923-25), la cui protagonista – nella triangolazione Mosca-Roma-Parigi – trova in Roma un magnetico punto focale della passione. Nello stesso contesto nasce Reportage sull’Italia contemporanea (1913) di Michail Osorgin, cui si deve una scintillante definizione in punta di penna di come il fascino di Roma imponga alla psiche russa graditi ma ferrei vincoli:
Ma Roma, vecchia seduttrice dal galante garbo, è molto esigente nei confronti dei suoi innamorati. Non si accontenta della vostra gioia, esige la vostra malinconia (toskà). L’amore per Roma è amore per la patria, e in questa veste vi imporrà di patirne l’assenza. (…) Per quanto abbiate di fronte nuovi splendidi scenari e luoghi sacri dell’arte, per quanto sia occupata la vostra mente e non libero il cuore, Roma darà sempre segno di sé con quella palpitante, irragionevole, inspiegabile nostalgia in cui si è trasformato il sentimento di Roma [24].
Anche il rituale turistico della monetina nella fontana di Trevi si fa per i russi arcano incantesimo, e non mancano di celebrarlo Muratov, Zajcev, Vjačeslav Ivanov. È ancora Osorgin a farne la più affascinante descrizione:
Osservate l’acqua incresparsi nella vasca; osservate in quanti zampilli e cascate si frantuma il fiume che sgorga dalle tortuosità del marmo; ricordate i vostri brevi giorni romani, sognate di ritornare. Sospirate. È così propizio qui, così naturale. Alzatevi, tirate fuori la vecchia moneta da un soldo che avete preparato e lanciatela nella vasca: un po’ più avanti, sotto lo zampillo. E dopo averla attinta con la mano, per tre volte bevete la migliore, la più pura e gustosa acqua. Con il sentimento e la devozione di chi partecipa a un rito, con fede, venerazione un’intima preghiera. Per tornare ancora! [25].
Pavel Muratov, polo di riferimento ineludibile nella definizione dei rapporti culturali italo-russi, riteneva che, per poter esprimere il «sentimento di Roma», occorresse vivervi per un lungo periodo di tempo. Che può quantificarsi in alcuni anni, come nel caso suo, di Osorgin e di Saša Čërnyj, autore del brillante e ironico ciclo poetico Quaderno romano (1928) o, già nell’Ottocento, di Apollon Majkov, che per primo allarga lo sguardo ai tipi della città popolare nei suoi 24 Schizzi di Roma (1847) in versi.
Soltanto tre, però, tra gli scrittori di primario rilievo hanno scelto Roma come loro effettiva residenza elettiva: Gogol’ per dieci dei suoi quarantatré anni, Vjačeslav Ivanov e Aleksandra Petrova. Spetta alla loro competenza, anche linguistica, e alla loro vasta gamma esperienziale raccontare in maniera autentica gli abitanti della città. Gogol’, sempre circondato – nelle lettere e nelle memorie dei contemporanei – di pittori e osti, locatori e venditori ambulanti, lascia, in Roma, una meravigliosa descrizione del carnevale in via del Corso. Ma ancora più intenso, coinvolto e coinvolgente è il racconto che ne fa nella lettera a Danilevskij del 2 febbraio 1838. Se già avevamo avuto modo di stupirci della solarità e della leggerezza che gli trasmetteva la capitale, qui chi scrive sembra semplicemente su un altro universo rispetto al cupo, ipocondriaco, tendenzialmente misogino Gogol’ pietroburghese e moscovita:
Ora è tempo di carnevale, e Roma si dà alla pazza gioia. Tradizione davvero sorprendente quella del carnevale in Italia, e a Roma in modo particolare: tutti, dal primo all’ultimo, sono in giro per strada, e tutti in maschera. Anche chi non ha la benché minima possibilità di farsi un costume, rovescia la palandrana o si spalma la faccia di fuliggine. […] Renditi conto che si può gettare un intero sacchetto di farina in faccia alla più bella, fosse pure una Borghese, e lei ti ricambierà con la stessa moneta. Elegantoni e gentiluomini arrivano a spendere qualche centinaio di scudi di sola farina. Le carrozze sono tutte addobbate da cima a fondo. I servi, i cocchieri sono tutti in maschera. In altri posti a far baldoria e a mascherarsi è solo il popolino. Qui invece si mescolano tutti quanti. C’è un’incredibile libertà nelle relazioni, che, immagino, ti manderebbe in visibilio. Si può parlare o donare fiori a qualsiasi ragazza, senza eccezione alcuna. Ci si può persino arrampicare sulle carrozze e sedersi assieme a loro. Le carrozze vanno tutte lentissime. Per cui capita che dei perdigiorno, arrampicati sui balconi, possano rovesciare per un quarto d’ora intero secchiate e palline di farina su chi sta seduto in carrozza, e in particolare sulle dame, che non sanno se fa più male o più ridere, ma si limitano a ripararsi con molta grazia gli occhi e a pulirsi il viso. Per gli intrighi romantici non c’è momento più favorevole, e io stesso ho visto nascere molte storie, anche con nostri artisti.
A quasi duecento anni di distanza, da oltre venti anni a Roma, la poetessa Aleksandra Petrova ha raggiunto con lingua e cultura italiana una tale familiarità da autotradursi [26] e nel 2016 con il romanzo Appendice (a capitoli alternati dedicato anche a una proiezione sull’infanzia sovietica) ha trasferito il cuore dell’idea russa di Roma tra i palazzoni fatiscenti di Rebibbia, dove pure, tra discariche a cielo aperto tappezzate di preservativi, ci si parla dalla finestra, si solidarizza e si ingaggiano simposi al baretto. E sebbene a dialogare sia un’improbabile accolita multietnica di travestiti, senzatetto e borgatari, li guida, tra battute a effetto di una volgarità tenera e straziante, una sapiente, laconica e sinuosa prosa di poeta. A provare il grado di immedesimazione che Petrova ha raggiunto con l’identità della città si potrebbe sondare quanti nell’intelligencija autoctona siano pronti a sottoscrivere la sua predilezione per Borromini nell’eterna sfida tra i re del barocco (siamo, per chiarezza, di fronte a palazzo Falconieri):
Ai lati del palazzo dove ha sede l’accademia d’Ungheria si sporgevano, nel vano tentativo di incrociare gli sguardi, due cariatidi col naso a becco e il petto muliebre.
«Scusatemi» mi sono rivolta a loro, alzando la testa, «mi sapreste dire qual è la strada per il più alto grado di beatitudine? Dal basso si ha l’impressione che sappiate come raggiungerlo».
«Vaffanculo» mi ha risposto una di loro in puro romanaccio, senza degnarmi di uno sguardo. L’altra, non degnandomi neppure dell’eloquio, continuava a fissare in tralice il vuoto.
«Miserevoli chimere», ho proseguito, dandogli a vedere di essere del tutto disinteressata, per quanto il loro creatore, che si è tolto la vita a non molta distanza da lì, sia a mio avviso il detentore dei segreti dello spazio [27].
In Appendice la moderna città di Roma, solcata in lungo e in largo su vecchi macinini e via via resa focale nei più sperduti angoli della periferia o negli itinerari topici della movida, è attraversata con iperrealismo fantasmagorico da un imponderabile confine tra l’Italia e l’ancora palindromica Ajlati, una terra di nessuno e di tutti dove l’italiano è lingua franca di una corte dei miracoli radunatasi appositamente lì da ogni angolo del globo. A renderla quanto più possibile meno estranea, meno inospite, meno cupa. Pur non essendoci forse nessuna traccia d’Italia, in Ajlati, almeno a tratti, pare di respirare un’atmosfera di leggerezza, se non speranza. Per sincerarcene, seguiamo la protagonista con gli occhi bendati tra scarpate e sterpaglie – e non c’è dubbio che Petrova voglia veramente esimersi da ogni rischio di delazione – fino alla residenza che l’amico rumeno Florin, archeologo e storico fallito, si è ricavato all’interno di un rudere romano:
«Beh, benvenuta!» e Florin ha illuminato con la torcia le lettere incise su una tavola di legno inchiodata su un muro laterale: «str. Emil Cioran».
«Che Disneyland è mai questa?» ho rimproverato la mia guida, rendendomi conto che qualcuno aveva effettivamente costruito un’aggiunta moderna sopra l’antica muratura in mattoni e le pareti in blocchetti di tufo.
«Roma ha sempre scelto la vita, non le si addice essere un museo» nella sua voce non c’era ombra di rimorso. «Io non ho distrutto nulla, ci ho costruito sopra, come si è fatto praticamente sempre in questa città».
«Ma che dici! Questo è un monumento archeologico!» mi sono fermata davanti al vicolo perpendicolare. «Amastans deadend» vi campeggiava sopra, chissà perché in inglese.
«Ma è roba da galera!»
Si sentiva gorgogliare l’acqua che pigramente riempiva la vasca di una fontana.
«E chi sarà a giudicare?» si è interessato Florin. «Le fognature è stato più facile ripristinarle, anche se in qualche punto è toccato rifarle ex novo» si dava un contegno, ma senza celare l’orgoglio. «La buona sorte una parte della vita me l’ha fatta passare negli scavi archeologici, l’altra l’ho buttata da muratore sui ponteggi. Sono già cinque anni che ho occupato la Roma antica, e guardate quanto spazio c’è ancora! Roma non immaginartela come una bottega d’antiquario, è caos anelante. Abbasso i musei!» [28].
In chiusa, vale la pena di considerare come l’incontro e il confronto di prospettive culturali, linguistiche e ideologiche tanto diverse generi costantemente idiosincrasie, attrito e aperti fraintendimenti. Le culture restano per principio distanti, si accostano e si specchiano ma l’abito mentale e, com’è ovvio, l’orizzonte linguistico di chi osserva rimangono imperanti. Di qui tutta una serie di errori, sviste, equivoci dall’impatto straniante, stralci di un gustoso idioletto maccheronico dal quale a volte possono emergere in maniera ancora più nitida intenti e sottotesti. Così Shishkin conduce i suoi lettori a Roma per via del ben diversamente parlante aeroporto di Fulmiciano, Achmatova dilettata e immagino frastornata da uno stuolo di accompagnatori e autisti colloca la sua presenza nel Capodanno romano in un indefinibile «Mecelli», che potrebbe e non potrebbe corrispondere a via dei Due Macelli, Brodskij ha fissato per sempre a stampa nella sua Piazza Mattei l’espressività più viscerale e diversamente ritmata di una «via degli Funari». Nella poesia Roma che abbiamo citato per intero Mandel’štam mette sdraiato il Mosè di Michelangelo: la moglie Nadežda ricorda che l’errore gli era presto risultato chiaro, ma non aveva voluto correggerlo. Perché dava più credito alla sua parola che alla realtà? Perché non aveva lettori? Perché non aveva editori? Nella distanza totalizzante della creazione per il cassetto i fattori topografici, linguistici e semiotici si confondono in maniera indistricabile. Diversamente, Bunin si crogiola in nobili fantasie etnografiche attribuendo una visione mistica al suo vetturino che ha imprecato o bestemmiato. Siamo a piazza della Repubblica, davanti alla fontana delle Naiadi di Mario Rutelli che tanto scalpore aveva sollevato all’epoca:
**Ivan Bunin, Il sole sopra le mura**
Parto da Roma in un mattino d’inverno pieno di sole.
Mi porta alla stazione un vecchio sovreccitato e brillo, con indosso solo giacca e berrettino, che in alto a cassetta, dimenando i gomiti, incita il suo smilzo ronzino lungo una strada stretta e lunga, in piena ombra, umida e frizzante.
Ma ecco che la strada svolta bruscamente a destra, precipita ripida verso un’ampia piazza e il sole accecante. Il ronzino, per il troppo slancio, si siede sulle zampe posteriori, il vecchio, piegato su un fianco, tira di scatto il freno. Le ruote stridono gemebonde, gli zoccoli rintronano sul selciato. Dinnanzi, nello scintillio, ancora in madida evanescenza, da una nuvola fitta di vapor acqueo protende grigie moli aggrovigliate un’enorme fontana. Sulla sinistra, a un passo da noi, si prospetta un’antica rovina, in selvaggio giubilo si distendono mura come di fortezza, infuse di sole, sopra uno squarcio delle quali nitido e denso si staglia l’azzurro del cielo. Frenando, il vecchio volge gli occhi in alto, nel portentoso grembo di quei colori paradisiaci, e leva un grido:
«Madonna! Madonna!».
1930
Siamo, però, nella scia degli azzurri radiosi di Gogol’, Brodskij, Turgenev. E allora, in ossequio al cielo russo-romano, il miracolo lo concediamo noi.
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[1] A. PETROVA, Appendiks (Appendice), Moskva 2016, Novoe literaturnoe obozrenie, p. 354.
[2] R. GIULIANI, P. BUONCRISTIANO (a cura di), Il gladiatore e la rusalka. Roma nella poesia russa dell’800. Antologia con testo russo a fronte, Roma 2015, Lithos.
[3] Nella poesia A Licinio, 1815.
[4] Nella poesia A Roma, 1821, in R. GIULIANI, P. BUONCRISTIANO, op. cit., p. 357. Traduzione di Rita Giuliani.
[5] F. TJUT’EV, Poesie, Milano 2011, Adelphi, p. 78.
[6] In italiano nel testo.
[7] N.V. GOGOL’, Polnoe sobranie sočinenij (Opere complete), Moskva 1938, Izdatel’stvo akademii nauk, vol. 3, p. 251.
[8] Nella lettera ai familiari scritta da Nizza il 15 aprile 1891.
[9] Lettera del primo dicembre 1857 a Pavel Annenkov.
[10] Nella poesia Sopra le rovine dei palazzi dei Cesari, del 1858.
[11] V. IVANOV, Ave Roma. Rimskie Sonety (Ave Roma. Sonetti romani), San Pietroburgo 2021, Kalamos, p. 55. La traduzione è di Donata Gelli Mureddu.
[12] P. MURATOV, Obrazy Italii (Immagini dell’Italia), Moskva 1993, Galart, vol. I, p. 10.
[13] «Priroda tot že Rim – i otrazilas v nëm», senza titolo, 1914.
[14] «Ne gorod Rim živët sredi vekov,/ a mesto čeloveka vo vselennoj», senza titolo, 1914.
[15] O. MANDEL’ŠTAM, Quaderni di Voronež, Milano 1995, Mondadori, pp. 171-173. La traduzione è di Maurizia Calusio.
[16] N.V. GOGOL’, op. cit., p. 259.
[17] I. BRODSKIJ, Poesie italiane, Milano 1996, Adelphi, pp. 45, 43.
[18] Lettera a Georgij Čičerin del 12 aprile 1887.
[19] I. BRODSKIJ, Poesie. 1972-1985, Milano 1986, Adelphi, p. 179. La traduzione è di Giovanni Buttafava.
[20] M. SHISHKIN, Capelvenere, a cura di E. Bonaccorsi, Roma 2006, Voland, p. 457.
[21] Ivi, p. 454.
[22] N.V. GOGOL’, op. cit., p. 232.
[23] Senza titolo, incipit: «Con allegro nitrito pascolano le mandrie» (1915).
[24] M. OSORGIN, Očerki sovremennoj Italii (Saggi sull’Italia contemporanea), Moskva 2002, Izdatel’skaja gruppa, p. 188.
[25] ID., Tam, gde byl sčastliv. Rasskazy (La dove sono stato felice. Racconti), Paris 1928, Beresnjak. La traduzione è di Federico Iocca in AA.VV., Roma e il mondo. Studi in onore di Rita Giuliani, Roma 2019, Lithos, p. 578.
[26] A. PETROVA, Altri fuochi, Milano 2005, Crocetti. La traduzione è di P. Alessandrini (evidente pseudonimo).
[27] ID., Appendiks, cit., p. 39.
[28] Ivi, p. 645.

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limes2512/SETTIMO_ARTICOLO.md

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# Il desiderio di Roma muove l'impero dei turchi
## di Daniele Santoro
Nella narrazione storica che alimenta la potenza imperiale della Repubblica di Turchia due eventi si impongono sugli altri. Tanto da offuscare il resto dei traguardi raggiunti dai discendenti di Oğuz Ata, sussumendo l’anelito alla gloria che da due millenni ne muove le gesta. Malazgirt e Costantinopoli. Il 1071 e il 1453. Sultan Alparslan e Fatih Sultan Mehmet. La Vittoria e la Conquista. Successi immortali che a tutt’oggi legittimano e simbolizzano la volontà di potenza della repubblica fondata da Gazi Mustafa Kemal Atatürk, la quale ha formalmente adottato due progetti geopolitici volti a celebrare l’unione carnale tra il diciassettesimo impero turco e il fenomeno che lo ha generato. La visione 2071, millenario della vittoria contro i bizantini, e la visione 2053, seicentenario della conquista di İstanbul. Eventi direttamente collegati, causa e conseguenza dell’altro. Geniale mistificazione che rivela la fonte prima della potenza turca. Non i droni o il cosiddetto vantaggio geografico ma la pedagogia nazionale. La Turchia è innanzitutto una grande potenza pedagogica.
Andiamo con ordine. Dopo la vittoria contro i ghaznavidi conseguita a Dandanakan nel 1040, la confederazione dei selgiuchidi comandata da Tuğrul Bey è padrona dell’altopiano iranico. Con la conquista di Baghdad nel 1055 i nomadi turchi ripristinano il nucleo fondamentale dell’impero persiano, precipitato nell’oblio dopo l’invasione araba del VII secolo. Proprio a Baghdad, sede del califfato abbaside, Tuğrul vorrebbe stabilire la capitale, ma la guardia imperiale lo obbliga a tornare nel cuore dell’altopiano iranico, a Isfahan, perché le condizioni climatiche e ambientali della Mesopotamia rendono insufficienti le pasture per i cavalli. È dunque dal cuore dell’Iran che prende forma la grande strategia selgiuchide. Orientata innanzitutto lungo la direttrice che punta al Medio Oriente e all’Egitto. Il rivale per eccellenza è il califfato fatimide del Cairo, sciita. Circostanza piuttosto naturale per dei nomadi ancora di fatto sciamanisti, che in quanto tali comprendono lucidamente la portata della posta in gioco, dal momento che controllano il califfato sunnita di Baghdad e contestualmente governano una popolazione iranica già prevalentemente sciita. La seconda direttrice è quella che punta verso le profondità centrasiatiche, da dove muovono orde di nomadi turchi che ciclicamente minacciano la stabilità dello Stato selgiuchide – sarà proprio una di queste ad abbatterlo. La terza priorità è il fronte anatolico-caucasico, che i selgiuchidi usano per risolvere un problema particolarmente pressante. Buona parte dei turchi che si insedia nell’altopiano iranico alla metà dell’XI secolo resta nomade. E le abitudini di questi nomadi – türkmenler, i nostri turcomanni – contrastano naturalmente con quelle della popolazione sedentaria o sedentarizzata. Fin da Tuğrul, i sultani selgiuchidi favoriscono dunque il flusso di questi nomadi verso l’Anatolia, o meglio verso l’Armenia storica. Li incentivano a razziare i territori cristiani e a insediarsi in essi, permettendogli di tenersi gran parte del bottino, per evitare che mettano in pericolo la tenuta dello Stato in Iran.
La gerarchia di queste priorità è rispecchiata nella campagne e nelle conquiste dei primi tre sultani selgiuchidi – Tuğrul, Alparslan e Melikşah. I quali si spingono ad Aleppo, Antiochia, Damasco, Gerusalemme, penetrano negli attuali Uzbekistan e Kazakistan, mentre a nord-ovest si limitano a conquistare Erzurum e a radere al suolo Ani, storica capitale armena collocata nei pressi dell’odierno confine tra Turchia e Armenia dove nel 1064 compare probabilmente per la prima volta la mezzaluna quale simbolo della nazione turca. I saccheggiatori turcomanni si addentrano tuttavia nelle profondità anatoliche, gettando nel panico la popolazione locale. Il militare di carriera Romano IV Diogene, asceso in modo rocambolesco al trono di Costantinopoli, decide dunque di muovere verso oriente per sradicare la minaccia turca. L’esercito selgiuchide comandato dal sultano Alparslan lo intercetta nella piana di Malazgirt, nell’estremo oriente anatolico. La sconfitta bizantina è netta, tanto che Romano viene fatto prigioniero dai turchi. I quali tuttavia non intendono – vogliono? – approfittarne. Lo restituiscono sano e salvo – Romano avrebbe certamente preferito restare prigioniero di Alparslan, considerando che a Costantinopoli gli vengono cavati gli occhi. Dopodiché, il sultano selgiuchide muove verso oriente e l’anno dopo muore nell’odierno Turkmenistan.
Lo svolgimento degli eventi e il comportamento di Alparslan non lasciano spazio a molti dubbi. Per i selgiuchidi d’Iran l’Anatolia non ha grande rilevanza strategica. A Malazgirt si accontentano di sigillare il fronte nord-occidentale e favorire il flusso verso ovest dei nomadi provenienti da oriente, così da potersi dedicare alle altre due direttrici. Malazgirt è una vittoria prevalentemente difensiva che non intende preludere all’espansione dell’impero centrato sull’altopiano iranico. Dopo Malazgirt i nomadi turchi si insediano in Anatolia, ma non come risultato dell’intento strategico di Alparslan. Tanto che dopo Malazgirt il rapporto tra i selgiuchidi d’Iran e l’Anatolia resta inalterato. I nomadi turchi sviluppano un profondo rapporto di cordiale conflittualità con i romani senza mantenere un legame organico con la casa madre, vivendo il loro momento di gloria quando quest’ultima è stata già travolta da tempo. Nell’immediato l’evento ha paradossalmente più rilevanza per i rivali. René Grousset nota che la conquista di Baghdad e la sconfitta di Malazgirt sono due momenti decisivi che plasmano lo spirito delle crociate. Soprattutto la seconda: «Troppo poco menzionata nei nostri manuali, fu uno dei peggiori disastri della storia europea». È altrettanto vero che la fondazione dello Stato selgiuchide a Nicea nel 1081 è il «fondamento della Turchia moderna» e che il «gesto curiosamente simbolico» con il quale sei anni più tardi Melikşah va «sulle sponde del Mediterraneo a immergervi la propria spada» ha una potenza geopoliticamente evocativa più attuale che mai. Ma tali dinamiche richiederanno appunto secoli per prodursi appieno. Così come richiederà qualche secolo non tanto la conquista di Costantinopoli quanto la formulazione in termini propriamente strategici di tale possibilità, abbozzata da Bayezid I solo alla fine del XIV secolo.
Tuttavia, dopo Malazgirt i turchi si insediano in Anatolia. Anzi nel Diyar-ı Rum, nella Terra dei romani. A Roma. La toponomastica ha valenza geopolitica. Per i turchi che all’alba dell’XI secolo si affacciano sull’altopiano iranico ciò che sta al di là del mondo musulmano – in quanto tale familiare dopo la conversione all’islam – è Terra dei romani. Innanzitutto l’Anatolia, ma non solo. La Terra dei romani è un’idea prima che uno spazio geografico. È il territorio imperiale. Reso tale dalla prima Roma, di cui si sente ancora la lontana eco. Dunque eterno e imprendibile – è probabilmente questa la romantica ragione che induce Alparslan a voltargli le spalle. La Terra dei romani è ciò che sta oltre, è l’estremo occidente ideale di chi è abituato a venire da oriente. Lo dimostra lo slittamento toponomastico che si produce dopo la conquista di Costantinopoli, quando la Terra dei romani diventa l’Oriente, Anatolia. Mentre ciò che sta a occidente di Costantinopoli diventa Rumelia (Rumeli). Di nuovo, la Terra dei romani. La cui estensione è definita dalle conquiste potenzialmente illimitate degli eserciti ottomani. I turchi, per quanto in modo rocambolesco, infine si insediano a Roma e conquistano Roma, nella sua duplice manifestazione di territorio e città. Compiendo una delle imprese più eclatanti della storia. Tuttavia completamente slegata da Malazgirt e dalla vicenda selgiuchide. Tra ottomani e selgiuchidi è difficile individuare un seppur tenue legame politico, figurarsi geopolitico. Eliminando i rumori di fondo e silenziando le voci dei protagonisti, la vicenda iniziata a Dandanakan e culminata quattro secoli dopo a Costantinopoli offre tuttavia materiale senza eguali per un epico colossal imperiale tratto da una storia vera. Cioè per la narrazione storica che alimenta la potenza imperiale della Repubblica di Turchia.
Premessa antropologica: i turchi, in quanto turchi, sono titolati ad anelare alla sovranità universale. Dunque, a ottenerla. Anzi devono anelare alla sovranità universale. Sono costretti ad ambire a dominare il resto del genere umano. Perché «il mondo è troppo piccolo per due sovrani, ma è perfetto per un sovrano solo». Perché «come c’è un solo Dio in Cielo, ci può essere un solo sovrano in Terra». Naturalmente, questo solo sovrano deve essere turco. Tale anelito viene fatto risalire alla figura mitologica di Oğuz Ata, il progenitore dei turchi, e trova formulazione compiuta nell’elegia con la quale il lessicografo selgiuchide Kâşgarlı Mahmud racconta i turchi al califfo di Baghdad: «L’Altissimo ha fatto sorgere il Sole del Destino nello Zodiaco dei Turchi e ha posto il loro Regno nell’Alto dei Cieli; li ha chiamati Turchi e gli ha dato il Governo; li ha resi signori del Tempo e ha messo nelle loro mani le redini dell’autorità temporale, nominandoli signori del genere umano». Questi turchi fondano in effetti molteplici imperi – almeno 16 secondo la genealogia istituzionale della Repubblica di Turchia – in ogni angolo del pianeta, dalla taiga siberiana alle profondità sahariane, dalla steppa sarmatica alla pianura indo-gangetica. Nella loro (pen)ultima manifestazione imperiale, lo Stato grande della Casa di Osman, reggono lo stesso Ordine del Mondo (Nizam-i Alem). Conquistando Kostantiniyye. Traslando lo spirito imperiale dell’Urbe, facendo di Bisanzio/Costantinopoli/İstanbul non la seconda ma l’unica Roma.
In termini pedagogici, tuttavia, tale vicenda è troppo complessa per essere funzionale. Tenere insieme Mete Han e Tamerlano, Attila e Babur in un’unica narrazione è operazione che va al di là delle capacità cognitive e geopolitiche repubblicane. Impossibile trarne un invito univoco e imperativo all’azione. La più ristretta parabola selgiuchide-ottomana si presta invece magnificamente a una narrazione pedagogica propriamente esortativa. Tesi strategica: da quando abbiamo abbracciato l’islam, abbiamo sempre voluto conquistare Roma. Dopo la battaglia di Dandanakan, il primo capo della prima vera potenza turca e musulmana, Tuğrul, punta l’indice verso la Terra dei romani e Costantinopoli, invitando la nazione turca a conquistarle entrambe. Il suo successore Alparslan raccoglie tale invito e sconfiggendo i romani a Malazgirt apre ai turchi le porte del Diyar-ı Rum. Permettendo a Fatih Sultan Mehmet di compiere la Conquista. Tra Tuğrul e il Conquistatore, tra selgiuchidi e ottomani esiste un legame diretto di natura strategica e politica. Accuratamente documentato in prima serata dalle serie televisive a sfondo pedagogico. Tuğrul, Alparslan e Melikşah hanno sempre saputo che i loro discendenti avrebbero conquistato Costantinopoli, dunque sono sempre stati mossi dalla volontà di preparare tale conquista, agognandola dal loro palazzo di Isfahan, nelle profondità dell’altopiano iranico, a migliaia di chilometri di distanza. Ertuğrul arriva a spaccare il suo clan pur di muovere verso l’allora capitale bizantina, convinto di attuare il destino della nazione e di ubbidire alle indicazioni dei suoi avi. Legittimato formalmente dal più grande tra i sultani dei selgiuchidi romani, Alâeddin Keykubad. L’elemento decisivo non è dunque la Conquista in quanto tale ma il suo legame con Malazgirt, primo atto del copione strategico che si compie a Costantinopoli.
Dalla premessa antropologica discende dunque un inequivocabile epilogo pedagogico: nel 1453 viene raggiunto un obiettivo strategico di portata secolare. Di conseguenza, siamo turchi perché abbiamo sempre voluto conquistare Roma e infine l’abbiamo conquistata. Perché abbiamo sempre voluto diventare Roma e infine siamo diventati Roma. La narrazione storica che alimenta la potenza imperiale della Repubblica di Turchia si fonda su Roma. Con un apparente paradosso. Il turco di ieri voleva Roma? Forse no. O meglio, probabilmente non credeva di poterla volere. Per il turco di oggi il mito di Roma è immediatamente fondamentale? Più o meno, sei secoli di potenza imperiale ottomana sono già molto complessi da metabolizzare. Ma il punto non è cosa fosse Roma per il turco di ieri o cosa sia Roma per il turco di oggi, è cosa debba essere Roma per il turco di oggi che si pensa turco di domani. La pedagogia imperiale – in quanto tale – è prescrittiva, non descrittiva. Tanto oggi quanto all’epoca di Alparslan Roma è ed era standard imperiale, riconosciuto universalmente come tale. I turchi titolati ad anelare alla sovranità universale si pongono come obiettivo strategico la conquista della città e del territorio che ne racchiudono lo spirito e che dunque possono legittimare tale anelito. Decidono di conquistare Roma, posta in gioco massima di tutti i tempi, e la conquistano. Con disciplina e tra mille sofferenze. La Conquista è dunque innanzitutto il compimento di un proposito strategico formulato come tale quattro secoli prima. Corollario: possiamo volere in grande. Anzi dobbiamo volere in grande. Siamo turchi perché abbiamo voluto il massimo e siamo stati in grado di pensare strategicamente, nei secoli, ciò che volevamo. La Roma della narrazione pedagogica che alimenta la potenza imperiale della Repubblica di Turchia non è la Roma di ieri né quella di oggi ma la Roma di domani. La Roma che i turchi devono decidere di dover volere. Per quanto il possesso materiale della Roma di ieri e di oggi non è naturalmente una sfumatura. Con la Conquista i turchi diventano romani. Dunque Roma diventa turca. E musulmana. Al netto delle usurpazioni retoriche, lo Stato grande della Casa di Osman è l’ultima manifestazione dello spirito imperiale di Roma. Per il turco, essere romano significa dunque essere sé stesso. Sotto questa luce va scrutato il possesso materiale dell’unica Roma, turca e musulmana.
Il 10 luglio 2020 Recep Tayyip Erdoğan firma il decreto che riapre Ayasofya al culto islamico, come tra il 1453 e il 1931. Due settimane dopo, il 24 luglio, il presidente turco recita insieme a centinaia di migliaia di fedeli la preghiera nella basilica eretta da Giustiniano. Iniziativa equivocata come religiosa che costituisce al contrario la prima manifestazione della volontà – del coraggio – della Turchia repubblicana di sciogliere un non trascurabile dilemma mondano. Gazi Mustafa Kemal Atatürk ha compiuto molti gesti eclatanti. È stato l’eroe di Çanakkale, ha guidato e vinto la guerra di liberazione nazionale, ha fondato la repubblica, abolito il califfato e il sultanato, ideato e realizzato colossali rivoluzioni istituzionali e antropologiche. Ma l’impresa più ardita del Grande Condottiero è stata di natura culturale. Mustafa Kemal è l’unico essere umano che in una sola vita ha difeso e poi conquistato Roma, senza propriamente perderla. Soprattutto, senza farne la sua capitale. Lo spostamento del centro del governo (yönetim merkezi) ad Ankara è motivato e giustificato da una pluralità di buone ragioni. Data la conformazione territoriale e la (im)potenza della neonata repubblica, İstanbul è difficile da difendere. Come dimostra Çanakkale, epica vittoria difensiva ottenuta al prezzo di un’immane tragedia umana. Nell’ex capitale ottomana (r)esistono poi sacche di oppositori ostili al nuovo regime. In termini geografici, inoltre, la città è ora collocata ai margini del territorio nazionale. Dal quale viene separata dal Bosforo, sul quale non vi sono ancora infrastrutture fisiche. Infine, e più importante, İstanbul è sfavillante, ammaliante, tentatrice. Come Kemal sa molto bene. Dunque mal si presta a essere la sede di un potere che si propone innanzitutto di rigenerare lo spirito marziale e nazionale dei turchi. C’è tuttavia una causa originaria che motiva più di ogni altra cosa lo spostamento della capitale ad Ankara, rendendo superflue queste pur ragionevoli ragioni. La versione di Kemal: İstanbul, simbolo di un passato morto e sepolto che ci ha condotto alla rovina, non è all’altezza della repubblica, invece proiettata verso la modernità e il luminoso futuro. Vale anche la tesi opposta: la repubblica, non esattamente potenza imperiale e neppure potenziale pretendente tale, non è all’altezza di İstanbul. Non può pretendere di fare di Roma la sua capitale senza mancarle di rispetto. Meglio, senza doversi confrontare con il suo attuale stato. Sono vere entrambe. Ovvia la seconda. Meno la prima. Atatürk (non) scioglie il dilemma su cosa fare del possesso di Roma, su come concettualizzare e declinare in termini geopolitici tale possesso. Lo rende parte della sua enigmatica eredità. İstanbul resta sullo sfondo. Diventa museo come Ayasofya. Il Gazi si riconcilia infine con la «sede del trono» (payitaht). Soprattutto negli ultimi anni lavora spesso nello studio di palazzo Dolmabahçe, sede del potere ottomano per mezzo secolo. Dove la luce rimane a lungo accesa, tranquillizzando la popolazione. E dove, dopo averla difesa e posseduta senza apparentemente averla mai amata veramente, intende forse omaggiare della sua morte l’unica Roma. Facendosi tuttavia seppellire nella capitale dello Stato che aveva fondato, e che i suoi discendenti proclamano eterno. Erdoğan sembra voler compiere il percorso inverso. Quando verrà il momento, il successore di Atatürk immagina di concedersi l’altrettanto eterno riposo accanto alla maestosa moschea di Camlıca. Patrocinata dal presidente turco, e progettata da due donne, svetta sulla collina più alta di İstanbul. Visibile da quasi ogni angolo della città, il vertice della sua cupola raggiunge i 268 metri sul livello del mare. È il più grande luogo di culto della nuova Roma. Adornata da sei minareti, come (solo) la celebre Moschea Blu. Sovrasta le pur monumentali moschee accanto alle quali riposano il Magnifico e il Conquistatore.
Ai turchi è sempre piaciuto proclamare l’impero. Ayasofya e Camlıca ne reificano il prossimo avvento. Soprattutto, testimoniano plasticamente lo scioglimento del dilemma imperiale romano. L’avvenuta riconciliazione tra la repubblica e Roma. Guidando la preghiera ad Ayasofya ed erigendo la moschea di Camlıca Recep Tayyip Erdoğan annuncia che i turchi si sentono all’altezza di Roma – hanno reso Roma alla lora altezza. İstanbul smette di essere museo e impercettibilmente si accinge a tornare ciò che era quando Roma e i turchi erano ciò che dovevano essere. La parabola di Ayasofya anticipa il destino dell’entità non solo urbana che gli ottomani resero unica Roma. È questo il senso della fraintesa iniziativa di Erdoğan, che riapre imperialmente – e personalmente – Ayasofya al culto islamico nell’anniversario di Losanna. La nascita della repubblica se contemplata con gli occhi dei leoni ittiti di Anıtkabir. La morte dell’impero se scrutata dai minareti neo-ottomani di Camlıca. Questione di prospettive. Diverse solo in apparenza. Erdoğan può sciogliere il dilemma imperiale dell’unica Roma (solo) perché Atatürk glielo ha permesso proteggendo la nazione turca nelle inospitali dunque accoglienti profondità dell’Anatolia. Ma l’unica Roma non sarebbe mai esistita senza Malazgirt. Il 1453 e la gloria ottomana sono conseguenza del 1071. L’unica Roma discende dal desiderio di conquistare Roma. La vicenda repubblicana insegna che senza impero non può esserci unica Roma. La narrazione storica che alimenta la potenza imperiale della Repubblica di Turchia postula che senza il desiderio di Roma non può esserci impero. Il turco repubblicano deve desiderare la sua Roma come Tuğrul e Alparslan (non) desideravano la loro. Miraggio imperiale oggi peraltro scorto nelle acque che probabilmente custodiscono lo spirito di Roma ancor più dell’unica Roma. Nella quale i turchi tornano a sentirsi autorizzati a desiderare la Roma che li rifarà impero.

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limes2512/TERZO_ARTICOLO.md

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## CONFESSIONI AMERICANE ALLO SPECCHIO ROMANO di Sumantra MAITRA
### Uno storico d’Oltreoceano rivela il suo amore per l’Urbe. E riflette mestamente sul declino della coscienza di ‘nuova Roma’ negli Usa mentre il mondo rientra nell’èra degli imperi. Senza assimilazione l’America crolla. Trump si batte male per i problemi giusti.
**1. VOGLIO ESSERE SEPOLTO A ROMA. SE SEI UN**
vero storico, sono pochi i posti al mondo in cui vorresti riposare per l’eternità.
Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Tōkyō, Delhi. Posti in cui la civiltà esiste
ininterrottamente da migliaia di anni. Quante città possono vantare un simile lignaggio? Io amo Roma. A volte mi sorprendo a favoleggiare che in una vita diversa avrei potuto insegnare in un’università italiana. Ma sono pur sempre un uomo
del Vecchio mondo. E ho scelto di stare in America.
Roma è piantata nel profondo del mio subconscio. Forse è normale per uno
storico che lavora all’incrocio fra gli imperi, il realismo e la politica estera. Ma lo è
ancor di più vivendo negli Stati Uniti. So che voi europei li chiamate «quarta Roma».
Non è un’espressione usata di qua dall’oceano. Qui l’America è nota soltanto come
«nuova Roma». Come se fra le due non ci fosse un diaframma. Come se soltanto
l’America potesse intestarsi l’eredità dell’Urbe. È falso, ovviamente: la prima cosa
che fece Maometto II presa Costantinopoli fu assumere il titolo di Cesare. Ma qui
funziona così.
Identificarsi con la massima civiltà della storia, il parametro di tutto ciò che è
ordine, guerra, diritto e pace, viene naturale negli Stati Uniti. I padri fondatori erano assidui studiosi di Roma. James Madison in particolare conosceva nei minimi
dettagli il pensiero di Cicerone. La sua influenza è evidente nel Federalist, specie
nei brani sul potere e sulla concentrazione del potere. Uno dei nostri adagi più
abusati è che Roma non fu costruita in un giorno. Nemmeno l’idea di esserne la
nuova incarnazione lo fu. In Roma i fondatori trovarono una repubblica per staccarsi da un impero. Si sentivano traditi dalla Corona britannica e vivevano in un
mondo di imperi giganteschi. Il modello di Roma diede loro l’ispirazione per la
prima rivoluzione repubblicana dell’età moderna. Tanti spesso lo dimenticano:
questo può essere un paese giovane, forse pure nuovo in termini di spazio e tem
po, ma è la più antica forma repubblicana di democrazia al mondo. È cosa buona
che questo tratto dell’America persista.
La storia di Roma è lunga quasi tremila anni. Continuiamo a vederci come la
nuova Roma. Ma in quale fase? L’impero o la repubblica? Il dibattito è vecchio
quanto il nostro potere nel mondo, attraversa correnti carsiche, in un certo senso
è persino parte della storia di questo paese. Oggi riaffora: qualche figura politica
evoca arditi paralleli fra l’oggi e l’epoca di transizione tra repubblica e impero romano, con tutta la sua violenza e la profonda discordia civile. L’America contemporanea è chiaramente diversa da quella concepita dai fondatori. Loro volevano un
ceto senatoriale di proprietari terrieri che controllasse il grosso del potere politico,
comunque accompagnato e temperato da una cittadinanza illuminata educata nelle virtù civiche. Elementi a dir poco scolorati nel panorama odierno.
Tuttavia, l’America resta una repubblica, nel senso che possiede una forma di
governo repubblicana. Si va ancora a votare e c’è ancora un Senato che fornisce
pesi e contrappesi, benché meno rispetto a un secolo fa. Non si è mai verificato un
colpo di Stato militare. Nella guerra civile Lincoln si comportò in modo quasi dittatoriale, eppure come Cincinnato riportò il potere nell’alveo della repubblica.
L’elemento resiste a dispetto delle enormi tempeste attraversate nella storia.
Violenza e repubblica non sono necessariamente in conflitto. Pensate che oggi
l’America sia troppo violenta? Guardate la sua storia. La frontiera, l’espansione nel
West, una guerra civile che sperimentò le tecniche della guerra moderna contro la
sua stessa gente – e poi furono acquisite dai britannici contro gli zulu. La violenza
è nel sangue di questa repubblica. E poi la Francia non era una monarchia quando
conquistò un impero in Africa. Persino l’Urss era formalmente una unione di repubbliche.
La tentazione di vedere nei nostri giorni le ultime agonie della repubblica esiste sin dalla guerra civile. Lincoln fu chiamato dittatore. E così Teddy Roosevelt,
Wilson, Nixon, George W. Bush. Praticamente ogni candidato alla presidenza nella storia ha ricevuto questo marchio d’infamia. E comunque non diventi impero
perché lo pianifichi. Succede e basta. Se succederà, non lo so. Non so divinare il
futuro. Ma finora la forma repubblicana ha tenuto.
2. Ho ancora impresso nella memoria il giorno in cui il mio professore di storia mi disse che tutto quel che accade intorno a noi è collegabile a qualcosa accaduto a Roma. È stata un regno, una repubblica e un impero. Ha avuto una classe
di senatori, un’aristocrazia, dittatori. Ha avuto ogni sviluppo politico possibile,
grandi tecnologie, competizione tra grandi potenze. Tutto. Il bello poi è che nulla
nella storia accade due volte.
Penso continuamente a Roma, soprattutto a un concetto essenziale. Ogni impero deve trovare un equilibrio fra due forze contrastanti. Non può avere una demografia troppo diluita ma deve anche basarsi su un credo. Deve cioè accogliere
altre persone che possono avere sembianze, lingue, costumi diversi ma che devono sentirsi parte dell’impero. Pochi sono riusciti a trovare il giusto bilanciamento.
Roma, gli ottomani, i britannici, gli Asburgo.
Lo storico ceco František Palacký sosteneva che una delle ragioni della nascita dell’impero asburgico era proteggere i popoli non germanici dalla germanizzazione dell’Europa: l’impero cosmopolita per temperare il massimalismo tedesco. Penso anche agli ottomani: quando il sultano allargava la propria corte a italiani e ungheresi, i più offesi erano i nobili turchi. Ogni impero deve trovare questo equilibrio fra chi è nato dentro e chi viene da fuori. Altrimenti verrà distrutto. Solo gli imperi di successo ci riescono. Centinaia di altri hanno fallito la prova.
Siamo entrati in una nuova èra degli imperi. Gli intellettuali più o meno concordano. Manca solo il riconoscimento ufficiale di qualche governo. Come la forma repubblicana non si abbandona per l’impero perché lo decide qualcuno, anche l’imperialismo esterno non si pianifica, ma semplicemente accade. Per due ragioni ricorrenti: non c’è più un egemone che impedisce agli altri di espandersi ed emergono nuove tecnologie dirompenti. L’America non è più egemone. Altre potenze sono in ascesa. In una situazione multipolare, nessuno è in controllo e chi può cerca di conquistare nuovi territori, di massimizzare il proprio potere, di ritagliarsi la propria sfera d’influenza. È una reazione automatica. I russi cercano di conquistare l’Ucraina. I turchi e gli israeliani si ritagliano pezzi di Siria. Il Sudan è una posta in palio. Gli etiopi provano ad arrivare al mare. Gli azeri ricacciano indietro gli armeni. Cambogia e Thailandia si contendono i templi. La conquista è tornata. E il suo ritorno significa che siamo in una nuova epoca imperialista.
Prima di ogni nuova età imperiale, però, arrivano anche nuove tecnologie. Per loro stessa natura, le nuove scoperte non sono diffuse, bensì concentrate nelle mani di pochi. I cinesi e i mogul non erano civiltà arretrate, tutt’altro, ma non avevano le stesse tecnologie messe nelle mani degli europei nel XIX secolo dalla rivoluzione industriale. Oggi è lo stesso con i droni o l’intelligenza artificiale. In pochi potranno costruire milioni di armamenti di quel tipo. Chi non potrà, sarà vulnerabile.
O sei parte di un impero o ti espandi per diventarlo tu stesso. Ma ad avere questa scelta saranno soltanto gli Stati che mantengono un’economia capace e infrastrutture, eserciti e intelligence di prima classe. Non penso soltanto alle massime potenze, pure l’Italia può farlo. A soffrire di più saranno paesi piccoli come Taiwan, il Montenegro o la maggior parte dei soggetti africani.
Gli Stati Uniti entrano in questa nuova epoca senza una narrazione unificante. Devono stare al gioco degli imperi ma devono anche assimilare, non possono accettare nuove persone che non vogliono nemmeno essere americane. I romani si sentivano tali ovunque fossero. Lo stesso per l’impero britannico: eri britannico a prescindere da che ti trovassi in Inghilterra, Australia, India, Sudafrica o Canada. Oggi questa narrazione manca e mi preoccupa molto.
L’ostacolo principale al ritorno dell’assimilazione negli Stati Uniti è l’imposizione della maggioranza. Prendete la coalizione che ha ridato a Trump la Casa Bianca, fatta di classe lavoratrice multirazziale. Moltissimi ispanici e asiatici lo hanno votato per la prima volta nel 2024. Un anno dopo però gli unici a cui il governo parla sono
gli elettori della base Maga. Non è un modo per tenere unita quella coalizione. Se
inviti nella tenda persone di ogni sorta, devi sforzarti di farle sentire parte del progetto. Se invece le costringi ad accettare la tua norma, la prossima volta voteranno
per gli altri. Gli Stati Uniti non sono un impero in senso classico. Non puoi importi
sulle persone, devi indurle a venire dalla tua parte. La destra deve ancora capirlo.
Concordo con ogni singola priorità del governo. I problemi di cui parlano
sono veri: immigrazione di massa, deficit commerciale, guerre senza fine all’estero.
Ma le loro soluzioni sono stupide. Sono più interessati a far bella figura in tv che a
riforme di lungo periodo. Abbiamo un problema coi clandestini? Una delle cose
più facili è trovare aziende che li assumano e mettere una tassa sulle rimesse verso
l’estero. Ora è ridicola, qualcosa come il 3%. Portatela al 50% e vedrete che chi
manda i soldi a casa smetterà presto e terrà il denaro negli Stati Uniti. Invece facciamo i raid nei centri commerciali o nei condomini, con donne e bambini in lacrime. La gente vuole competenza, non crudeltà.
Poi, abbiamo un deficit commerciale con la Cina? Vogliamo riportare le industrie in patria? Non possiamo essere in guerra commerciale contemporaneamente
con Giappone, Corea del Sud, India, Unione Europea. Non ha nessuna logica andare allo scontro con tutte le maggiori potenze del mondo.
Politica estera: vogliamo ridimensionare, vogliamo un ripiego. Non vogliamo
spendere soldi in Ucraina. Eppure continuiamo a tenere in piedi quella guerra. Gli
Stati Uniti potrebbero mollare Kiev domani. Non so perché stiamo cercando una
pace quando né gli ucraini, né i russi, né gli europei la vogliono. Solo per far avere a Trump il premio Nobel? Poi il Medio Oriente, il Venezuela, pure le minacce
di guerra alla Nigeria per il trattamento dei cristiani evangelici. La gente ha votato
per Trump e ha avuto un secondo George W. Bush. Credete davvero che non avrà
ripensamenti?
3. Limes mi ha sottoposto un quesito. L’America è in grado di darsi un limite
come fece Roma? Non importa se lo vogliamo o no: ci sarà imposto. Esattamente
come fu imposto ai romani. L’impero romano era espansionista e là dove non si
espanse fu perché venne fermato. Avrebbe continuato verso est se non avesse
avuto problemi in Germania. Avrebbe continuato a nord se non fosse stato arrestato presso l’odierna Newcastle. A un certo punto, si accorse che di allargarsi ulteriormente non valeva la pena. Il costo era troppo alto.
Lo stesso accade oggi agli Stati Uniti. Hanno scoperto di non essere in grado di
fare tutto ciò che vogliono, di trascendere i limiti strutturali del mondo. Si stanno
rendendo conto che ci sono posti per i quali non possono fare molto e per i quali
non vale la pena combattere. Abbiamo risorse limitate. Dobbiamo scegliere dove
mettere soldi e soldati. Possiamo continuare a spendere in Ucraina, a Taiwan o in
Africa oppure possiamo costruire basi su Marte e sulla Luna. Queste sono le scelte.
So che pensate che tagliare le periferie dell’impero per salvare la nazione possa accelerare la crisi del potere statunitense nel mondo. Ma chi la pensa come me
non è isolazionista. Dobbiamo smetterla di occuparci di posti che non sono strate
gicamente importanti per noi o dove non possiamo vincere una guerra. A prescindere da quel che continuiamo a ripetere, io non penso che possiamo vincere una guerra contro la Cina a Taiwan. Nel futuro dovremo arrivare a un equilibrio negativo in quell’area con Pechino. Non voglio fare previsioni, ma fatico a credere che fra Cina e Stati Uniti scoppierà un conflitto totale. Letture selettive della storia possono far concludere che siano destinate a scontrarsi. In realtà la storia suggerisce il contrario: le grandi potenze raramente si combattono direttamente. La violenza tende a scaricarsi sulle periferie.
Altri imperi nel passato hanno perso influenza in un’area, hanno ripiegato e si sono concentrati sulla propria base senza perdere tutto. La seconda guerra punica è un esempio. Un altro è l’impero britannico nelle Americhe. Londra si liberò del fardello americano e si concentrò sull’Asia. Gli Stati Uniti stanno facendo qualcosa di simile. Non significa che ci rinchiuderemo in Fortezza America. Altrimenti non ci staremmo comportando così in Venezuela. È un’attenta ricalibrazione delle nostre posizioni.
L’egemonia è una strategia, non una condizione della natura. Per la maggior parte della sua storia, l’America non ha vissuto in un mondo unipolare. In un mondo multipolare, devi solo essere più attento ai tuoi interessi e a quelli delle altre grandi potenze. Durante la guerra fredda, i sovietici invasero l’Ungheria e la Cecoslovacchia e gli Stati Uniti non mossero un dito, perché conoscevano gli interessi del rivale e le sue capacità nell’estero vicino. Non essere egemoni non vuol dire non esser più presi in considerazione. La geografia conta. Quando sempre durante la guerra fredda scoppiò la crisi dei missili a Cuba, gli americani dissero ai sovietici: questo è il nostro cortile di casa, lo difenderemo, costi quel che costi. L’America è in transizione da un mondo unipolare a un mondo multipolare. Resterà estremamente potente. Ma dovremo parlare direttamente alle altre potenze, definire i rispettivi interessi e decidere.
Un altro aspetto obliquamente legato al limite, stavolta però non geografico, riguarda le guerre. Gli americani faticano a chiuderle, mentre i romani potevano vincerle o perderle ma almeno le terminavano. Questa differenza in parte è dovuta all’idea di guerra civilizzata emersa dopo il 1945. La seconda guerra mondiale comportò un livello di brutalità e di distruzione talmente scioccante da convincere molti della necessità di non ripetere più un tale massacro. Non solo i nazisti, pure gli Alleati furono estremamente brutali. Furono questi ultimi a usare le armi atomiche e a radere al suolo Dresda e altre città tedesche. La guerra senza fine accade perché la guerra stessa viene condotta sotto la lente dei diritti umani. I romani non avevano queste preoccupazioni contro i cartaginesi. È anche vero che dal 1945 non si verifica una guerra su larga scala fra grandi potenze: in quella circostanza è possibile combattere con un occhio ai diritti umani? Non penso. Se scoppiasse un conflitto fra Stati Uniti e Cina dubito fortemente che li rispetteremmo.
**4. Il mito di Roma in America è vivo, ma è diventato un feticcio.** Vi ricordate quando su Facebook c’era un gruppo chiamato *I fucking love science*? Non si par
lava davvero di scienza, era tutto meme e foto di galassie. Con Roma è lo stesso.
Viene menzionata continuamente, soprattutto sui social media, ma a vanvera.
Quando la gente parla di Roma ha in testa la serie Spartacus su Hbo. Non solo le
persone comuni, anche le élite, a parte pochi circoli di seri intellettuali. Avere un
titolo universitario non vuol dire essere istruiti. La mancanza di consapevolezza
storica è una triste realtà della nostra società.
I populisti dicono che siamo un’orgogliosa repubblica come Roma. Dimenticano Cicerone: mentre il potere risiede nel popolo, l’autorità spetta al Senato. Tutti parlano del popolo, ma il popolo si esprime votando, poi la decisione spetta al
Senato. In quanti lo sanno? In quanti ne parlano?
Negli Stati Uniti nessuno rispetta più l’autorità. Un tratto che l’America aveva
in comune con la Roma repubblicana, pur con tutte le differenze del caso, era un
ceto quasi aristocratico fermamente al comando. Questa sorta di nobiltà meritocratica era rispettata. Non importava da quante generazioni la tua famiglia fosse arrivata in America. Se eri intelligente, se eri bravo in qualcosa, se avevi successo, se
eri assimilato, venivi trattato come un legittimo membro di spicco della società.
Oggi tutto questo si è perso. Anche a causa dei social media. Sembra l’Europa
delle guerre di religione. È una tendenza distruttiva. Non può durare a lungo. Prima o poi, il martello tornerà.
Una cosa sola spero. Che Roma faccia parte di un nuovo impero americano.
Alla fine della fiera, l’Europa occidentale non smetterà di contare. E io potrò riposare all’ombra di un ulivo. Mi dicono che i cimiteri della capitale sono pieni. Me ne
basta uno qualunque in provincia. La civiltà serve.
(traduzione di Federico Petroni)

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# NUN C’È LINGUA COME LA ROMANA
di Sara VIRGILI
Il romanesco è oggi più che mai identitario perché marca la romanità di chi parla. Le sue evoluzioni, dall’originario tono basso, centro-meridionale, all’affermazione in età post-unitaria. L’importanza del cinema e della televisione. L’uso tra i giovani.
1. TULLIO DE MAURO APRIVA IL VOLUME Il romanesco ieri e oggi menzionando un aneddoto ormai piuttosto noto fra i dialettologi e, in particolare, fra coloro che si occupano di romanesco. Attorno alla metà dell’Ottocento, Attilio Zuccagni Orlandini, cartografo e geografo fiorentino, si cimentò nella raccolta di testimonianze che dessero conto dei dialetti d’Italia Regione per Regione. Per farlo costruì una fitta rete di corrispondenti in varie località della Penisola a cui propose la traduzione dall’italiano alla lingua locale di un breve dialogo tra un padrone e il suo servo.
L’unica città in cui l’autore non riuscì a reperire contatti (se non nella Comarca, che era uno dei cinque distretti della provincia di Roma cui facevano capo Tivoli e Subiaco) fu proprio Roma, perché i suoi abitanti dichiaravano che nella capitale non si parlava altro se non l’italiano.
Le cose non stavano davvero così, ma che a Roma (come in Toscana) il confine fra lingua nazionale e locale fosse e sia tuttora quasi invisibile era ed è vero. Ciò, unito alla percezione diffusa (e non da oggi) del romanesco come «lingua abbietta e buffona» e socialmente connotata come bassa, ha fatto sì che l’idioma della capitale goda anche adesso di uno status diverso rispetto a quello degli altri dialetti italiani (si pensi, ad esempio, al napoletano o al veneto), al punto che non è raro che al dialettologo venga domandato se a Roma ci sia o meno un dialetto.
2. Per rispondere a questa domanda è utile fare alcune precisazioni dando, anzitutto, una definizione di dialetto. Con questo termine si indica «una varietà linguistica non standardizzata, tendenzialmente ristretta all’uso orale entro una comunità locale ed esclusa dagli impieghi formali ed istituzionali, (…) propri invece della lingua (intesa in senso storico)». Nel nostro caso quest’ultima è l’italiano su base fiorentina, che è divenuto lingua nazionale nel Cinquecento facendo sì che gli altri volgari italo-romanzi della Penisola assumessero la posizione di dialetti.
La subordinazione di questi ultimi rispetto all’italiano è, però, solo di carattere sociolinguistico e dovuta a una questione di prestigio: indubbiamente, entro il repertorio linguistico di una comunità, i primi si possono definire come varietà bassa mentre la seconda come varietà alta.
Dal punto di vista strutturale, che è quello del linguista, questa distinzione viene meno. I dialetti italo-romanzi, infatti, al pari dell’italiano provengono direttamente e in modo indipendente dal latino. Pertanto, sono lingue «sorelle» di quella nazionale o, meglio ancora, sono da considerare quali dialetti primari di quest’ultima. Alla categoria dei dialetti primari si oppone quella dei dialetti secondari dell’italiano, ossia quelli nati per via della differenziazione geografica di quest’ultimo e, pertanto, si definiscono «italiano regionale».
Un esempio concreto: ad Altamura (Bari) alla frase italiana ma cosa ti viene in mente corrispondono l’italiano regionale pugliese ma kousa ti vjéne i mmènde e l’altamurano ma ciœkkΩ tΩ vénΩn gèip, le cui strutture sono piuttosto diverse: nella frase in italiano regionale (dialetto secondario) compaiono alcuni fenomeni fonetici locali (i dittonghi, ad esempio) ma la base resta l’italiano, in quella in dialetto (primario) cambia anche il lessico (ciœkkΩ per che cosa, n gèip per in capo lett. per in mente). Il caso del romanesco è un po’ diverso: se prendiamo la frase ma che stai dicendo? un romano dirà ma cche stai discendo? o, in dialetto urbano, ma cche sta’ ddì?. In tutti e due gli esempi si possono riconoscere dei fenomeni locali: nel primo c’è il raddoppiamento della c- iniziale; nel secondo oltre i due raddoppiamenti (per che e dì) compaiono due verbi apocopati (stai e dire) e la struttura stare a. Entrambe le frasi, però, restano piuttosto prossime all’italiano e, dunque, ben comprensibili anche a un non romano. Torneremo più avanti sulla questione e su questi esempi.
Ad ogni modo, lingua e dialetto a Roma non sono ben distinguibili come altrove e, anzi, si dispongono lungo quello che solitamente si definisce come un continuum in cui separare i livelli è piuttosto complicato. Per la verità in molte altre regioni italiane, specie nell’ultimo secolo, si osserva una simile compenetrazione fra lingua nazionale e dialetto ma la varietà di Roma ha anticipato questa tendenza di circa cinque secoli per causa di varie vicende storiche.
Il dialetto romanesco originario, che conosciamo grazie a numerose fonti medievali, era una varietà centro-meridionale. Così, in un testo come la Cronica dell’Anonimo romano, che narra i fatti della capitale dal 1325 al 1357, si potevano leggere forme come uocchi per occhi, tuoito per tolto, li zitielli per i ragazzi, tiempo per tempo e via dicendo. La forte differenza fra questa lingua e quella attuale, che non conosce tratti come i dittonghi uo e ie (ancora vivi in napoletano) ha portato gli studiosi a distinguere fra un romanesco di prima e di seconda fase.
Lo spartiacque fra questi due momenti è grosso modo collocabile a cavaliere fra il Quattrocento e il Cinquecento (benché delle anticipazioni vi fossero già nel XIV secolo) e si deve a ragioni storiche, politiche e demografiche. Roma, in quanto capitale dello Stato della Chiesa, non solo aveva un ceto dirigente di provenienza diversa e in stretto rapporto con la Toscana ma era anche un polo attrattivo per gli scambi economici e commerciali e l’immigrazione da tutta Italia.
Un evento decisivo fu poi il doppio shock demografico vissuto dalla città nel primo quarto del XVI secolo: la popolazione locale fu decimata (da 54 a 33 mila abitanti) nel corso del Sacco del 1527, perpetrato dai lanzichenecchi di Carlo V d’Asburgo. Roma fu in breve tempo ripopolata e tornò a contare, a fine secolo, circa 100 mila abitanti provenienti, perlopiù, dalla Toscana e dall’Italia settentrionale.
Questa serie di eventi, investendo trasversalmente tutte le fasce sociali, ha avuto giocoforza delle ricadute sulla lingua sia scritta sia parlata sancendo il definitivo passaggio al romanesco di seconda fase, una varietà toscanizzata e priva di molti elementi meridionali tipici del romanesco medievale.
3. Nei secoli successivi, sino all’Unità d’Italia, il romanesco trova poco spazio nella lingua scritta poiché gli strati alti della società usavano l’italiano. Il dialetto, considerato l’idioma del popolano incolto, resta relegato ad altri tipi di produzione e spesso viene impiegato, nella letteratura sei-settecentesca, nella rappresentazione di personaggi provenienti dai ceti inferiori della società per trarne un effetto comico.
Arriviamo, così, al punto da cui siamo partiti ossia la ritrosia da parte dei romani a scrivere e parlare in dialetto preferendo a esso la lingua nazionale. Se questo è sicuramente vero, va anche detto che proprio fra la fine del Settecento e l’Ottocento si hanno diversi casi di utilizzo del romanesco in chiave identitaria.
Ne sono un buon esempio la raccolta antifrancese e antigiacobina del Misogallo romano, scritto all’indomani dell’assassinio del repubblicano Hugou de Bassville nel 1793, in cui compaiono una cinquantina di componimenti in romanesco, e le pubblicazioni su testate ottocentesche quali La Vera Roma e La Frusta, dove i papalini e i codini romani usavano il dialetto per affermare un’identità minacciata dal nuovo Stato unitario.
Anche in questo clima, comunque, Roma resta l’unica realtà della Penisola in cui il dialetto viene perlopiù stigmatizzato e ricondotto alla parlata del «populazzo», come osservava Giuseppe Gioacchino Belli. L’autore dei Sonetti, dotato di una fine sensibilità per il dato e la variazione linguistica, «oppone all’interclassismo di altri dialetti lo status subalterno di una “favella tutta guasta e corrotta”, che non può chiamarsi “italiana e neppure romana, ma romanesca”, figlia bastarda di “una plebe ignorante”». È proprio da questa caratterizzazione sociolinguistica, in effetti, che origina l’etichetta di romanesco e non di romano, che porta con sé un valore peggiorativo non dissimile dal più recente romanaccio.
Insomma, la prossimità fra lingua e dialetto anziché favorire l’uso del secondo fa sì che esso sia relegato alla parte inferiore del repertorio locale e che sia considerato non tanto una lingua a sé stante quanto piuttosto una variante di italiano corrotta e socialmente bassa.
4. L’Unità ha favorito, fra le altre cose, nuove ondate migratorie da tutta Italia generando una nuova spinta all’italianizzazione. È in questa fase e, poi, soprattutto con l’avvento del fascismo che Roma diventa il centro di irradiazione dell’italiano nel resto del paese.
Nel Ventennio, si deve a Giulio Bertoni e Francesco A. Ugolini la soluzione dell’«asse linguistico Roma-Firenze» che riprendeva, nella sostanza, l’idea della «lingua toscana in bocca romana». Senz’altro, la presenza dei maggiori impianti radiofonici e cinematografici nella capitale ha portato alla diffusione del modello linguistico romano di cui si ha traccia, per esempio, in alcune pronunce divergenti dal toscano come per esempio in it. dòpo vs. tosc. dópo, it. léttera vs. tosc. lèttera, it. da dove vs. tosc. da ddove e via dicendo.
Dal dopoguerra sino ai giorni nostri diversi fattori hanno contribuito, infine, a cambiare ancora una volta il volto del romanesco e la percezione di esso. Alcuni eventi di ordine demografico (le migrazioni, l’espansione della città oltre i suoi confini con la creazione di una cintura urbana più vasta, lo spostamento delle classi popolari dal centro storico alle periferie) assieme a una generale «demotivazione normativa» dei parlanti hanno fatto sì che riemergessero alcuni tratti locali censurati e che ne nascessero di nuovi, allontanando un’altra volta il romanesco dall’italiano standard.
L’effetto naturale di questo cambiamento è stata la perdita di prestigio della lingua di Roma a vantaggio di un nuovo centro di irradiazione dell’italiano ossia Milano, certamente avvantaggiata in questo dalla presenza, a partire dagli anni Novanta, dell’emittenza televisiva privata, specie Mediaset.
5. Un elemento che abbiamo messo in luce già spesso, poiché ricorre nei secoli a partire dal XVI, è la poca distanza strutturale fra l’italiano e la lingua di Roma. Il continuum linguistico è stato descritto mettendo in evidenza il comportamento del parlante romano rispetto all’italiano standard.
Si riconoscono, essenzialmente, tre livelli diversi: l’italiano di Roma (o standard in bocca romana), in cui compaiono alcuni fatti di pronuncia locali che sfuggono anche al parlante istruito (per esempio la pronuncia bascio, i scesci anziché bacio, i ceci); l’italiano de Roma, che è quello sia dei parlanti romani istruiti in situazioni comunicative informali sia quello dei parlanti meno istruiti quando si sforzano di parlare «bene» (si pensi all’uso di de per di, ajjo per aglio, gnente per niente); il dialetto urbano propriamente detto, ossia la lingua posta dal parlante al polo inferiore del proprio repertorio e ritenuta più lontana dalla lingua nazionale.
Tornando all’esempio di ma che stai dicendo? possiamo dire che ma cche stai discendo? corrisponde all’italiano di Roma mentre ma che sta’ ddì? all’italiano de Roma. Al dialetto urbano, che è quello che si potrebbe usare fra amici al bar o allo stadio, appartengono elementi e forme visibili in espressioni come affari tua, mi’ padre, cioo so per lo so, che tt’ho dda dì? per che ti devo dire e via discorrendo.
Non bisogna immaginare questi tre livelli come qualcosa di statico: uno stesso parlante può padroneggiare tutte le varietà. Non solo, i tratti linguistici di quelle inferiori possono emergere in produzioni in italiano, proprio per via del «confine diffuso» che caratterizza il repertorio di Roma.
Resta evidente, però, che in nessun caso si tratta di varietà alternative all’italiano come lo sono l’altamurano, il napoletano o, per spingerci a nord, il friulano. Questo ha fatto sì che in passato si parlasse di un progressivo «disfacimento» del romanesco, interamente assorbito dalla lingua nazionale, ma tale visione è ormai superata; piuttosto «italiano e romano sono, oggi come ieri, a un passo dalla congiunzione, ma la distanza, pur breve, sembra destinata a non colmarsi mai, o meglio a riproporsi continuamente».
Non sono pochi, poi, gli studi che hanno dimostrato che anche il romanesco, come qualsiasi altra lingua viva, continua a evolversi perdendo fenomeni e producendone di nuovi che, sia pur moderatamente, lo distinguono dall’italiano. Per questo, per la fase odierna, si è parlato di un romanesco «di terza fase» - di «seconda fase e mezzo», proprio a sottolineare come ci si trovi nel pieno di un mutamento in corso il cui esito è, evidentemente, imprevedibile.
6. Se è vero che nel corso del tempo c’è stata un’evidente italianizzazione del romanesco e che l’italiano di Roma oggi non è più visto come base per la lingua «standard» va sottolineato, allo stesso tempo, il ruolo che il romanesco ha avuto e ha nell’arricchire il lessico dell’italiano, fatto che indica un certo livello di prestigio linguistico e socioculturale.
I settori in cui è più evidente il contributo della lingua di Roma, specie dall’età postunitaria in avanti, sono quello della gastronomia (per esempio porchetta, supplì, maritozzo), del malcostume e della malavita (per esempio bagarino, magnaccia, fa’ la cresta, mignotta), del sesso (per esempio scopare, frocio), della locuzione scherzosa e della presa in giro fino all’insulto vero e proprio (per esempio ammazza!, tirà a campà, fregarsene, finto tonto, buzzurro, burino, stronzo).
Sul livello della morfosintassi, poi, si pensi all’espansione del suffisso -aro in luogo di -aio in parole quali borgataro, gruppettaro, paninaro, palazzinaro, fatto su cui Roma e Milano concordano di contro a Firenze, dove si ha -aio. Ancora, si può menzionare il caso dell’estensione della preposizione a con i nomi di strade e piazze in luogo di in, tipicamente settentrionale: «ci vediamo a piazza Mancini», «abito a via Fani» e non «in piazza Mancini», «in via Fani».
La fortuna del romanesco si deve in larga parte ai media tradizionali, le cui sedi sono per la maggior parte nella capitale. Oltre al mero dato geografico va tenuta in considerazione anche la sua funzionalità espressiva, dal momento che, in effetti, è una lingua che si presta a toccare diversi registri stilistici da quello più drammatico a quello più basso.
Lo si vede al cinema con le interpretazioni di diversi attori della scuola romana da Mastroianni, Sordi, Gassman, Vitti fino ad arrivare a Proietti, Moretti e Verdone, ma anche in televisione. In questo spazio, come è stato già notato, la lingua di Roma la fa da padrona rispetto a qualsiasi altra varietà dalla fiction al talk show per arrivare alle altre forme di intrattenimento.
Mentre per il romano ciò può essere motivo di vanto e orgoglio campanilistico (in questo siamo specialisti) non è detto che fuori dal Grande raccordo anulare la si pensi allo stesso modo. Si va dai pareri di chi, giustamente, rivendica l’esistenza di altri dialetti e parlate degni di uguale attenzione a quelli di qualche cultore della controversia che vede nel romanesco una lingua vile e cafona, poco comprensibile per i non romani in quanto «scempio della logopedia».
Le evidenze presentate sin qui, tuttavia, dimostrano come il romanesco sia tutt’altro che poco comprensibile e come, di fatto, si sia preso una rivincita contribuendo alla formazione di una lingua e di un sentire comuni.
Si pensi al parlato di alcuni conduttori televisivi che hanno permesso la diffusione di termini dialettali e di alcuni dialettismi semantici (ossia voci evidentemente italiane ma con accezioni locali) impiegati, oggi, in contesti diversi: è il caso, ad esempio, di espressioni tipo dare una bufala, darsi una regolata, t’ha detto male per ti è andata male, sfangarla per cavarsela (e via dicendo), note attraverso le trasmissioni di Maurizio Costanzo. Simile è anche il caso dell’italiano di Roma di Paolo Bonolis, che ha reso piuttosto comuni alcune espressioni come beccare per trovare, infame per traditore, rimorchiare per approcciare con successo una persona, rosicare per rodersi dentro o spizzare per dare un’occhiata, sbirciare.
Quest’ultimo vocabolo non sarà sconosciuto agli appassionati di calcio, benché in questo contesto il suo valore sia di «toccare leggermente la palla». Ebbene, in tutti i casi si ha a che fare con una voce che in romanesco era connessa al gioco delle carte e all’atto dello «scoprire lentamente le carte da gioco che si hanno in mano» e che, nel corso del tempo, ha finito con l’assumere significati e ricoprire contesti d’uso distinti grazie alla televisione e alla cronaca calcistica romane.
Posto che sarebbe utile e opportuno che anche gli altri dialetti e le altre varietà regionali italo-romanze ricevessero attenzione e occupassero più spazio sui media, ben oltre la dimensione macchiettistica cui spesso sono relegati, non si può non riconoscere, in definitiva, che il romanesco «ha recuperato una funzione identitaria».
7. Quest’ultima si declina come esterna e interna. A proposito della prima si ricordino gli esempi del Misogallo romano e dei giornali dei papalini stampati tra Sette e Ottocento. Non solo ma, come succede pure per altre varietà, anche in romanesco non sono poche le voci che rimandano alla natura eterogenea del tessuto urbano e ai suoi rapporti, spesso di rivalità, con l’esterno. È il caso di parole come burino e buzzurro per indicare, l’uno, il contadino romagnolo o del Centro Italia immigrato nella capitale e, l’altro, l’immigrato del Nord; ancora, abbiamo frocio, termine col quale ci si riferiva prima (nel XVII secolo) ai francesi e, più avanti, agli stranieri in generale sino ad arrivare al valore che questo termine ha assunto oggi.
Il dialetto (romanesco così come, lo ricordiamo, tutti gli altri) è però anche la lingua con cui ci si esprime nel quotidiano per parlare di sé e del proprio vissuto. È la «lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare. Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto». Per dirla in modo più semplice, ma comunque efficace, la lingua di Roma è quella «della comfort zone» che si utilizza non tanto per ostentazione quanto, piuttosto, per «una (…) questione identitaria» e perché ci fa sentire «trincerati dentro il [proprio] fortino», pace le varie accuse di incomprensibilità.
Insomma, il romanesco si usa non solo per ribadire la propria alterità rispetto a chi non è romano ma anche, e forse soprattutto, per parlare di sé stessi e sottolineare il proprio senso di appartenenza.
Tutto ciò è ben visibile nel linguaggio giovanile, che è un vero e proprio motore dell’innovazione linguistica poiché oltre ad assicurare la sopravvivenza di alcuni tratti ha portato allo sviluppo di nuovi elementi (per esempio le pronunce sciao ciao, scerto certo sul modello di bascio bacio, Ossia Ostia, ssadio stadio) che contribuiscono a dare linfa vitale al romanesco impedendone l’impoverimento e il disfacimento nell’italiano già paventati negli anni Trenta.
Che sia proprio la lingua dei giovani a svolgere questa funzione non è un fatto isolato: sono diversi i lavori che mostrano come il recupero del dialetto nelle comunità avvenga proprio a partire dalle ultime generazioni che, non di rado, imitano e riproducono il modello linguistico offerto dai nonni, saltando la generazione dei genitori, proprio nell’ottica di una riscoperta e tutela delle proprie radici.
In definitiva, l’impiego del romanesco è una scelta marcata. Attraverso il dialetto si recuperano le proprie origini e si mostra la propria diversità rispetto alla cultura e alla lingua standard. Insieme, il dialetto in quanto lingua della socializzazione primaria, imparata e praticata a casa, per strada e con gli amici, è la lingua «del cuore»: avvicina e unisce, che si tratti di una scritta su uno striscione all’Olimpico o di una canzone sui vicoli di Trastevere.

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# Noi siamo della Roma
## di SANDRO BONVISSUTO
### Essere romanisti è una condizione esistenziale, un modo di stare al mondo che prescinde dai risultati. Una fede che si tramanda di padre in figlio, tra gioie rare e dolori profondi.
1. C’è un momento preciso, nella vita di ogni bambino nato in questa città, in cui si smette di essere semplicemente un individuo e si diventa parte di qualcosa di più grande. Non è una scelta razionale, è un’eredità biologica, un imprinting che avviene quasi sempre per via paterna. Ti portano allo stadio, ti mettono una sciarpa al collo e, all’improvviso, il mondo si divide in due: noi e gli altri. E quel «noi» ha i colori del sole e del sangue, i colori di Roma.
2. Essere della Roma non è come tifare per un’altra squadra. Non è una questione di trofei in bacheca o di vittorie seriali. Se fosse così, saremmo tutti juventini o milanisti. Il romanismo è una forma di resistenza spirituale. È la capacità di trovare la bellezza nella sconfitta, di celebrare l’eroismo inutile, di innamorarsi di giocatori che non vinceranno mai il Pallone d’Oro ma che daranno l’anima per quella maglia. È una fede che si nutre di attesa, di speranza e di una sottile, dolcissima malinconia.
3. Lo stadio è la nostra cattedrale. La Curva Sud è il luogo dove il tempo si ferma e le differenze sociali svaniscono. Lì non importa chi sei o cosa fai nella vita: sei un fratello, un compagno di viaggio. Il coro che si alza prima della partita non è solo un incitamento, è un giuramento di fedeltà. «Roma, Roma, Roma» non è una canzone, è un’invocazione. E quando sessantamila persone la cantano all’unisono, senti vibrare la terra sotto i piedi e capisci che, qualunque cosa accada in campo, tu hai già vinto perché sei lì, con la tua gente.
4. Abbiamo avuto i nostri re: Giacomo Losi, il Core de Roma; Agostino Di Bartolomei, il capitano silenzioso; Bruno Conti, il folletto di Nettuno; Giuseppe Giannini, il Principe; e poi lui, Francesco Totti, l’ottavo re di Roma, colui che ha rifiutato il mondo intero per restare a casa sua. Ma il romanismo non è solo culto della personalità. È l’amore per la maglia, per quel lupetto sul petto, per quel nome che è il nome della città più bella del mondo.
5. Ci dicono che siamo esagerati, che viviamo di sogni e di illusioni. Forse hanno ragione. Ma chi non è della Roma non potrà mai capire cosa si prova a vincere uno scudetto una volta ogni vent’anni. È un’esplosione di gioia che travolge tutto, che colora le strade, che fa piangere gli uomini fatti. È un miracolo che giustifica decenni di sofferenze. Perché noi siamo della Roma, e questo ci basta. È la nostra condanna e il nostro privilegio. E se potessimo tornare indietro, sceglieremmo di nuovo, mille volte, questi colori. Perché, come diceva un vecchio striscione, «la Roma non si discute, si ama».

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# NEL SEGNO DI ROMA: ARCHEOLOGIA È GEOPOLITICA
di Giorgio Cuscito
L’archeologia è uno strumento della geopolitica. Lo studio delle civiltà del passato attraverso il recupero e l’analisi dei resti materiali non serve solo a ricostruire la storia dell’umanità, ma è un mezzo con cui le potenze di oggi legittimano le proprie ambizioni, rafforzano l’identità nazionale e proiettano la propria influenza nel mondo. In questo scenario, Roma occupa un posto unico. Il suo retaggio è un giacimento di simboli, modelli giuridici e soluzioni urbanistiche a cui attingono attori globali e regionali per convalidare la propria visione del presente.
1. L’attrazione per l’Urbe è un fenomeno globale che attraversa i secoli e le geografie. Napoleone, il cui figlio ricevette il titolo di re di Roma, confiscò diversi reperti romani e fece riprodurre a Parigi monumenti dell’Urbe, come la Colonna Traiana. Nel XX secolo la Francia si servì dei ritrovamenti di epoca romana in Algeria come pretesto per giustificarne la colonizzazione. In Israele e in particolare a Gerusalemme gli scavi archeologici, inclusi quelli risalenti alla dominazione di Roma, sono stati oggetto di contesa tra israeliani e palestinesi. La Città santa è l’unica paragonabile a Roma (anche in quanto centro della cristianità) in termini di potere attrattivo, rimasto invariato nei secoli a prescindere dai cambiamenti politici, economici e demografici.
La Russia degli zar prese o copiò artefatti romani per avallare l’idea di Mosca quale Terza Roma. L’architettura classica si rintraccia nella capitale russa e a San Pietroburgo. L’iconografia statunitense e la stessa Washington sono piene di riferimenti all’Urbe, come l’aquila araldica che rimanda al Sacro Romano Impero. La Cina di Xi Jinping magnifica le (scarse) interazioni tra Celeste Impero e Città eterna, studia le ragioni del suo successo e i metodi di conservazione del suo retaggio.
Tutto ciò assume per l’Italia una valenza particolare. L’ammirazione altrui per il passato e la posizione geografica della Penisola sono spunti da cui trarre preziose lezioni per il miglioramento della nostra pedagogia. La riconfigurazione delle priorità statunitensi, il minore interesse di Washington per il Mediterraneo e la crescente presenza di Russia, Cina e Turchia in Africa impongono una riscoperta del valore storico e geopolitico dell’Italia nel quadro di una più ampia ridefinizione della strategia nazionale. Senza cadere in maldestri paralleli nostalgici, come accaduto nei periodi più bui della nostra storia.
2. Le origini dell’archeologia a uso geopolitico sono legate all’Italia. Nel medioevo le precarie condizioni dei ruderi romani contribuirono paradossalmente ad alimentare l’idea della sua eternità. In Occidente, immagini e edifici della Roma imperiale divennero oggetto di emulazione. Ciò favorì la crescita del mito, che influenzò il pensiero di sovrani come Carlo Magno, Federico II e Carlo V. Determinante fu tra il XIV e il XV secolo il contributo di Ciriaco Pizzecolli (1391-1452/55), detto Ciriaco d’Ancona. Mercante, diplomatico e spia, è annoverato tra i padri dell’archeologia ed ebbe un ruolo di primo piano nel recupero della tradizione classica (alla base dell’umanesimo) perseguito dall’élite dell’impero bizantino e dal sovrano Manuele II a scopi eminentemente geopolitici: opporsi all’invasione turca (anche) diffondendo in Europa l’idea che far sopravvivere l’impero significava custodire le radici della civiltà occidentale.
Ciriaco promosse il collezionismo delle antichità nelle relazioni tessute con sovrani, mercanti e intellettuali. Aver compiuto spedizioni e raccolto sul posto informazioni su monumenti e reperti impreziosiva il suo operato e sottolineava l’importanza dell’esperienza diretta. La geopolitica con i piedi consolidava l’affidabilità dell’opera di Ciriaco. Questi visitò monumenti raccontati nei testi antichi, a volta confutandone i contenuti. La restauratio temporis, come lui stesso la definiva, serviva a manipolare il valore storico del passato per salvare l’impero orientale, che conservava il retaggio della cultura greca classica. Parafrasando il professor Giorgio Mangani, «l’invenzione della tradizione» da parte di Ciriaco divenne un collante identitario e un’arma da guerra.
Altro pioniere dell’archeologia fu Giovanni Battista Belzoni (1778-1823), figura di primo piano nel campo dell’egittologia e forse una delle figure da cui Steven Spielberg ha tratto ispirazione per il personaggio di Indiana Jones. Nato a Padova da famiglia romana, visse la sua gioventù a Roma. Lì si dedicò agli studi monastici, all’idraulica e alla conoscenza dell’antichità, affascinato dai resti della Città eterna. La abbandonò con l’arrivo dei soldati di Napoleone e giunse in Inghilterra. Presto decise di recarsi in Egitto per costruire macchine per l’irrigazione. Così iniziò la sua avventura a oriente, dove per conto del governo britannico svolse ricerche archeologiche, corse pericoli ed entrò in contatto con il «vero carattere» di «turchi, arabi, nubiesi, beduini e ababdei». Durante il suo viaggio, Belzoni scoprì a Giza l’ingresso della piramide di Chefren (la seconda per grandezza dopo quella di Cheope) e diverse tombe (inclusa quella meravigliosa di Seti I) nella Valle dei Re, vicino all’odierna Luxor. I suoi successi furono possibili grazie anche all’incredibile capacità di entrare in sintonia con le popolazioni locali. Tornato a Padova, fu accolto calorosamente: ormai era conosciuto in tutta Europa. Nel 1821 inaugurò a Londra una mostra che simulava due stanze a grandezza naturale del complesso sepolcrale di Seti I. L’anno dopo lo zar di Russia Alessandro I lo ricevette personalmente a San Pietroburgo.
Nel XIX secolo Giuseppe Mazzini usò il concetto di Terza Roma – dopo quella dei cesari e quella dei papi – per immaginare il risorgimento dell’Italia unita. Per lui rappresentava «il tempio dell’umanità». Quando nel 1861 venne proclamato il Regno, vi era la convinzione che l’unità nazionale non potesse compiersi fin quando Roma fosse rimasta sotto il governo pontificio. L’Italia aveva bisogno dell’Urbe e del suo mito per contenere le spinte separatiste.
Dopo la prima guerra mondiale Roberto Paribeni – direttore del Museo nazionale romano e poi capo dell’Ente per le missioni archeologiche in Oriente – e l’archeologo sottotenente del Regio Esercito Biagio Pace – esperto di Grecia e Anatolia – contribuirono a espandere gli interessi italiani verso est. Per Pace, tra i protagonisti dello sbarco presso Adalia (odierna Antalya) nel 1919, gli archeologi dovevano essere la «cavalleria in avanscoperta» di Roma. Quando fu inviato nel Dodecaneso, occupato temporaneamente dall’Italia durante la guerra con la Turchia, aveva tra i molti compiti quello di retrodatare la presenza italiana per legittimare l’eventuale annessione. All’archeologo spettava il compito di dimostrare i legami tra la regione e la Penisola fin dalla Roma antica. In quel periodo, Pace scrisse: «Mi sembrò di conoscere concretamente cosa fosse il mio sogno della funzione mediterranea dell’Italia».
Nel Novecento il fascismo si servì tragicamente del mito di Roma e dell’archeologia per legittimare la politica imperialista, sviluppare una presenza in paesi stranieri, raccogliervi informazioni e condizionarne l’opinione pubblica. Nacquero così la Reale accademia d’Italia e l’Istituto per il Medio e l’Estremo Oriente (Ismeo). Nel 1923 Mussolini istituì formalmente il Natale di Roma per legarne le origini all’ideologia fascista. Poi ordinò la costruzione di edifici come il Foro italico (all’epoca Foro Mussolini) e il palazzo della Civiltà italiana (noto come Colosseo quadrato), diretto riferimento all’Anfiteatro Flavio. Questo, con la realizzazione nel 1932 di via dell’Impero (oggi dei Fori imperiali), fu collegato visivamente a piazza Venezia da dove Mussolini pronunciava i suoi discorsi e ostentava il maldestro nesso tra le sue ambizioni e il glorioso passato di Roma. L’urbanistica del centro della capitale mutò fortemente a causa delle diverse demolizioni. Per le medesime ragioni, il Duce creò nuovi centri urbani con nomi (come Littoria, Sabaudia, Pomezia) e architettura di matrice latina.
Nel secondo dopoguerra iniziò la riorganizzazione delle attività archeologiche italiane, con la ripresa di scavi nella Penisola e la promozione dell’archeologia subacquea, nel cui ambito uno dei più famosi ritrovamenti fu quello dei Bronzi di Riace nel 1972. Oggi il recupero di antichità dagli abissi rientra nel perimetro del Polo nazionale della subacquea, istituito per integrare le capacità di grandi industrie, start-up, università e centri di ricerca con quelle della Marina e delle istituzioni al fine di proteggere meglio i fondali italiani.
A fine anni Sessanta l’archeologo Paolo Matthiae scoprì l’antica città di Ebla in Siria (uno dei più grandi ritrovamenti del secondo dopoguerra), dove tra il 2013 e il 2016 lo Stato Islamico (Is) ha distrutto e spogliato numerosi siti. Tra questi Palmira, con i suoi resti di epoca romana. Dopo che il governo di Baššār al-Asad ne riprese il controllo, archeologi e restauratori italiani e siriani hanno collaborato al ripristino di due busti funerari risalenti al II-III secolo d.C. presso il laboratorio di restauro dei materiali lapidei nella sede di San Michele a Ripa, a Roma. Le opere sono tornate in Siria nel 2017. Oggi Damasco sta rilanciando con fatica il turismo. Nel museo di Palmira spicca un ritratto del suo direttore Khaled al-As‘ad, archeologo ucciso dall’Is nel 2015 perché rifiutatosi di rivelare dove fossero le opere più preziose. Ricevuta la notizia, i musei italiani hanno esposto le bandiere a mezz’asta in suo onore.
3. L’interesse della Cina per il mito e l’archeologia di Roma costituisce il caso più curioso. Sembra un paradosso, visto che si tratta della potenza che sta sfidando il primato degli Stati Uniti e tentando di alterare il sistema internazionale a guida occidentale. Invece è perfettamente nella logica di chi studia nel profondo il proprio avversario per trarne ispirazione e scovarne i punti di debolezza.
La distanza geografica tra Roma e Pechino non consentì rapporti intensi tra le due culture. Le dinastie cinesi derivavano la loro forza dalla condizione semidivina dell’imperatore, che governava «su tutto ciò che era sotto il cielo» (tianxia). Il sovrano chiedeva che emissari di altri popoli venissero a corte per inginocchiarsi e riconoscere la sua superiorità. Eppure è documentato che i cinesi avessero un profondo rispetto per i romani. Al punto che gli Han li chiamavano Da Qin (i grandi Qin), come la prima dinastia dell’Impero del Centro. Negli antichi registri cinesi si narra di un viaggio di emissari di Marco Aurelio presso il comando degli Han in Vietnam nel 166 d.C. e prim’ancora di quello del generale Gan Ying nel 97 d.C. per aprire i rapporti con Roma. Entrambe le vicende sono state ricordate da Xi Jinping nel 2019, durante la sua visita in Italia per assistere alla firma del memorandum sulle nuove vie della seta. Ma Gan non giunse mai nell’Urbe: i parti lo fermarono, temendo di perdere il ruolo di intermediari lungo le rotte che collegavano Oriente e Occidente.
Per alcuni anni si è creduto alla tesi – poi smentita – del professore di Oxford Homer H. Dubs secondo cui gli abitanti di Zhelaizhai (l’antica Liqian), ai margini del deserto del Gobi, fossero discendenti della legione romana guidata da Marco Licinio Crasso che nel 53 a.C. fu sconfitta e fatta prigioniera dai parti nella battaglia di Carre. Dopo di ciò, secondo il mito, i suoi soldati avrebbero combattuto al fianco degli Han contro gli unni nella battaglia di Zhizhi, per poi stanziarsi in Cina. La tesi si basava sulla presenza a Liqian di edifici che ricordavano l’architettura classica e sui tratti apparentemente europei degli abitanti.
Negli anni Novanta in Cina la vicenda ha scatenato l’attrazione per Roma, con tanto di produzione di romanzi e serie televisive dedicate alla leggendaria legione. A Liqian sono state erette strutture e statue in stile romano a scopo turistico, con tanto di figuranti in abiti da legionari. Nel 2007 il governo del Gansu ha prodotto un libro dal titolo La legione romana scomparsa, con immagini di luoghi storici locali. Nel frattempo prendeva piede la collaborazione con l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro italiano, che portò nel 1995 alla creazione del Centro per la conservazione a Xi’an (dove si trova il mausoleo del primo imperatore Qin e l’esercito di terracotta) e poi nel 2003 al restauro del Padiglione della suprema armonia (Taihedian) nella Città proibita, con tanto di visita dell’allora presidente Ciampi.
Nel 2023 Pechino si è servita dalla scoperta del sito archeologico di Tangchaodun (nel Xinjiang) comprendente rovine di un bagno pubblico in stile romano, di un tempio buddista e di uno nestoriano per sottolineare lo scambio culturale tra Cina e Occidente. È dagli anni Ottanta che la pedagogia nazionale cinese dà notevole spazio alla storia e alla cultura romana e greca. Nelle librerie sono aumentate le traduzioni dei testi classici e le università hanno centri ad hoc per il loro studio. Il corpus iuris civilis è stato il punto di riferimento del vigente codice civile della Repubblica Popolare e tuttora in alcuni atenei cinesi si studia approfonditamente il diritto romano. Ciò pare in linea con la filosofia legista, particolarmente apprezzata da Xi, per cui leggi e forza sono due strumenti complementari per governare.
Nella Repubblica Popolare l’attrazione per Roma ha prodotto anche qualche distorsione storica. È il caso della ricerca dell’accademico Chang P. Liu, secondo il quale l’Urbe sarebbe stata fondata da coloni cinesi. Uno stralcio della sua tesi è stato pubblicato nel 2019 sul South China Morning Post, quotidiano hongkonghese attualmente di proprietà di Jack Ma, fondatore di Alibaba. Per Liu le lingue indo-europee deriverebbero da dialetti dell’Impero del Centro. In particolare, latino e greco sarebbero originati tremila anni fa da una variante del dialetto parlato nella penisola dello Shandong, dove nacque Confucio. La strampalata conclusione di Liu è che gli imperi greco-romani sarebbero «branche dinastiche occidentali dell’antica civiltà cinese». La dissertazione fortunatamente non ha avuto seguito, ma è l’esempio estremo di come alcune potenze possano sancire le proprie ambizioni tramite la riscrittura del passato.
In questo contesto rientra anche l’articolo pubblicato nel 2022 da un ricercatore dell’Ufficio per la cultura e il turismo di Zhangjiakou (Hebei) per il quale i reperti archeologici risalenti al Periodo delle primavere e degli autunni (770-746 a.C.) sarebbero la prova del fatto che la civiltà egizia sarebbe stata creata dai cinesi. Tale tesi, anch’essa infondata, è stata cancellata rapidamente dal Web e le autorità locali hanno avviato un’indagine contro il ricercatore.
Oggi Xi Jinping vuole che gli archeologi siano pienamente coinvolti nel progetto di «risorgimento della nazione». Vuole che facciano «capire in maniera profonda e migliore la civiltà cinese» e il suo contributo al resto del mondo insistendo sulla continuità identitaria tra epoca imperiale, repubblicana e comunista e sul fatto che la Cina ha oltre cinquemila anni di storia. Per Xi l’archeologia «con caratteristiche cinesi» deve «avanzare nella direzione corretta della storia» (quella che legittima la sovranità del Partito comunista) e opporsi alle «distorsioni del passato», giacché la cultura tradizionale è il «gene» della nascita e della longevità della nazione. Per questo, negli ultimi anni Pechino ha attribuito particolare importanza ai ritrovamenti archeologici della civiltà Yangshao, vissuta tra il 5000 e il 3000 a.C. nel bacino centrale del fiume Giallo, fulcro del nucleo geopolitico della Repubblica Popolare.
Nel forgiare la storia del «risorgimento della nazione», Xi sta attingendo all’esperienza dell’Italia. Nel luglio 2025 una delegazione dell’Istituto centrale per il restauro italiano è stata invitata nel Sichuan per visitare alcuni siti archeologici. Tra questi Sanxingdui, risalente a circa cinquemila anni fa. Due mesi dopo, nella medesima provincia si è svolto un seminario sino-italiano dedicato all’antica Shudao («la via del regno Shu»), il reticolato stradale che collegava la pianura di Guanzhong al bacino del Sichuan. Pechino vorrebbe preservarlo prendendo spunto dalla perizia italiana nella cura della via Appia. Shudao, secondo il governo cinese, favoriva l’interazione tra diversi gruppi etnici e perciò la stabilità dell’impero.
L’Italia è prima per numero di siti culturali e naturali patrimonio dell’Unesco (61), seguita dalla Cina (60). L’Appia, che raggiungendo il porto di Brindisi fornì a Roma il collegamento diretto con la Grecia, l’Egitto e l’Oriente, vi è stata inserita nel 2024. Ora Pechino vuole prendere spunto dai metodi di conservazione della Regina viarum per far ottenere il medesimo riconoscimento a Shudao e uguagliare il primato italiano.
4. L’approccio archeologico ha molto in comune con l’analisi geopolitica. Sebbene quest’ultima si distingua per l’ambizione di contribuire al dibattito strategico e al processo decisionale di un dato paese, entrambe le discipline scavano nel passato per ricostruire i fattori che hanno determinato la condizione attuale di una collettività: conoscere il passato per illuminare il presente. In archeologia, come in geopolitica, ciò richiede la comprensione delle sfaccettature antropologiche dei popoli.
L’Italia può valorizzare il patrimonio storico e archeologico come strumento pedagogico e diplomatico nel quadro della riscoperta della sua marittimità e della difesa dei suoi interessi nazionali. Roma non fu impero solo grazie a una formidabile macchina militare. Contarono la pianificazione strategica, le grandi opere infrastrutturali, la sapiente amministrazione del territorio, la promozione culturale e la capacità di integrare popoli diversi. Tutti elementi che evidentemente le potenze di oggi studiano con attenzione per coltivare i loro progetti. E che l’Italia, in maniera proporzionata ai suoi mezzi e risorse, potrebbe fare nuovamente propri. Nel segno di Roma.

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# MA ’NDO CORI
di Alessandro ARESU
*La ‘ministerialità’ come forza autolegittimante e sibillina, artefice di un tempo istruttorio e senza fine. Il potere come esercizio transeunte, sullo sfondo di una città smagata ma accogliente. La deriva logorroica delle leggi. Einaudi, paladino di chi non si rassegna.*
> La necessità di un segretariato generale della precisione e dell’anima.
> Robert Musil
### 1.
Da anni inseguo l’alba di Roma. Prima passeggiavo tra i monumenti del potere eterno e di quello caduco. Ora corro. Viviamo nell’èra dell’accelerazione e quando qualcosa ci sfugge ci illudiamo di poterla afferrare e rivivere. Allora Roma ci riporta al nostro posto. Inciampiamo sui sampietrini, aspettiamo il nostro turno alla fontanella. Qualunque cosa può essere smorzata e canzonata.
L’alba sui Fori imperiali è silenziosa. Non c’è ragione perché abbia il ritmo operoso delle città ansiose che, prima delle prime luci, si mostrano già pulite. Alle 5 o alle 6 del mattino, a seconda delle stagioni, la storia ci guarda con indifferenza. Tutto è buio e non c’è quasi nessuno. Negli ultimi tratti della notte non si vedono i cinghiali, per ora. Si fanno largo però le luci con cui i corridori si proteggono. Io non voglio protezione. Tanto prima o poi ogni cosa deve finire.
A inseguire l’alba sono i canoisti: dopo essersi salutati sulle rive in mezzo al buio, stanno già vogando sul Tevere. E la struttura legale e giuridica della capitale, con qualche innesto di manager, comincerà le partite di padel, in ogni caso più legate a orari serali, come del resto le cerimonie del calcetto dove le gambe si spaccano e si rimediano gli stiramenti. I sottosegretari passeggiano sul lungotevere per tenersi in forma e pensano alle carte da firmare e alle riunioni da rinviare.
Ho ormai corso troppe volte, centinaia di volte, quindi conosco quei volti e quelle battute anche senza vedere i dettagli, proprio come riconosco la luce sui monumenti. E così Roma, anche se sono sardo, mi appartiene. O meglio, c’è un’infantile illusione di appartenenza. Come ricorda un oriundo romano, proveniente da Oltralpe, col lirismo della sua tradizione, «la ragione è semplice: pare che la città non presenti alcuna incognita per il pellegrino, l’erudito, il poeta e lo sciocco. Arrivato a Roma, per la decima o per la prima volta, il viaggiatore non si sente straniero, a meno che non si tratti di un milanese». L’osservatore francese, dopo questa splendida frecciata ai milanesi (un presagio di Mediobanca?), continua: «Eppure Roma è una città segreta. Credi di esserci e invece ne sei escluso. (…) Sotto l’apparenza di un’allettante ospitalità, dispensa i suoi favori dissimulando l’orgoglio e il disprezzo. Quando ti sarai reso conto di esserti ingannato sulla natura dei suoi sorrisi e sulla cordialità dei suoi abbandoni, ne sarai tanto più intimidito quanto più tempo ti ci sarà voluto per scoprirlo».
Il segreto in apparenza si dischiude. Si tratta, ovviamente, del segreto del potere, dell’illusione della sua sopravvivenza. Siamo nell’età delle macchine ma il potere sarà esercitato, come sempre, da persone sedute alle scrivanie. Uomini e scrivanie. Ci si alza dalle scrivanie di frequente, per mangiare e per prendere un caffè. Ma la cerimonia del caffè a Roma non appartiene all’alba. I bar apriranno tardi, con poche eccezioni. Piazza di Pietra non ha ancora cominciato a vivere. Quelli sono posti da aperitivi, più o meno di moda a seconda delle stagioni politiche, oppure panini.
C’è un bar davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze che apre molto prima, in un orario non romano, quasi veneto o friulano. E difatti nessuno ci va la mattina presto per un incontro di lavoro, o per sussurrare qualcosa di segreto. Nessuno vuole anticipare ciò che deve accadere. Ciò che deve accadere, accadrà. Perché vivere nell’ossessione del tempo? Di ogni cosa si parlerà a pranzo.
### 2.
Nato a Faenza nel 1911, Augusto Frassineti proviene da una famiglia di possidenti in Romagna. Frequenta la facoltà di Filosofia a Bologna, dove è affascinato dalle lezioni di Storia dell’arte di Roberto Longhi. Richiamato alle armi nel 1940, matura la scelta antifascista con Giustizia e libertà ma viene fatto prigioniero in Sicilia e trasferito in campi tra Tunisia, Algeria e Marocco, viaggiando su carri bestiame. Verso la fine della guerra partecipa attivamente alla Resistenza in Francia, collaborando con le truppe alleate.
Rientrato in Italia nel luglio 1945, viste la sua esperienza e l’attività educativa svolta durante la prigionia, viene nominato da Emilio Lussu direttore del Servizio reduci del neonato ministero dell’Assistenza postbellica, istituito dal governo Parri. Nel 1947, col secondo governo De Gasperi, viene trasferito al ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, in sostanza declassato nelle responsabilità e nei compiti. Frassineti svolge anche una carriera intensa di traduttore, che comprende un’apprezzata versione italiana di Gargantua e Pantagruele di Rabelais. Ma Frassineti è soprattutto autore della grande opera sulla burocrazia italiana, Misteri dei ministeri, più volte riscritta e ripubblicata. La sua carriera di scrittore gli vale numerose amicizie, tra cui Manganelli, e alcuni riconoscimenti. Misteri dei ministeri nell’edizione Longanesi è finalista al Premio Strega 1959, l’anno in cui vince Il Gattopardo, con Mario Praz e Pier Paolo Pasolini rispettivamente secondo e terzo classificato. Frassineti arriva ultimo, preceduto da Franciosa, ma negli anni Sessanta sarà altre due volte nella cinquina dello Strega.
Al centro della sua opera surreale non c’è propriamente la burocrazia, bensì un’altra forza misteriosa e possente: la «ministerialità», definita come la riduzione a quantità semplice e inerte di ogni cittadino. Una forza che non serve a nulla ma si autolegittima e si esprime attraverso una lingua che mira a vincolare e nascondere ogni operazione. Il risultato di questa forza è uno stato specifico, il purgatorio in cui il tempo si colloca in una fase istruttoria destinata a una durata indefinita. La pratica giustifica la propria esistenza, attraverso profondi paradossi filosofici. Come spiega Frassineti, quando in un ufficio un individuo non pensa e gli altri impiegati si dedicano a pensare cosa mai pensi quel collega che non pensa, si crea una dinamica complessa in cui è impossibile distinguere chi stia pensando da chi non lo fa. L’energia del sistema è sempre impegnata nell’osservazione e nella gestione dei processi interni, anziché produrre risultati esterni. In questo universo, la legge del precedente può regnare nella pace del purgatorio annullando la pericolosa deriva verso un pensiero concreto, che potrebbe condurre all’inferno o al paradiso dell’agire.
Frassineti espone la sua teoria generale in forma quasi scientifica. Immagina la ministerialità come un campo di forze che pervade gli ambienti amministrativi: perfino gli oggetti – il timbro tondo, il telefono, il fermaglio, il fascicolo polveroso, gli stipiti delle porte – diventano focolai di energia occulta. Gli oggetti emettono radiazioni ministeriali, alimentando quel processo di «ministerializzazione universale» che tutto uniforma e immobilizza. Gli individui esposti a lungo a tali influssi sviluppano vere e proprie patologie: c’è chi diventa apatico e ottuso, chi nervoso e paranoico, chi regredisce intellettualmente – come nei casi clinici catalogati con puntiglio in tutta l’opera.
In tutto ciò c’è anche un sottotesto teologico e liturgico. I misteri dei ministeri portano in prosa i ministeri dei misteri. Il ministerium è la funzione del servizio, di chi esprime il mysterium, non più gnosi inattingibile ma oggetto della rivelazione di Dio e dell’incarnazione. Come nelle lettere paoline, Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, Cristo, in cui sono nascosti tutti i segreti della sapienza e della scienza. I ministri debbono servire Cristo, esprimendo e servendo il mistero sulla Terra, sempre conservando una riserva rispetto alla visione quantitativa e terrena. Nella teologia rovesciata di Frassineti, invece, è il mistero a dover servire il ministero, con un risultato tragicomico e surreale.
Questa cerimonia avviene in un certo luogo e nella connessione di quel luogo con gli altri spazi dell’Italia. Nella finzione del romanzo satirico, le osservazioni firmate da Frassineti giungono «dai dintorni di Roma». È a Roma che Frassineti incontra i problemi sociali del dopoguerra (il reinserimento dei reduci, l’assistenza agli invalidi, l’istruzione dei meno abbienti) che sono il sottotesto reale delle sue storie grottesche. In Misteri dei ministeri Frassineti fornisce un’analisi sempiterna della cappa di leggi che avvolge il nostro paese, del riflesso pavloviano per cui le aspettative sociali possano essere realmente affrontate da una norma in più.
La tecnica della ministerialità è «creare un miraggio (progetto di legge o schema di provvedimento) inteso a produrre una sindrome di aspettative e brame nel corpo sociale, così che vi sia un grande numero di cittadini credenti o fiduciosi di poter fruire di alcuni benefici o soddisfare certi bisogni, mediante adempimenti formali assai semplici». Quando la promessa viene puntualmente disattesa dall’approvazione della legge, perché questa non fa accadere nulla o perché rimanda ad altre leggi o norme di rango inferiore che si accartocciano l’una sull’altra fino alla presentazione del successivo provvedimento-miraggio, allora il cittadino di Frassineti prende la parola e scrive ai ministeri. Misteri dei ministeri è anche una collezione di queste lettere, che giungono dai territori e dai tipi umani più disparati. Lettere che sopravvivono alla morte e che sempre sono destinate al luogo che tutti hanno in mente: Roma. Spesso mostrano un linguaggio sgrammaticato e dialettale, come la lettera a firma di Germanico Armando: Al Ministro del Lavoro/ che ha promesso un premio di un milione a chi trova il miliore modo di levare la disocupasione Roma.
Le lettere ai ministeri e ai ministri inventate (forse collezionate e remixate) da Frassineti ora potrebbero provenire dagli ascoltatori di un programma come La Zanzara, divenuto una specie di autobiografia della nazione del tempo nostro. Il «conosci te stesso» della ministerialità, secondo le maschere di Frassineti, fa risplendere la «chiarezza interiore onde soltanto la verità si rende in potere dell’uomo», attraverso una formula più minuziosa di quella dell’oracolo di Delfi: «Impara a distinguere, mercé lo studio di soggetti ministerializzati, il grado di ministerializzazione cui tu stesso sei giunto o al quale potresti giungere compiendo certi atti o dando libero corso a certe tue inclinazioni».
L’organizzazione della politica estera dell’utopia/distopia proposta da Frassineti, «l’amministrazione all’aperto» con cui prende in giro i continui tentativi di portare più trasparenza, si fonda sul primato della firma rispetto alle decisioni politiche sulla guerra e la pace. Così attraverso la ministerialità viene domata anche la categoria amico/nemico di marca schmittiana. Frassineti spiega come fare: «I nostri agenti si infiltrano negli Stati maggiori e nelle cancellerie come personale addetto alle pulizie e all’utilizzo dei rifiuti. Il loro compito è quello, oltre che di provvedere al proprio sostentamento e di accantonare conserve alimentari anche per uso della comunità nazionale, di inserire fra gli atti destinati alla firma dei responsabili i nostri trattati di pace, che vengono poi sottratti non appena firmati. È arcinoto che i capi non sanno mai bene quello che firmano. Ma non saranno loro a dichiararlo o ad ammetterlo. Così, una firma è sempre una firma». Non succederà mai veramente nulla. Non è ministerialmente possibile fare la guerra, in questo purgatorio indefinito. Non è possibile dichiarare, mobilitare, organizzare. Ci sarà sempre pace.
La ministerialità ha pertanto vinto la morte, perché ha superato ogni distinzione tra cose morte e vive. Tra le varie petizioni ricevute dai ministri, c’è anche quella di chi è sfuggito all’invecchiamento, su cui un cittadino chiede un conforto ministeriale, il riconoscimento bollato delle sue capacità. È anche una delle poche parti dell’opera frassinetiana in cui si fa cenno allo sport, con un riferimento senz’altro polemico per i romani e difficilmente casuale. Il cittadino Olimpio Gentilini scrive nel 1950: «In effetti, quale dipendente statale, fin dal 1913, data del mio trasferimento in questa capitale, ho seguito istantaneamente la “Lazio”, e qualche volta anche in trasferta. E ora, a 105 anni suonati, non manco, quando la pioggia lo consente, di assistere alle partite casalinghe, e non le dico quanto sia amareggiato quando la “Lazio” perde punti in classifica».
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Nella nostra epoca gli effetti della ministerialità sono ormai misurabili e ciò fornisce una prova teleologica dell’esistenza del dio in questione, che sarebbe la suprema potenza dell’impotenza della ministerialità. In teoria, il principio fondamentale dello Stato di diritto richiede che le leggi siano chiare, accessibili, intelligibili e prevedibili. Ciascuno è libero di crederci, consapevole che il divario tra la teoria e la pratica possa oggi essere calcolato. La misurazione dell’incertezza legale del sistema è stata ottenuta in un paper del Baffi Centre dell’Università Bocconi attraverso l’analisi dell’intero corpus legislativo italiano (oltre 75 mila statuti e quasi 100 milioni di parole) e si basa sulla probabilità di disaccordo tra la Corte suprema di Cassazione e i tribunali inferiori. La scarsa qualità redazionale è un fattore chiave: l’85% delle frasi nella legislazione italiana supera il massimo raccomandato di 25 parole per garantire la chiarezza, dentro un labirinto continuo di rimandi e subordinate. L’ambiguità crea incertezza sui diritti e sugli obblighi, disincentivando investimenti e attività economiche che necessitano di protezione legale. Si stima che il pil italiano risulterebbe superiore del 5% se le leggi fossero redatte con la stessa chiarezza che caratterizza i princìpi fondamentali della costituzione. Circa due terzi di questa potenziale perdita si sono accumulati negli ultimi vent’anni a causa di un deterioramento sempre più marcato della qualità di stesura delle leggi.
Il ruolo salvifico del miraggio legislativo diviene un riflesso pavloviano, per cui davanti a qualsiasi questione «serve una norma». Ciò è dovuto anche alla specifica formazione della classe ministeriale, che ha un profilo spiccatamente giuridico. Tema ormai arcinoto. L’Italia ha già svolto molti anni fa, con l’avvento del governo Renzi, un dibattito sull’eccesso dei giuristi e dei consiglieri di Stato negli apparati statali. Il seguito concreto di quel dibattito è stato l’arrivo di più consiglieri parlamentari e consiglieri della Corte dei conti. La crescita di un altro apparato crea però altre critiche e resistenze. E così all’infinito.
Come osservato da Roberto Garofoli e Carlo Deodato in quel dibattito, con interventi nel 2014 e 2015, siccome devono esistere per forza élite e un governo deve esserci, alcuni apparati giuridici hanno semplicemente riempito i vuoti lasciati dagli altri: dall’assenza di una scuola di classe dirigente alla voragine del sistema dei partiti. Per funzionare, l’Italia ha bisogno di élite politiche: di un sistema di partiti degno di questo nome e di leadership che emergano attraverso l’esperienza e la lotta politica. In Italia lo Stato non può funzionare senza partiti, la nostra storia dopo la guerra fredda l’ha ampiamente dimostrato. Le «manine» tecniche sono sempre autolimitazioni della politica cui spetta riempire vuoti e occupare spazi, mentre il dovere dei tecnici è fornire le opzioni su cui avverrà la scelta, che dev’essere politica sulla base di un linguaggio che il politico deve comprendere e maneggiare. A questa visione ideale, o se si vuole manualistica, del circuito democratico e istituzionale, si è sostituito un cortocircuito che, per parafrasare Sraffa, è la produzione di norme a mezzo di norme.
Sulle tracce di Rabelais, Giorgio Agamben ha ricordato che c’è una dismisura maccheronica della lingua: una lingua con un corpo protuberante, in cui le parole possono avere cinquantasette lettere, in cui crescono organi imprevisti e sorprendenti che generano una nuova circolazione, sempre più assurda. Questo corpo della lingua europeo, quattrocentesco e cinquecentesco, nella legislazione del XXI secolo in Italia si presenta come un indefinito elenco di «visto», «ai sensi» e altre formule, spesso col contributo analfabetico dell’eurolingua. È l’immaginazione mistica dello Pseudo-Dionigi Areopagita in forma di perfetta inutilità. Rimandi pantagruelici così assurdi da generare una continua flatulenza rabelaisiana. Mentre lo Stato non può funzionare senza partiti, il corpo della lingua può continuare a inseguire con la piega infinita del barocco.
A confronto con questo baraccone, qualcuno dovrà pur lavorare. Anche, tra l’altro, per pagarne il funzionamento. Da sempre la lingua asciutta, di cui la prosa di Luigi Einaudi rappresenta un esempio insuperato, si confronta con questa sfida immane: la lotta impari contro la ministerialità. «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno».
Il presidente piemontese dedica questo elogio dell’imprenditorialità che nonostante tutto tira la carretta dell’Italia a un’impresa della sua Dogliani. Il celebre «nonostante tutto» rappresenta un riconoscimento della ministerialità, un inchino rigoroso alla sua straordinaria potenza. Certo, in apparenza l’imprenditore idealizzato da Einaudi non si arrende e va avanti. Il paper del Baffi Centre ci ricorda che le aziende cercano di proteggersi dalle leggi ambigue. Oppure gettano la spugna, preferendo operare altrove. O ancora (questo non c’è nel paper, ma sappiamo che è realtà) operano nel territorio italiano, ma in una zona grigia in cui le leggi non possono essere ontologicamente rispettate perché non si sa che cosa significhino.
Secondo gli economisti, migliorare la chiarezza del testo legislativo è una strategia essenziale per rafforzare lo Stato di diritto e promuovere la crescita a lungo termine. È una questione di sopravvivenza, un’esigenza esistenziale. Le loro conclusioni sono inevitabilmente accompagnate dal ghigno di Frassineti. L’autore di Misteri dei ministeri infatti ha previsto anche, tra le pieghe di un’altra sua opera, la risposta a questa situazione di paralisi e frustrazione: la bestemmia. Essa non riguarda solo i petulanti che scrivono lettere ai ministeri in dialetto. Gli imprenditori idealizzati da Einaudi, posti davanti alla ministerialità, non possono limitarsi a lavorare. Debbono bestemmiare.
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Per anni, l’idea di spostare i ministeri da Roma è stata proposta e riproposta come strategia riformatrice, capace di generare velocità ed efficienza. Già Alberto de’ Stefani, ministro delle Finanze e del Tesoro di Mussolini negli anni Venti e poi consigliere economico-finanziario di Chiang Kai-shek negli anni Trenta, condannato a morte per contumacia dalla Repubblica Sociale Italiana per l’adesione all’ordine del giorno Grandi, autore di decine di volumi di varia umanità e perfino della prefazione agli scritti del padre di Mario Draghi, scrive nel 1928: «La velocità è un obbligo, e naturalmente, essendo un obbligo fondamentale, non lo si trova nella legge che elenca i doveri del pubblico impiegato. La legge gli consente di non essere veloce. Ma è il suo capo che non deve consentirglielo».
Il trasferimento, secondo l’ipotesi del decentramento, avrebbe sconfitto l’inerzia e portato in auge una velocità futurista. La nebbia avrebbe contributo a diradare la luce accecante della ministerialità. L’episodio più noto si verificò nel 2011, mentre l’Italia riceveva una certa pressione internazionale (per usare un eufemismo). Su spinta della Lega, la decisione fu presa: trasferire le sedi distaccate di varie entità, a partire da dipartimenti della presidenza del Consiglio come Riforme e Semplificazione, presso la Villa Reale di Monza. L’evento fu realmente celebrato nell’estate 2011, in una realtà parallela, mentre in un altro multiverso non meno fantascientifico l’Italia era ritenuta sola radice d’ogni male dell’Eurozona. Da Bergamo veniva annunciato anche il decentramento di vari ministeri come il Lavoro, lo Sviluppo economico, addirittura l’Interno e l’Economia.
Come osservato dalle cronache dell’epoca, che nelle drammatiche settimane della guerra libica erano costrette a calcolare il numero di ministeriali in odore di trasferimento, non sarebbe stato possibile accomodare alla Villa Reale, anche con un uso fantasioso dei giardini, i dipendenti dei grandi apparati dello Stato. Inoltre, il ministero dell’Economia era divenuto il ministero per eccellenza: regnava solitaria, per la contrazione delle possibilità finanziarie italiane e il patto consociativista della spesa, la lunga storia della «burocrazia della cifra» ben descritta nell’approfondita opera di Guido Melis e nelle acute disamine di Sabino Cassese. Uno degli aspetti non abbastanza chiariti nell’interessante libro Io sono il potere, che celebra i capi di gabinetto e il loro potere romano, è che il capo di gabinetto di un’entità che non ha alcuna capacità di spesa non possiede alcun potere autonomo. Il suo spazio d’azione è sempre determinato dal ministero dell’Economia e dalle sue strutture. Pertanto si può autodescrivere non con la formula «io sono il potere», ma con quella «io sono il potere di chiedere in ginocchio l’adattamento di una o più tabelle».
Come noto, la fuga in Brianza finì nel fallimento. Non per ragioni politiche o economiche, ma per un’azione legale promossa dal sindacato indipendente della presidenza del Consiglio. Nelle settimane in cui Angela Merkel e Nicolas Sarkozy ridevano del governo italiano, il Tribunale di Roma bloccò il trasferimento poiché sul tentativo di deromanizzazione non erano state attivate, come previsto dalla legge, l’informazione preventiva e la concertazione. L’apparato romano aveva utilizzato le proprie procedure per sconfiggere i suoi padroni politici provvisori, com’era ministerialmente prevedibile. Il successivo governo ratificò la sconfitta, chiudendo le sedi di Monza che comportavano un aggravio di costi: la ministerialità come forma di risparmio, come era ministerialmente dimostrabile. Nelle loro diverse incarnazioni e trasformazioni, i partiti hanno proposto altre volte di spedire i ministeri altrove. Nel caso queste fantasie andassero avanti, troveranno sempre un tribunale amministrativo, un sampietrino su cui inciampare.
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È l’inizio dell’estate 2016 al ministero dell’Economia e delle Finanze, il palazzone di via XX Settembre sempre in corso di attuale o imminente ristrutturazione. Al tempo lavoro in quel palazzo, che ha bar più modesti rispetto alla Farnesina e privi della vista dall’ultimo piano di Largo Chigi (spesso in ristrutturazione). Ai nostri uffici è arrivato il documento redatto da un funzionario, che prevede l’esenzione totale dalla tassazione per chi investirà nei piani individuali di risparmio. Alcuni aspetti devono essere ancora rifiniti, varie opzioni sono al vaglio del ministro e del capo di gabinetto, ma la politica nel suo scheletro è pronta e con esso la norma. La struttura è impegnata a trovare il veicolo legislativo adatto e a convincere Palazzo Chigi dell’utilità dello strumento, i cui costi appaiono contenuti. Lo identifica un acronimo: Pir, Piani individuali di risparmio.
Nei giorni successivi del provvedimento, pensato per canalizzare il risparmio verso il mercato dei capitali connettendo risparmio e investimento, parleranno i giornali. Nessuno menziona quel funzionario, che tuttavia potrebbe avanzare per quel provvedimento un senso di possesso non dissimile da quello di Andrea Monorchio, ricordato da Guido Melis: lo storico ragioniere generale dello Stato si specchiava con orgoglio in una norma che aveva partorito lui e che nessuno aveva modificato, nemmeno di una virgola (le virgole sono importanti). Il suo tesoro. Per capire l’aneddoto di Monorchio, bisogna specificare che ai suoi tempi si credeva ancora che il parlamento potesse esercitare un potere concreto nel nostro ordinamento, a parte l’elezione del presidente della Repubblica e di qualche altra autorità.
Del resto, chi diavolo è quel funzionario? Non è particolarmente noto fuori dal ministero. Lo conoscono gli operatori del settore, partecipa agli incontri dei gestori e delle associazioni di categoria come prevede il suo ruolo, ma alla stragrande maggioranza delle persone – comprese quelle che lavorano per il governo – la sua esistenza sfugge. Lo strumento è stato sviluppato attraverso le riunioni presso l’ufficio di Fabrizia Lapecorella, al tempo direttore generale delle Finanze. L’ultimo piano di via dei Normanni, con vista sul parco di Colle Oppio e il Colosseo, è un bel posto per lavorare al tramonto.
Il dipartimento delle Finanze è un pezzo dello Stato relativamente poco noto ai non specialisti. Per i temi fiscali l’attenzione si concentra più sull’Agenzia delle entrate e sulla Guardia di finanza, perché fanno paura. Il dipartimento è uno dei tasselli che compongono il ministero dell’Economia e delle Finanze, in cui all’inizio di questo secolo sono confluiti altri pezzi dello Stato come il Tesoro, il Bilancio e la Programmazione economica. Nella nuova fase storica di sicurezza economica e politica industriale di cui l’Italia è parte, volente o nolente, la «burocrazia della cifra» non è stata sostituita da una «burocrazia degli investimenti». Ancora una volta, la colpa non è della «burocrazia della cifra», che deve fare il proprio mestiere. Il punto è che col Pnrr (orrendo acronimo, peraltro) abbiamo dimostrato di nuovo, come già in passato con i fondi di coesione, che in questo paese non sappiamo investire nemmeno quando le risorse ci sono. Abbiamo fallito.
Quanto a quel tempo e a quel dipartimento, è rilevante il suo ruolo nella negoziazione internazionale degli assetti fiscali per gli accordi multilaterali e per le autorizzazioni europee sulle politiche fiscali italiane. Questo in teoria. In pratica ci sono le scelte politiche: lunghi negoziati sugli aspetti fiscali internazionali, poi gli Stati Uniti cambiano idea e salta tutto. In quel caso, poiché i Pir prevedono un incentivo fiscale per le persone fisiche che destinino risorse a veicoli d’investimento nei mercati di capitale italiani a cinque anni, è il dipartimento delle Finanze – stimolato dalla segreteria tecnica del ministro – a curare la redazione della norma, poi vagliata dagli uffici legislativi e dal gabinetto.
Rivedo le riunioni di via dei Normanni al tramonto quando, il 31 dicembre 2021, mi arriva una mail da quel servitore dello Stato. Nelle settimane precedenti, per alcune discussioni relative alla legge di bilancio, ho lavorato di nuovo con Fabrizia Lapecorella e con il suo staff e le ho detto di salutarmelo. La conversazione è avvenuta nelle stanzette della presidenza del Consiglio che si affacciano su piazza Colonna e dove, come Antonio Funiciello ha spiegato, lavora lo staff del presidente del Consiglio. Sono poche stanze, può capitare di confonderne una con il bagno quando si lavora fino a tardi; è capitato, qualcuno è veramente entrato nell’ufficio di un collega pensando di andare in bagno. Ciò ha suscitato l’ironia della Colonna che guarda la piazza e con l’energia ministeriale di cui è dotata commenta: «Ricordati che te ne devi andare», infondendo un sano senso di provvisorietà in chi passa di lì e a volte crede di comandare.
Quando nel 2021 il governo ha mangiato il panettone, quella persona del dipartimento delle Finanze mi ha inviato una mail di auguri che si conclude con la frase: «Sono convinto che saprete creare un paese migliore». Tanti anni nello Stato non sono riusciti a creargli una sana corazza di cinismo. Ho incontrato tante persone con questo curioso temperamento, avendo avuto la possibilità di servire lo Stato spesso, e di dimettermi. Ho così potuto corroborare le convinzioni espresse su questa rivista nel 2013: in Italia vige il potere di perdere tempo. Ci rimangono le imprese dello stereotipo di Einaudi. Mi schiero con loro. Sostengo la distruzione della modulistica che opprime le nostre vite e non serve a niente. Spero nel primato della politica. So che Roma fagocita ogni cosa e ci sopravvive. Ricordandoci la nostra caducità.
Mentre la luce colora di rosa e d’arancio i Fori imperiali illuminando le provvisorie vicende umane, mi sembra di sentire il commento di un cittadino romano alla mia corsa. Mi squadra e mi compatisce. Pronuncia quasi un sussurro, in tre parole: ma ’ndo cori.
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### Note
[1] J. D’HOSPITAL, Roma in confidenza, trad. it. Milano 1963, Rizzoli, p. 12.
[2] Ivi, pp. 12-13.
[3] G. MELIS, Uomini e scrivanie. Personaggi e luoghi della pubblica amministrazione, Roma 2000, Editori Riuniti.
[4] A. FRASSINETI, Misteri dei ministeri, Torino 1973, Einaudi, p. 5.
[5] Ivi, p. 74.
[6] Ivi, p. 190.
[7] Ivi, p. 224.
[8] Ivi, p. 251.
[9] Ivi, pp. 192-193.
[10] T. GIOMMONI, L. GUISO, C. MICHELACCI, M. MORELLI, «The Economic Costs of Ambiguous Laws», Baffi Centre Research Paper n. 248, 8/6/2025.
[11] R. GAROFOLI, «Doppi incarichi nelle istituzioni pubbliche», Corriere della Sera, 29/6/2014; C. DEODATO, «Senza élite non si governa», Il Foglio, 14/5/2015.
[12] M. FOLLINI, «Da noi lo Stato non funziona senza i partiti», Limes, 4/2020, «Il vincolo interno», pp. 307-313.
[13] G. AGAMBEN, Il corpo della lingua. esperruquancluzelubelouzerirelu, Torino 2024, Einaudi.
[14] D. MARANI, «Glossarietto analfabetico dell’eurolingua», Limes, 1/2002, «Piccola grande Europa», pp. 99-110.
[15] L. EINAUDI, «Dedica all’impresa dei Fratelli Guerrino», Dogliani, 15/9/1960. Per la lettura di Einaudi si veda G. BERTA, L’enigma dell’imprenditore (e il destino dell’impresa), Bologna 2018, il Mulino.
[16] A. FRASSINETI, Tre bestemmie uguali e distinte, Trieste 2021, Italo Svevo.
[17] Presentazione di A. DE’ STEFANI a C. DRAGHI, Scritti di tecnica bancaria, Roma 1964, Staderini.
[18] A. DE’ STEFANI, L’oro e l’aratro, Milano 1929, Fratelli Treves Editori, p. 64.
[19] N. COTTONE, «Con Bossi e Calderoli 36 ministeriali», Il Sole-24 Ore, 21/6/2011.
[20] Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto, raccolte da G. SALVAGGIULO, Milano 2019, Feltrinelli.
[21] G. MELIS, A. NATALINI (a cura di), Governare dietro le quinte. Storia e pratica dei gabinetti ministeriali in Italia, 1861-2023, Bologna 2023, il Mulino.
[22] A. FUNICIELLO, Il metodo Machiavelli, Milano 2019, Rizzoli, p. 10.
[23] A. ARESU, «Chi comanda in Italia? Il potere di perdere tempo», Limes, 4/2013, «L’Italia di nessuno», pp. 63-72.

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limes2512/VENTESIMO_ARTICOLO_CINQUE.md

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# L’ESQUILINO CONTESO
di Tommaso FRANCO
*Nello storico rione si condensano tutte le più profonde contraddizioni della capitale. Tra discariche abusive, scene di disperazione e piccola criminalità, l’armonia sociale è un falso mito. Dal caos di Termini all’inarrestabile espansione cinese.*
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Il mercato di piazza Vittorio Emanuele II costituisce, da sempre, uno dei fulcri della vita del rione Esquilino, uno spazio dove la società interagisce e commercia. Il vecchio mercato di piazza Vittorio fu chiuso in via definitiva in occasione del Giubileo del 2000 a causa del suo stato di degrado. Il Nuovo Mercato Esquilino riflette una forma di organizzazione commerciale mirata a rendere il sistema più disciplinato e, per certi versi, ordinato. La sua caratteristica più evidente è l’etnicizzazione: chi lavora, chi compra, prodotti in esposizione da tutto il mondo, colori e profumi. Tutto riflette la multiculturalità. Qui è possibile osservare stranieri e italiani acquistare merci di altre etnie e culture, anche per la sola curiosità di provare qualcosa di nuovo. Quello del Nuovo Mercato Esquilino è dunque uno spazio in cui, grazie al cibo, si verifica una sorta di integrazione sociale, data la mixité che caratterizza i venditori, le merci e gli acquirenti [1].
Data la situazione di degrado, con il protocollo di intesa del 2014 alcuni attori – Roma Capitale, il Fondo ambiente italiano (Fai), la Cittadinanzattiva Lazio e il Comitato Piazza Vittorio Partecipata, oltre agli abitanti esquilini – hanno ritenuto necessario chiudere i giardini di piazza Vittorio nel 2019 per riqualificare l’area. Nell’ultimo decennio i giardini sono stati molto criticati a causa della carenza di manutenzione, dell’uso improprio degli spazi e dell’assenza di un progetto di gestione delle aree verdi. Ultimamente, alcune associazioni dell’Esquilino hanno promosso iniziative propedeutiche a rinnovare l’aspetto e le funzionalità del rione, attraverso azioni di recupero e pulizia. Piazza Vittorio costituisce così un esempio eclatante di come, in quest’area, siano presenti due facce della stessa medaglia. Ci sono coloro che, clochard o criminali, alimentano più o meno consapevolmente il degrado con la propria attività o, nel caso dei primi, occupando spazi pubblici e rendendo spesso necessario l’intervento delle forze dell’ordine. E c’è chi invece prova a rendersi attore attivo nel contrastare il degrado, mediante azioni inclusive e solidali [2].
Un’altra area al centro delle polemiche è Porta Maggiore, noto crocevia capitolino verso la periferia sud-orientale dell’Esquilino, nonché sito archeologico con notevole potenziale turistico: ospita, nascosta dietro le transenne, una basilica sotterranea, oltre al sepolcro di Eurisace, fornaio romano, e di sua moglie – risalente al I secolo a.C. Dato il degrado esistente, migliorare l’attrattività per i turisti sarebbe un obiettivo ambizioso, perseguibile mediante una valorizzazione complessiva della zona. Negli anni si è infatti ingrandita la discarica presente lungo lo scalo di Porta Maggiore, composta da vestiti, sedie e lattine. L’area collocata ai piedi delle Mura aureliane si è ormai trasformata in un centro di abbandono e degrado, frequentata da clochard e persone in difficoltà che, purtroppo, da tempo si rendono protagonisti di scene indecorose. Questo contesto contribuisce alla svalutazione del patrimonio immobiliare della zona [3].
Sintomo evidente dell’incuria che da anni affligge l’area è anche il cedimento di alcune sezioni delle Mura aureliane, le cui cause sono da ricercare nella mancanza di manutenzione, nella vegetazione spontanea, negli atti vandalici e nell’usura dovuta al tempo che passa. Nonostante il progetto Caput Mundi abbia iniziato a destinare parte dei fondi del Pnrr al restauro di determinati tratti delle Mura aureliane e di altri luoghi (tra cui proprio la basilica sotterranea), l’area di Porta Maggiore è stata esclusa dal piano [4].
Nel febbraio 2025 la polizia locale ha condotto, nel sottopasso di viale dello Scalo San Lorenzo, un’operazione antidegrado propedeutica a ripristinare il decoro urbano e offrire assistenza agli individui socialmente emarginati. Durante l’intervento sono stati rimossi tutti gli oggetti presenti e il tunnel, sottoposto a pulizia e sanificazione, è tornato a essere pienamente fruibile [5]. La risposta al degrado è arrivata anche da parte di un comitato di cittadini del quartiere, come nel caso del piccolo parco di via Statilia, a pochi metri da Porta Maggiore. Oggi alcuni residenti provvedono di tasca propria alla cura dell’area, lasciata per anni in condizioni di abbandono e disfacimento, sotto tutti i punti di vista. Inoltre, nel 2022 gli attivisti del gruppo Metrovia hanno presentato un progetto mirato a riorganizzare e semplificare il nodo tramviario di piazza di Porta Maggiore, ad accrescere lo spazio pedonale e la sua vivibilità. Ispirato al modello francese, il piano punta a creare quattro linee tramviarie altamente efficienti. Con la nuova viabilità, le auto si troverebbero a girare attorno alla piazza, liberando e valorizzando finalmente Porta Maggiore, ricca di tesori archeologici come le maestose arcate di via Labicana e Prenestina [6].
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Stampa e opinione pubblica descrivono l’Esquilino quale luogo multietnico e multiculturale. Guardando agli ultimi dieci anni, la composizione di chi popola il rione è in effetti mutata radicalmente. Nell’arco temporale 2008-2018 la popolazione esquilina è diminuita del 4%, mentre tra il 2001 e il 2016 è cresciuta del 25%. Per quanto riguarda l’età, la fetta più ampia è costituita dagli over-65, che nel 2018 formavano il 21%, pur essendo diminuiti del 9,6% nel corso dei dieci anni precedenti. Quest’ultimo dato va collegato al parallelo aumento del 9% dei residenti più giovani: nel 2018, su sei abitanti dell’Esquilino, uno era minorenne (15,4%).
Sempre nello stesso decennio, gli abitanti stranieri minori di vent’anni sono aumentati del 41%. In particolare, sono incrementati del 64% nella fascia 10-14 anni e del 13% tra i minori di quattro anni. Al contrario, gli stranieri anziani sono diminuiti del 23%: nel 2008 gli over-65 componevano il 10,3% della popolazione esquilina, dieci anni più tardi il 7,7%. Il dato più peculiare riguarda gli abitanti di età più avanzata: nel 2018 gli over-84 componevano il 2% del totale, una diminuzione dell’88% rispetto al 2008 [7].
A partire dagli anni Settanta il rione Esquilino ha accolto molti immigrati provenienti principalmente dall’Africa, in particolare da Eritrea, Egitto e Capo Verde. Negli anni Ottanta si è assistito a un incremento degli arrivi dall’Asia, soprattutto dal Bangladesh. E con gli anni Novanta è aumentato repentinamente il numero di immigrati cinesi, che si sono progressivamente imposti come la fetta più consistente della popolazione esquilina: un ruolo di primo piano reso possibile anche grazie alla loro potente azione imprenditoriale, le cui attività hanno inizialmente riguardato prevalentemente la vendita al dettaglio di abbigliamento, la ristorazione e le farmacie. All’inizio del nuovo millennio il fenomeno degli imprenditori cinesi all’Esquilino era già altamente diffuso. Per esempio, nel 2000 si contavano 224 negozi cinesi, cinque volte quelli bengalesi. Nel 2004 il numero di attività è salito a 427, tutte collocate tra via Giolitti e via Merulana. Allora, faceva eccezione solo via Principe Amedeo, che vedeva perlopiù negozi bengalesi (64), pakistani (24) e indiani (17). La distribuzione del tipo di attività commerciali tra cinesi e altri immigrati era ripartita in modo molto simile a oggi [8]. Le attività in mano a bengalesi concernono perlopiù bigiotteria, oggettistica, alimentari, phone center e gioiellerie.
Nel 2011 la popolazione esquilina di origine straniera censita era del 22%, quindi solo un abitante su cinque non era italiano. Ma negli anni successivi il numero è aumentato costantemente: nel 2018 erano stranieri 6.804 cittadini su 21.986 – praticamente un terzo – di cui il 20% era asiatico, +24% in dieci anni [9].
Nel decennio di riferimento la presenza di abitanti cinesi nel rione è duplicata, arrivando a rappresentare il 10,8%. Si registra inoltre una considerevole presenza di residenti provenienti da Bangladesh e Filippine. La composizione della popolazione di origine africana è cambiata sensibilmente. Prima si contavano principalmente egiziani, marocchini e libici, i quali hanno però gradualmente abbandonato il rione, lasciando spazio a nuovi migranti provenienti da Nigeria, Senegal, Somalia, Etiopia ed Eritrea. Spesso si tratta di abitanti transitori. Solo i nigeriani – lo 0,4% della popolazione nel 2018 – hanno dato segni di radicamento nel territorio, aumentando dell’82,6% e arrivando a rappresentare il 20% degli africani nell’Esquilino [10].
Guardando alla distribuzione della popolazione esquilina, risulta evidente che i gruppi sociali siano anche divisi a livello geografico. I dati dei censimenti della popolazione e delle abitazioni del 1991 e del 2011 mettono in luce i cambiamenti nel numero di stranieri e di over-65 in zone specifiche. Si nota una sorta di segregazione abitativa che divide i residenti storici, di norma anziani e italiani, dai nuovi, prevalentemente giovani e non italiani [11].
Negli ultimi anni si sono via via affermate attività commerciali in mano a stranieri di recente immigrazione (principalmente cinesi, indiani e marocchini), dando origine a una forma economica che richiama, sotto certi aspetti, il modello dei bazar. Il grande giardino di piazza Vittorio separa due aree: troviamo da una parte la zona che gravita intorno al mercato – oggi quasi del tutto in mano a migranti – e dall’altra, lungo via Merulana, una maggiore concentrazione di negozi storici, i quali continuano a ricoprire nell’immaginario degli abitanti esquilini uno spazio di conservazione della tradizione [12].
Così, i marciapiedi di piazza Vittorio diventano per molti stranieri – soprattutto giovani africani – il luogo dove vendere bigiotteria appoggiata per terra, su tappeti. Nel mercato, le attività ortofrutticole sono principalmente in mano a persone provenienti dal Bangladesh e da altri paesi asiatici. La comunità egiziana, grazie al suo spiccato senso imprenditoriale, è riuscita a farsi carico del settore ittico, più remunerativo. Gran parte delle macellerie sono invece sotto gestione romena [13].
Le strade laterali di piazza Vittorio, principalmente tra via Conte Verde e via Mamiani, pullulano di negozi in mano a imprenditori cinesi. I pochi commercianti italiani, stretti tra boutique straniere, confessano di ricevere quasi ogni giorno offerte di acquisto da parte di cinesi interessati a espandersi. Un discorso analogo può essere fatto per via Principe Amedeo, che con i suoi moltissimi negozi asiatici viene spesso soprannominata «via Bangladesh» [14].
Nonostante per molti italiani «Esquilino» significhi oggi degrado e insicurezza, in realtà i cittadini cinesi ne hanno promosso lo sviluppo economico e sociale. Tale spirito imprenditoriale ha permesso di riqualificare il rione, portando all’apertura di molti negozi. Oggi passeggiare per le strade dell’Esquilino significa indubbiamente imbattersi in diversi esercizi commerciali in mano a cinesi – attività molto variegate tra loro: bar, profumerie, agenzie di viaggio, alimentari, casalinghi e quant’altro.
Non mancano poi enoteche e ristoranti, sempre gestiti da cinesi, pensati per attrarre clienti italiani e che impiegano dipendenti italiani. Ci sono negozi di casalinghi dietro i cui banconi troviamo commessi provenienti dal Bangladesh o dal Nord Africa. Ma pure bar aperti da ditte italo-siniche, fast-food in mano a cinesi e pakistani, locali di cucina italiana di nuova apertura – come il «Vittoria» in via Principe Eugenio – o in fallimento – come nel caso del «Cavallino Bianco» in via Emanuele Filiberto, oggi gestito da giovani cinesi [15].
L’Esquilino ospita inoltre numerosi centri di assistenza, che offrono servizi destinati ai migranti, ai poveri e ai senzatetto dell’area. Tra questi spiccano due strutture della Caritas dedicate alla distribuzione dei pasti: la mensa Giovanni Paolo II, che opera di giorno in via delle Sette Sale, dinanzi al parco di Colle Oppio, e quella di via Marsala, attiva nelle ore serali. Sempre in via Marsala si trovano l’ostello Don Luigi di Liegro, il poliambulatorio e il centro di accoglienza Binario 95 [16].
Nel cuore dell’Esquilino, in via Galilei 57, troviamo poi il Polo civico Esquilino, sede dell’associazione Pòleis (Polo dell’Esquilino per l’innovazione sociale). L’obiettivo è quindi la creazione di un ecosistema collaborativo che permetta lo sviluppo locale e la partecipazione civica, volto a contrastare la crescente emarginazione. Il principio fondatore è quello della «co-governance urbana»: per migliorare la vita nel rione Esquilino è richiesta la partecipazione attiva nelle politiche pubbliche da parte di chiunque possa dare un contributo positivo. Il Polo civico Esquilino è uno spazio dove vengono create reti interassociative di mutualismo, supporto e solidarietà.
Quello della multiculturalità del rione, che nell’immaginario collettivo potrebbe evocare un’idea di convivenza armoniosa, è in realtà un mito costruito artificialmente nel 2000, in occasione del Giubileo, quando la capitale si apprestava ad accogliere tantissimi visitatori [17]. In quell’occasione il centro di Roma fu in parte riqualificato. Venne potenziata l’industria del turismo e dello svago. Processo che interessò anche l’Esquilino, alla luce dei problemi di mobilità, del declino del settore edilizio e di una diffusa sensazione di abbandono istituzionale, con l’obiettivo di trasformare l’etnicità della zona in un valore aggiunto. In questo contesto, le caserme storiche furono ristrutturate, il mercato venne spostato, il traffico e il trasporto pubblico furono migliorati.
La dura realtà odierna dell’Esquilino è testimoniata dalla complicata convivenza tra cittadini vecchi e nuovi. La composizione del rione presenta una struttura sociale in cui è possibile distinguere due macrogruppi, i quali sembrano essere riusciti a convivere abbastanza pacificamente, nonostante le innegabili barriere linguistiche e culturali presenti, come anche le saltuarie tensioni. Esiste infatti una linea di confine simbolica, che scorre tra via Principe Eugenio e via Napoleone III e divide dal resto del rione un’area di meticciato sociale, in cui sono presenti residenti autoctoni italiani, benestanti, e nuovi arrivati, ovvero gli immigrati appartenenti a un ceto sociale basso. Quest’area presenta un’evidente concentrazione di esercizi commerciali in mano a cittadini non italiani, contrariamente al caso di via Merulana. Un importante punto di incontro multiculturale, da questo punto di vista, è senza dubbio il Nuovo Mercato Esquilino, che attrae cittadini sia stranieri sia italiani.
Detto altrimenti, man mano che da piazza Vittorio ci si avvicina a Stazione Termini, si osserva un sempre maggiore numero di stranieri e aumenta lo stato di degrado. Al contrario, se ci si dirige verso via Merulana si trova una situazione più mite e gran parte degli esercizi commerciali e dei negozi storici è in mano a italiani. Spesso le forze dell’ordine intervengono per contrastare i mercati abusivi davanti al mercato di piazza Vittorio e in via Principe Amedeo, dove venditori solitamente stranieri (soprattutto bengalesi, cingalesi, maliani e indiani) vendono merce di ogni tipo: orologi, indumenti, bigiotteria, dispositivi tecnologici [18].
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Gli immigrati cinesi svolgono, da almeno vent’anni, un ruolo di primo piano nei traffici commerciali dell’Esquilino. I prodotti, importati periodicamente dalla Cina, arrivano a Civitavecchia via mare e da lì vengono distribuiti principalmente a depositi collocati lungo il Grande raccordo anulare. Una piccola parte finisce negli hub commerciali del rione, dove vige il divieto della vendita all’ingrosso. Attraverso incontri di persona e accordi non scritti, i membri della comunità cinese stabiliscono tra loro intese di natura informale. Nonostante i numerosi controlli delle forze dell’ordine, non è possibile collegare concretamente l’Esquilino a uno snodo per il contrabbando di merci contraffatte.
È però innegabile che l’espansionismo cinese nell’area ha danneggiato, in modo più o meno diretto, immigrati di altra provenienza. Per esempio africani e bengalesi, che raccontano di frequenti pressioni ricevute per chiudere i locali dove lavorano talvolta da diversi anni, o addirittura di rapine e aggressioni, presumibilmente riconducibili a un racket per il controllo del sistema della vendita ambulante [19].
Le pagine della cronaca cittadina hanno spesso riportato, soprattutto in passato, casi di estorsione e sequestri, le cui vittime erano spesso cittadini cinesi. «Gladioli rossi» (1999) e «Ramo d’Oriente» (2000-2002) sono a questo riguardo solo alcune delle operazioni organizzate dalle forze dell’ordine, che hanno comprovato l’esistenza – nella Penisola e in particolare nella capitale – della criminalità organizzata cinese, attiva nella gestione del lavoro nero attraverso lo sfruttamento di immigrati irregolari in piccole attività tessili e manifatturiere. Inoltre, come mostrato dalle relazioni annuali che la Dia presenta alla Commissione antimafia, a partire dai primi Duemila molti immobili dell’Esquilino sono stati acquistati da cinesi con denaro di provenienza illecita: una forma di riciclaggio. Già all’inizio del nuovo millennio era possibile descrivere la criminalità cinese in questi termini: un sistema centrato su un agire silenzioso e ben lontano da occhi indiscreti, solitamente protagonista di reati minori ma in grado di generare entrate ingenti, poi oggetto di nuovi investimenti in speculazioni immobiliari o attività analoghe. Ciononostante, già allora la larghissima parte delle attività nel rione Esquilino era composta da traffici legali [20].
Un discorso a parte meritano le diverse operazioni – attuate in sinergia tra i vari corpi delle forze dell’ordine – per contrastare lo spaccio nelle zone più calde del rione Esquilino. Ne sono riprova i sei arresti avvenuti in via Giolitti nel maggio 2025 da parte del corpo dei Carabinieri del comando stazione «Piazza Dante»: tutti gli individui erano di origine africana (Gambia, Senegal e Tunisia) e avevano tra i 19 e i 32 anni, finiti in manette perché colti a spacciare sostanze stupefacenti per strada [21]. Le aree maggiormente interessate sono state piazza Vittorio Emanuele II e, appunto, via Giolitti, dove i controlli delle forze dell’ordine avvengono, da anni, a tappeto, anche presso le strutture residenziali e commerciali.
Nel 2023 ha fatto scandalo l’inchiesta, avviata su disposizione dell’antimafia capitolina, che ha portato all’arresto di 33 persone. La Guardia di finanza ha notato, in quattro negozi locati nell’Esquilino (tre in via Turati e uno in via Napoleone III), il continuo entrare e uscire di individui con indosso uno zaino pieno. Gli esercizi commerciali, in particolare i negozi di abbigliamento cinesi, erano in realtà usati dalle organizzazioni malavitose (tra cui ’ndrangheta e camorra) come centro di raccolta di denaro proveniente dal narcotraffico, che in un secondo momento sarebbe stato trasferito fuori dall’Italia, perlopiù in Cina, anonimamente e mediante il metodo «Fei Qian» («denaro volante») per impedire la sua tracciabilità. Questa parte del lavoro era affidata al proprietario cinese degli esercizi commerciali, che era anche uno dei tre capi del traffico: Kui Wen Zheng. Si stima che il giro d’affari superasse i 54 milioni di euro e solo a Fiumicino ne sono stati sequestrati 8 milioni. I traffici illegali comprendevano anche un giro di affari tra Spagna e Italia di oltre 545 chilogrammi di sostanze stupefacenti, per un valore stimato di 20 milioni di euro. Al vertice c’erano Antonio Gala, latitante, e Fabrizio Capogna, incarcerato a Rebibbia – il cui fratello, Simone, aveva il compito di portare il denaro del narcotraffico all’Esquilino. Gala si occupava invece di garantire l’arrivo delle consegne di droga (principalmente dalla Spagna) che Fabrizio Capogna gestiva direttamente dal carcere, tramite un telefono criptato [23].
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L’Esquilino, grazie alla sua vicinanza con Stazione Termini, è oggi molto rilevante per la capitale. Gli attori coinvolti nel sistema economico-produttivo della stazione sono numerosi ed eterogenei: ospiti, addetti, tecnici, operai e proprietari. Guardando ai numeri, la stazione è frequentata quotidianamente da 420 mila persone e 150 milioni vi passano ogni anno.
Di giorno l’Esquilino pullula di passanti, lavoratori e turisti, che sfruttano l’area per raggiungere la stazione. Di notte si assiste invece allo svuotamento delle strade. Il rione è utile a Termini per incanalare i movimenti quotidiani, ma anche come area di sosta. Il tutto grazie a chi accoglie i visitatori nelle proprie attività commerciali – principalmente negozi di valige e gadget, ma anche punti per il cambio di valuta e per i tour turistici, questi soprattutto in via Giolitti – e di ristorazione – bar, alimentari e osterie romane «fake». Tra i tanti che attraversano la zona della stazione, inoltre, trovano facile camuffamento ladri e truffatori [24].
Dai racconti di chi vive o lavora nei dintorni della stazione emerge così uno scenario surreale. Nonostante la presenza sul campo di forze militari e di polizia (anche ferroviaria), alcune scene risultano ormai all’ordine del giorno: turisti derubati, senzatetto che urinano di fronte a tutti, alla luce del sole, spacciatori che smerciano i propri prodotti. Nell’area la criminalità continua a crescere. E i reati sono spesso commessi da gruppi di extracomunitari. Per esempio, nell’ultimo periodo, con l’apertura in zona di molte attività dedite alla vendita di kebab, si sono diffuse anche baby gang composte da ragazzini di nazionalità egiziana disposti a sguainare il coltello per una collana di valore o uno sguardo sbagliato. Ovviamente, non si deve commettere l’errore di fare di tutta l’erba un fascio. Proprio per questo, ascoltando il silenzio dei lavoratori onesti ne emerge nitidamente la frustrazione: sono consapevoli di non poter risolvere il problema e hanno paura a rilasciare commenti di troppo.
Le cronache cittadine riguardanti l’area di Termini – compresa tra piazza dei Cinquecento, via Marsala e via Giolitti – sono accomunate da racconti di accoltellamenti, spaccio, aggressioni, degrado. Da tempo passeggiare di notte davanti alla stazione è associato a una sensazione di pericolo immediato. I numerosi albergatori della zona percepiscono una minaccia al proprio business a causa dei problemi di sicurezza e di tendenze malavitose. Hanno perciò chiesto maggiori investimenti e agevolazioni da parte dello Stato specificamente pensati per Termini, che a parer di molti andrebbe considerata una Zona economica speciale (Zes). Per ripristinare la stabilità dell’area non sono stati infatti sufficienti gli interventi delle forze dell’ordine [25].
Le vie che circondano la stazione, così come tutta piazza dei Cinquecento, ospitano appostamenti di bande composte dalle più varie nazionalità – perlopiù nordafricani, nigeriani e sudamericani. Spesso, per legittimare il proprio potere queste gang si rendono protagoniste di scontri molto violenti. Nonostante il lavoro e i continui interventi delle forze dell’ordine, chi vive a Termini o semplicemente l’attraversa ha la sensazione di trovarsi nelle favelas: continui furti, scippi e aggressioni, in un contesto saturato dalle condizioni di vita e sanitarie dei molti clochard presenti [26].
L’area intorno alla stazione, soprattutto dalla parte di via Giolitti, è frequentata da pendolari e turisti, ma anche dalle persone più bisognose e senza fissa dimora. Per i primi si tratta di un luogo di passaggio insicuro, per i secondi è invece un riparo. Il ballatoio di via Giolitti provoca in chi lo attraversa un senso di pericolo, a causa del degrado architettonico, ambientale e sociale in cui vive chi è lasciato ai margini della (e dalla) società.
Ma si tratta anche di uno spazio di arrivo o di passaggio per i migranti che vi ritrovano esperienze tipiche del loro paese d’origine. Un luogo dove essere aiutati, grazie alle numerose organizzazioni solidali attive nei dintorni per offrire opportunità di integrazione e sostenere migranti e senzatetto – questi ultimi stimati nel 2018 a 12.220 nel I Municipio [27].
Fanno di certo riflettere le politiche adottate dal Comune per «risolvere» il problema, imperniate sulla logica del tenere lo sporco sotto al tappeto: politiche securitarie pensate per rimuovere i senza fissa dimora e basate su posti di controllo e telecamere. La dinamica di espulsione riguarda chi non possiede i requisiti economici o sociali per circolare a Termini. Cioè gli «indesiderabili» agli occhi di turisti e cittadini benestanti. Il senza fissa dimora diviene così oggetto di criminalizzazione e viene visto come causa dei problemi. L’area dell’Esquilino considerata meno sicura è quella in cui sono maggiormente concentrati gli stranieri, le cui condizioni di vita risultano indubbiamente più precarie [28].
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### Note
[1] Cfr. V. CARBONE, C. DI SANDRO, Esquilino, Esquilini. Un luogo plurale, Roma 2020, RomaTre Press, pp. 165-169.
[2] Ibidem.
[3] «Roma: Porta Maggiore affonda nel degrado, i reperti archeologici diventano una discarica», Agenzia Nova, 4/11/2022.
[4] A. BUZZELLI, «Porta Maggiore si sgretola. Cittadini raccolgono pezzi e creano aiuole», Il Tempo, 1/3/2025.
[5] «Polizia Locale: operazione anti-degrado nel sottopasso di viale dello scalo di San Lorenzo», Abitare a Roma, 19/2/2025.
[6] F. GRILLI, «Porta Maggiore più verde e senza traffico: ecco il progetto che fa sognare ad occhi aperti», RomaToday, 23/10/2022.
[7] Cfr. V. CARBONE, C. DI SANDRO, op. cit., pp. 82-93.
[8] F. D’AGOSTINO, «Il giallo dell’Esquilino», Limes, 2/2005, «Come mafia comanda», pp. 215-220.
[9] Cfr. V. CARBONE, C. DI SANDRO, op. cit., pp. 82-93.
[10] Ibidem.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] «Quello dell’Esquilino è il mercato multi-etnico per antonomasia», RomaToday, 6/12/2012.
[14] Cfr. V. CARBONE, C. DI SANDRO, op. cit., pp. 103-117.
[15] Ibidem.
[16] Ibidem.
[17] Cfr. ivi, pp. 145-151.
[18] Cfr. ivi, pp. 103-117.
[19] Cfr. ivi, pp. 93-103.
[20] F. D’AGOSTINO, op. cit.
[21] «VIA Giolitti a tutto spaccio: dai ballatoi all’Esquilino è assedio dei Carabinieri», RomaToday, 18/9/2019.
[22] M. CARTA, «Negozi cinesi “finti” per gestire il traffico di droga e riciclaggio: da Roma a Pechino il giro d’affari delle mafie da 54 milioni di euro», la Repubblica, 4/10/2023.
[23] C. MOZZETTI, «Roma, i soldi del narcotraffico nei negozi dell’Esquilino: chi è Kui Wen Zheng che faceva affari con i boss di Tor Bella Monaca», Il Messaggero, 5/10/2023.
[24] Cfr. V. CARBONE, C. DI SANDRO, op. cit., pp. 93-103.
[25] R. FRIGNANI, «Roma, gli albergatori di Termini: “Riconosceteci come Zona economica svantaggiata o chiudiamo. I turisti ci evitano”», Corriere della Sera, 18/2/2023.
[26] L. URBANI, «Stazione Termini “come le favelas, siamo ostaggio delle gang”: la paura di chi vive e lavora in zona», Il Messaggero, 20/11/2023.
[27] Cfr. V. CARBONE, C. DI SANDRO, op. cit., pp. 169-199.
[28] Ibidem.

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limes2512/VENTESIMO_ARTICOLO_DUE.md

@ -0,0 +1,135 @@
# ROMA CAPITALE DELLA CALABRIA
di Lorenzo NOTO
*Dalle baraccopoli del dopoguerra a oggi: come la diaspora calabrese ha plasmato il tessuto sociale, politico ed economico romano. I due sindaci. La calabresità non è solo sentimento di orgoglio o nostalgia, ma rete concreta di assistenza e influenza.*
> Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via
> Cesare Pavese, La luna e i falò
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Quando pensiamo Roma, facilmente cadiamo nella trappola della romanità. Errore d’intuizione, commesso perché abituati a immaginarla sempre uguale a sé stessa, ai luoghi comuni che ne semplificano il tono, alla sua antica e spesso posticcia identità. Roma è Roma e lo è sempre stata, con le sue coppie dialettiche: città universale e provinciale, di salotti e di borgate, di principi e di coatti, di pellegrini e di miscredenti, di monsignori e di comunisti, di ambasciatori e di capomastri, di funzionari ministeriali e ambulanti di Campo de’ Fiori. Ogni tanto salta fuori qualche «purista», che rivendica: «Io so’ romano da sette generazioni». Custodi dell’ortodossia identitaria per cui solo il cittadino in grado di risalire fino all’ultimo bisarcavolo, cioè al bisnonno del bisnonno, può dichiarare l’integrità genetica capitolina.
Ovviamente, la composizione demografica romana, città d’immigrazione millenaria, smentisce ogni retorica autoctona. Se nei primi anni del Novecento la popolazione si attestava intorno alle cinquecentomila persone, l’attuale massa di più di due milioni e mezzo (oltre quattro milioni se compresa la Città metropolitana, cioè sei volte tanto) testimonia un processo di crescita fondato essenzialmente sull’immigrazione interna. La maggioranza dei romani odierni ha insomma radici familiari che affondano in altre regioni italiane, non nei rioni storici della città. E molto spesso queste provengono dalla Calabria.
L’immigrazione calabrese a Roma rappresenta uno dei fenomeni migratori interni più significativi del dopoguerra. Una ricerca statistica, a cura dei sociologi Francesco Carchedi e Mattia Vitiello, attesta la presenza nell’area metropolitana romana di circa trecentomila originari calabresi. La comunità numericamente più ampia, superiore anche a quella filippina di poco al di sotto delle duecentomila unità. Altri studi la stimano, al ribasso, in circa settantamila persone, mentre al rialzo si arriva persino a cinquecentomila, se non oltre. Un dato che se preso per buono, sui 2 milioni 746 mila e 984 abitanti del Comune di Roma significherebbe il 18,2% della popolazione. Un romano ogni cinque ha insomma origini calabresi. Così come San Paolo in Brasile, con oltre cinque milioni di italo-discendenti, può essere considerata la più grande città «italiana» al mondo, con questi numeri Roma è sicuramente la più grande città «calabrese» d’Italia.
La peculiarità di questa comunità risiede innanzitutto nella dimensione della sua diaspora: quasi un calabrese su quattro vive stabilmente fuori dalla regione mentre, distribuiti su scala mondiale, gli originari arrivano fino a sette milioni. Oltre 423 mila risultano iscritti all’Aire, a fronte di meno di due milioni di residenti effettivi in Calabria. Un rapporto del 22% che la colloca appena dietro Molise e Basilicata per incidenza della popolazione emigrata.
Dall’Argentina al Brasile, dal Canada all’Australia, dalla Svizzera alla Germania, dagli Stati Uniti alla Lombardia sino a Roma, una Calabria quasi nazione, deterritorializzata ma al contempo profondamente radicata in luoghi specifici. Dalle metropoli sudamericane alle città nordeuropee, dai centri minerari australiani ai quartieri romani, i numeri e le peculiarità sono tali che spesso tendono a generare una sorta di «doppia cittadinanza territoriale», anche nelle generazioni successive alla prima.
Sorge dunque il dubbio se possa essere letto come fenomeno geopolitico più complesso piuttosto che essere interpretato solo con categorie demografiche tradizionali. Intendiamoci, tanto nei flussi transoceanici quanto negli spostamenti interni la salvaguardia dell’identità e l’associazionismo non sono certo esclusivi del caso calabrese. Sono tratti comuni a molti popoli migranti, italiani e non. Le forme organizzate di aggregazione nello specifico sono sempre servite non solo a tenere in vita tradizioni, ma ad assumere un ruolo politico di collocazione intermedia con le istituzioni locali con funzione di protezione sociale della comunità di appartenenza. Questa propensione però, nel caso dei calabresi a Roma, assume dimensioni e significati che trascendono il mutuo soccorso o la nostalgia collettiva, mantenendo attiva appunto una territorialità alternativa. Al di là dei complessi e non sempre affidabili conteggi, la storia della presenza calabrese nella capitale racconta di un’integrazione difficile, spesso dura, ma che nel corso dei decenni si trasforma in rete consolidata e strutturata all’interno delle dinamiche di potere della città.
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Benché canali migratori sporadici tra Calabria e Roma siano riscontrabili a partire da metà Ottocento, tali che quando la città raggiunge il milione di abitanti nel 1931 la comunità conti all’incirca già seimila persone, l’emigrazione diventa massiccia a partire dal dopoguerra. Può essere così suddivisa in tre fasi: un primo grande esodo tra gli anni Cinquanta e Settanta sulla spinta del forte sottosviluppo meridionale; una seconda fase tra gli anni Ottanta e i Duemila di declino dei flussi e loro trasformazione qualitativa, complice il boom di studenti universitari; una terza fase, il periodo post-crisi del 2008, caratterizzata da nuove forme di mobilità qualificata e imprenditoriale.
La prima fase è contestuale all’apice della «meridionalizzazione» dei flussi migratori nazionali: mentre nell’Ottocento partivano soprattutto veneti, friulani e piemontesi, tra il 1945 e il 1975 gli emigranti meridionali arrivano a rappresentare il 56% del totale nazionale. La Calabria ne partecipa in modo imponente e costante: per oltre trent’anni mantiene una quota del 10% del totale nazionale, dietro solo a Veneto e Campania, con picchi di 30 mila partenze annue per tutti gli anni Cinquanta. Cifra impressionante se rapportata alla popolazione regionale. La persistenza del latifondismo ne è la causa espulsiva primaria. Nonostante la riforma agraria del 1950 (leggi Sila o Stralcio), nelle campagne calabresi i rapporti di produzione restano inalterati: sopravvive un sistema arcaico di grandi proprietà terriere improduttive, bracciantato stagionale, disoccupazione endemica. Inoltre, scelte politiche nazionali favoriscono l’emigrazione come valvola di sfogo, nella convinzione che svuotare le campagne possa modernizzarle. Una strategia che condanna l’esilio a destino collettivo. Lo slogan «imparate una lingua e andate all’estero», che suona così contemporaneo, viene attribuito nel 1949 da Paolo Cinanni a De Gasperi, che lo avrebbe pronunciato ai contadini di Camigliatello Silano all’indomani della strage di Melissa, quando i braccianti alzavano cartelli che chiedevano «terra e lavoro».
In quegli anni, Roma attrae per l’edilizia alimentata dalla ricostruzione, ma soprattutto, in una fase successiva, per il settore pubblico che offre stabilità contrattuale. A partire sono giovani maschi, braccianti o artigiani delle piccole città, operai edili in cerca di lavori stagionali ma anche persone con un livello minimo di istruzione, in cerca di impieghi pubblici, e studenti universitari. Solo quando la situazione si stabilizza arrivano i ricongiungimenti familiari e si spostano interi nuclei. La maggior parte di questi flussi funziona per conoscenza diretta familiare, mai alla cieca. Indipendentemente dal ceto sociale, un parente già emigrato apre il canale a chi arriva dopo e lo fa lavorare grazie alle amicizie e ai contatti costruiti. In un’intervista, proprio Francesco Carchedi racconta l’esperienza della sua famiglia contadina, originaria di Filadelfia, un piccolo paese a sud della Piana di Sant’Eufemia, zona paludosa e ancora malarica negli anni Cinquanta. «I miei genitori vennero a Roma perché c’era un cugino di papà che era medico. (…) I lavori che faceva papà all’inizio erano legati ad amici di questo cugino. Il contatto di papà con questo cugino è stato quello che lo ha guidato in tutta questa prima fase».
Se la zona di piazza Bologna attrae un’immigrazione impiegatizia, piccolo-medio borghese già negli anni Cinquanta, la massa di lavoratori precari vive perlopiù in baraccopoli. Il caso di Campo Parioli è emblematico. A pochi passi dagli attici abitati dalla «Roma bene» centinaia di immigrati italiani da Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Abruzzo, Basilicata condividevano rifugi tra borghetti di legno, casupole in muratura, capanne in lamiera tirate su alla bell’e meglio da loro stessi. «Una cosa a cui penso spesso nei miei viaggi in Nigeria, in Romania, in Senegal o in Marocco, è che le immagini di Campo Parioli le rivedevo nei borghi di questi paesi. E quando visitavo per lavoro alcuni insediamenti informali di Bucarest o Benin City non avevo mai paura, perché incontravo gli stessi volti visti da bambino».
Dalla seconda metà degli anni Settanta i flussi migratori calabresi conoscono un netto declino numerico, per diversi motivi: le politiche di sviluppo meridionale, pur con tutti i loro limiti, producono qualche effetto – la Calabria non è più la regione della miseria nera degli anni Cinquanta; i costi abitativi, soprattutto nelle città industriali, diventano insostenibili e spostarsi non è più conveniente; il mercato del lavoro diventa più terziarizzato, la grande impresa manifatturiera si frammenta, diminuiscono le occasioni per manodopera non qualificata. Il risultato è che negli anni Ottanta l’emigrazione calabrese tocca i minimi storici. Il saldo migratorio addirittura si inverte diventando positivo: rientrano più calabresi di quanti ne partano.
Ma la pausa dura poco. Dalla fine degli anni Ottanta l’emigrazione riprende con forza, raggiungendo una media di 20 mila partenze annue negli anni Novanta, che arrivano a circa 50 mila nel 2005. Ora però non partono più soprattutto braccianti ma giovani scolarizzati, studenti, diplomati e laureati. Questa fase si accentua a partire dagli anni Duemila. La crisi del 2008 dà quindi avvio a una terza ondata migratoria, quella odierna. La crisi aggrava l’incapacità del mercato del lavoro regionale di assorbire non solo manodopera generica ma anche forza lavoro qualificata. Partono in massa laureati con master e specializzazioni, medici, ingegneri, ricercatori, architetti. È la vera fuga dei cervelli, cronaca dei giorni nostri. A differenza degli anni Cinquanta, quando si arrivava con la valigia di cartone per lavorare in edilizia, ora si arriva con la laurea per fare carriera nelle professioni.
L’università, già elemento fondamentale nei decenni precedenti, dagli anni Ottanta diventa uno dei fulcri di primaria attrazione calabrese verso Roma. Nel 1984-1985 la Calabria è la prima regione di provenienza degli studenti della Sapienza – se non si considera il Lazio – con 7.793 iscritti di cui ben oltre la metà donne (4.183). Come oggi, i quartieri di approdo degli studenti erano ovviamente quelli limitrofi alla Città universitaria, vale a dire Tiburtino, San Lorenzo, viale delle Provincie, sino a Portonaccio e Pietralata. È proprio l’affluenza massiccia di studenti in questi anni che consolida il mito, certo anche spinto da afflato razzista, di piazza Bologna come Little Calabria romana. Tra prime generazioni stanziatesi negli anni Cinquanta e nuove ondate di studenti che la scelgono sia per la vicinanza all’università sia per via delle reti calabresi già insediate da tempo, benché la presenza calabrese sia attestabile ovunque nella capitale, piazza Bologna è consacrata sinonimo di calabresità (vedi appendice).
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Quando si parla di comunità calabrese a Roma si rischia di cadere in due errori opposti: sottovalutarne la persistenza organizzativa liquidandola come folklore nostalgico, oppure sopravvalutarne la coesione immaginando una sorta di monolite etnico impermeabile alla società romana.
Le reti calabresi nella capitale funzionano simultaneamente su vari livelli che non si sostituiscono nel tempo ma si sovrappongono, creando un sistema articolato che attraversa generazioni e classi sociali senza mai dissolversi completamente. Il primo livello, all’origine di tutto, sono le catene migratorie. Si arriva(va) a Roma spesso perché c’era o c’è già qualcuno – un parente, un compaesano, l’amico di un cugino – in grado di offrire un appoggio iniziale. Questo qualcuno fornisce un posto dove dormire, informazioni su dove trovare lavoro, un’introduzione a una rete locale. Il meccanismo si riproduce a cascata: chi viene aiutato diventa a sua volta punto di riferimento per chi arriverà dopo. In alcuni casi in passato non funzionavano neanche su base regionale («sono calabrese, aiuto calabresi») ma comunale o addirittura frazionale. Studi condotti su comunità calabresi in Argentina hanno documentato casi in cui tutti i lavoratori di una stessa fabbrica provenivano da due soli paesi, San Cosmo Albanese e San Demetrio Corone, ed erano tutti imparentati tra loro.
L’immagine di una comunità impenetrabile e compatta è semplificatoria, scalfita sia da singole forme di individualismo (chi dopo aver faticato a emanciparsi dal provincialismo rifiuta di sentirsi parte di una comunità reticolare), sia da rivalità interne dovute a un campanilismo strutturato sulla base di un territorio storicamente diviso (per secoli bisecato sul piano amministrativo, con differenti identità e dialetti, per cui sarebbe più appropriato parlare di Calabrie). «Se fossimo più coesi, con tutti i calabresi presenti tra le figure apicali della città saremmo più forti», dichiara a Limes Gemma Gesualdi, figlia del fondatore e attuale presidente del Brutium, la più antica e importante associazione calabrese romana.
L’associazionismo calabrese è tutt’altro che lineare: dalle reti informali basate su parentele alle associazioni strutturate, fino alle lobby istituzionalizzate, sono livelli che non si sostituiscono, bensì coesistono. I circuiti informali («Ti presento mio cugino che lavora in Comune», oppure «conosco uno del mio paese che cerca operai») tendono a non sparire mai, nemmeno quando si raggiungono posizioni di vertice. Funziona una logica di solidarietà basata sui legami ma applicata con lucido pragmatismo. Sentimentale, come può essere un medico primario in carriera che visita gratuitamente compaesani anche senza conoscerli direttamente, ma al contempo pratica poiché se si aiuta si mantengono anche i legami che servono.
Esistono poi casi conclamati di sfruttamento. Studiando le comunità di calabresi in Germania la sociologa Amalia Signorelli ha documentato situazioni in cui si «vendevano beni e servizi ai conterranei… posti di lavoro e pensionati per uomini soli… singoli posti letto e viveri… a prezzi fissati da loro. Erano diventati anche una macchina politica… controllando i voti degli emigranti (aumentando così il loro potere contrattuale) e ottenendo dall’amministrazione comunale (del paese di provenienza) la concessione dei servizi pubblici di trasporto». L’associazionismo truffaldino non compromette certo il valore di quello legale, fondato su solidarietà e democrazia partecipativa, ma dimostra che il potenziale di questi meccanismi può non avere confini.
Le associazioni non contribuiscono solo alla riproduzione intergenerazionale d’identità, organizzando feste patronali (ogni paese ha il suo santo da celebrare anche a Roma), mantenendo vivo l’uso del dialetto, promuovendo prodotti tipici, organizzando iniziative turistiche. Ma assumono funzioni pratiche creando rete, mettendo in comunicazione figure e gruppi che rappresentano vertici professionali, politici, imprenditoriali, assumono funzioni economiche facilitando scambi commerciali tra Calabria e Roma. Il meccanismo di base è l’attivazione di un capitale sociale fondato sull’appartenenza. In una metropoli anonima e competitiva come Roma, dove l’accesso alle opportunità passa spesso attraverso conoscenze personali, la rete calabrese può funzionare come ascensore sociale alternativo.
Questo schema si è spesso tradotto durante la Prima Repubblica in sistema clientelare: scambi di favori, cooptazioni, segnalazioni per incarichi, sostegno reciproco in competizioni elettorali.
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La presenza calabrese nelle istituzioni romane della Prima Repubblica non può essere compresa senza inquadrarla nel sistema clientelare che reggeva l’intera architettura politica italiana. Il clientelismo non era un’anomalia, era il meccanismo costitutivo attraverso cui la democrazia italiana distribuiva risorse e costruiva consenso. A maggior ragione per una regione con un livello di sottosviluppo economico che la rendeva dipendente dalle risorse pubbliche.
In questo contesto spiccano figure come Dario Antoniozzi, reatino di origine ma cresciuto a Cosenza, dove il padre Florindo si era trasferito da direttore generale della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania. Antoniozzi è esempio di utilizzo del potere romano per fare da ponte con la Calabria. Su suo pressing al governo Segni nel 1959 viene ammodernata la ferrovia Cosenza-Paola (dove oggi è in progetto il passaggio dell’Alta velocità). Successivamente, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, lavora per la realizzazione dell’Università della Calabria. A Roma il «salotto Antoniozzi», a via Cosenza nei pressi di Villa Torlonia, diventa luogo di ritrovo per i «calabresi bene» (soprattutto cosentini), frequentato da importanti esponenti del mondo politico romano, dell’economia e della cultura.
Altre due figure rilevanti sono il socialista Giacomo Mancini e il democristiano Riccardo Misasi. Mancini è stato riferimento per i calabresi in tutta Italia. Più volte segretario nazionale del Psi negli anni Sessanta-Settanta, protagonista della stagione del centro-sinistra, da ministro dei Lavori pubblici è suo l’intervento decisivo per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. In un’intervista Antoniozzi racconta: «Facemmo una riunione privata Mancini, Misasi, Nucci, Colombo e io. Colombo disse a Mancini: “Sono pronto a dare i fondi all’Anas perché faccia la Salerno-Reggio”. La Salerno-Reggio tecnicamente non è un’autostrada, questo nessuno lo sa. È una superstrada Anas con caratteristiche autostradali, senza pedaggio. Come spesso succede al Sud, per le solite beghe e le solite liti calabresi, erano stati fatti scadere i termini per la vendita delle obbligazioni Iri con cui si creava il capitale per realizzare le autostrade. Arrivammo alla legge ma era necessario un progetto che richiese tempo perché quella tratta era piena di frane interne. Allora Mancini, in qualità di ministro dei Lavori pubblici, fece la legge di integrazione dei fondi e portò avanti la cosa fino alla realizzazione». Siamo in una cabina di regia politica dove calabresi ai vertici dello Stato, un socialista (Mancini) e tre democristiani (Misasi, Antoniozzi e Guglielmo Nucci), si riuniscono privatamente superando le divisioni di partito per decidere investimenti strategici che riguardano la regione.
Se Mancini rappresenta il modello del leader carismatico, Riccardo Misasi incarna il democristiano istituzionale che occupa sistematicamente posizioni chiave. Segretario della Dc calabrese, ministro della Pubblica istruzione, ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno, ministro del Commercio con l’estero, deputato per numerose legislature. Con Antoniozzi il suo capolavoro politico è l’Università della Calabria. «Fu necessario un lavoro complesso per trovare l’intesa tra le tre province di Cosenza, Reggio e Catanzaro. Bisogna però ripristinare la verità storica, perché un conto è chiedere l’università e un conto è realizzarla». Realizzarla significa ottenere i fondi ministeriali, far approvare la legge istitutiva, decidere dove metterla (Arcavacata vinse su Piano Lago dopo mediazioni complesse), scegliere il modello. Tutto questo Misasi lo fa da ministro a Roma.
Queste figure fanno da esempio di una sorta di doppia legittimazione. Usare il potere romano per intervenire in Calabria, e usare il consenso calabrese per rafforzare la propria posizione a Roma. Qui sono ministri, parlamentari, segretari di partito, partecipano alle dinamiche nazionali, hanno potere decisionale su risorse, leggi, nomine. In Calabria hanno consenso elettorale, radicamento territoriale, controllano federazioni e sezioni di partito, sono riferimenti per amministratori locali, per i calabresi a Roma, per chi cerca accesso alle istituzioni.
Senza potere a Roma non servono più ai calabresi e senza consenso in Calabria perdono la base elettorale che li legittima a Roma. Non sono solo politici calabresi. Sono punti di riferimento. Chi arriva da Cosenza e cerca lavoro può tentare la rete che porta a Misasi/Mancini. Chi vuole fare carriera nelle istituzioni spesso passa dalle loro reti. Chi cerca finanziamenti per iniziative calabresi si rivolge a loro. Non si tratta di assistenzialismo diretto (non danno il posto in cantiere), ma di mediazione istituzionale.
Gli anni Ottanta sono poi rappresentati dalla successione di due sindaci calabresi: Ugo Vetere e Nicola Signorello. Dal 1981 al 1985 Vetere è il terzo primo cittadino di fila espresso dal Partito comunista a governare la capitale, dopo Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli. Nato a Reggio Calabria da genitori originari di Malvito, piccolo comune della Valle dell’Esaro in provincia di Cosenza, è in realtà romano acquisito sin dalla giovane età. La famiglia si trasferisce presto a Roma dove lui, dopo aver preso parte alla resistenza, inizia l’attività sindacale nella Cgil. Nella prima «giunta rossa», quella di Argan, entra come assessore al Bilancio, delega confermata successivamente da Petroselli. Sono anni segnati da iniziative culturali (nasce l’Estate romana ideata dall’assessore Renato Nicolini), dalla riqualificazione delle periferie con la realizzazione di migliaia di alloggi per gli sfrattati, di illuminazione pubblica nelle borgate, asfaltatura delle strade, potenziamento dei trasporti pubblici. È Vetere a gestire i conti capitolini. Quando succede a Petroselli come sindaco, dopo la precoce morte di quest’ultimo, anche il suo mandato si concentrerà sul risanamento di quelle borgate una volta piene di immigrati meridionali.
È Nicola Signorello, nato a San Nicola da Crissa (Vibo Valentia), dopo nove anni a riportare la Dc ai vertici del Campidoglio (1985-1988), nonostante diventi sindaco per una coincidenza forse neanche prevista. Nel maggio 1985 in vista delle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale l’allora segretario nazionale del partito Ciriaco De Mita lo vuole commissario del comitato romano. Capolista, Signorello è così eletto prima consigliere comunale e poi sindaco due mesi dopo. Se Vetere da sindaco mantenne rapporti significativi con la comunità calabrese, ma mai in modo strutturato, nel caso di Signorello la calabresità resterà elemento narrativo costitutivo della sua identità politica. Nel saggio *A piccoli passi. Storie di un militante dal 1943 al 1988* si racconta come «un giovane calabrese che arriva a Roma e diventa suo malgrado protagonista di primo piano della vita e della storia della capitale».
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La comunità calabrese a Roma ha attraversato diverse fasi e trasformazioni. Oggi sono tanti i calabresi ben posizionati in istituzioni chiave che mantengono capacità di influenza. Persiste così un sistema di relazioni istituzionalizzato, come quello promosso dall’associazione Brutium, che da oltre mezzo secolo non solo premia uomini e donne di origine calabrese distintisi in vari campi ma crea occasioni di incontro tra calabresi di diverse generazioni e settori. La comunità si è stratificata socialmente ed entrata a far parte del tessuto della città. Non più soprattutto potere politico-clientelare, ma inserimento nelle élite economiche e culturali romane. Si pensi ai musei Bilotti (Villa Borghese) e Barracco (vicino a piazza Navona), fondati da esponenti illustri di famiglie calabresi. Si pensi al rettorato della Sapienza, l’università più grande d’Italia, dove si sono recentemente succeduti due calabresi, Eugenio Gaudio, rettore dal 2014 al 2020, e Antonella Polimeni, attuale rettrice e prima donna a ricoprire il prestigioso incarico nella storia dell’ateneo. Altro caso è Carmine Belfiore, originario di Rossano, questore di Roma fino al 2024 poi nominato dal Consiglio dei ministri vicedirettore generale della Pubblica sicurezza con funzioni vicarie. Senza contare seconde e terze generazioni, i calabresi che contribuiscono a plasmare la città sono insomma collezionisti d’arte, imprenditori, accademici, professionisti affermati.
Al di là dell’associazionismo istituzionalizzato però le reti mantengono la loro natura multilivello. Il «ti aiuto perché sei calabrese» resiste spesso sotto forma quasi di solidarietà meccanica, per dirla con Durkheim. Soprattutto nei sistemi che funzionano ancora per mezzo di canali preferenziali, un calabrese che cerca lavoro può avere contatti che possono aiutarlo se è inserito nelle catene giuste. Un imprenditore calabrese che vuole partecipare a gare di appalto può raggiungere conoscenze in grado di facilitarlo. Esistono insomma ancora percorsi informali-reticolari, fatti di raccomandazioni, facilitazioni, corsie preferenziali. La differenza fondamentale è che oggi questo sistema convive con canali meritocratici che un tempo erano marginali.
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Una dimensione più forte rispetto al passato concerne invece l’infiltrazione nella capitale della criminalità organizzata calabrese. Le recenti operazioni antimafia, culminate con l’Operazione Propaggine che ha portato a 77 arresti e al sequestro di oltre 120 milioni di euro, hanno rivelato l’esistenza della prima locale ufficiale di ’ndrangheta a Roma. Della maxi-inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma e dalla Dia, Enzo Ciconte, storico di ’ndrangheta, spiega: «Rispetto ad altre occasioni che in passato avevano testimoniato la presenza della ’ndrangheta a Roma, questa volta la novità è l’attestazione di una struttura interna». Fino al 2015, secondo quanto riferito da collaboratori di giustizia come Paolo Iannò e Antonino Belnome, non sarebbero esistite locali in città come Roma e Milano in forza di un patto stretto tra le tre grandi mafie (Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta) per evitare guerre che avrebbero acceso i riflettori investigativi. Piuttosto, erano state lasciate zone libere in cui poter operare criminalmente ma senza pretendere il controllo militare esclusivo del territorio. «In queste città si tende a sviluppare al massimo l’investimento, facendo meno rumore possibile», conferma Belnome.
Le dinamiche emerse dall’operazione mettono in risalto per l’ennesima volta come la ’ndrangheta, organizzazione criminale di espansione mondiale senza eguali, utilizzi ancora metodi di riconoscimento profondamente legati alle radici identitarie regionali. Al vertice erano Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro, entrambi membri di storiche famiglie di ’ndrangheta originarie rispettivamente di Sinopoli e Cosoleto, piccoli comuni dell’Aspromonte reggino. Gli appartenenti alla locale non vengono ammessi per competenza, ma per appartenenza familiare. Le intercettazioni captano una conversazione il 6 ottobre 2017 nell’abitazione romana di Carzo: «Guardate quanto siamo belli qua… noi abbiamo una propaggine di là sotto». La frase, secondo la ricostruzione dei magistrati, si riferisce proprio alla filiale della cosca madre creata nella capitale, collegata a «là sotto», che nel gergo criminale significa alla Calabria.
La forza dell’organizzazione calabrese risiede nella sua capacità di tenere insieme un sistema centralizzato attraverso un senso di appartenenza quasi religioso. Una struttura di governo con un vertice collegiale, chiamato provincia, espressione dei tre mandamenti (fascia ionica, tirrenica e centro), rappresentati a loro volta nelle locali, ovvero cellule egemoni nei rispettivi territori in Italia e nel mondo. Come spiega il magistrato Nicola Gratteri, «senza il legame con la casa madre, la ’ndrangheta sarebbe meno potente». Le sue proiezioni nazionali o estere dipendono sempre dal rapporto col territorio d’origine. La ’ndrangheta, a differenza delle altre mafie, ovunque arriva, spesso anche sfruttando il potenziale della diaspora, non si limita agli affari ma riproduce senso e identità, insediando le proprie strutture criminali in un legame indissolubile con i vertici dell’organizzazione in Calabria. Ciconte sottolinea come la ’ndrangheta continui, infatti, a ricorrere «A simboli e rituali. E chiunque pensa che abbia dismesso tutto questo sbaglia». La fortuna della mafia più globale che esista continua a risiedere nel legame con una delle terre considerate più arretrate d’Europa, ma che ne resta cuore nevralgico.
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Una certa capacità della città di «romanizzare» è sicuramente riconoscibile, come canta lo stornello *Fiori trasteverini* di Romolo Balzani, uno dei più emblematici della romanità popolare che pure esalta questa peculiarità della città di assorbire le genti provenienti da fuori. Visione suggestiva e consolidata che però occulta la decisiva incidenza dell’immigrazione. Anzi, per lo studio della Roma contemporanea gli storici delle migrazioni Michele Colucci e Stefano Gallo invitano proprio a partire dalle modalità con cui gli immigrati rimodellano le società in cui arrivano.
La città plasma culturalmente e linguisticamente in modo molto efficace, al punto che è impossibile distinguere un «romano de Roma» da un romano di seconda o terza generazione di origine meridionale. Ma questa assimilazione superficiale e performativa convive con il mantenimento di reti, solidarietà, pratiche associative alternative. In altri termini: si può essere perfettamente romani nella sfera pubblica e profondamente calabresi (o abruzzesi, o sardi) nella sfera delle relazioni primarie. Questa doppia appartenenza per molti non è necessariamente conflittuale, al contrario rappresenta una risorsa, un capitale sociale e culturale che può essere mobilitato in contesti diversi. Ragionando per luoghi comuni, un calabrese di terza generazione nato e cresciuto a piazza Bologna parla ovviamente romanesco, tifa Roma o Lazio, frequenta le osterie di Testaccio, conosce a memoria i film di Alberto Sordi. È romano a tutti gli effetti nella vita quotidiana, nelle relazioni sociali, di lavoro, nelle pratiche di consumo. Ma questo non gli impedisce di identificarsi come calabrese quando torna al paese d’origine dei nonni per le vacanze estive, di sentirsi parte di una genealogia familiare e territoriale che affonda le radici altrove.
Negli anni Cinquanta, all’epoca del primo grande esodo del dopoguerra, Corrado Alvaro in *Quasi una vita* (Premio Strega nel 1951) coglieva l’essenza di questo legame: «I calabresi mettono il loro patriottismo nelle cose più semplici, come la bontà dei loro frutti e dei loro vini. Amore disperato del loro paese, di cui riconoscono la vita cruda, che hanno fuggito, ma che in loro è rimasta allo stato di ricordo e di leggenda dell’infanzia». Un’appartenenza senza retorica, radicata certo nella cultura contadina e popolare dei migranti dell’epoca, fatta di cose che si possono trasportare, conservare, persino riprodurre lontano. Non è apologia della tradizione come riserva di senso, tipica del pensiero meridiano, ma riconoscimento di uno spirito pratico. Che permette di essere altrove e insieme rimanere. Di abitare la scissione trasformandola in risorsa.
Se un tempo spopolavano slogan come «più case e meno calabresi», spesso ancora diffusi, negli anni l’impronta calabrese è diventata parte fondamentale dell’identità romana. Una moltitudine di personalità calabresi ha rappresentato livelli apicali nelle istituzioni, nei palazzi della politica, nel mondo dell’imprenditoria e delle filiere economiche, nelle università e più in generale nell’universo culturale. Ciò che resta costante è questa sorta di doppia territorialità operativa. Al pari di altri popoli migranti i calabresi si sono portati appresso elementi qualitativi distintivi, quei particolari modi di essere e di agire con i quali si sono resi riconoscibili in ogni luogo al di fuori della loro regione. Così la «calabresità» non è solo sentimento di orgoglio o nostalgia. Più concretamente è stata, e per certi aspetti continua a essere, pratica di assistenza e influenza, che trae forza dall’attaccamento alle proprie origini, contribuendo inevitabilmente a plasmare le società che l’accolgono. Tanto che oggi Roma è anche un po’ calabrese.
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## Le origini del mito di piazza Bologna
Come per tutti i luoghi comuni c’è una parte di verità nell’indicare questo quartiere come epicentro storico della comunità calabro-romana, soprattutto tra la prima generazione di immigrati del secondo dopoguerra e gli studenti universitari che ancora oggi qui fanno base. In un’intervista a Limes, l’ex ambasciatrice Anna Blefari, testimonianza di immigrazione calabrese di prima generazione, racconta: «Scelsi Roma per studiare negli anni 1959-64 perché qui viveva una mia sorella, Mariola, presso l’Istituto delle suore orsoline polacche in via di Villa Ricotti, zona piazza Bologna. Due anni dopo io e lei ci trasferimmo in un appartamento preso in affitto in via Carlo Bartolomeo Piazza, anch’essa sita nella parte nobile del quartiere di piazza Bologna, appartamento dove tuttora vive un’altra mia sorella». Una studentessa intervistata dallo scrittore Valerio Mattioli conferma che «se sei calabrese, a piazza Bologna ci finisci più o meno automaticamente. Sei nuovo nella città, Roma non la conosci, e qui magari ci abitano già amici, parenti, conoscenti. (…) Poi in generale i calabresi fanno molto gruppo, siamo una comunità un po’ chiusa, anche all’università la maggior parte dei contatti è tra noi».
L’area di piazza Bologna, meglio del quartiere Italia, risulta attrattiva per l’immigrazione sin dalle sue origini proprio perché ibrida e strategica. Fortemente voluta agli inizi del Novecento dai reali con l’edificazione del Policlinico Umberto I (1888-1902), viene pensata ai sensi del piano regolatore Sanjust del 1909 come nucleo residenziale periferico che faccia da cerniera tra due assi viari importanti: la via Nomentana, congiunta alle mura attraverso via XX Settembre e che vede negli stessi anni l’edificazione del ministero dei Lavori pubblici (1907-1924) e del ministero dei Trasporti (1911-1930), e la via Tiburtina, dunque la ferrovia di Portonaccio (oggi Stazione Tiburtina). Questa posizione intermedia conferisce al quartiere la sua caratteristica, a metà tra una zona destinata ai ceti medio-alti e ai ceti popolari.
Uno dei primi edifici a essere costruito è l’imponente Caserma Piave della Guardia di finanza (1913-1923), che occupava un intero isolato e confinava con la zona destinata alla costruzione dei villini per la borghesia medio-alta. Ma è il fascismo a definire maggiormente la fisionomia del quartiere, con l’obiettivo di trasformarlo in roccaforte di consenso, complice la presenza al suo interno della residenza del duce, dal 1925 a Villa Torlonia. Il regime ne modifica le caratteristiche architettoniche ma anche la tipologia della popolazione, attraverso la creazione di edifici condominiali, che aumenteranno nel secondo dopoguerra con l’afflusso migratorio. Del 1931 è il progetto dei palazzi Federici dell’architetto Mario De Renzi, caposaldo del quartiere e noto per il film di Ettore Scola *Una giornata particolare*.
Mentre nell’ottobre 1935 la nascita convenzionale del quartiere è legata all’inaugurazione dell’edificio postale Ridolfi/dell’Arco (una delle quattro «poste internazionali», oltre a quelle di viale Mazzini, via Taranto e via Marmorata). Attraverso l’edilizia pubblica il regime accelera il processo di distinzione dei quartieri per diverse classi sociali. Piazza Bologna acquisisce così una doppia anima: la parte alta del quartiere – quella verso i Parioli e il Salario – destinata a impiegati ministeriali, funzionari, professionisti, con le cooperative degli impiegati statali che ne finanziano i palazzi residenziali, marcandone la configurazione borghese. Anche le cooperative dei ferrovieri costruiscono qui, come testimonia l’imponente Dopolavoro ferroviario di piazza Salerno. Ma come scrive Eva Masini, l’edilizia ferroviaria del quartiere è comunque «destinata alla dirigenza dei ministeri e non alla manovalanza». Scendendo verso via Tiburtina il volto del quartiere cambia. Qui, verso Portonaccio, nascono le case per un ceto più modesto costruite dall’Istituto case popolari. Viale XXI Aprile diventa così la linea di confine tra questi due mondi.
Con l’occupazione tedesca l’area subisce un’ulteriore trasformazione, configurandosi come avamposto nazista: l’Accademia tedesca di Villa Massimo diventa sede del Comando germanico; il Dopolavoro ferroviario viene requisito e riservato all’uso esclusivo delle truppe tedesche; la scuola elementare Corradini adibita a ospedale militare per i soldati della Wehrmacht. Baluardo contro l’occupazione diverrà il movimento Bandiera rossa, operante nella V zona, guidato proprio da un calabrese, Raffaele De Luca. Nato in provincia di Cosenza, nel 1941 De Luca fonda il nucleo operativo 1941, l’organizzazione Scintilla (dal nome del giornale che stampa) di cui diviene capo, adibendo casa sua come sede operativa, a via Belluno, di fianco al Comando nazista di Villa Massimo. Arrestato nel dicembre 1943, riuscirà a salvarsi per il rotto della cuffia il giorno della Liberazione.
Nato insomma come quartiere sia strategico sia di frontiera tra differenti ceti sociali, piazza Bologna consolida negli anni il ruolo di crocevia e snodo naturale per chi arriva in città. Dalla piazza si irradiano tre strade principali: viale delle Provincie verso La Sapienza e il Policlinico Umberto I, via Lorenzo il Magnifico verso la Stazione Tiburtina e via Livorno verso il Raccordo anulare. La centralità del sito è evidente tra università, ospedale, stazioni ferroviarie (Tiburtina ma anche Termini dopo l’apertura della metropolitana nel 1990), ministeri (Trasporti ed Economia) e la prossimità a quartieri ad alta densità abitativa e più accessibili come Pietralata, Monti Tiburtini, Prenestina, Pigneto e Tor Pignattara. Ciò continua a renderlo un quartiere interconnettore tra mondi diversi, con collegamenti rapidissimi tra centro e periferia di Roma. Luogo ideale per accogliere un’immigrazione stratificata in ceti sociali differenti. Negli anni si stanzia molta dell’immigrazione calabrese legata al mondo universitario o impiegatizio, ma sono presenti anche altre comunità. Tra le più numerose dopo la calabrese c’è quella degli ebrei libici, stanziati dalla fine degli anni Sessanta dopo esser stati espulsi a seguito dello scoppio della guerra dei Sei giorni. Nell’estate del 1967 molti sbarcano a Roma per dirigersi in Francia, altri restano trovando parenti e amici tra il quartiere Trieste-Africano e piazza Bologna.
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### Note
[1] F. CARCHEDI, M. VITIELLO, L’emigrazione dalla Calabria. Percorsi migratori, consistenze numeriche ed effetti sociali, Todi 2014, Tau Editrice.
[2] Cfr. i dati Aire riportati nel Rapporto Migrantes 2020.
[3] F. CARCHEDI, M. VITIELLO, op. cit., p. 95.
[4] R. RICCI (a cura di), Che cos’è l’immigrazione. Scritti di Paolo Cinanni, Roma 2016, Filef, p. 28.
[5] Citazione dall’intervista a cura di M. COLUCCI e S. GALLO, «Dalla Calabria a Campo Parioli, dal Tufello a Valmelaina alla scoperta dell’immigrazione. Incontro con Francesco Carchedi», in Le strade per Roma, Bologna 2021, il Mulino, p. 163.
[6] Ibidem.
[7] M.E. CEVA, «Immigrazione, reti sociali e lavoro. Il caso degli italiani nella fabbrica Flandria (1924 e 1960)», in G. ROSOLI (a cura di), Identità degli italiani in Argentina. Reti sociali, famiglia e lavoro, Roma 1993, Edizioni Studium, p. 278.
[8] L. NOTO, «Il ponte sullo Stretto esiste già, si chiama Calabria», Limes, 3/2021, «A che ci serve Draghi», pp. 153-164.
[9] Intervista a Limes di Gemma Gesualdi, presidente dell’associazione Brutium.
[10] A. SIGNORELLI, «Identità etnica e cultura di massa dei lavoratori migranti», in A. DI CARLO, S. DI CARLO, I luoghi dell’identità. Dinamiche culturali nell’esperienza migratoria, Milano 1986, Franco Angeli.
[11] C. VERCILLO, «I perroquet, Ada e la politica: Dario Antoniozzi si raccontava al Quotidiano del Sud», Il Quotidiano del Sud, 27/12/2019.
[12] Degli anni del suo mandato si ricorda anche il «protocollo di amicizia» firmato il 20 gennaio 1985 con il generale Chedli Klibi.
[13] N. SIGNORELLO, A piccoli passi. Storie di un militante dal 1943 al 1988, Roma 2011, Newton Compton Editori.
[14] R. RICCIUTI, «’Ndrangheta a Roma, lo storico Ciconte: “Per la prima volta una cellula strutturata nella Capitale”», Rai News, 10/05/2022.
[15] F. DONNICI, «Dall’Aspromonte alla Dolce vita. Così la ’ndrangheta ha messo base a Roma», La Via Libera, 09/06/2022.
[16] N. GRATTERI, A. NICASO, La rete degli invisibili, Milano 2019, Mondadori.
[17] C. LEVI, Roma fuggitiva. Una città e i suoi dintorni, Roma 2002, Donzelli.
[18] Cfr. M. COLUCCI, S. GALLO, op. cit.
#### Note Appendice
[1] V. MATTIOLI, «Perché i romani odiano gli studenti calabresi?», Vice, 9/4/2015.
[2] I. INSOLERA, Roma moderna, Torino 2011, Einaudi.
[3] E. MASINI, Piazza Bologna. Alle origini di un quartiere “borghese”, Milano 2009, Franco Angeli.
[4] Nell’ottobre 1943 venne istituita una Giunta militare formata dai responsabili militari dei sei partiti del Comitato.
[5] R. LUZON, Tramonto libico. Storia di un ebreo arabo, Firenze 2015, Giuntina.

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# Nils Liedholm, l'ultimo riformista
## di PAOLO FRANCHI
### Il Barone svedese ha cambiato la Roma e il calcio italiano. La zona, il possesso palla, l'ironia. Un rivoluzionario gentile che ha saputo vincere con la classe.
1. Quando Nils Liedholm arrivò a Roma per la seconda volta, nell’estate del 1979, la squadra veniva da una stagione fallimentare, salvata solo all’ultima giornata da un pareggio interno con l’Ascoli. Il presidente Gaetano Anzalone aveva appena ceduto la società a Dino Viola, un ingegnere che sognava in grande ma che doveva fare i conti con una realtà tecnica e finanziaria piuttosto precaria. Liedholm, che aveva appena vinto lo scudetto della stella con il Milan, accettò la sfida. Non era solo un ritorno, era l’inizio di una rivoluzione.
2. Il «Barone» – soprannome che gli era stato dato per la sua eleganza innata, in campo e fuori – portò a Roma un’idea di calcio che in Italia era ancora vista con sospetto: la zona. Ma non era la zona totale degli olandesi, fatta di corsa frenetica e pressing asfissiante. Quella di Liedholm era una zona ragionata, basata sul possesso palla e sulla tecnica individuale. «Se abbiamo noi la palla, gli altri non possono segnare», ripeteva con quel suo accento svedese mai del tutto scomparso, condito da un’ironia sottile e imperturbabile.
3. La sua Roma non correva più degli altri, correva meglio. Liedholm detestava i lanci lunghi: la palla doveva viaggiare rasoterra, con passaggi precisi. Se non c’erano sbocchi in avanti, si tornava indietro, fino al portiere. Era il famoso «giro palla» che faceva impazzire gli avversari e, talvolta, spazientire il pubblico dell’Olimpico, abituato a un calcio più ruspante. Ma Liedholm non si scomponeva. Sapeva che quella ragnatela di passaggi serviva a stancare i rivali e a creare lo spazio per l’affondo decisivo di Bruno Conti o l’inserimento di Falcão.
4. Falcão fu il suo capolavoro tattico. Quando arrivò dal Brasile, molti pensavano a un trequartista tutto estro e fantasia. Liedholm lo piazzò davanti alla difesa, facendone il regista universale della squadra. Insieme a Di Bartolomei, formò una coppia di centrali che non aveva eguali per visione di gioco e precisione. La Roma di Liedholm era una macchina estetica, ma anche terribilmente efficace. In cinque anni portò a casa uno scudetto (1983), tre Coppe Italia e sfiorò la Coppa dei Campioni, persa solo ai rigori contro il Liverpool in quella maledetta notte del maggio 1984.
5. Ma Liedholm non è stato solo un grande allenatore. È stato un maestro di vita e di stile. In un mondo, quello del calcio, già allora incline all’isteria e al fanatismo, lui portò la calma olimpica e il gusto per il paradosso. Celebri le sue bugie benevole, i suoi racconti su Pelé («che era bravo, ma meno di Bruno Conti»), la sua passione per l’astrologia e la radioestesia. Usava il pendolino per scegliere la formazione o per capire se un giocatore era in forma, ma era soprattutto un modo per allentare la tensione, per ricordare a tutti che, in fondo, si trattava solo di un gioco.
6. È stato l’ultimo riformista del nostro calcio perché ha saputo cambiare le cose senza distruggerle, innestando la modernità della zona sulla tradizione della tecnica individuale. Ha insegnato ai romanisti che si poteva vincere con la classe, senza complessi di inferiorità verso le potenze del Nord. Quando se ne andò, lasciò una società e una tifoseria trasformate. Nils Liedholm non ha solo allenato la Roma: l’ha educata alla bellezza. E per questo, ancora oggi, il suo ricordo è circondato da un’aura di sacralità laica che non ha eguali nella storia giallorossa.

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# NIGERIANI DE ROMA
di Domenico GALLIANI
*La comunità biancoverde non passa più inosservata nella Città eterna. L’arcipelago delle Chiese pentecostali e le divisioni tribali. Le confraternite mafiose sono più mito che realtà. Tra percorsi d’integrazione e tensioni, la diaspora è di fronte a un bivio.*
### 1.
Chi a Roma si trovasse per caso a prendere l’autobus sulla linea 70 – quella che collega via Giolitti, nei pressi di Stazione Termini, con piazzale Clodio, la cittadella giudiziaria – resterebbe forse colpito dai suoi passeggeri. In una capitale che si considera fondamentalmente bianca, ci si potrebbe infatti stupire di trovarsi su un mezzo pubblico in cui la maggior parte dell’utenza è composta da neri e da madri che redarguiscono i figli in pidgin English. La maggior parte scende alla fermata di piazza Cavour, davanti alla Corte di Cassazione, per poi dirigersi nella vicina via Orazio, all’ambasciata della Nigeria.
Quella nigeriana è una delle comunità più recenti e sottovalutate della Città eterna. Ed è destinata a contare sempre di più. In particolare, sulla linea 70 si coglie un primo nesso: lo Stato nigeriano esercita sovranità amministrativa sui suoi cittadini e lo Stato italiano filtra status, diritti e mobilità. Insomma, la presenza nigeriana nella capitale non è più un fenomeno episodico. È un flusso istituzionalizzato che, se misurato, può offrire indicazioni sui mutamenti di lungo periodo cui Roma e l’Italia tutta andranno incontro sotto il profilo demografico ed economico.
### 2.
Partiamo dai dati. Secondo le rilevazioni del ministero del Lavoro, oggi si stimano 128.487 cittadini nigeriani residenti in Italia. Se restringiamo l’analisi al Comune di Roma, i nigeriani rappresentano l’1,9% dei circa 338 mila stranieri residenti nell’Urbe [1]. La comunità nigeriana in Italia è a prevalenza maschile (54,7%) e fa crescenti progressi nel campo dell’istruzione. Da un punto di vista geografico, sociale ed economico, ripercorre sentieri già battuti da altre tradizionali comunità nere nel nostro paese. Il grosso della comunità si concentra nel Nord (Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto), mentre il Lazio è il principale polo di insediamento del Centro-Sud. A Roma, la loro presenza segue la geografia delle altre comunità africane: prevale l’asse Sud-Est, con il VI municipio come centro demografico: Tor Pignattara, Centocelle, Quadraro, Torre Angela, Torre Maura, Borghesiana e Finocchio. Si registra una presenza non marginale anche ad Acilia e Ostia [2]. Si tratta di quartieri con una storia peculiare: dagli anni Cinquanta sono stati popolati dai ceti popolari romani e da migranti interni provenienti dal Mezzogiorno, tra palazzi popolari e abitazioni nate dall’«edilizia spontanea», ovvero abusiva [3].
Tra gli anni Ottanta e Novanta la deindustrializzazione, l’abbandono delle aree produttive e l’esodo dei ceti medi verso altri quartieri di Roma hanno lasciato spazi vuoti e patrimoni abitativi a canone contenuto. Un primo flusso migratorio di nigeriani si era registrato già alla fine degli anni Settanta, quando la repressione militare e la crisi economica nella patria d’origine ne avevano spinto una parte a cercare fortuna all’estero. Ma l’Italia rappresentava una destinazione meno popolare, soprattutto se confrontata con altre rotte, vista l’assenza di un passato coloniale (Regno Unito) e di prossimità linguistico-culturali (Stati Uniti).
Esattamente come altrove, a Roma la comunità nigeriana si è mossa per «effetto catena», o ancor meglio «effetto villaggio». I primi nuclei d’insediamento hanno favorito l’arrivo di altri connazionali tramite ricongiungimenti e passaparola, generando concentrazioni che, fino alla fine degli anni Duemila, sono rimaste in gran parte «mimetizzate» all’interno di comunità nere di più antica tradizione, spesso figlie del colonialismo italiano: etiope, eritrea, somala. La distanza dal centro – che a Roma ha carattere psicologico, oltre che geografico – ha consentito a crescenti porzioni della comunità locale di sfruttare l’area grigia degli «affitti informali», beneficiando di controlli meno intensi e accedendo al mercato irregolare in condizioni più sicure, quantomeno apparentemente.
### 3.
Il caso della comunità nigeriana nello Stivale aiuta a mettere a fuoco punti di forza e zone d’ombra delle più ampie relazioni tra comunità nere e italiani. Come per altre collettività africane, anche i nigeriani sono esposti a rappresentazioni stereotipate e a episodi di razzismo, che nella visione corrente si traducono in rimandi a criminalità violenta, spaccio e sfruttamento della prostituzione [4]. Ne deriva una semplificazione binaria: uomini assimilati alla figura dello spacciatore, donne a quella della prostituta. Gli episodi di ostilità razziale colpiscono in modo indiscriminato. E la percezione è che il clima sia peggiorato negli ultimi anni.
Per contrastare tale stereotipizzazione occorre guardare con lucidità alle criticità e ai meccanismi sociali che l’alimentano, senza assolutizzarli né negarli. Come accade per molti gruppi, la comunità nigeriana sconta condizioni di marginalità nell’accesso ad alloggio, lavoro e servizi, e corre il rischio di scivolare verso economie informali o illecite. Non significa che esiste un nesso automatico tra crimine e nazionalità. Tuttavia, è bene fare i conti con l’esistenza di un tasso di criminalità reale, seppur minoritario, i cui effetti ricadono anzitutto all’interno della stessa comunità. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, il 6,2% della popolazione carceraria adulta in Italia è composta da cittadini nigeriani. Dato che, senz’altro, va contestualizzato da un punto di vista demografico e giuridico, ma che impone anche di rilevare, senza retoriche, le forme concrete del crimine [5].
All’interno di questo quadro rientra anche lo sfruttamento della prostituzione, che, come documentato da numerose inchieste, coinvolge parte delle donne nigeriane [6]. Molte di loro finiscono nei corridoi dello sfruttamento lungo la Pontina e nella pineta di Castel Fusano. Negli ultimi dieci anni, il dibattito pubblico ha adottato l’espressione «mafia nigeriana», ma un’attenta analisi delle reti mostra che non sempre si tratta di fenomeni mafiosi in senso tecnico. Certo, esistono confraternite – Black Axe, Vikings, Maphite – che hanno messo radici a Roma e sono coinvolte in estorsioni, traffico di stupefacenti e controllo della prostituzione [7]. Eppure, come sottolineato dalle relazioni della Direzione investigativa antimafia (Dia) del 2023 e del 2024, spesso questi gruppi operano di fatto come manovalanza per organizzazioni italiane, senza presentare tutti i requisiti tipici dell’articolo 416-bis: metodo mafoso, forza di intimidazione, radicamento e capacità di condizionamento sistemico del territorio.
Il quadro è altrettanto variegato sul piano giudiziario: alcune sentenze hanno riconosciuto il carattere mafoso di queste organizzazioni, mentre in altri casi l’equazione automatica tra confraternite e metodo mafoso è stata ridimensionata durante il processo attraverso riqualificazioni e assoluzioni. A consolidare nell’opinione pubblica l’immagine di una «mafia nigeriana» hanno contribuito anche alcune inchieste, in particolare quella della procura di Torino che ha fatto emergere la cosiddetta Green Bible, una sorta di codice o manifesto delle confraternite nigeriane [8]. Alcune inchieste giornalistiche hanno però sollevato dubbi sull’autenticità e sulla composizione del documento, che includerebbe passaggi mutuati dalle gang statunitensi e contenuti difficilmente riconducibili a una costituzione organica e unitaria. Sono inoltre emerse perplessità sulla catena di custodia, sulle traduzioni e sulla contestualizzazione culturale e giuridica del testo, alla luce delle quali diventa più complicato caratterizzare la Green Bible come prova regina dell’esistenza di un’unica struttura mafosa nigeriana. Va però ricordato che condanne per 416-bis sono arrivate anche in procedimenti che non facevano leva sul documento, mentre in altri casi la sua centralità è stata ridimensionata. Ad ogni modo, si tende a dimenticare che le pratiche violente e le estorsioni messe in atto da queste reti criminali in Italia – e a Roma in particolare – colpiscono in larga misura le stesse comunità nigeriane.
### 4.
Fissiamo alcuni aspetti centrali nel rapporto tra nigeriani di Roma e poteri della capitale. Sul versante pubblico-amministrativo, Roma Capitale ha istituito lo Sportello unico per l’accoglienza migranti e il Centro cittadino per le migrazioni di via Assisi, con l’obiettivo di offrire orientamento, mediazione culturale e sostegno all’autonomia. Consulte municipali per l’integrazione e Punti Roma Facile completano questo sistema di servizi, sebbene entro un quadro di risorse limitate. La logica di fondo è chiara: favorire percorsi di integrazione legale e monitorata, al fine di evitare che le sacche di marginalità sfocino in quei percorsi di illegalità che troppo spesso hanno marchiato la comunità nigeriana nella narrazione pubblica italiana.
Sul piano dell’ordine pubblico, la relazione tra la comunità nigeriana e le forze dell’ordine è più tesa. I controlli sono frequenti e colpiscono principalmente l’ambulantato e le occupazioni abitative. Gli sgomberi, negli ultimi anni, hanno generato episodi di notevole conflittualità: l’escalation è stata evitata anche grazie alla mediazione di attori terzi, dalle parrocchie alle associazioni di volontariato. Insomma, in questi territori la logica dell’integrazione convive sempre con quella del controllo. Roma ha costruito un dispositivo istituzionale che, pur con evidenti limiti di scala, tenta di governare l’incontro tra diaspora e città. Ma persiste una frizione tra integrazione e ordine pubblico. La si può cogliere in particolar modo nelle periferie e negli snodi dove l’emergenza abitativa e lavorativa si fa più palpabile.
### 5.
Le diverse credenze religiose offrono un utile spaccato per comprendere i nigeriani di Roma. La componente musulmana si è infatti integrata senza difficoltà in realtà preesistenti, dalla Grande Moschea alle comunità minori, senza incontrare particolari frizioni. L’arrivo dei cristiani, invece, ha reso evidente l’esistenza di una profonda pluralità confessionale: nuovi registri liturgici, uso sistematico dell’inglese o delle lingue nigeriane, rapporti eterogenei tra culti, sistemi di assistenza e tipi di vita comunitaria. L’emersione delle congregazioni cristiane ha inoltre portato all’apertura di un canale diretto con il Vaticano, ovvero l’istituzione più antica della Città eterna. La Santa Sede riconosce l’importanza di questa diaspora. Nel marzo 2024, in occasione del venticinquesimo anniversario della presenza della comunità cattolica nigeriana a Roma, papa Francesco ne ha incontrato i fedeli, invitandoli a «somigliare a una grande famiglia inclusiva» e a evitare chiusure «tribali» [9].
L’esortazione di Francesco ha messo in luce un tratto fondamentale del cristianesimo nigeriano: la spiccata varietà interna. Nell’Urbe, come in patria, convivono cattolici, evangelici e soprattutto pentecostali, che tutti insieme formano una costellazione di comunità radicate nei quartieri. Negli ultimi anni, le chiese pentecostali hanno assunto il ruolo di «broker» tra diaspora e istituzioni: non semplici luoghi di culto, ma nodi di mediazione culturale, spazi di socialità e cooperazione. In parallelo, le parrocchie cattoliche, in particolare nelle periferie del municipio VI, hanno organizzato strutture su misura – dalle messe in inglese agli spazi per incontri e catechesi – favorendo aggregazione e stabilizzazione sociale [10].
Questa trama si traduce in dispositivi molto concreti: microfinanza comunitaria, sostegno all’alloggio, orientamento all’occupazione, gruppi di sostegno femminili nelle scuole dei municipi V e VI. Grazie alla cooperazione tra associazionismo cattolico e comunità pentecostali, queste reti hanno inoltre sostenuto percorsi di protezione per le donne nigeriane vittime di tratta o sfruttamento. Il risultato complessivo è una infrastruttura di protezione sociale parallela e perlopiù autofinanziata che opera in sinergia – talvolta in sovrapposizione – con i servizi pubblici. Sullo stesso territorio, la comunità nigeriana fa convivere sovranità e welfare, intrecciando la dimensione civile, quella cattolica e quella policentrica delle Chiese nigeriane. Certo, tale interazione aiuta a stabilizzare la comunità, ma potrebbe anche produrre una frammentazione identitaria, specialmente se le molteplici isole confessionali smettessero di dialogare tra loro e con il centro cattolico. Insomma, l’arcipelago religioso può sostenere l’integrazione, a patto però che i canali di mediazione politici nella città siano ancorati alla diplomazia vaticana verso l’Africa.
### 6.
Che lavoro fanno i nigeriani di Roma? Per rispondere occorre tenere a mente due fattori: l’offerta di lavoro nella capitale e le effettive specializzazioni professionali all’interno della comunità, non sempre coincidenti con gli stereotipi. A Roma, come d’altronde nel resto della Penisola, una quota rilevante di nigeriani è impiegata in settori a bassa e medio-bassa qualificazione: logistica e consegne, magazzini, pulizie, cura e assistenza, commercio al dettaglio e ambulantato. Ciò è dovuto alla specifica struttura del mercato del lavoro locale, ma anche agli ostacoli che la comunità si trova a fronteggiare nel tentativo di accedere a professioni qualificate: riconoscimento dei titoli, conoscenza della lingua, reti di contatti [11].
Malgrado sia un’idea diffusa, i nigeriani non sono impiegati in prevalenza nel settore dei servizi della persona: nel 2019 la quota si attestava intorno al 15%, contro il 26-30% medio dei cittadini extracomunitari. Al contrario, la percentuale risultava molto alta in ambiti come i trasporti e i servizi alle imprese (24%), oltre che nell’industria e nel commercio. I dati del 2022 confermano questa dinamica [12]. E mettono in risalto il ruolo dell’imprenditoria: i titolari di imprese individuali nati in Nigeria sono 17.976, con una specializzazione evidente in commercio e trasporti (65,5%). Un ruolo considerevole è svolto, dal punto di vista imprenditoriale, dalle donne, che gestiscono il 36,9% delle imprese – una quota non soltanto in linea con le altre comunità di extracomunitari, ma in alcuni casi addirittura superiore. Il risultato è un sistema di micro-attività di prossimità (generi alimentari etnici, bar, acconciature, estetica) che resta però vulnerabile a crisi di liquidità, costo degli affitti commerciali e burocrazia [13].
Sul lato del lavoro dipendente, la comunità mostra invece performance più deboli rispetto ad altri gruppi. Nel 2022 il tasso di occupazione si attestava al 50% circa e la disoccupazione al 24,6%, segno di un’integrazione ancora incompiuta. La composizione settoriale spiega parte del divario, così come la bassa quota di soggiornanti di lungo periodo (36,1%, ultima fra le principali comunità), che rende più instabili i percorsi contrattuali e salariali. In parallelo, restano marcati i divari retributivi di genere, con oltre 400 euro di scarto mensile medio a sfavore delle donne. E la spaccatura si acuisce nei settori legati al lavoro domestico. A Roma, gli stranieri hanno nel complesso tassi di occupazione medi relativamente alti, ma nonostante ciò i nigeriani scontano spesso precarietà e sotto-inquadramento [14].
Due aspetti strutturali orientano il futuro economico dei nigeriani di Roma. Primo, l’invecchiamento della popolazione italiana e la conseguente domanda di assistenza familiare, fattore oggi considerato nella programmazione dei flussi migratori, che possono offrire sbocchi lavorativi alle donne nigeriane, pur con il rischio di intrappolarle in un segmento a bassa mobilità salariale. Secondo, la logistica urbana e i trasporti, dove i nigeriani sono già sovrarappresentati a livello nazionale – in particolare nella capitale, dove la crescita dei servizi di delivery assorbe manodopera in modo rapido ma volatile. Più in generale, gli indicatori di Roma aiutano a gettar luce su un mercato che calamita più stranieri della media nazionale, ma che li concentra in servizi a bassa qualificazione.
### 7.
La diaspora nigeriana nella Città eterna – e non solo – si trova di fronte a un bivio: deve stabilire se intende trasformare la propria presenza in capitale sociale accumulato – istituzionale, economico e culturale – o restare schiacciata dentro nicchie di marginalità. A oggi Roma non ha ancora replicato quel percorso di elevazione socioeconomica già visibile in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Certo, il tessuto imprenditoriale cresce e i tassi di occupazione sono migliorati, ma persistono sacche di vulnerabilità e con esse il rischio di scivolare nell’informalità o, peggio, nell’illegalità. Sul piano della politica locale, la rappresentanza nigeriana resta fragile, poiché la comunità è poco presente nelle sedi istituzionali e dunque poco incisiva sulle politiche urbane che più la toccano: alloggi, servizi, mobilità del lavoro.
La variabile generazionale sarà decisiva. I dati sui giovani nigeriani mostrano segnali di convergenza, poiché si sta riducendo, anche se lentamente, il divario con i coetanei italiani in ambiti come l’istruzione e l’occupazione [15]. Divario che però riaffiora ai livelli più alti, con l’accesso alle professioni qualificate che resta tuttora più difficile [16]. La sovraqualificazione è una caratteristica strutturale degli stranieri in Italia e riguarda anche i nigeriani: frustra le aspettative e, al tempo stesso, alimenta la spinta a cercare sbocchi fuori dall’Italia. In controtendenza agisce però la scuola, dove ormai gli alunni con cittadinanza straniera rappresentano una quota considerevole, a riprova dell’esistenza di un processo quotidiano di integrazione che – se sostenuto – può alimentare l’ascensore sociale e correggere in positivo il saldo demografico [17].
E la cittadinanza? Qui il quadro è ambivalente. A livello nazionale le richieste crescono, ma i nigeriani non figurano tra i più attivi. Tale dato dipende dalla dimensione relativamente contenuta della comunità e dalla sua precarietà economico-lavorativa. Anche qui, la variabile tempo è un fattore decisivo: stabilità reddituale, titoli di studio ottenuti in Italia e radicamento scolastico dei figli tendono, nel medio periodo, ad accrescere i tassi di naturalizzazione.
La comunità nigeriana è uno specchio della Roma contemporanea. Si insedia dove la città lascia vuoti, costruisce reti autonome di sostegno, affronta precarietà e negozia i suoi spazi con le istituzioni. La sua presenza non è più marginale, ma rilevante, poiché pesa sull’urbanistica sociale, sulla scuola, sul mercato del lavoro di prossimità. Eppure, diversamente da quanto si osserva in altri centri urbani, resta poco strutturata sul piano della rappresentanza. Da questo punto di vista, un ruolo cardine lo giocheranno le seconde generazioni, che potrebbero portare a termine un processo virtuoso di scalata sociale e integrarsi nei processi decisionali della capitale. Il rischio è però che, al contrario, restino intrappolate ai margini della vita sociale, oscillando tra accoglienza e conflitto. In questo senso la programmazione del nuovo decreto flussi avrà un ruolo dirimente [18]. L’obiettivo di attrarre grandi contingenti di lavoratori stranieri nei prossimi anni potrà rivelarsi, per i giovani nigeriani, un circuito positivo di mobilità ascendente o un trampolino per una nuova fuga di cervelli. In entrambi i casi, questo processo avrà effetti profondi sulla tenuta demografica e sul sistema previdenziale dell’Italia.
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### Note
[1] «I numeri dei Municipi, Popolazione Straniera», anno 2022, Ufficio statistico di Roma Capitale.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. L. EINAUDI, Le politiche dell’immigrazione in Italia dall’Unità a oggi, Roma-Bari 2007, Editori Laterza.
[4] A. OSSINO, «“Negro di m... ti uccido”, aggressione razzista su un bus di linea in centro a Roma», la Repubblica, 4/7/2025.
[5] «Annuario statistico italiano 2024», Istat, 19/12/2024.
[6] T. OVUORIE, «Investigation: Inside Nigeria’s Ruthless Human Trafficking Mafia», Premium Times Nigeria.
[7] «Relazione annuale 2024», Direzione investigativa antimafia.
[8] D. ROVELLA, «Italy’s Hunt for a Mysterious Nigerian Mafia», Bloomberg, 31/7/2024.
[9] «Udienza alla comunità cattolica nigeriana di Roma», Sala Stampa della Santa Sede, Bollettino, 25/3/2024.
[10] Cfr. C. RUSSO, «I pentecostalismi del territorio romano. Una ricerca etnografica», Studi e Materiali di Storia delle Religioni, vol. 82, n. 1, 2016.
[11] «Il mercato del lavoro nell’area metropolitana romana 2024. Rapporto statistico sull’area metropolitana romana», Roma Capitale, 26/11/2024.
[12] «La comunità nigeriana in Italia. Rapporto annuale sulla presenza dei migranti», anno 2020, Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.
[13] «La comunità nigeriana in Italia. Rapporto annuale sulla presenza dei migranti», anno 2023, Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.
[14] Ibidem.
[15] G. DE ANGELIS, D. FREDDI, F. KODRA, L. M. PASCALE, «Seconde generazioni a chi? Le nuove generazioni con background migratorio in Emilia-Romagna», Ires Emilia-Romagna, 2024.
[16] Cfr. «30° Rapporto sulle migrazioni 2024», Fondazione Ismu.
[17] «I nuovi italiani. Modi di pensare e stili di vita dei giovani di seconda generazione», I quaderni di Censis, 16/10/2024.
[18] C. CONTI, S. STROZZA, «Il nuovo decreto flussi. Servono persone, ma anche numeri (chiari)», Neodemos, 5/9/2025.

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# A OSTIA LA CITTÀ ETERNA HA PERSO SÉ STESSA
di Agostino BIONDO
*Nel Municipio X ha vinto lo Stato, ma la caduta dei clan ha lasciato un vuoto e a farne le spese sono i cittadini. Dalla Banda della Magliana agli Spada, radiografia delle ferite della periferia che offre a Roma un affaccio sul mare.*
### 1.
Il Municipio X di Roma è generalmente identificato col Lido di Ostia, ma meno della metà dei suoi abitanti risiede sul litorale. I restanti 130 mila popolano vaste porzioni di Agro romano, un’area rurale posizionata quasi interamente al di sotto del livello del mare, bonificata nel corso dei secoli attraverso un capillare sistema di idrovore e canali realizzati con scopi prevalentemente agricoli, ormai del tutto insufficienti a mettere in sicurezza l’incontrollata espansione spontanea del tessuto urbano. Qui i canali disegnano i confini tra quartieri e frazioni con nomi evocativi, più o meno ufficiali, che sembrano usciti da una saga fantasy: Stagni, Infernetto, Madonnetta, Dragona, Bagnoletto.
Questo vasto fazzoletto di terra è abbarbicato attorno alle uniche due strade che collegano Roma – e i suoi circa tre milioni di abitanti – al proprio mare. È qui che, lontani da occhi indiscreti, hanno deciso di rifugiarsi alcuni epigoni della Banda della Magliana, per trascorrere nei dintorni di Acilia gli anni del declino della loro parabola criminale. Ed è sempre qui che, per alcuni decenni, essi hanno continuato a esercitare un’influenza grazie a contatti, seppur sporadici, con gruppi locali come il clan Guarnera e le altre organizzazioni strutturate del litorale.
L’entroterra ostiense si è sviluppato perlopiù senza pianificazione urbanistica. Le strutture destinate ai principali servizi – tuttora decisamente scarsi – sono state ricavate soltanto in un secondo momento tra i lotti, in media abbastanza ampi. Le piazze e i punti di ritrovo si contano sulle dita di una mano. È anche per questo che chi vive qui spende gran parte del proprio tempo libero a casa. L’alternativa è spostarsi a Ostia o, più spesso, avvicinarsi al centro di Roma. Malgrado lo stato di abbandono, chi vive in questi quartieri dormitorio si sente parte integrante della capitale. È stato infatti il voto dell’entroterra a far sì che, per ben due volte, il Municipio X respingesse il referendum per la propria autonomia da Roma, a differenza della città di Fiumicino. Se avessero partecipato al voto solo i 100 mila abitanti del litorale, oggi la Città eterna non avrebbe più un affaccio sul mare. Inquadrare la profonda spaccatura tra Lido ed entroterra è quindi funzionale a cogliere la specificità di questo complesso territorio, inquadrando le cause che hanno portato alla costituzione di particolari gruppi di interesse.
### 2.
Storicamente gli insediamenti costieri sorgono con lo scopo di sfruttare il mare come punto di approdo per flotte commerciali o militari. Alcune località che oggi associamo al turismo balneare – Rimini, Gallipoli, Lignano e molte altre – sono nate con questa funzione. Anche Ostia è stata creata per dare a Roma il suo porto sul mare. Ma a partire dall’epoca della Repubblica romana, i detriti trasportati dal Tevere hanno spinto la linea di costa circa due chilometri più a ovest, lasciando Ostia Antica all’asciutto. Al contrario, l’attuale Ostia è uno dei pochi esempi di città balneare per fondazione, nata dal progetto della Terza Roma immaginata da Benito Mussolini, che prevedeva l’espansione della capitale lungo un asse che, passando per l’Esposizione universale (Eur) e Acilia, potesse raggiungere il Tirreno grazie alla nuova ferrovia Roma-Lido e alla via del Mare.
L’Ostia che conosciamo oggi si è sviluppata, da un punto di vista sia urbanistico sia sociale, attorno al nascente comparto balneare, che ne costituisce un elemento intrinseco e imprescindibile. E si può tuttora individuare nella costa di Ostia Levante la massima espressione di questa categoria imprenditoriale. Senza entrare nell’annosa questione delle proroghe delle concessioni, è doveroso sottolineare come il suo peso abbia influito e continui a influire sulle decisioni della politica, anche a livello nazionale. Tra il 1998 e il 1999, il trasferimento delle competenze sul demanio marittimo dalle capitanerie di porto alle Regioni e, subito dopo, ai Comuni ha progressivamente avvicinato al territorio i poteri legati agli arenili. E di conseguenza il tessuto imprenditoriale ha accresciuto la sua influenza sulle scelte politiche. Così, già nel 2001, l’allora direttore del nuovo Ufficio demanio marittimo del Comune di Roma Gianfilippo Biazzo ha irregolarmente assegnato alcune concessioni balneari, come in seguito certificato da pesanti sentenze.
Nel 2011 questo processo di avvicinamento ha fatto un significativo balzo in avanti: le deleghe sono state trasferite dal Comune alla diretta competenza del Municipio X (allora ancora XIII). Com’era prevedibile, l’apparato di funzionari amministrativi municipali si è dimostrato, nel complesso, il vero custode degli interessi presenti sulle spiagge. Al di là delle vicende giudiziarie, dei processi e delle condanne, ciò che conta è il legame, dimostrabile, tra classe amministrativa e rappresentanti dei sindacati balneari. In funzione della tutela di questi interessi sono stati emessi – o ancor più spesso, omessi – atti e controlli, con motivazioni di dubbio rigore sul piano normativo nazionale ed europeo.
Ne è scaturita una situazione di profonda illegittimità e di diffuso abusivismo edilizio sugli arenili: sono comparsi centri benessere, piscine, magazzini a cielo aperto – poi adibiti a discariche – e persino villini privati. Il regime concessionario si è trasformato in vera e propria proprietà privata. Emblema di questa trasformazione è l’ormai celebre «lungomuro»: una catena pressoché ininterrotta di muri, siepi e costruzioni di varia natura edificata con l’unico scopo di impedire l’accesso e la visibilità del mare, di marcare un confine, blindare e proteggere un bene ormai sottratto alla propria vocazione pubblica e universale. È bene ricordare che le spiagge non sono soltanto una superficie economicamente sfruttabile, ma anzitutto il più lungo confine del nostro Stato. Nel 1944 gli Alleati sono infatti sbarcati ad Anzio, qualche decina di chilometri a sud di Ostia. Certo, nel caso remoto ma non più impensabile di un futuro attacco straniero sul litorale di Roma, quei muri potrebbero forse rivelarsi persino utili. Ma di fatto segnano la presenza di un’enclave totalmente sottratta al presidio statuale, per quanto sia collocata lungo la nostra principale linea di difesa nazionale.
### 3.
Nell’analisi del tessuto criminale di Ostia si tende spesso a confondere o sovrapporre fenomeni che, pur correlati tra loro, sono in realtà ben distinti: la cattiva gestione delle concessioni balneari e la declinazione litoranea della cosiddetta Mafia Capitale. Questa confusione è stata favorita dalla loro esplosione pressoché simultanea, per effetto di un’intensa attività investigativa sviluppatasi nei primi anni Dieci del Duemila. Infatti il metodo mafioso è stato giustamente escluso dalle ultime sentenze a causa dell’assenza di un controllo territoriale pervasivo, delimitato e completo da parte del sodalizio. Alcuni dei principali filoni di indagine hanno riguardato esponenti politici del centro-sinistra del litorale: su tutti Andrea Tassone, presidente del Municipio X dal 2013 al 2014, e Francesco D’Ausilio, capogruppo del Partito democratico nel Consiglio comunale [1], e i rapporti che intrattenevano con il sistema del noto ras delle cooperative Salvatore Buzzi e gli enti a lui collegati con appalti e affidamenti pubblici.
Questo fenomeno, tutto politico, si distingue dall’esperienza del settore prettamente amministrativo. E rivela la particolare centralità che la politica ostiense ha assunto nel panorama cittadino. Va tuttavia notato come il fronte investigativo, che inizialmente sembrava destinato a coinvolgere ampie frange del Campidoglio, si sia poi concentrato solo su pochi nomi, quasi a voler operare una cernita mirata dei profili e a confinare così il problema in un ambito territoriale e politico circoscritto, riguardante la maggioranza di allora. È in questo senso indispensabile menzionare il commissariamento del Municipio X, il più grande ente locale mai sottoposto a tale misura straordinaria, nell’agosto 2015 da parte del ministero dell’Interno a causa del legame tra alcune componenti amministrative e la criminalità organizzata. Allora Tassone aveva già rassegnato le dimissioni da alcuni mesi. Lo scioglimento è stato quindi dovuto non tanto alla compromissione dell’apparato politico, ma di quello amministrativo, che di fatto deteneva – e in buona parte ancora detiene – gran parte del controllo sul governo concreto del territorio. Prima del commissariamento, il governo del Municipio X era stato affidato al magistrato Alfonso Sabella, assessore comunale delegato dal sindaco Ignazio Marino, il quale aveva avviato una profonda azione di risanamento istituzionale e amministrativo, in particolare rispetto all’annosa questione delle concessioni balneari. Processo che, paradossalmente, ha subìto così una brusca interruzione.
### 4.
Per Mafia Capitale è caduta l’aggravante mafiosa. Lo stesso non è avvenuto per i clan autoctoni di Ostia – o, per meglio dire, della Nuova Ostia, edificata alla fine degli anni Sessanta, quando l’Istituto autonomo case popolari, in collaborazione con il costruttore Renato Armellini, decise di investire nella costruzione di un intero quartiere attorno all’attuale piazza Gasparri, sul litorale di Ponente. Vi furono trasferite forzatamente migliaia di persone provenienti dalle baraccopoli, specialmente della zona Romanina, nella periferia orientale di Roma, che l’amministrazione del tempo intendeva smantellare. Questo trasferimento a freddo, per di più senza prevedere gran parte dei servizi e del welfare necessari, creò l’humus ideale per la nascita di realtà criminali: gruppi capaci di colmare il vuoto lasciato dallo Stato e di costruire un sistema paraistituzionale che, tramite un capillare controllo del territorio, mascherava le proprie attività illecite.
Nei decenni successivi, la Nuova Ostia è diventata centro nevralgico dell’attività della Banda della Magliana. Ma al suo fianco hanno iniziato a stanziarsi anche altre realtà criminali, tra cui le famiglie Triassi – afferenti al clan Cuntrera-Caruana di Siculiana (Cosa Nostra) – e Fasciani, di origine abruzzese. Con la decadenza della Banda si è progressivamente affermato un articolato equilibrio criminale che ha portato, alla fine degli anni Novanta, il clan Triassi a occupare una posizione predominante nella gestione delle attività mafiose più tradizionali (traffico di stupefacenti e di armi, racket, usura, estorsione) e, più o meno direttamente, di alcune spiagge libere di Ostia Ponente, proprio di fronte alla Nuova Ostia. I principali affari del litorale erano così gestiti da alcuni sodalizi criminali autonomi e non tradizionali, composti prevalentemente da ex componenti della Banda, membri di clan camorristici (Senese) e alcuni imprenditori balneari locali. Tra gli esempi figurano la conduzione di alcuni stabilimenti balneari e la gestione del nuovo porto turistico, inaugurato nel 2001 sotto l’egida dell’imprenditore Mauro Balini, la cui famiglia è nota per possedere diversi chioschi e lidi nella zona.
Tra il 2007 e il 2012 si verificano diversi incendi, esplosioni e attentati finalizzati a mettere in discussione questo delicato equilibrio e a colpirne i principali interpreti. Vengono gambizzati i fratelli Triassi, Vito e Vincenzo. Si registrano numerosi omicidi. Il mandante? Qualcuno poco soddisfatto del proprio ruolo nella spartizione del business, deciso a non accontentarsi più di gestire, in posizione di subalternità, il complesso Faber Beach e Faber Village. Si tratta del clan Fasciani, affiancato da diversi sicari e dalla famiglia Spada, di origine sinti e legata da vincoli di parentela con i Casamonica. I Fasciani dimostrano la loro forza e la capacità di esercitare violenza. E riescono così a conquistare il vertice di una nuova pax mafiosa, sigillata già nel 2007 dopo l’attentato contro Vito Triassi. Tale evento ha incoronato il clan abruzzese al vertice di un sistema che ne garantiva il controllo del territorio e che relegava i Triassi a occuparsi del solo traffico di armi, che peraltro sarebbe andato via via scemando nel corso degli anni successivi.
Ma a un certo punto tutto quel fuoco, tutti quegli spari, si fanno sentire. In particolare, l’incendio dello stabilimento Il Capanno, nel luglio 2012, attira l’attenzione della nuova squadra della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone, insediato solo pochi mesi prima. È lo stesso pool di magistrati con lunga e consolidata esperienza nell’Antimafia che, quasi contemporaneamente, si sarebbe occupato di Mafia Capitale – contribuendo così, non per propria responsabilità, ad alimentare una generale confusione fra questi fenomeni ben distinti. L’innesco avvia così il ciclo di operazioni dai nomi ispirati, stavolta di proposito, alla saga fantasy di Twilight: «Nuova Alba» (2013), «Tramonto» (2014) ed «Eclissi» (2018). Le prime due individuano e sradicano gli interessi e le attività del clan Fasciani e danno avvio a importanti filoni d’inchiesta che conducono prima al sequestro e poi alla confisca definitiva di molte attività economiche e stabilimenti balneari. In particolare, spicca la confisca a carico di Balini, per un valore complessivo di circa 500 milioni di euro, tra le più imponenti nella storia della lotta alla criminalità organizzata in Italia. All’imprenditore è contestato di aver prestato le proprie attività al riciclo dei proventi illeciti dei clan Fasciani e Spada.
Tra i beni sottratti agli esponenti della famiglia Fasciani, merita attenzione il Faber Village, stabilimento sottoposto ad amministrazione giudiziaria e successivamente assegnato, tramite gara, a un nuovo gestore. Recenti inchieste, i cui sviluppi restano da accertare, dimostrerebbero che la società assegnataria, afferente alla FederAnziani – coinvolta in indagini per autoriciclaggio e in altri reati – sia riuscita a ottenere la gestione del lido grazie all’intermediazione dell’allora presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Roma, che ha competenze specifiche proprio in materia di assegnazione dei beni confiscati. C’è solo da augurarsi che un fatto di tale gravità possa essere smentito, poiché costituirebbe un precedente gravissimo di commistione tra chi dovrebbe controllare e chi dovrebbe essere controllato.
Lo smantellamento del clan Fasciani ha lasciato spazio agli Spada, famiglia particolarmente incline all’utilizzo della violenza, che gestiva per conto degli abruzzesi l’intimidazione a scopo estorsivo e, con maggiore autonomia, il racket delle case popolari. Famiglia numerosa, come vuole la tradizione sinti, gli Spada sono riusciti a instaurare rapporti ramificati con molti segmenti della popolazione residente che, con le dovute eccezioni, vedeva in loro «uomini e donne della porta accanto», persone costrette al crimine e all’autodifesa dall’incapacità delle istituzioni di garantire tutele e posti di lavoro.
Gli Spada gestivano palestre popolari aperte al quartiere a costi decisamente accessibili. Contribuivano a mantenere e proteggere attività ludiche, ricreative e doposcuola. Garantivano la distribuzione degli immobili occupati, a fronte di pagamenti spesso irrisori, o anche, in casi particolari, a titolo gratuito – salvo poi «tollerare poco» i ritardi nei pagamenti o costringere gli inquilini, se necessario con la forza, a liberare di punto in bianco un appartamento. E poi, ovviamente, garantivano il lavoro, soprattutto nel commercio di stupefacenti. Gli Spada sono inoltre riusciti a costituire un legame preferenziale con la sezione locale di CasaPound, da cui è nato un vero e proprio sodalizio che animava il quartiere con feste, tornei sportivi, raccolte e distribuzioni alimentari.
Questa è la doppia faccia del tremendo quanto affascinante metodo mafioso: affidabile e premuroso nella misura in cui ciò aiuti a raccogliere riconoscimento e rispetto sociale. Riconoscimento che va di pari passo con la consapevolezza che, dietro ai modi gentili, si nasconde sempre la capacità di sprigionare enormi carichi di aggressività e violenza. Esattamente quanto è avvenuto nel caso del sequestro della giornalista Federica Angeli, recatasi presso lo stabilimento Orsa maggiore per smascherarne la gestione nascosta in capo ad Armando Spada. O nel caso della celebre testata inflitta da Roberto a un giornalista della trasmissione Nemo, che aveva imprudentemente tentato di intervistarlo. La pratica estorsiva era operata perlopiù tramite la concessione di prestiti usurari per risanare attività commerciali in difficoltà. Per pagare il debito, spesso veniva imposto l’ingresso di una testa di legno all’interno della società, che passava progressivamente sotto il controllo, più o meno diretto, del clan e veniva utilizzata per ripulire i proventi illeciti.
È stato proprio questo il contesto dell’ultima operazione della saga, «Eclissi», che nel 2018 ha posto in arresto, tra gli altri, tutti i principali esponenti della famiglia Spada. Da quel momento nel quartiere si è aperta una fase particolarmente confusa, che arriva fino ai giorni nostri. Nonostante diversi esponenti abbiano ormai scontato la pena e siano tornati a vivere a Nuova Ostia, non si rintraccia più un’aggregazione dominante. Il tessuto criminale è ora caratterizzato da una costellazione di piccole realtà eterogenee: dalla camorra alla ’ndrangheta, fino a piccole bande di origine sudamericana. Questi soggetti si contendono il traffico degli stupefacenti, ma nessuno di loro detiene una posizione egemonica nel territorio.
Significa che lo Stato ha vinto sul malaffare? La realtà è che l’assenza di un ordine garantito da un soggetto unico ed egemone ha reso le strade di Ostia molto più insicure. Si registrano frequenti sparatorie, esplosioni e incendi. Questa situazione è perlopiù l’effetto delle lotte disordinate tra piccoli gruppi e risulta difficile ricondurla a un riequilibrio del comparto criminale. Lo Stato è, però, il grande assente. Certo, si è portato via i mafosi. Ma se ne è andato via insieme a loro, lasciando solo macerie. Oggi, in questo territorio difficile, molte attività – che prima restavano aperte anche grazie, ahinoi, a quei mafosi – risultano completamente chiuse, relegate in uno stato di profondo abbandono, esattamente come chi abita quelle strade.
Preziosa, ma insufficiente, l’apertura della Palestra della legalità, che garantisce accesso gratuito a persone sotto una certa soglia di reddito. A Ponente, ancora oltre la Nuova Ostia, rimane il porto: cattedrale di turismo e divertimento in un deserto di sabbia e cemento. E ancora più in là si trova il parco, separato da tornelli che chiudono prima del tramonto e affacciato sulla foce del Tevere, il fiume che ha sostenuto il successo del più grande impero della storia occidentale. All’interno del parco è collocato un monumento alla memoria di Pierpaolo Pasolini, che perse la vita in una notte autunnale proprio all’Idroscalo, un tempo simbolo della potenza aerea fascista, oggi ultima propaggine di una città che si è estesa a dismisura. E che nel suo dilatarsi, tra le nebbie sollevate dal fiume e dai canali, a decine di chilometri dal Colosseo, sembra aver perso sé stessa. Chi di proposito volesse recarsi laggiù, ascolterebbe il rumore delle incudini dei proprietari dei furgoni che raccolgono «fero vecchio» nelle vie della città. Incontrerebbe inoltre una comunità stanziata sul posto, fin dal dopoguerra, quando gli idrovolanti di Italo Balbo non si vedevano già più. E che da allora aspetta che le istituzioni offrano i servizi più essenziali.
### 5.
Ostia è anche il suo centro, che gravita attorno a piazza Anco Marzio, alla chiesa di Regina Pacis e al pontile. Proprio qui, la pianificazione di Paolo Orlando, risalente agli anni Venti, ha consegnato a Roma un affaccio sul mare ordinato e di qualità, per quanto limitato a poche strade. D’estate questo luogo straripa di persone, denso di attività food and beverage – spesso utili lavatrici di denaro proveniente da attività mafose. Non mancano però locali aperti da coraggiosi imprenditori intraprendenti, che via via stanno sostituendo quelli di una classe economica ormai al tramonto, ma ancora capace di esercitare pressioni sulle istituzioni locali, anche grazie all’appoggio di un discreto apparato mediatico in cui spicca Canale 10, l’emittente locale.
Ma il rinnovamento imprenditoriale continua a infrangersi contro quel muro che ancora cinge le spiagge. Eterno feudo per pochi vassalli, che solo ora, non senza fatica, inizia ad aprirsi a nuovi gestori grazie alle nuove gare di riassegnazione. Nel quartiere, intanto, tiene banco il dibattito sulla «natura» di Ostia, con ampie frange dell’opinione pubblica che si scagliano contro il racconto mediatico di un luogo dominato dalla mafia. Chi scrive ritiene però innegabile l’esistenza di un fenomeno che, soprattutto fino a meno di un decennio fa, ha condizionato profondamente la vita quotidiana di questa e di altre periferie.
Perimetrare la geografia di Ostia serve allora a tratteggiarne i confini, quegli ampi ma circoscritti campi d’azione in cui i differenti interessi in gioco – criminali o meno che siano – esercitano influenza o addirittura controllo mafioso. Ostia e il suo Municipio non possono fare a meno di riconoscere ciò che è avvenuto e che continua ad avvenire: non per inseguire un vuoto senso di legalità, ma per emarginare il più possibile quanto potrebbe inquinare lo sviluppo e la piena espressione di un territorio così ricco e strategico. Certo, potrebbe non bastare. In quelle strade potrebbe tornare presto ad affermarsi l’egemonia di nuovi boss. E le persone, disilluse, potrebbero scegliere di affidarsi a loro. Limitarse ad arrestare tutti sarebbe semplicemente insufficiente, perché gli arresti lasciano solo vuoto e silenzio.
Servono le istituzioni: lo si dice spesso, ma si fa molto poco, e allora va ripetuto ancora, finché non sarà finalmente chiaro. E non parliamo del loro volto violento o repressivo. Parliamo di curare i giardini, le strade, le piazze. Parliamo di introdurre servizi, spazi di socialità, luoghi d’incontro in cui la comunità possa riconoscersi quale unita e solidale. Una realtà alternativa a quella tenuta insieme dalla forza dell’intimidazione e dall’indifferenza per quieto vivere. Ben lontane dai riflettori, già esistono decine di esperienze di cittadinanza attiva. Esistono collettivi, luoghi culturali. E soprattutto esistono tante persone che amano questo territorio, sulle quali si potrebbe investire per rifondarlo.
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### Note
[1] Nei confronti di Francesco D’Ausilio è stata di recente richiesta l’assoluzione da parte della procura.

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limes2512/VENTESIMO_ARTICOLO_UNO.md

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# GRANDE RESISTENZA ANULARE
di Michelangelo GENONE
*Il Gra, ‘Raccordo’ per i romani, è il vero limes interno di Roma. Un pomerio d’asfalto che separa e discrimina, anziché connettere. Viaggio nella città del traffico, fra centri commerciali e smorzi. Dove, nel vuoto istituzionale, la periferia si fa centro.*
> Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno.
> Italo Calvino, Le città invisibili
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Nelle *Città invisibili*, quando Marco Polo racconta a Kublai Khan di Zenobia, Italo Calvino immagina una città che non coincide più con il suo disegno. Quello che una mente geometrica tenta di cartografare e chiudere in una forma, il «groviglio delle esistenze» disfa. «Trasformare le cose: è il lavoro delle molteplicità». La storia di tutte le città, potremmo dire. Ma nel nome di Zenobia si scorge una possibile doppia interpretazione. Lei, la regina di Palmira che osò sfidare Roma e costrinse l’impero a ricompattarsi. E Roma stessa, che dimenticata la sua origine quadrata, il primo *pomerium* tracciato da Romolo sul Palatino, ha visto molti altri tentativi di cambiarle forma. Dalle Mura aureliane al Grande raccordo anulare.
Nel 270 d.C. l’imperatore Aureliano fa costruire una vasta cinta muraria intorno alla capitale, segno che i tempi sono cambiati. Crisi del III secolo: il secessionismo di Tetrico in Gallia, l’invasione degli alemanni nella Penisola e l’ambizione di Zenobia di fare di Palmira un impero autonomo in Oriente. Al caos che spinge ai margini per smembrare l’impero, Aureliano risponde riconsolidando il centro. Il *restitutor orbis*, restauratore del mondo, insieme al pomerio di laterizio e travertino determina un nuovo limes. Una nuova fondazione che comporta però un sacrificio. La provincia imperiale della Dacia, oltre le difese naturali del Danubio, viene abbandonata.
Millesettecento anni dopo l’ottagono irregolare di Aureliano, nel 1970, un cerchio si chiude intorno all’Urbe con l’inaugurazione dell’ultimo tratto del Gra fra via Cassia e via Flaminia. Il primo tracciato del Raccordo venne scavato nell’Agro romano nel 1948. La capitale della neonata Repubblica Italiana cresceva rapidamente. Gli 1,1 milioni di abitanti del 1936 sarebbero diventati 1,6 milioni nel 1951, dei quali il 6,6% viveva in baracche, grotte e sottoscala. Sono 360 mila le persone arrivate a Roma da tutta Italia nei 15 anni dopo la guerra. Ma nel 1948 la città non si espandeva ancora a macchia di leopardo fin dove i topografi piantarono i primi picchetti del futuro anello. L’auto era un lusso che ancora in pochi potevano permettersi. C’era bisogno di lavoro e di una rete stradale che deviasse dalla città abitata il traffico della Penisola. Così l’Anas, indisturbata, cominciò il Gra.
Cos’è il tracciato di un solco se non un atto di fondazione? Il primo colpo che si abbatte sulla campagna romana risuona come un gesto sacrificale, rievocando quello di Romolo. Laddove il primo re colpì suo fratello Remo, il direttore generale dell’Anas Eugenio Gra inizia a recidere il rapporto della città con l’Agro, tentando di dare a Roma una nuova forma. Una fondazione proiettata nel futuro. Negli anni della ricostruzione che preludono al boom economico, oltre a promettere un’arteria fondamentale per il trasporto merci su gomma, l’ingegner Gra, nelle vesti di àugure della motorizzazione di massa, prefigura la città che si espanderà fino a toccare e superare quel nuovo pomerio. Una città di automobilisti.
Il Grande raccordo anulare «non ha nessuna relazione con un disegno o con un progetto, salvo l’assolutezza del cerchio. Ma dov’è che cade il centro?», chiedeva un sarcastico Renato Nicolini, assessore alla Cultura della capitale per oltre un decennio, a bordo di un minivan sull’anello di Saturno latino. Se un centro c’è, si trova a 11 chilometri di distanza, il raggio medio della circonferenza, tra il Campidoglio e i Fori.
«Chissà se nel 1948 Eugenio Gra, prima di iniziare i lavori, immaginò un cerchio puntando il suo goniometro proprio qui?». Quando mi sono posto questa domanda, ero fermo su via Monte Tarpeo affacciato sulle colonne del tempio di Saturno. Un punto di partenza non casuale. Nel 20 a.C. Ottaviano Augusto vi fece porre il centro ideale da cui partono le strade della Città eterna. Il miliario aureo.
### 2.
Cerco un inizio. Un punto da cui cominciare a percorrere questo anello. Scelgo Prima Porta, se non altro per il richiamo di entrare come uno straniero in una città sconosciuta. Lasciandomi alle spalle le palazzine anni Settanta dell’Ater di Prima Porta trovo quattro muri di cemento armato rivestiti in travertino che s’incrociano, ritagliando al centro una forma. «Prima era tutta una muffa», mi dice una signora. Una fontana. È il monumento all’acqua dell’Acea. Paradossalmente secca. Un incavo vuoto che agli scrittori di *Sacro Romano Gra* ricordò l’uomo di Leonardo. Più che un tributo all’acqua, celebrerebbe quindi l’uomo. Lo spazio negativo di un uomo vitruviano che dalle colline di Labaro, oltrepassata da nord la prima porta per entrare a Roma, veglia sul Raccordo. Un guardiano dormiente, o assente a questo punto, della centralità dell’Uomo sull’Agro. Me ne vado sui sali e scendi della «San Francisco latina» dove intravedo frammenti dell’anello stradale dividere macchie di campagna.
Averlo percorso tante volte, prima passeggero, poi al volante e averci speso lunghe ore in coda non mi ha mai lasciato nulla dei luoghi che taglia in due. La molteplicità ai suoi margini resta quasi invisibile dietro barriere antirumore e guardrail. È «un’eterotopia che distorce le relazioni». Uno spazio che connette le arterie della città, ma sospende i rapporti con i luoghi che attraversa. Quando si guida, soprattutto sul Gra, non c’è tempo di pensare a uno spazio diverso dalle sue tre corsie per senso di marcia, le altre auto, i cartelli stradali che spuntano come funghi tutti insieme o da soli all’improvviso, o le sue 33 uscite. Questi «budelli», così i romani chiamano gli svincoli perché stretti come intestini di maiale, spesso si avvolgono su sé stessi, generando a loro volta dei piccoli raccordi anulari con al centro a volte cipressi e faggi solitari, altre un ammasso di rifiuti. E tuttavia sul Raccordo mi trovo a vagare anche nei pensieri, quasi oscillando fra necessità di esattezza del pensiero e desiderio di dispersione.
Con il Gra a cingere Roma, immaginava Nicolini, le truppe di Napoleone III non sarebbero mai arrivate oltre il primo svincolo e non avrebbero mai restaurato il potere papale. Lasciandomi guidare da un’immagine del Raccordo come sistema difensivo punto verso la zona delle torri di Roma Est. Tor Tre Teste, Torre del Fiscale, Tor Vergata… L’anello di asfalto attraversa quartieri che ricordano con il loro nome il legame di Roma con la necessità di difendere la sua campagna orientale. Tra Prenestina, Casilina e Tuscolana, numerose torri costruite fra XII e XIV secolo servivano da avamposti e punti di avvistamento che con segnali di fumo e luce avvertivano casali e villaggi nell’Agro dei pericoli. Una seconda città turrita si allungava nella periferia fra casali di tufo, campi e i fossi delle marrane.
Mentre si percorre il Raccordo però non ci si sente proprio al sicuro. Sembra più di essere fuori dalle mura cittadine, in mezzo a una mischia. Sia quando «se score», sia quando ci si ferma. Perché se ti ci trovi una mattina o un pomeriggio nell’ora di punta, cambia tutto. Se l’anello si intasa il tempo si dilata. Sul Gra ogni mattina, quando sorge il sole, chi deve attraversarlo sa che dovrà correre o rimarrà imbottigliato e dovrà contare almeno un’ora in più, fra il traffico dell’anello e quello delle consolari. Come le fortificazioni, il Raccordo è un tipo particolare di macchina del tempo che Daniele Del Giudice considera specializzato nel «produrre ritardo». Fortezze e Gra: se le prime producono lentezza, dilatando il tempo «fino a renderlo inoffensivo» e «moltiplicando la forza di pochi difensori contro i molti attaccanti», l’altro con le sue code interminabili allunga o accorcia quello di chi lo percorre. Non a caso Fellini scelse di presentare l’Urbe moderna con un ingorgo sul Gra nel suo *Roma* del 1972. Una scena che per Nicolini rappresenta la «circolare immobilità della città, in quest’immobilità davvero capitale di un paese politicamente immobile».
### 3.
Esco all’uscita numero 16 ed entro sulla via Prenestina per andare a Casetta Mistica. Da romano della città consolidata, percepisco il passaggio sul Raccordo come se stessi sforando una frontiera. Devo incontrare il generale dei carabinieri Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo. L’uomo dietro l’arresto di Totò Riina dal 2009 porta avanti in questo territorio di confine una missione umanitaria.
Appena metto piede sulla Prenestina, tra le zone di Casetta Mistica e Omo, mi ritrovo in mezzo al tessuto produttivo di un tratto di periferia anulare. Accanto a una rivendita di prodotti agricoli e piante da orto, un capannone in lamiera arancione espone dietro le sue vetrate arredi da bagno. Subito dopo un villino seminascosto dietro una cancellata e un boschetto di pini e cipressi, uno smorzo. Montagne di ponteggi, pallet e tutto ciò che serve per lavorare in tempi di superbonus. Da un lato della strada un parcheggio per muletti e ruspe, dall’altro un’infilata di container. Più avanti una ditta di trasporti e un magazzino di pneumatici.
D’improvviso Las Vegas. Non è un miraggio, il piccolo casinò è il luogo più frequentato nel dopo lavoro. Ma è di notte che si anima, quando arrivano i macchinoni. Un’economia centrata sull’edilizia. Agglomerati simili si trovano su molti tratti del Raccordo. Come fra la Tuscolana e l’Appia Nuova, dove il fiume d’asfalto piega il suo corso e si allarga, dando forma all’«Isola dei Lampadari». Una Tiberina di capannoni di materiali edili, ma soprattutto di showroom di lampadari che si affacciano sul Gra, sfidandosi da una carreggiata all’altra.
Tuttavia Casetta Mistica ha una sua particolarità. È un connubio fra un quartiere periferico romano specializzato nell’edilizia e una Chinatown in miniatura che ne raccoglie l’eredità. Via dell’Omo è un ingrosso dietro l’altro, i proprietari quasi sempre cinesi: ferramenta, arredi casalinghi, magazzini di scaffali, elettronica, abbigliamento e fiori finti. Molti negozi presentano insegne bilingue con il nome, prima in han poi in italiano. Nel 2017 questa era la zona con la percentuale di cinesi più alta di tutta la città, oltre il 17% dei residenti. In fondo alla via scorgo il tetto grigio-blu a falde curve di un tempio buddhista, dal grande portale in legno. Sulla parallela via Cisternola trovo il suo doppio cristiano, una chiesa evangelica cinese.
Da viale Enzo Ferrari entro nella Tenuta della Mistica e davanti al bar di un agriturismo chiedo a tre persone indicazioni per l’associazione di Capitano Ultimo. Dopo qualche incertezza dicono prima che non lo sanno, poi che dovrebbe trovarsi da qualche parte sulla strada e infine che l’ho superato. Torno sui miei passi e mi appare un cancello, al lato del quale su uno scudo di ferro battuto campeggia un’incisione: «PreghierAzione, chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto». Mi accoglie un settantenne dal viso segnato e un alto senegalese, che mi domandano chi stia cercando. Mi presento e chiedo del Capitano. Il vecchio Frank chiama qualcuno al telefono. Una voce profonda, ma con un che di sarcastico risponde: «Il cliente da lei chiamato non può parlare per ragioni di salute».
Ci raggiunge un uomo di mezz’età, fa parte della scorta. Verificato il mio appuntamento mi accompagna oltre il caseggiato dell’associazione fino a un giardino. In mezzo a un boschetto, una voliera dove l’aquila reale del Capitano riposa impassibile, poi davanti a una casetta di legno, in uno spazio raccolto all’ombra di una veranda vedo un gruppo di uomini. Sergio Di Caprio mi viene incontro. È un uomo asciutto dallo sguardo profondo e fiero. La testa rasata, tranne un corto mouhawk di capelli bianchi raccolti in un codino. Attaccata a un laccio, dalla sua spalla sinistra cade una grande piuma d’aquila. Un capo apache trapiantato a Roma. Cammina con un bastone di legno chiaro con il pomo sferico levigato e un doberman al guinzaglio. Salutandomi, mi chiede in un fiato di voce «cosa ti serve».
Mi presenta un ragazzo che sta imparando a fare il pane insieme a un signore più anziano, panettiere di mestiere. Lavorano con il lievito madre. Il ragazzo mi racconta che per un periodo ha dormito in un riparo di fortuna, quando è finito per strada ci è rimasto sei mesi. Qui alla Mistica ha iniziato a lavorare al forno. Mi porge una busta con un cornetto: «Hai fatto colazione?». L’ho fatta, ma ne assaggio metà. Dice «è di qualche giorno», ma così soffice che sembra sfornato stamattina. Il panettiere più anziano mi racconta di innumerevoli viaggi e della Libia: «Una mattina mi sono svegliato con un muro divelto da un’esplosione». Ora deve partire per Beirut, per lavorare e insegnare ai bambini a fare il pane. Mentre mi accompagna a fare un giro dell’associazione, il Capitano coglie una bacca da un arbusto, se la mette in bocca, poi me ne porge un’altra: «È biancospino, fa bene al cuore».
I volontari hanno restaurato un vecchio casale del parco dove trovano rifugio 15 persone senza fissa dimora e 12 minori in una casa-famiglia. Un modo per ricostruire le loro vite tra un’azienda agricola e altre attività, come un campo dove si pratica la falconeria e un laboratorio di pelletteria. Ultimo indica dei terreni dove un carabiniere in pensione coltiva verdura. Forse è proprio la misticanza che dà nome al parco e alla zona. Conosco anche Zorica, una donna di origine rom che ha vissuto al campo di via Salone, lungo la via Collatina, prima che la mafia turca le bruciasse il container dove abitava. Le hanno rapito la figlia, l’hanno venduta e ora si trova da qualche parte in Francia. È da quasi vent’anni che Zorica sta con l’associazione. È regolarizzata e ha sporto denuncia per ritrovare la figlia. «Vedremo cosa farà la procura», aggiunge Ultimo mentre si siede nel suo ufficio, il bastone appoggiato al fianco, il doberman accucciato. «Qui siamo come dimenticati», dice piano, «il potere semplicemente non c’è. Il nostro disordine consapevole è un aiuto alle istituzioni che, per quello che vediamo noi in periferia, arrancano e non hanno i mezzi per affrontare la disperazione e l’abbandono delle persone».
Gocce nel mare. Realtà come quella dei volontari di Capitano Ultimo combattono dal basso povertà ed esclusione sociale. In quartieri come Tor Bella Monaca, sulla Prenestina appena fuori dal Gra e a San Basilio, sulla Tiburtina a cinque chilometri a nord da Casetta Mistica, il welfare della criminalità è un’attrazione fatale che irretisce molti. Cinquanta euro al giorno per spacciare o fare il palo sembrano una soluzione, quando non c’è lavoro. Nella zona delle Torri di Roma Est il reddito delle famiglie è il più basso della città: 11 mila euro per nucleo familiare nel 2021.
Nei municipi «intorno e fuori dal Raccordo, soprattutto a est, si concentra la più alta percentuale di anziani, oltre che di povertà e di persone escluse dal mondo del lavoro», mi spiega Alessandro Luparelli, consigliere comunale di Roma Capitale. In queste piazze dello spaccio ci sono spesso delle retate ma il giorno dopo non cambia niente, parole sue. Il vuoto lasciato dallo Stato si misura nei chilometri che separano una scuola da un ambulatorio, o una fermata della metro da un quartiere. «Non c’è sviluppo locale che crei posti di lavoro. Dove non arriva il welfare pubblico, arriva quello criminale». Perché Roma Est è la frontiera di una capitale che continua a espandersi senza includere. Nella città del Gra anche le droghe sono di confine, derivati di scarto di sostanze più pure. Lungo le carreggiate del Raccordo nella notte del 6 luglio scorso gli agenti di polizia trovano uomini e donne in stato confusionale. Sei soccorsi in ventiquattr’ore. Tutti strafatti di Cobret, un derivato dell’eroina creato a Scampia che lascia il cervello in un limbo.
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Di nuovo sulla Prenestina. Mi dirigo verso un’altra di queste realtà che nel V Municipio fanno rigenerazione dal basso, partendo dagli invisibili e riqualificando il territorio: l’ex salumificio Fiorucci abbandonato dal 2009, diventato Metropoliz e il Museo dell’altro e dell’altrove (Maam). Mi fermo a un bar sulla consolare, davanti a me tra muri perimetrali sovrastati da una palizzata metallica con filo spinato, il cancello di una zona militare. Dietro, il complesso dell’ex caserma 8° Cerimant: un presidio dell’Esercito italiano costruito negli anni Quaranta, strategico per la difesa orientale della capitale durante la guerra, sotto al quale corre un sistema di cunicoli e rifugi anti-aerei. Verrà riqualificato con un intervento da 29 milioni del Pnrr per farne un polo archivistico.
Nel bar chiedo alle bariste e a un gruppo di ragazzi se conoscono le due strutture occupate della zona e come vivano la coesistenza. Oltre al Metropoliz, dove vivono circa 250 persone, c’è l’ex Eurostars Roma Congress Hotel & Convention Center – noto come il Quattro Stelle – occupato da 500 persone. Non lo sanno, non sono della zona: qualcuno è di Tor Bella Monaca, altri della Rustica. Le bariste mi chiedono se parlo degli stranieri. «Loro vengono sempre al bar, sono tranquilli». Mentre torno sulla strada mi ricordo la teoria del boro centripeto, letta in un blog del giornalista Vittorio Ray: si esce sempre in zone un po’ più centrali rispetto a dove si vive. Per necessità, perché per darsi appuntamento ci si incontra in una via di mezzo; e per un motivo psicologico, alla ricerca di qualcosa di più «elegante» per sentirsi più inclusi.
Davanti all’ex salumificio Fiorucci incontro Giorgio De Finis, ideatore del Maam ed ex direttore artistico del Museo di arte contemporanea di Roma (Macro). Mi accompagna nel museo che si intreccia alle abitazioni, dove vivono 70 nuclei familiari di 14 etnie diverse. De Finis lo scoprì nel 2009, quando per tre mesi camminò lungo il Gra con il collettivo transdisciplinare Stalker. Per Giorgio le città funzionano quando sono miste. Nelle periferie romane invece «quando dici quartiere residenziale c’è una gated community», come quella dell’Olgiata, mentre «quando dici quartiere popolare trovi un ghetto».
Nel 2009 migranti e famiglie senza casa, anche italiane, occuparono insieme ai Blocchi precari metropolitani l’ex salumificio rimasto inutilizzato dal 2000, ribattezzandolo Metropoliz. Il soffitto crollato di un cortile interno è diventato una sfera di listelli di legno, la L.u.n.a. di Massimo De Giovanni. I 33 scalini (come gli anni di Cristo e le uscite del Gra) che portano ai piani superiori e a un’altra parte di abitato sono un altro intervento, la «Scala reale» di Davide Dormino. Ci sono opere nelle case, passando fra i panni stesi, l’odore di ragù e altre spezie, bambini e genitori che ci salutano. L’arte non è cornice, ma «una barricata a difesa delle abitazioni minacciate di sgombero», mi spiega De Finis.
Nel 2003 la proprietà dell’ex salumificio passa al gruppo Salini, oggi Webuild, che lo acquista per circa sette milioni di euro puntando a farne un complesso residenziale. Con l’occupazione parte una lunga battaglia legale a colpi di ingiunzioni e maxi-risarcimenti ai proprietari da parte di Provincia e ministero dell’Interno per quasi 34 milioni di euro. Il museo-barricata impedisce lo sgombero, mentre cresce una collezione di centinaia di opere. La vicenda entra così nell’agenda istituzionale del Campidoglio, che oggi prevede di ristrutturare il Maam edificandovi due palazzine popolari a prezzo calmierato per gli abitanti di Metropoliz e altre 70 famiglie. Sulla porta di una casa incontriamo Sara, una donna peruviana che ci invita a entrare. È qui dal 2009, prima viveva a Boccea, ma con l’aumento degli affitti dovette andare via, come tanti altri. All’inizio, spiega, era tutto disastrato. «Costruirsi una casa qui è stato come arrivare sulla Luna. Prima abbiamo imparato ad arrivarci, ora che cambierà tutto dovremo imparare ad abitarla».
Con il tempo il rapporto tra Roma Est e Metropoliz è cambiato. Le paure verso un’enclave sospettata di degrado e spaccio hanno lasciato spazio al riconoscimento di una comunità che si prende cura della zona e la abita con dignità. Sara dice che i bambini esplorano e danno nomi alle sale del Museo, che i ragazzi dei quartieri vicini vengono lì a giocare e restano incantati da quella libertà. Le famiglie delle case popolari, dice, «ci invidiano, perché qui è come un paesino: tutti si conoscono e col tempo le differenze si sono sciolte». Il passaggio non è stato indolore. Roma Est ha conosciuto le sue notti più nere, ancora vive nella memoria degli abitanti di Metropoliz. Il 10 novembre 2014, a pochi chilometri da qui, in viale Giorgio Morandi, un gruppo di romani assaltò per quattro giorni al grido di «bruciamoli vivi» un centro di accoglienza che ospitava 35 rifugiati.
Fuori da Metropoliz, tuttavia, la periferia Est del Raccordo «è una polveriera a cielo aperto», con «un indice di inclusione sociale tra i più bassi» della città. Con le emergenze rifiuti, la mancanza di infrastrutture e trasporti, un welfare criminale che sostituisce quello pubblico si sviluppa un identitarismo reattivo che concepisce l’appartenenza a scapito dell’«altro». Uno dei temi più critici è la casa. La domanda più frequente è: «Perché questi devono prendere le case e noi no?». Ma in alcuni casi come Metropoliz, spiega l’attivista Paolo Di Vetta dei Blocchi proletari metropolitani, sono «i vecchi abitanti/occupanti delle case popolari che si sono ricordati la loro storia ad aver fatto la differenza».
Secondo la sociologa Anna Simone una risposta positiva a tali questioni sono le realtà che ricostruiscono un senso di comunità basato sulla solidarietà, sulla collaborazione e sull’aiuto reciproco. Ma davanti alla vastità della periferia anulare, al milione e mezzo di persone che la abitano (di cui 800 mila fuori Raccordo, senza contare i non censiti), ai 68 chilometri di lunghezza del muro d’asfalto che le abbraccia senza unirle, quelle realtà sembrano isolate.
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Di ritorno sulla Prenestina mi reimmergo nel traffico pomeridiano del Gra, per sfuggire al quale prendo lo svincolo 1,5 chilometri a sud del 16. Imboccata la Prenestina bis, le corsie piegano verso un centro commerciale, il Gran Roma. La rampa dal Raccordo scarica le auto direttamente nel parcheggio e subito nel regno del bricolage. Svincolo e zona industriale sono un perfetto esempio di economia estrattiva, pensata per mettere a rendita le periferie. Da Labaro in poi, dov’è cominciato il mio viaggio sul Gra, di esempi se ne vedono tanti. A Settebagni, zona Salario, il più grande di tutti è Porta di Roma, poi il Metro della Rustica e un po’ più fuori il RomaEst a Ponte di Nona.
Negli anni Novanta lungo il Gra proliferano i centri commerciali, diventando poli attrattivi. Come scrive Walter Tocci, modificano «le filiere commerciali» e «le modalità di svago», plasmando comportamenti e relazioni nelle periferie anulari. «Passare la domenica al centro commerciale diventa l’esperienza più significativa. La perdita delle aspettative d’emancipazione è compensata dalla sensazione di poter scegliere qualsiasi cosa». Le città del Gra sono conurbazioni che oggi contano in media 100mila abitanti ciascuna, cresciute negli ultimi decenni con la grande immigrazione dal Centro-Sud. Individui e famiglie che intorno al Raccordo hanno costruito insediamenti di case di tufo, cercando di replicare nell’Agro il paese d’origine. «La provincia arriva a Roma con i suoi modelli arretrati (…) e rimane inassimilata e inassimilabile», scriveva Moravia.
Gli ipermercati hanno accentuato la rottura dei gusci antropologici in cui le borgate anulari erano nate. In un processo avviato dalla televisione commerciale e dalla società dei consumi che gradualmente hanno allontanato le persone dal territorio, offrendosi come effimere risposte al disagio. Nei centri commerciali della periferia anulare, infatti, non si vendono ricordi, oggetti con una storia. Si vende l’illusione di essere uguali agli altri, di poter prescindere da un luogo in cui non ci si vuole riconoscere. I grandi corridoi vendono l’impressione di trovarsi a via Condotti o a via del Corso; l’esperienza delle «vasche» (passeggiate) del centro trova qui il suo simulacro. Salgo sulla terrazza del mall: si vede il Gra, un frammento di Agro lottizzato e in mezzo il vuoto, in lontananza un hotel. Un trasteverino come me scompare nella molteplicità caotica dell’anello tra famiglie di Torre Maura, comitive di ragazzine cinesi di via dell’Omo e coppiette di Tor Bella Monaca.
La molteplicità romana è caotica, nebulosa direbbe Michel Serres. Una folla nella quale, secondo Tito Livio, Remo viene ucciso: «Ibi in turba ictus Remus cecidit». Così si racconta anche di Romolo, smembrato da una moltitudine o scomparso in una nuvola. Che sia per evitare la stessa fine per mano delle città del Gra, che il centro le tiene lontane e divise? Senza un Raccordo *urbs in turba icta Roma* sarebbe finita strangolata, ma nonostante (o forse per) il Gra, la città sembra aver perso quello che per Serres era il suo principio fondativo: l’incertezza fra il diritto alla guerra e all’ospitalità. «È il diritto della vecchia ospitalità che Roma mantiene sempre a lato del diritto della guerra. La molteplicità romana è nebulosa, le mura sono porose; la città è pur sempre un bosco di rifugio: chi molto presto, non troverà, qui diritto di cittadinanza? Questo è il vero segreto dell’imperio».
Sparta non seppe vivere al di fuori della logica dell’esclusione e della sua casta aristocratica, Roma nacque e si mantenne in una zona grigia. Fra ospitalità e ostilità. Prima di diventare nemici albani, sabini e volsci sono stati ospiti di Roma. Era il «segreto dell’imperio». Il Gra ha diviso in due l’Agro romano cercando di dare una forma netta alla città moderna, ma in tal modo il centro non ha saputo assimilare la molteplicità che premeva ai margini. Il Raccordo non è poroso, la provincia è entrata in città e le periferie hanno oltrepassato l’anello, ma non sono state integrate. Il centro ha perso il suo principio fondativo ospitale. La distanza, la mancanza di servizi, il welfare criminale e il concentramento in zone già povere degli stranieri invisibili si sono tradotti in una diffusa ostilità verso il centro e verso l’altro, chiunque esso sia.
In questi luoghi ho sentito sempre la stessa frase: «Non è lo Stato che aiuta noi, siamo noi ad aiutare lo Stato». Dove il centro non assimila, ne emergono di periferici che lo sostituiscono elevando gli invisibili a cittadini e creando legami tra gli esclusi. La risposta non è tenere separata la moltitudine, ma aprirle dei varchi. Se «Roma non è mai esistita se non come molteplicità» perché il suo bisogno era quello «di essere fondata continuamente», la prossima fondazione deve riconoscere le realtà pulviscolari che si fanno poli civici. Torna Zenobia. Per l’esploratore veneziano non ha senso dire se una città sia felice o infelice, perché le città si dividono fra «quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati».
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### Note
[1] I. CALVINO, Le città invisibili, Milano 2005, Mondadori, p. 34.
[2] ID., Lezioni americane, Milano 2003, Mondadori, p. 80.
[3] M. SERRES, Roma. Il libro delle fondazioni, Milano 2021, Mimesis, p. 264.
[4] I. INSOLERA, P. BERDINI, «La grande espansione», in ID., Roma moderna. Due secoli di storia urbanistica, Torino 2024, Einaudi.
[5] R. PAVIA, Roma Babilonia. Figure dell’inerzia urbana, Roma 2024, Bordeaux, p. 112.
[6] Tanti futuri possibili, regia di Gianfranco Rosi. Con Renato Nicolini, 2012.
[7] N. BASSETTI, S. MATTEUCCI, Sacro Romano Gra, Macerata-Milano 2014, Quodlibet Humboldt, p. 143.
[8] R. PAVIA, op. cit., p. 111.
[9] P. MONTANARI, «Torri medievali della Campagna Romana. Sistemi di avvistamento o di difesa?», Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung, 123/2017, pp. 283-314.
[10] D. DEL GIUDICE, In questa luce, Torino 2013, Einaudi, p. 112.
[11] Ivi, p. 112.
[12] N. BASSETTI, S. MATTEUCCI, op.cit., p. 246.
[13] Ivi, p. 216.
[14] K. LELO, S. MONNI, F. TOMASSI, Le sette Rome: La capitale delle disuguaglianze raccontata in 29 mappe, Roma 2021 Donzelli, p. 94.
[15] V. RAY, «Ricerca 36. Teoria del boro centripeto», mon-lieu (blog su Tumblr), 20/3/2023.
[16] C. VINCENZO, R. FOSCHI, A. SIMONE, A. DE NICOLA, Sulla sindrome identitaria, Torino 2021, Rosenberg&Sellier, p. 81.
[17] Ibidem.
[18] W. TOCCI, Roma come se, Roma 2020, Donzelli, p. 92.
[19] A. MORAVIA, Introduzione: Delusione di Roma, p. 11, cit. in W. TOCCI, op. cit., p. 84.
[20] W. BENJAMIN, «I “passages”di Parigi», in ID., Opere complete, Torino 2000, Einaudi, p. 946.
[21] TITO LIVIO, Ab Urbe condita, libro I, a cura di E. PICCOLO, Napoli 2009, Senecio, pp. 11-18.
[22] M. SERRES, op. cit., p. 168.
[23] Ivi, p. 169.
[24] I. CALVINO, op. cit., p. 35.
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